Lunedì, 19 ottobre 2015 Tutti, prima o poi, siamo sottoposti alla morte, quel passaggio dalla vita all’abisso in cui la solitudine assume un tempo agghiacciante. Nessuno è esonerato, nessuno può esentarsi dalla virata dei giorni verso il morire. Ogni religione, molti pensieri filosofici e psicologici si concentrano sulla visione futura della carne e sulla premonizione di ciò che accadrà dopo, quando la carne sarà spirito. La poesia, molto spesso, si ferma prima del passaggio, prima dell’interrogazione oscura; si ferma, con il suo pensiero osservante e profondamente sensibile e visionario, in una posizione prodigiosa e celebrativa della vita. Il poeta sa che la morte è imprigionata nell’esistenza, la rappresenta, le dà pulsione e vigore, sostanza temporale oltrepassando il concetto di brevità di ogni cosa. Quindi la morte è un’evidente esperienza del tempo vitale che rivela le mille prospettive della realtà e poco importa se le ombre del dubbio possano sfilacciare le cose e gli slanci del ripartire, del controtempo, del rinascere. Ciò che preme al poeta è di non lasciarsi inghiottire dalla paura e dal nulla: per questo motivo Mario Meléndez, nella raccolta poetica La morte ha i giorni contati edita da Raffaelli Editore, 2013, pone in modalità dialogica la morte, la storia e il destino. I richiami alle immagini strazianti della Croce diventano inevitabile condizione umana, respirano ritmi di concretezza nella vastità cosmica, tanto da ritrovare i personaggi, dal Vecchio Testamento al Gratta e Vinci, come collocati nell’ipertempo, anche in modo ironico, grottesco. Non è facile cogliere l’imperscrutabile legge della gratuità della flessibilità esistenziale, né il tormento della ricerca di verità: però per il poeta è facile mettersi in ascolto, fino alla fine, fino in fondo, per toccare ideologicamente la corda d’aria che lega ognuno di noi all’universo. Melendéz, così come afferma Francisco Véjar nella nota introduttiva, ha composto versi che sono imprescindibili della poesia ispanoamericana di oggi, dopo molte sperimentazioni in relazione a questo tema che secondo Heidegger riassume tutte le angustie esistenziali dell’essere umano, in questo libro si genera una svolta essenziale per la sua demistificazione e contingenza. (rita pacilio) Continua a leggere "" Giovedì, 30 luglio 2015Poesie d'estate - Otto poeti letti da Rita Pacilio Il tocco abarico del dubbio – Angela Caccia – Fara Editore, 2015
Molta poesia ha interesse a trasformarsi in un dialogo vivo e profondo tra le persone e le cose attingendo alla natura e ai valori esistenziali. I
contenuti, quindi, diventano fatti tangibili che rievocano la memoria cogliendo sentimenti e necessità. Alcuni testi poetici passano dalla riflessione alla
narrazione in modo ininterrotto così come accade per Il tocco abarico di Angela Caccia. Il contributo ideologico della silloge, divisa nelle
cinque sezioni, approda in un universo poetico che sfida le tendenze creative, ma mira a evidenziare la propria fedele visione del mondo/poesia con
l’utilizzo armonioso e intimista della voce ritmata/musicale. La scelta del racconto, in quanto movimento, consente a chi versifica di avere una locazione
di privilegio rispetto a chi legge: infatti l’autrice cristallizza ciò che è mutevole nel nostro tempo, affinché tutto possa essere accessibile all’essere
umano moderno. Tutto è incarnabile: le forme comunicative del dubbio corteggiano il grave peso del silenzio e della solitudine esistenziale e molto spesso
ciò accade perché l’essere umano vive l’orfanità o l’abbandono del Mistero.
Fantasie Lo stesso copione: piove. È un tempo che strina a puntino le piume e poi le tarpa serrate le porte che il dolore non vada oltre. Su di lui come sciacalli un girotondo di mosche. Lo sguardo su una cartolina profana il reticolo di falso mi perdo nel notturno di un paesaggio una carezza la colatura della sera – quant’è quieta la luce di una finestra accesa! – sono io quell’orma nel vicolo cieco? io l’ammasso di venti senza scampo? Anche qui ulula un randagio prega la sua luna resta la notte. * E non è la mia pena a mia madre C’è un paese in me che non conosci periferia fessure di cielo si dimena un vento di conchiglia che maledice le sbarre. Dove cadi nelle tue secche, cosa popola la mente limosa, difficile raggiungerti esserti mano voce sguardo si scioglie il grumo – l’ultimo che ti tempesta – e non è questa la mia pena. Sei il verso già scritto che ritorna, un’ossessione la mia compagna di viaggio ma non è la mia pena. Nell’ultima stesura del racconto la tua penna scrive a tratti, nel solco bianco le piume di un’aquila che muore e non è la mia pena chi reggerà fino a lì il tuo passo? * Scemerà il vento non riempirai più la finestra cadranno le mie sbarre sarai altro altrove nell’incavo di mani più grandi (Angela Caccia è nata e vice a Cutro (KR). Tra i concorsi vinti: Piazzetta (Salerno), Siracusa, Feile Filiochta Internationale Poetry Competition 2003 (Dublino), Fiurlini (Olanda), Colapesce 2012 (Messina), medaglia Presidente Repubblica al premio Insanamente 2012 (Rimini), Convivio 2012 (Giardini Naxos). Nel Fruscio Feroce degli ulivi (Fra 2013, prefato da Davide Rondoni, ha vinto il Premio Massa Città fiabesca e il Concorso Città di parole Firenze; II class. al Premio Pascoli Barga; III class. ai Premi Di Liegro 2013 e Camposampiero 2014). Poesie della fame e della sete – Francesco Iannone – Ladolfi Editore 2014
Un buon libro di poesia non ha età perché dialoga continuamente con il passato e con il presente e sicuramente anche con il futuro. Un buon libro di poesia
ha diverse esistenze perché riesce a delineare differenti tratti di generazioni e sopravvive alle idee, alle immagini. Ecco cosa accade quando la poesia è
viva, sorprende, è forza espressiva della parola, è ‘un’operazione interiore’ (C. Mitosz). Francesco Iannone nel suo libro dal titolo Poesie della fame e della sete – Landolfi Editore 2014, impiega robusta immaginazione per narrare il mondo. L’autore tratta la quotidianità
domestica e gli accadimenti familiari con meditazione e vitalità stilistica ora surreale, ora sacrale, quasi in modo fanciullesco, ma non puerile, come a
voler entrare in contatto intimo con lo stupore, con la polpa più pura delle cose, così come solo la nervatura dell’animo del poeta può fare. Le intuizioni
estetiche, i guizzi poetici, il verso essenziale hanno il potere di far trasformare gli oggetti e le persone: noi stessi diventiamo materia primaria del segreto, della visione che lavora nella mente del poeta. In quest’opera prima, l’arte realizza le proprie premesse e le svolge nella maniera più
vera, piena.
Perché solo non morire conta in quest’aria provvisoria d’autunno che accarezza gli alberi e poi li spoglia come fossero una donna bella.
La resistenza al nulla è una lotta che lascia ferite e tagli è un labbro squarciato da un pugno è un figlio espulso da un utero contuso.
Ci sono case che accolgono chiunque e finestre che restano chiuse per sempre. Imito il crollo di un tetto sconfitto dal peso il laccio del vento stretto intorno al collo delle foglie imito il sole disceso a far meno freddo l’inverno a vegliarlo in silenzio nel sonno.
Tremare è utile, dici, conviene, lo documentano le cose tutte contratte in attesa dell’estate.
*
Ma qui, in questa vita, dimmi se il colpire del vento significa qualcosa se il volteggiare di un uccello nell’aria indica una via e il sanguinare di quell’albero ferito da un auto all’improvviso perché non lo sana questo primo sole estivo?
Dimmi, ti prego, se infine tutti insieme partiremo e nei sedili stretti ci terremo le mani come a stringere un patto un fiore morto che riprende a respirare da solo.
* Chissà se per sempre avremo la disponibilità dell’erba a accettare un peso la gioia dell’uccello sceso a baciare la terra mentre piroetta in cerca di cibo.
E poi chissà se un giorno guariremo da questo male che non placa, non perdona, se ancora con le unghie gratteremo le ferite vecchie fino a farle sanguinare di nuovo se pure ascolteremo gli alberi cantare e i gerani dai colori vari sorridere a primavera.
Chissà cosa genera un seme e poi perché quel fiore muore, così, senza un motivo, senza una ragione?
(Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi sono apparsi su numerose riviste, fra cuiClanDestino, La Clessidra, Italian Poetry Review e Gradiva. È incluso nell’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta (Ladolfi, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi, nota critica di Massimo Morasso). Ha pubblicato
la silloge Pietra Lavica sulla rivista Poesia, introduzione di Maria Grazia Calandrone. Poesie della fame e della sete (Ladolfi,
2011, 2012, 2014, premio L’Aquila opera prima, finalista premi Beppe Manfredi e Penne) è il suo primo libro. Collabora con la rivista Atelier). Continua a leggere "Poesie d'estate - Otto poeti letti da Rita Pacilio"
Scritto da G.Cerrai
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Giovedì, 21 maggio 2015Giuseppe Vetromile - Congiunzioni e rimarginature, nota di Rita Pacilio
Congiunzioni e rimarginature , di Giuseppe Vetromile, Scuderi Editrice, 2015 è una partitura in versi, in tre parti, tre chorus il cui nesso è il legame familiare. Vetromile interloquisce con il sentimento più semplice e misterioso/profondo del mondo: l’amore paterno/materno/filiale intraprendendo una meditazione interiore che diventa, in primis, un cammino nella vita attraverso ricordi multiformi intrecciati a riflessioni ora sagge, ora squisitamente illuminati/illuminanti; poi uno sguardo al futuro, ai posteri, immaginari interlocutori/fruitori di questo diario/testimonianza, in cui l’autore è l’anello di congiunzione tra la memoria e il venturo. Numerosi elementi intimo/culturali si mettono al servizio dei versi così come la sensibilità, il senso di responsabilità, le ferite, i sacrifici, la fragilità della natura umana: il semicerchio in cui Giuseppe Vetromile, nel mezzo, allarga le braccia per accogliere e attualizzare il faticoso percorso dell’uomo del nostro tempo. È la voce dell’essere umano che cammina, un padre, una madre, un figlio lungo varianti/variabili e vicende della storia assiduamente, continuamente, insieme, uniti, nonostante tutto, come compagni di strada. L’autore attinge dai riferimenti intimi – ricordi, oggetti, suoni, odori - per arricchire il proprio bagaglio visionario di segni, di lampi. Le risorse e gli arnesi del mestiere misurano suggestioni, stupori e spiragli ricamando il mosaico cronologico, temporale e di senso, del periodo in cui la presenza paterna completava il cerchio familiare. La tensione originalissima e dinamica prosegue nelle poesie dedicate alla figura materna: la madre, donna sicura e dolce, paziente e mai remissiva, autonoma e coraggiosa che fa da specchio all’autore in uno schema psicologico che definirei auto-cosciente e parallelo. La fisicità del verso maturo si inserisce nel dominio della poesia che scaturisce un corpo vivo, fluido il cui contenuto è l’amore, il senso di appartenenza, la condivisione, la continuità, il valore del patrimonio personale, la morte. Il tema del silenzio, del taciuto e del condizionale, è stato già ampiamente trattato, nelle precedenti raccolte poetiche, da Vetromile: qui l’uomo/poeta si mette in viaggio per cercare una possibile variante alla polinterpretabile esistenza, ma lo fa senza il timore del vuoto, della disillusione, senza disincanto. L’autore suggerisce ai figli, ai nipoti la via della storia familiare: l’invito ai posteri è di saper destinare uno sguardo all’indietro, alla memoria, per non smarrire il significato sacro delle cose intrise di amore e sacrificio, ma, soprattutto, per ri-trovare nelle radici il senso della misura, della rassicurazione, del riferimento, della certezza. (Rita Pacilio) Continua a leggere "Giuseppe Vetromile - Congiunzioni e rimarginature, nota di Rita Pacilio" Venerdì, 24 aprile 2015Carlo Di Legge - Il candore e il vento, nota di Rita Pacilio Quando la risonanza della poesia si estende a maglia larga, in ogni direzione, il poeta sa come intonare la propria intelligibilità al tentativo visivo/percettivo di prelevare, con accuratezza, la purezza delle cose del mondo. Non è facile mantenere vivo lo sguardo degno di essere definito lirico-emozionale- puro perché le questioni della vita sono quasi sempre materiali e di fattura spiazzante, complicata, dolorosa. Le forme sentimentali a cui Carlo Di Legge, nel suo lavoro poematico, dà notevole attenzione sono la vitalità dell’amore e la febbricitante attesa/offerta dell’ampiezza del sentimento. Il ragionamento duramente autorevole e, per alcuni tratti provocatorio, utilizzato nel linguaggio filosofico dei saggi Ontologia, Carlo Di Legge, Marcus Edizioni, 2014. Eros e paradosso, per un’etica delle passioni Carlo Di Legge, Marcus edizioni, 2014, si scioglie ne Il candore e il vento, Edizioni Oxp orientexpress, 2008 in cui si conferma la curva volutamente sbilanciata dell’autore verso la coscienza lirica e partecipativa del mutamento incarnato. I toni sono disarmati, disarmanti. La nudità dell’uomo, trasformato dall’emozione, dalla passione, aderisce all’ispirazione. Il pensiero acquisisce nuova sagoma e struttura. Il campo d’azione diventa la traduzione dell’intero ciclo, fertile e suggestivo, della fiammata amorosa che vanta percorsi semplici, ma impegnati, diretti, dolorosi. Le donne, la donna, le epoche e i luoghi, disegnati con acuta maestria stilistica, mettono il lettore di fronte a un tempo retrospettivo che si attualizza in un corpo esistenziale dialogante, dalle svariate sembianze. Di Legge condivide la devozione alla vita immergendosi nel senso concreto degli oggetti come approccio e complicità suggestiva. L’incrocio della mente/corpo e della spiritualità/anima trova un accordo tacito e consolatorio nel passato storico, nel ricordo. Il patrimonio della memoria è ricco, ma anche ambiguo, conflittuale. Qui l’autore suggerisce la salvezza, nel senso pieno e unico del termine, attraverso lo strumento del silenzio, del bilancio meditativo, del rinnovamento, della ricerca nel nuovo battesimo. Si può sperimentare il gusto del bello, della libertà declinando il verbo dell’amore, come un giro di tango gioioso (Sentire il tango argentino, Carlo Di legge, Edizioni Oxp orientexpress, 2011). Rielaborando la magia dell’esistenza è possibile percorrere la via delle plurime responsabilità al fine di apprezzare la rivoluzione saggia del nostro appartenere al ‘qui’ e all’oltre’. (rita pacilio) Continua a leggere "Carlo Di Legge - Il candore e il vento, nota di Rita Pacilio" Venerdì, 10 aprile 2015Paolo Pistoletti - Legni, nota di Rita Pacilio Continua a leggere "Paolo Pistoletti - Legni, nota di Rita Pacilio" Mercoledì, 28 gennaio 2015Emilio Coco - Mi chiamo Emilio Coco, nota di Rita Pacilio Emilio Coco - Mi chiamo Emilio Coco (Me llamo Emilio Coco) le gemme – Collezione di quaderni di poesia a cura di Cinzia Marulli Ramadori
Edizioni Progetto Cultura, 13 - 2014
Ci sono luoghi della poesia che riferiscono in modo netto racconti
complessi e angosce filosofiche dell’intero mondo, infatti tracciano
linee creative semplici, ma con profondità e pienamente, partecipando
alla vita direttamente e attraversando le storie degli uomini e delle
cose. Emilio Coco, poeta di Foggia, autore della plaquette nata per la
collezione le gemme curata da Cinzia Marulli per Edizioni Progetto Cultura, dal titolo Mi chiamo Emilio Coco (Me llamo Emilio Coco)
è, a mio avviso, molto coraggioso a consolidare il reale con i ricordi
in un cammino di visione che diviene argomento letterario e, al tempo
stesso, materia spirituale. In queste preziose forme espressive,
introdotte e tradotte da Marco Antonio Campos, sono evocate densità di
immagini e presenze di creature indimenticabili che percorrono
concertazioni di mondi costituendo la mirabile sintesi della
poetica del novecento. Il soggetto e l’oggetto si identificano nella
conversazione diretta e indiretta con Dio: il destinatario/lettore è
l’attore socialmente vicino all’autore che partecipa in modo intimo
allo status elevato di coloro che fanno esperienza della
proiezione del mondo narrata, rivelata. La fusione è totale, intima,
partecipe. L’autore modula la tonalità e l’intreccio della sua voce, non
solo umana e meccanica, ma, soprattutto, voce poetica/corpus esuberante
e creativa, costantemente mista di filologia e natura,
all’irrefrenabile e marcata grazia della Luce: Ti rendo grazie Signore con tutto il cuore (Salmi, 138 di Davide). Coco uniforma tutta la sua silloge alla comunione ritrovata e possibile con la gioia della vita promessa,
per questo motivo ringrazia il Signore evocandolo quasi come fosse
ventre materno, quiete, preghiera e pace necessaria all’ispirazione e
alla libertà di tutto ciò che apparentemente è imbrigliato nello schema
bruto e orrido della società (distribuiva amore/ai neri e agli sbandati/per il modico prezzo di cinque euro).
Liberandosi da ogni artificio poetico, con immediatezza di espressione,
posa lo sguardo sul quotidiano contemplandone i cambiamenti,
valorizzandone le differenze temporali, le valenze comunicative nella
freddezza della vita di una prostituta o di una commessa, senza mai
giudicare. Il principio della semplicità è la regola che
orienta tutta la forza di questi versi che sanno affrontare il tempo e
lo spazio fuori e dentro la memoria: solo in questo modo è possibile
comprendere quanta promessa possa farci la vita e quanto desiderio possa
essere recuperato e contenuto dall’energia vitale del creato. (rita pacilio)
Continua a leggere "Emilio Coco - Mi chiamo Emilio Coco, nota di Rita Pacilio" Mercoledì, 7 gennaio 2015
La verità è una bestia feroce L’inconscio emerge come un ardito controcanto alla lucidità tagliente e dissacrante dei muri della realtà in cui è reclusa. Mente e psiche si susseguono in forma ambivalente e contraddittoria, ma pur sempre con una forza eversiva straordinaria capace di aprire la visione a forme del quotidiano, imbrogliate e inaspettate, inquietanti e feroci. Marchesi rompe gli argini della stereotipia rassicurante della casa di cura e ne denuncia, attraverso le descrizioni di azioni comportamentali, che si moltiplicano nei luoghi di accoglimento del disagio mentale, l’incongrua comunicazione, il sopruso ripetuto. Eppure c’è chi ci legittima a pensare che il genio creativo è il compagno fedele di stanza da cui parte l’equivoco dell’invenzione/percezione dei fatti. Il linguaggio poetico, è vero, può essere inteso come la contrattazione comunicativa tra ciò che si sente e ciò che si dice auto-regolando e, allo stesso tempo, etero-regolando la comprensione tra l’interiore e l’esteriore. L’autrice borderline determina il suo ragionamento emotivo analizzando, generalizzando e poi codificando ogni sua sensazione/impressione: dà un nome alle cose e alle esperienze, ogni immagine viene ordinata e tradotta in un sostantivo o in un aggettivo che urla il problema delle donne degenti usate per il piacere sessuale. La voce si trasforma in foglio scritto in cui il teatro probante è destinato a restituire il contenuto sintattico e figurato della violenza fisica e mentale consumata tra i vincoli architettonici di un Istituto psichiatrico. Per assurdo il senso del linguaggio connotativo si trasforma in significato denotativo, infatti le atmosfere impalpabili vengono strutturate attraverso l’operazione accuratissima di un resoconto materico assolutamente personale, dichiarato e non impersonale. Il costante disagio psichico diverge sempre più in un fenomeno drammaticamente schizofrenico che tenta di acquisire gli stimoli dolorosi e mortificanti in modo naturale, logico e ordinato perché la mente creativa scava dall’interno sapendo condurre un’indagine a freddo divaricando lo sdegno degli episodi del vero. Questa è la strada pericolosa, quella che rievoca la ribellione contro la coercizione, contro la nerezza del male inferto. Il lucido sarcasmo pensante di Maria Marchesi risulta invettiva contro la realtà esterna che duole e sa manipolare mente/corpo (Ti darò la morfina se non cedi) anche se, nonostante tutto, la donna violata è in grado di riconoscere il bello delle cose (… un davanzale/ con un vaso fiorito, con tre rose profumate./ Il profumo è di tutti). Studiosi ritengono che alcune patologie mentali legate alla depressione siano reazioni emotive normali perché aiutano l’individuo ad adattarsi a situazioni mutate quindi a ritrovare il senso smarrito. Si ispira e si incarna in una coscienza arresa, rassegnata: si osserva nei giorni bianchi (bianco è il colore che dichiara di vedere) individuandosi ‘sovvertimento della sovversione’. Come è possibile, però, non sentirsi vittima quando si è impotenti di fronte alla sopraffazione e alla violenza? Come si può accontentare il bisogno di dispiegare la propria autentica personalità quando si è senza via d’uscita? Per Deleuze la grande battaglia è quella di dimostrareche non c'è alcuna opposizione tra le parole e le cose, tra i segni e le cose, per questo Maria Marchesi oscilla tra lo stato di salute e il suo altro frequentando la scrittura poetica come atto di lotta ostinata ed esagerata e non come luogo di fallimento o di sconfitta. La poesia,unica complice di Marchesi, (sono amica/ dei poeti) conserva un universo di segnali capaci di capovolgere il modus di agire prevaricante nei confronti del debole. La drammaticità di questa raccolta ci porta a smascherare paradigmi sociali, spesso retaggio di una cultura perbenistica, che non vuole guardare il coltello dalla parte della lama. Marchesi se ne appropria sacrificando il moralismo da quattro soldi: scrive senza compromessi della sua infelice e tragica permanenza in un ospedale per malati di mente. Diventa lei stessa la metafora per eccellenza, sangue sacrificale o bastone per colpire i covi di vipere vestiti di bianco che celano il disumano, il deviante. I mondi paralleli si incrociano, si sfidano e nonostante l’autrice si difende con la spada in pugno/ ben affilata la storia del maschio prevaricatore si ripete, in modo feroce, accanito, senza scampo. (rita pacilio) Continua a leggere "" Sabato, 30 agosto 2014Daita Martinez - La bottega di Via Alloro, nota di Rita Pacilio Daìta Martinez - La bottega di via Alloro - LietoColle, 2013
Daìta Martinez, nel libro di poesie La bottega di via Alloro, edita LC, 2013, accompagna il lettore, utilizzando elementi narrativi ed evocazioni di cose, luoghi, emozioni, in un reale vitale topograficamente identificabile. Si tratta di una bottega che un tempo era situata in via Alloro, nella zona del centro storico di Palermo. Come spiega il prefatore Nicola Romano, via Alloro ‘prende il nome da un rigoglioso albero di lauro (simbolo arcaico e augurale) che fino ai primi anni del 700 verdeggiava nel cortile d’un prospiciente palazzo nobiliare … dove oggi residuano soltanto antichi palazzi in parte restaurati, magazzini abbandonati, botteghe artigianali e qualche negozio, è per evidenziare che, nonostante sia cresciuta tra il richiamo di vetrine scintillanti di moda … ’ l’autrice prova un sentimento nostalgico. Martinez confessa la sua natura perlustratrice e conoscitiva e lo fa con movimenti metaforici che richiamano forme raffinate della poesia ermetica e intricata del novecento. L’uso del simbolismo e spesso del surrealismo consentono al verso un’esaltazione sonora ben riuscita che fa assaporare al lettore i cromatismi della pregiata tecnica versificatoria. La visione delle cose restituite e riconosciute in modo contrastato, a volte inespresso con parole nominate in spazi visibili ed echeggianti, linguisticamente impenetrabili, è collocata in luoghi e spazi perfetti perché pronunciata nel mistero emozionale della parola ‘via’. La ‘via’ per Martinez ha la definizione consolatoria della ri-creazione del mondo inteso come condizione umana in una situazione di continua percorrenza, di perenne cammino. ‘Via’ come vita che incarna bellezza lungo un viaggio che riprende l’accudimento degli esseri viventi e persino degli assenti, cioè di coloro che in quella bottega sono ‘passati’, hanno amato, medicato, creato, ritrovato, incontrato, riconciliato anime. L’esperienza dell’incontro è il tema dominante dell’intero percorso di questo lavoro poetico che si immerge nella scrittura contemporanea con un peso specifico significativo. Riaffiorano attese, storie, personaggi, alcuni particolari della quotidianità, della molteplicità, corrispondenze, destini che rimandano a creature e immagini della natura che assumono forme e stati d’animo. Intravediamo emozioni, sapori, odori, atmosfere, misteri, luci, temi, preghiere, desolazioni, sconfitte, disillusioni, cose lievi, riferimenti alla memoria inconsolabile di cose che non ci sono e non accadranno più. Resta visibile, invece, la diversa prospettiva di chi rimane nei paesaggi modificati, nelle appartenenze del ricordo, i volti della metrica che sviluppano geografie contrarie, eppure simili, animando sensazioni e ritmi quasi a pulsare i cuori di chi passa, guarda e qui, legge. (rita pacilio) Continua a leggere "Daita Martinez - La bottega di Via Alloro, nota di Rita Pacilio" Domenica, 17 agosto 2014Enzo Campi - Ligature, nota di Rita Pacilio È accattivante il ritmo e la sonorità, indiscutibilmente struggente per intensità e contenuto, del poemetto Ligature – CFR, 2013 di Enzo Campi. Questo lavoro in versi conferma l’assoluta autonomia dell’identità letteraria dell’autore che si impone con una voce disegnata, raffinata, creativa e innovativa. Tutto il percorso poetico dell’autore, attraverso sillabe scandite metricamente, è composto di reminiscenze, vizi e virtù dell’uomo di ogni tempo. Leggendo con attenzione percepiamo il pensiero complesso di Campi che si svela, a mano a mano, che condivide con il lettore il perimetro dei suoi componimenti a cui assegna una motivazione filosofica e un gusto estetico: suono, pausa, sagome stilistiche che anticipano il senso delle metafore. L’autore, con il suo segno, incarcera, il silenzio improvviso e tutto ciò che è mutevole nella contemporaneità. Enzo Campi sa che alla speranza segue la disillusione e che alla gioia bisogna aspettarsi l’amarezza, infatti ad ogni seduzione corrisponde la sua contraddizione. Un simile lavoro è una sfida per la letteratura tradizionale: Campi osserva il mondo da un’angolazione obliqua e si premura di assumersi le responsabilità degli sguardi, dei colori, delle ipocrisie che sul piano inclinato, vengono fuori dalla tragicità delle combinazioni. Gli squarci di inquietudine gratificano e appagano il senso nostalgico che il tempo convenzionale porta in sé. I parametri non sono, però, censurati: il poeta si impone di risanare il cattivo gusto con la voce fatale del bello a cui mescola la necessità del contatto con la memoria, del controcanto ideologico, di cui se ne fa una ragione. L’autore crede nel movimento della poesia: ecco perché lega alla scrittura poetica il senso delle cose terrene e ripercorre le intuizioni rimpiante come ligature valoriali, cioè possibili alternative per la libertà dall’ombra. (rita pacilio) Continua a leggere "Enzo Campi - Ligature, nota di Rita Pacilio" Giovedì, 10 luglio 2014Stefano Guglielmin - Le volpi gridano in giardino, nota di Rita Pacilio Stefano Guglielmin - Le volpi gridano in giardino - CFR 2013Spesso leggere o scrivere poesia significa compiere percorsi non lineari, significa entrare in un labirinto di opposizioni/relazioni, di concetti/spazio-temporali con numerosi nessi che si vengono a stabilire tra le parole e i significati a esse correlati. Evidentemente non bastano, però, i significati o i sintagmi nominali! Il poeta ricerca, con urgenza e improvvisi cambi di prospettive - con tecniche di replica storica e molteplicità interpretativa, con virtuosismi stilistici - i modelli della realtà e le multiformi labirintiche sfumature delle condizioni socio-umane remote, le forme intime e segnate dal passaggio dell’identità dell’essere umano. Cerca e ricerca, con prepotente immagine simbolica, la sua memoria, comunque sopravvissuta al chiassoso realistico mondo in cui continuamente pur si ricrea, si rinnova. Ne Le volpi gridano in giardino, opera poetica di Stefano Guglielmin (CFR, 2013), accade questa resistenza; avviene, infatti, il rapporto comunicativo e continuo con il mondo e le cose che non è allusivo o allucinato: si avverte l’influenza estetica baudelairiana, il suo elegante simbolismo, mai paralisi dolorosa dell’impersonale, ma continua composizione e deframmentazione del reale e della storicità. Guglielmin condivide e coglie i percorsi della storia da un punto di vista oggettivo e allargato, cioè da spettatore, da osservatore/ascoltatore dell’essenziale: ogni tradizione classica educa alla precisione e alla trasparenza dell’esperienza capillare lasciando al lettore la capacità interpretativa delle pluralità dei sensi metaforici. Stefano Guglielmin è un poeta, scrittore, ma è anche un ‘critico’ e, quindi, un conoscitore della ‘verità (per critica letteraria si intende un genere letterario! Berardinelli). Sono veramente pochi i critici/poeti/scrittori capaci di trovare e inventare il confronto ‘drammatico’ tra l’opera e ciò che c’è (in senso allargato) nella cronaca del mondo; e Guglielmin sa mostrare la sua dote preziosissima di appropriarsi di un sentire autentico riconoscendosi nell’uomo/volpe che si espone e descrive con la potenza specialistica del cantore. Il volume racchiude tematiche che occupano sfere personali, aree sociali e storico/culturali che offrono un originale e sorprendente confine/accostamento tra il dissolversi di elementi che si combinano e ricombinano in presenze/paesaggi antitetici, ma allo stesso tempo, in presenze dalle tonalità che hanno connessioni che svelano interpretazioni filosofiche (futuristiche aperture). L’opera, emblematicamente sezionata, così come la parola poetica, incarna la sacralità della Natura e della Vita, nel dettaglio, la coscienza razionale del pareggiamento di ciò che è norma o devianza, di ciò che rispecchia la scia rivelatrice della nostra origine simbiotica e dell’incompatibile fiducia/sordità madre/figlio (C’è bufera dentro la madre). L’autore entra in dialogo con le contraddizioni del suo tempo storico in una condizione privilegiata, da conoscitore esperto di terminologie e di immagini antitetiche che spesso negano oggettivamente e che affermano interagendo linguisticamente, con elegante tono lirico, con le voci del passato ( Canti partigiani): la sua poesia diventa pane, madre, moglie, voce, bocca, (Canti dell’Amore Coniugale) cioè un complesso visionario che ha un ritmo biologico e psicofisico attraverso cui fluisce e defluisce il corso del mistero remoto dell’acqua/cosmo/esistenza. L’acqua, qui, è assolutamente/profondamente vissuta come una divinità terrena in cui si afferma la complessa legge della libertà. (rita pacilio) Continua a leggere "Stefano Guglielmin - Le volpi gridano in giardino, nota di Rita Pacilio" Lunedì, 23 giugno 2014Alessio Brandolini - Nello sguardo del lupo, nota di Rita Pacilio Anche le forme di vita più elementari sono capaci di svolgere attività complesse che producono stimoli stupefacenti e che conservano una memoria ricca di sensibilità, di storia e permanenza di bellezza. Il nostro mondo è pieno di costanti e di variabili che fanno da sottofondo a tutto ciò che siamo abituati a vedere: ciò che vediamo è la veste sociale, l’abito che registriamo con gli occhi, la superficie. Alessio Brandolini, con le sue poesie, suscita nel lettore un interesse particolare verso questi fenomeni visivi e di osservazione sensoriale. Soffermare il pensiero e la ragione sulla continuità comportamentale delle esistenze, a volte invisibili, eppure tangibili, dei microrganismi, più elementari, appartiene a pochi esseri sensibili e accorti all’ecosistema che, molto spesso, si muove per prevaricazione, bramosia, prepotenza, puro egoismo. Nello sguardo del lupo, edito LVF, 2014, la messa a fuoco del percorso percettivo-sensoriale delle cose, è elaborato secondo un cambiamento di spazio/tempo che varia a seconda delle sezioni del libro, che sono sette. Sette organismi monocellulari attraverso pagine/spazio/poesie, ora brevi, che provocano risposte immediate, contro versi, in prosa poetica, che creano reazioni alla stimolazione del luogo e della causa di tipo riflessivo/catartico. Molte parti del volume sono costituite da un habitat alla maniera prosastica in cui sono strettamente collegate le attività psichiche con le posizioni antitetiche/razionali del pensiero dell’autore/osservatore. È in questo spazio che lo stimolo esterno sposta la sua prospettiva: così la vita si svela agli occhi del poeta e appare vera, concreta, ora audace e cruda, ora dilettante e docile, arresa. Il significato della parola e il significante entrano in piena correlazione con i piani dei contenuti emozionali; infatti, l’espressione severa e pura dell’occhio vigile del autore/lupo dimostra e ricerca le differenze, la rotta, difficilmente tracciata dal cammino intrapsichico intrapreso nell’intelligenza del proprio senso poetico e nei collegamenti con l’esterno. Le condizioni ambientali rischiano di essere stressanti, alterate dal caos della gravità sociale: la salvezza è la sistematizzazione della stazione orbitale, il riconoscimento di quelle minuscole particelle di bellezza nel mondo, che pur esistono, e che ci sfuggono quando il nostro personale non si sofferma, ma sbrana. (rita pacilio) Continua a leggere "Alessio Brandolini - Nello sguardo del lupo, nota di Rita Pacilio" Sabato, 12 aprile 2014Filippo Ravizza - Nel secolo fragile, nota di Rita Pacilio
Filippo Ravizza - Nel secolo fragile, La Vita Felice, 2014
Con consapevole profondità e con attentissima ricerca cosmica, ineluttabile e contestualizzabile storic Continua a leggere "Filippo Ravizza - Nel secolo fragile, nota di Rita Pacilio" Mercoledì, 12 marzo 2014Cinzia Demi - Ero Maddalena, nota di Rita Pacilio
Per afferrare tutta la grandezza/bellezza di un’opera poetica bisogna fondersi con la liricità del verso, lasciarsi possedere dal significato delle
immagini, attraversarle come fossero piazze vuote o stracolme di aloni, albe, crepuscoli, vortici di esperienze passate e ricomposte. Il poeta, che
scansiona il reale, rinviene con maestria le voragini che appartengono al mondo e ai suoi altrove, molto spesso luoghi timorosi della Luce e del
plurisimbolismo in essi contenuto. Cinzia Demi nel suo lavoro poetico Ero Maddalena, Edizioni puntoacapo 2013, si inserisce con
consapevolezza raffinata nel surrealismo novecentesco per far emergere parole ed energie dallo stato inconscio, affinché la scrittura poetica possa
liberarsi completamente dei segni inibitori e delle finalità preordinate. L’autrice supera ogni razionalità partendo da una figura biblica, Maddalena, personaggio sotteso da una frangia di immaginario. Maria Maddalena o di Magdala è stata, secondo il Nuovo Testamento, una donna
discepola di Gesù e venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Questo personaggio conserva una profondità di spunti riflessivi che ci spingono a ricrearlo
per scoprirlo ogni volta, attraverso gli influssi epocali/storici, fino a ritornare al punto enigmatico, arcaico e iniziatico della figura misteriosa che
rappresenta. Demi, per tutto il suo percorso poetico, riveste di un modo costante la presentazione della donna, quasi sempre votata alla tragica esperienza
del ruolo che ricopre: rende possibili le voci e gli aspetti di un’ombra irreale, che vaga nei vasti dintorni della storia umana, come un evento che si
svela in ogni istante della quotidianità. Maddalena siamo anche noi, infatti, donne erranti in identità che continuamente perdiamo e che continuamente
ritroviamo; Maddalena è la nostra forma inconscia che dialoga con il nostro sé: è l’ulteriore presa di coscienza del disagio socio-psicologico con cui ogni
figura femminile deve fare i conti. Articolazioni senza volto e nazionalità: donne, madri, figlie, di oggi e del passato, distrutte e poi purificate dallo
slancio restaurativo dell’animo umano, sono le protagoniste di questa silloge, preziosa ed elegante, in terzine originali intrise di classicità e
modernità. Le Maddalene perseverano nel mutarsi espansioni di un vissuto nei vissuti: infatti, la donna di Magdala erano e sono tutte le donne che si
proiettano nel mondo in un modo baudelairiano superando, quindi, l’astrazione simbolico/fittizia per calarsi nelle vicende umane più semplici, più sommesse
o precarie, passionali e dolorose. L’autrice contrassegna radici storico/sociali celebrando l’esistenza del percorso poetico/analogico e tracciando
strutture freudiane che si confermano e si contraddicono nel convenzionalismo del riscatto emozionale. La fuga, i tranelli, la nausea, il nome che cerco, un bacio, il portone, il respiro, la chiesa, il sepolcro, la pietà, la semina, le pietre, la cura: parole tematiche e anche
allegoriche che evocano intenzioni precise, implacabili, mettendo spalle al muro l’io neurovegetativo del lettore e che sanno riportarci nel complesso
creato-universo di ripudio/offesa, accoglimento/perdono. (rita pacilio) Continua a leggere "Cinzia Demi - Ero Maddalena, nota di Rita Pacilio" Mercoledì, 19 febbraio 2014 Salvatore Ritrovato - L’angolo ospitale - La Vita Felice, 2013
La personalità seleziona la nostra memoria; infatti ricordiamo avvenimenti Continua a leggere "" Sabato, 1 febbraio 2014Gabriella Musetti - Sorelle, nota di Rita Pacilio Gabriella Musetti - Le sorelle, La Vita Felice 2013 ‘…
Ri-scoprire e ri-valutare il divino femminile significa, inoltre, ridefinire la relazione che le donne hanno con la natura, ma anche con l’etica e
l’estetica. La genealogia femminile … contesta il sistema di valori imposto e interrompe l’ordine maschile precostituito, rappresentando il punto di
incontro di differenti identità femminili e la creazione di linee di discendenza-dipendenza-sorellanza: maestre/discepole, donne modello/sorelle,
dee/donne mortali, madri/figlie…’
c’è ‘ un ordine etico fra donne in due dimensioni, una verticale, nella linea genealogica madre-figlia e una orizzontale attraverso la sorellanza’…
(Daniele Cerrato - Congresso “Le voci delle dee”, Università di Sassari, 20, 21, 22 settembre 2012)
A tutti è capitato di ascoltare parole/lamentele di una donna sul legame indissolubile che si riesce a costruire con una sorella/e e/o sui sensi di colpa, rabbia che si nutrono nei loro confronti. In realtà le esperienze infantili vissute nel nucleo domestico continuano ad avere il proprio peso anche durante l’età adulta in cui le scelte di autonomia possono far degenerare i rapporti precostituiti. Nella fase evolutiva e poi nell’adolescenza si sviluppano passioni e tensioni interminabili e contraddittorie che fanno riferimento alla dipendenza psicologica di un ruolo simbolico interiorizzato. È necessario separarsi dalle sorelle? Si può essere dipendenti emotivamente da loro? La psicologia ci parla spesso del distacco interiore come un esito positivo del normale processo di sviluppo e se questo non dovesse avvenire si consolida un profondo senso di smarrimento e di fallimento, ma soprattutto si scatena la burrasca emozionale. È pur vero che la distanza interiore è spesso insopportabile e i fratelli/sorelle, insieme ai genitori, rappresentano protezione, sicurezza, nucleo familiare anche se, spesso, la famiglia non è un’entità stabile, integra, unita. Gabriella Musetti, nel suo lavoro poetico Le sorelle, La Vita Felice 2013, rinuncia alla lotta identitaria e riesce, attraverso la poesia, ad assumere un atteggiamento di accoglienza, di partecipazione che va al di là dell’immagine stereotipata dell’unione fraterna. Forse il limite di chi vive la sorellanza è quello di imparare molto presto il comportamento che frattura e separa per meglio perseguire gli impulsi di autonomia e di libertà, quasi come a dover/voler rinnegare la necessità inespressa del desiderio di comunione simbiotica. Per l’autrice la responsabilità dei ricordi si aggancia a sensazioni di rimpianto, spesso di idealizzazione delle figure: la mancanza mette a nudo ogni sentimento/attaccamento! Forse il confronto aperto incarna e definisce meglio la funzione della sorella (maggiore o minore); i ruoli prestabiliti fanno i conti con le aspettative quasi come a saper diventare ‘alleate contestate’ conservando il proprio lignaggio di donne dello stesso sangue, della stessa cultura religiosa della vita. (rita pacilio) Continua a leggere "Gabriella Musetti - Sorelle, nota di Rita Pacilio"
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