Sabato, 28 aprile 2018
Alessandro Silva - L'adatto vocabolario di ogni specie -
Edizioni Pietre Vive, 2016 - Illustrazioni di Giovanni Munari
Ogni tanto si parla di poesia civile, che non è una cosa che amo
particolarmente, perché secondo me è una non categoria, perché spesso
semmai è un concetto che tende ad giustificare un approccio retorico non
all'altezza della materia che tratta, perché come sviluppo delle tematiche
tende altrettanto spesso a prendere un andamento stilistico tra l'epico e
l'elegiaco un po' da ballata. Ciò non toglie tuttavia che ci possa essere
una tensione verso una scrittura politica, oppure "sociale", nella quale
l'autore si fa portavoce di problemi o tensioni di cui può anche non essere
protagonista diretto, ma magari spettatore sensibile, e comunque informato
dei fatti. Insomma, in parole povere, la poesia civile, come la scrittura
sociale a cui questo libro si riferisce, non è una cosa facile da fare,
soprattutto senza rinnovarla un po', come linguaggio e forse, perché no,
come prospettiva ideale e politica (nonchè umanista) dello stesso scrivere,
al di là dei temi specifici. (Rimando volentieri a questo proposito a un
autore che ha punti in comune e differenze con Silva, Fabio Orecchini - v.
QUI
)
L'adatto vocabolario di ogni specie
, tra l'altro opera prima di Alessandro Silva, parmense,
classe 1976, prende in esame un tema del tutto particolare, tentando di
farne un poema: si tratta dell'Ilva di Taranto e di ciò che vi ruota
intorno, drammi, dolori, lavoro duro, malattia, morte. Un tema, per dirla
tutta, quanto mai ambizioso, e certo coraggioso, tanto più se lo si vuole
rendere in poesia. Silva chiarisce subito i termini per così dire
cronachistici della vicenda, e lo fa per sommi capi nelle prime pagine in
prosa, una forma di giornalismo poetico dei fatti dal 1980 al 2014 circa,
che illumina lo sfondo su cui si muovono gli attori della successiva parte
in versi del libro, che è la sostanza del lavoro. Di corredo le belle
tavole di Giovanni Munari, che fungono un po' da storyboard, tendendo,
nell'intenzione degli autori, verso la graphic novel (mentre la Light Poetry, citata nel risvolto, mi pare che sia un'altra cosa).
A parte queste considerazioni marginali, il valore del libro (ma di opere
in genere mosse da una spinta di tipo etico) sta nella capacità, ove si
verifica, di universalizzare la narrazione e il dramma che descrive,
renderlo dolorosamente umano senza tuttavia - diciamo - omologarlo,
mantenendolo cioè unico ed eminente, quindi esemplare, nel vero
senso della parola. La sorte di Marcello (un operaio morto sul lavoro) è
sua ma è di tutti e viceversa, ed è appunto qualcosa di destinale a cui chi
legge per una serie fortunata di circostanze (il qui, l'ora ecc.) è
sfuggito, senza però poter sfuggire ad una coscienza a cui è richiamato, ad
una intima consapevolezza.
Silva ci riesce in varie occasioni, usando bene registri diversi che si
danno la voce all'interno di una struttura in versi sciolti privi di metro
e spezzati a volte bruscamente, e quindi sostanzialmente narrativa ma
divisa in episodi brevi (i testi in genere non vanno oltre la pagina), con
tratti discorsivi che qualcuno ha accostato a Pavese, ma senza il suo
ipermetro di derivazione anglosassone. Registri e tonalità che spesso e
saggiamente fanno ricorso al pedale emozionale e affettivo, sostenuto da un
tono complessivo tra il lirico e l'elegiaco, ma sempre evitando qualsiasi
accento retorico. Non so se la materia che Silva si è scelto derivi o meno
da una esperienza diretta, ma certo tutto il lavoro trasmette un impegno
(anche di studio, immagino) e una notevole sensibilità. E c'è anche, in più
di un testo, un interessante io/personaggio, c'è un io che però è del tutto
narrativo, o immaginativo se preferite (questo sì pavesiano), cioè "altro"
da quello dell'autore, e perciò finalizzato ad allargare il cerchio di
vicinanza empatica verso le vicende descritte. Che naturalmente non sono
solo quelle dell'individuo di fronte al lavoro, alla sua durezza e al
tragico che nel lavoro pesante è connaturato, ma anche al peso che il
lavoro stesso ha, la presa che ha e che non molla, sulla vita al fi fuori
della fabbrica, sugli affetti, su chi sta accanto. Sono forse le cose che
più hanno luce in questo libro, che più esprimono una vena intimamente
lirica che dà forza epica alla storia, che forse soffrono meno, se mai ce
n'è, di qualche vaga traccia di didascalismo, o di qualche "distanza" là
dove il linguaggio aderisce, volutamente credo, più al "vero" anche
cronachistico che ad una trasfigurazione metaforica di esso, o simbolica di
una situazione sociale più vasta, di un cancro più esteso; o che meno vanno
alla consapevole ricerca del "poetico".
Direi, per chiudere questi appunti, che il libro/progetto, l'idea
ambiziosa di cui parlavo all'inizio, di costruire qualcosa
di organico e strutturato attorno ad un tema forte, mi pare che sia
approdato ad un esito maturo e interessante, una sorta di "poema della catastrofe", certamente con i suoi pregi e i suoi (pochi) difetti ma una poesia di cui si deve tener conto. Un esito che lascia aperte diverse
aspettative riguardo a Silva e alle sue eventuali opere "seconde", spero
altrettanto feconde e coraggiose. Staremo a vedere. (g.cerrai)
Continua a leggere "Alessandro Silva - L'adatto vocabolario di ogni specie"
Martedì, 17 aprile 2018
Gabriele Galloni corre da solo
Metto le mani avanti. Non sono giovane e non sono poeta, benché qualche mio
verso sia stato tempo addietro (tanto!) fortuitamente accolto in riviste
come Nuovi Argomenti o Paragone – e chi si ricorda la
gloriosa Il cavallo di Troia?
Non sono dunque poeta, ma appassionato lettore indubbiamente sì. E ancora
oggi, tra acciacchi di ogni tipo, mi avventuro quotidianamente nella
giungla delle nuove pubblicazioni poetiche. Prediligo i giovani, perché di
leggere i quarantenni o i miei coetanei poco mi frega.
Leggo i giovani perché cerco, leggendoli, di provare ancora un poco
l'invidia che a vent'anni mi spingeva a voler superare tutto e tutti.
Io non ci sono riuscito mai. Gabriele Galloni sì.
In che luce cadranno
(RPlibri, 2018) è stato, dapprincipio, il consiglio svagato di una
cara amica poeta. Poi, a lettura ultimata, il libro che ha ridefinito per
me il concetto di Sacro. E non esagero: per giorni ho meditato
sulla musica di Galloni come qualcun altro avrebbe potuto meditare sul
Libro dei Salmi o sul Talmud. Meditazioni circolari, da sbronza apollinea
più che dionisiaca.
Possibile, mi sono detto, che un ventiduenne, un millennial come
si dice oggi, sia stato in grado di sondare queste profondità? E chi gli ha
permesso di portare con sé questi detriti di lune sconosciute? A quali e
quante divinità ctonie ha chiesto udienza?
Invidio profondamente Galloni, non lo nascondo. Molto ho rimesso in
discussione con il suo libriccino. Ho pensato che una qualunque Verità
ultraterrena, su noi e sui nostri predecessori, l'avesse colta ed espressa
meglio lui in quaranta brevi poesie che migliaia di filosofi pensatori e
teologi in tomi e tomi d'angoscia. Ma un poeta non è portatore di Verità –
e sono certo che a Galloni dispiacerebbe questo mio volo pindarico; forse
ne riderebbe.
La cosmogonia galloniana non ha universi altri di riferimento.
Immagino quante salme, sue e solamente sue, lo abitino giorno e notte. I
suoi amati corpi che, ritornati alle cellule, rinascono nella luce
abbagliante di un verso perfetto, di un fulmen in clausola che tutto
ribalta come nel gioco dei dadi, nello scherzo tragico di un baro
caravaggesco.
In che luce cadranno
parte dall'epigramma (sfiorando sovente la narrazione), attraversa
l'idillio e approda a un obliquo teatro della coscienza. Su tutto il libro,
inestinguibile, quella che Baeumker teorizzò come Metafisica della Luce. Non mi sovvengono paragoni contemporanei
con il lavoro di Galloni. Forse i suoi parenti più prossimi sono i lirici
greci da bambini; forse certi mistici medievali le cui opere non sono mai
giunte a noi.
Un libro importante, In che luce cadranno. Tra i più rilevanti di
questi ultimi anni e della sua generazione. Poi staremo a vedere. Per ora, la poesia italiana ricomincia anche da qui. (Giovanni D.V.)
***
I morti tentano di consolarci
ma il loro tentativo è incomprensibile:
sono i lapsus, gli inciampi, l'indicibile
della conversazione. Sanno amarci
con una mano – e l'altra all'Invisibile.
***
Si parlava dei morti. Sulla tavola
i resti sparsi della cena – quelle
bistecche appena cotte. Il frigorifero
in segreto colloquio con le stelle.
***
Così un giorno, per caso,
i morti costruirono
il primo cimitero sotto il mare.
Se ne dimenticarono
in un tuffo soltanto.
Gabriele Galloni
è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere Moderne all'Università La Sapienza.
Ha pubblicato Slittamenti (Augh Edizioni, Viterbo 2017) con una
nota di Antonio Veneziani.
Lunedì, 19 marzo 2018
Villa Dominica Balbinot mi ha mandato questi testi qualche tempo fa,
chi edendomi che ne pensassi. Li ho letti con un certo interesse, perché
indubbiamente escono un po' dagli schemi, se si va oltre una impressione
non del tutto peregrina di forme crepuscolari innestate con dosi massicce
di simbolismo. Il primo appunto che ho preso, scritto a margine, è stato
per la verità "poesia barocchetta". Volendo forse significare con questo
non solo una scrittura con forti circonvoluzioni e priva di spazi aperti ma
anche dove il paesaggio, inteso in senso lato sia come naturale che umano,
si defila, a favore della costruzione, o si rappresenta come un fondale o una quinta, in una maniera che mi
ricorda l' Isola dei morti di Arnold Böcklin. In realtà qui, restando al barocco, c'è sì molta
complessità ma poco capriccio, perché il tema o quanto meno l'atmosfera prevalenti sono compatti e
concentrati, tendono a dare al lettore (e qui si torna al simbolismo) il suggerimento di una visione assai convinta e personale del mondo. Che è certo, coma
annota Anna Maria Curci (altre poesie appartenenti a questo blocco sono
state presentate su Poetarum Silva) un "mondo dissestato, funestato", per
quanto di "straniata bellezza", su cui Balbinot getta "una luce che non
teme di essere cruda". Sulla crudezza possiamo essere d'accordo, almeno se
si tiene conto del lessico e relativi annessi usati dall'autrice in
funzione espressionistica (e vale il breve accostamento che ancora Curci fa
a Gottfried Benn - si parva licet però): qui troviamo silenziato omicidio, acque fresche e pericolose, carnarie mosche, eterno gennaio, terreno
insanguinato, bagliori lucidi e freddi, qualcosa...di cruentemente esatto,
patiboli reconditi, leucemica fragilità, narrazione del sangue, consuntore
morbo, dissezione delle cose maestose, anni di espiazione e delle cerimonie
esequiali, esasperata desolazione, degenerativo stato, camera dei suicidi in un albergo, l'innominata carne ferita dei morti, e così via. Ma non è tanto una questione di sintagmi quanto di
costruzione anche sintatticamente complessa di un testo che definirei, per
usare parole della stessa autrice, "livido e sontuoso e torbido" (quindi se
barocco c'è, verrebbe da dire con una battuta, è barocco spagnolo). In
aggiunta a queste ultime parole citate, a volte si ha l'impressione che in
un certo qual modo Balbinot parli criticamente di sé quando scrive di
"estetismo nero e profetico" (o forse profetizzante, direi), o di "vasto mondo
crespuscolare". Ma anche in questi rari casi di espressioni didascaliche e
forse un po' ingenue l'obbiettivo è il tratteggio di una atmosfera
perturbante in cui il lettore deve accettare di permanere o no. Possiamo
aggiungere a queste cose un uso programmatico del lei (terza persona) come soggetto sostituto del tu (che come sappiamo è un ulteriore camuffamento dell'io poetico) e a volte
forme verbali al passato che accentuano abilmente uno straniamento di tipo
temporale e un senso di definitivo e tuttavia attuale. Immagino che questa lei sia l'autrice, immersa nel suo "mondo", che è di volta in volta "della
realtà", "crepuscolare" ma "aperto da ogni parte" (corsivo dell'autrice), "di silenzio", "bluastro", ma più che altro
"grigio" o di una "debole colorazione ossidata - di un metallico paesaggio" (c.vo aut.) e di svariate altre connotazioni. Ma soprattutto un mondo in
cui si avverte come una presenza di forze esterne non del tutto chiare né
del tutto controllabili, un mondo molto poco popolato, solo da lei, e da essi che se capisco bene non sono tanto "altri" quanto un "noi", cioè un plurale
di quello stesso lei, una condivisione dell'angoscia e forse il dolore che pervadono l'ambiente
e di cui l'ambiente è proiezione. E poi i morti, evocati non solo
direttamente ("nella loro innominata carne ferita") ma anche sotto forma di
aggettivi (morti occhi, vie, fiori, foglie, cime), o come correlati
semantici (mortalità, uccisioni, ad esempio). Insomma Balbinot ha
sviluppato un suo stile, con una certa accuratezza linguistica, con molti
echi, che aderisce bene alla tematica che si è scelta, e che in pari
misura, va da sé, può generare interesse o respingere. Per concludere: se
si aggiungono caratteri anche indubbiamente romantici come un certo senso
dell'assoluto o una certa irrazionalità o un'idea di sublime che sovrasta
l'uomo, allora cos'è che tiene insieme e fonde il barocco, il crepuscolare,
il simbolista, l'espressionista, il romantico? in altre parole cos'è la
poesia di Villa Dominica Balbinot? Ma è ovvio: è poesia gotica. (g. cerrai)
Continua a leggere "Villa Dominica Balbinot - inediti da I FIORI ERANO FERMI - E LONTANI"
Lunedì, 12 marzo 2018
Luigi Fontanella - Lo scialle rosso - Moretti e Vitali, 2017
Nove poemetti o racconti in versi, scritti tra il 1999 e il 2014, ci dice
in una nota lo stesso autore. Con una buona misura di anglosassone understatement, direi. E in effetti la prima cosa che salta agli
occhi alla lettura di questi ampi testi lirici è come una necessità non
solo di narrare una serie di eventi ma anche quella di fissarli, prima,
come sopra una lastra e piegarli poi, modificarli e in sostanza gettarli
sotto una nuova luce. Come si sa, infatti, ogni fenomeno varia e si
modifica sotto l'occhio, magari innamorato, del suo osservatore. E' quello
che fa sempre la poesia, la poesia buona, come atto di ricezione di ogni accidente, di ogni brandello di vita: diventare qualcosa d'altro,
se non addirittura qualcosa di altri. Niente, per un poeta,
trascorre inutilmente. Vige insomma, come scrive Paolo Lagazzi nella
prefazione al libro, una "intermittente, appassionata, tenace memoria".
Ricordare che sono tutte connotazioni che ci rimandano tra diversi altri a
Montale è pleonastico, tanto più per Fontanella, tra le altre cose
professore di Letteratura italiana alla New York State University (Lagazzi
cita anche Savinio e Landolfi). Insomma, è la sua materia ed ogni eco non è
altro che un indizio culturale scevro da qualsiasi epigonismo, uno
strumento che si adatta perfettamente allo scopo. Come anche naturale, mi
pare, è la vicinanza di Fontanella ad una consolidata tradizione letteraria
non solo novecentesca, lirica soprattutto, ma che tiene ben presenti tutti
gli sviluppi stilistici, appunto anche in senso narrativo e di aderenza al
quotidiano, che soprattutto nel Novecento sono avvenuti.
Se i richiami, più o meno soffusi, possono essere quelli che abbiamo detto,
[tuttavia] qui non c'è molto di "occasionale" e non solo per la dimensione
testuale delle poesie, che denota una articolata elaborazione del materiale
poetico di partenza, ma anche perché questa poesia nell'evento non si
conclude, non diventa epifenomeno di qualcosa che ha colpito l'autore,
dirottando magari verso un esercizio di stile, è decisamente antirapsodica,
come se esplicitasse la convinzione che l'occasione, se vi è, contiene una
"storia" (statica, diciamo) e un seme (dinamico), in altre parole rimanda
ad altre e ben diverse considerazioni, non necessariamente soltanto
"poetiche". Per quanto la memoria, in tutto il libro, sia elemento naturale
fondamentale, essa non è pura rimembranza, sia per l'apporto della rêverie, come annota Lagazzi, in costante dialogo con una realtà
oggettuale, sia perché Fontanella ha chiari i suoi obbiettivi poetici. Che
mi pare siano quelli di evidenziare una dimensione spirituale degli eventi,
per quanto eminentemente laica, e un loro ethos, cioè,
letteralmente, un luogo in cui vivere, in altre parole (e non è certo un
truismo) la vita medesima. Per cui il fatto, nella dimensione poetica,
diventa qualcosa di rizomatoso, per dirla con Deleuze, il fatto,
per sua definizione "passato" e tuttavia non muto, rivive di un'altra vita.
A me pare che si tratti di qualcosa di diverso dall'epifania,
dall'agnizione o da un momento meramente ispirativo. Non è qualcosa di cui
l'autore dice ah, bene, ecco un frammento di vita di cui può valere la pena
scrivere, o non soltanto. Mi pare che questa scrittura diffusa, così
fortemente fàtica, che descrive le cose nel loro aspetto sensibile e in
quello meno evidente, sia un tentativo di ridefinire certi confini, che
sono soprattutto tra la vita stessa (vissuta e - scrivendo - rivissuta) e
la morte come luogo in cui non è più possibile dire. Potremmo definire
tutto ciò semmai come una rivelazione, un disvelamento di implicazioni che
però non provengono da nessun iperuranio, o da un''ispirazione di tipo
romantico. Semplicemente già c'erano, sotto lo sguardo niente
affatto passivo del poeta, che è facile che magari impropriamente ci ricordi, nel suo peregrinare per le strade di Firenze o New York, una certa flânerie baudelairiana. Uno sguardo inoltre che in molti di questi
componimenti è condiviso, non solo con il lettore ma anche con chi, quasi
sempre, è testimone dell'evento insieme all'autore. E se non ci sono
testimoni, in queste narrazioni, ci sono personaggi letterari, gente
incontrata per strada, amici e colleghi citati, exerga e rimandi letterari,
che concorrono ad ampliare lo sguardo sulle cose. Sotto questo punto di
vista potremmo dire che in questi testi non c'è una visione strettamente
"privata", poiché mi pare che Fontanella non vi cerchi una catarsi
personale, o una purificazione dell'esperienza dal prosaico a beneficio di
un ipotetico lettore, ma che dia voce, per tutti, al possibile,
soprattutto al possibile significato delle cose. In altre e diverse parole,
non estetizza il suo materiale, e questa è una delle caratteristiche del
suo stile.
Il poemetto eponimo, Lo scialle rosso, è emblematico
dell'approccio di Fontanella alla sua materia. In una piovosa e ventosa
giornata di fine Aprile, lo scialle rosso della accompagnatrice del poeta
vola giù da un ponte di Ottawa. L'accadimento si esaurisce subito, lo
scialle rosso scompare dalla scena, per fare posto in sostanza ad un
sentire, a un sentimento del tempo che poi lo scialle, che
riappare negli ultimi versi, avvolgerà simbolicamente, proteggendolo e
chiudendo il cerchio. In mezzo Fontanella sviluppa una canzone sulla
fragilità, rispetto al caso, al mondo o all'essere altrove, la fragilità
individuale, e tuttavia la resistenza, della poesia soprattutto, come
emblema di un nucleo forte dell'uomo. Le intemperie, anche simbolicamente
intese, sul ponte di Ottawa "sbriciolano" il gruppetto di amici poeti (e
testimoni, si diceva), lì presenti, come Davide Rondoni, Plinio Perilli,
Irene Marchegiani, e scomparsi, come Giovanna Sicari, e lontane evocazione
italiane. Ma sappiamo che tutti, o almeno la poesia che rappresentano, si
ritroveranno. Lo scialle rosso quindi appare essere, come dicevo, non tanto
un elemento epifanico e nemmeno un correlativo, quanto un potente marcatore
mnemonico, in più carico dei segni del colore e del volo, da cui l'autore
procede a costruire il suo impasto di narrazione e sogno. Nel quale la
memoria non si esaurisce ma si rinnova come rappresentazione e
immaginazione (lo stesso Fontanella rammenta, in una nota, il "connubio,
che mi è caro, oscillante tra immaginazione e memoria, così come ne parla
André Breton nel saggio Situazione surrealista dell'oggetto"), pur
essendo questa poesia, va detto, ben lontana da territori surrealisti o
anche simbolisti. Naturalmente questo registro, che si ripresenta anche in
altri poemetti importanti come Dittico praghese e The old town, non è l'unico di cui dispone l'autore. In altri
testi, che per alcuni aspetti preferisco, come Lettere al padre e Canto del distacco, il tono è più eminentemente lirico/elegiaco, o
forse nervaliano come dice Fontanella, ma certo più venato di un intimo e
privato sentimento di rimpianto, una affettività che in un certo senso ci
avvicina maggiormente al poeta, testi in cui si allenta un poco la vena
descrittiva, meno assiepati di "oggetti" e di nomi, un linguaggio che non
ha necessità di articolarsi in narrazione o di dire "tutto" (come ad
esempio in Old Town e Efemeridos) perché lavora sul piano
di una percezione pura o se volete di un'empatia in cui
gioca più il cuore che l'intelletto. (g. cerrai)
Continua a leggere "Luigi Fontanella - Lo scialle rosso"
Giovedì, 15 febbraio 2018
In questo tempo si può collocare la poesia di Alessia Iuliano nell’alveo
del progresso letterario, infatti, l’autrice, tramite una spontanea
evoluzione dell’estetica e dello spirito, con l’opera “Ottobre nei viavai”
soffia emozioni alla vita per sanare coscienze con un raro farmaco poetico.
Palese come questa poesia sia un puro atto di generosità verso platee
meritevoli, che dovrebbero preferirla senza esito alcuno alla luce di una
visione di un amore universale che abbatte qualsiasi forma di cecità
poetica:
“… i cieli piangono risposte
sulle mezzelune dei colli ma
tu non puoi sentirle …”
“… Eppure senza punteggiatura giurava
col ventaglio delle vocali amo
amo, eternamente amo
entrambi …”
Nei versi del libro, essenziali e cangianti per l’iride, si scorge, senza
tema di errore, il colore di una poesia novecentesca, che ha segnato
quell’epoca, la cui riproposizione della Iuliano, potenziata e
inconsapevole, meriterebbe di segnare quella contemporanea: questo è
l’augurio più grande che le enuncio. (Francesco Palma)
Continua a leggere "Alessia Iuliano - Ottobre nei viavai, nota di Francesco Palma"
Giovedì, 25 gennaio 2018
norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre - Edizioni
alpha beta Verlag, Meran/Merano, 2017
Ci sono coni d'ombra, nella poesia italiana, zone in cui il lettore arriva
con grande difficoltà o per caso, paludi di oblio che spesso corrispondono
ad areali linguistici minoritari ma a cui non sfuggono nemmeno altri, se
non interessano all'accademia o all'editoria, un'ombra che a volte si
illumina per caso. Mi è successo, per fare un esempio, con Roberta Dapunt
(v.
QUI
). Ed ecco, ringrazio per questo Francesca Corrias, un altro poeta che non
conoscevo. norbert c. kaser (sì, proprio così, tutto
minuscolo, come lui preferiva) è un caso del tutto particolare, che trova
in questa ottima pubblicazione (a cura di Toni Colleselli, traduzioni di
Werner Menapace, introduzione di Lorenza Rega) la collocazione antologica
che merita. Poeta e scrittore altoatesino bilingue, nato a Bressanone nel
1947 e morto a Brunico nel 1978, kaser ha avuto una breve
vita travagliata, vissuta in condizioni disagiate e solitarie, con vari
tentativi frustrati di essere e sentirsi parte di qualcosa, fosse la
religione cattolica (un anno in un convento dei Cappuccini), o la politica,
nel sindacato prima e nel partito comunista poi, oppure l'università,
abbandonata nel 1971. E poi vari lavori precari per sbarcare il lunario,
compreso quello di maestro di montagna, e il ricorso all'alcool, che ha
avuto una parte rilevante nella sua salute e nella sua morte. In mezzo una
presenza di polemista, di attivista politico, di feroce critico di un
rigido establishment sociale e letterario di cui soffrivano
indifferentemente artisti tedeschi e italiani (a questo proposito va
ricordato che kaser, al di là delle note vicende
separatiste dell'epoca, ha sempre sottolineato la sua italianità). Come kaser ebbe a dire (citato da Lorenza Rega): “Lentamente
svaniscono i pregiudizi nei nostri confronti. A noi spetta la parola! Qui
dalle nostre parti si aggirano ancora così tante vacche sacre che non si
riesce a vedere niente al di fuori di questa mandria. Ma la festa dopo il
macello sarà imponente. E vi parteciperanno anche gli italiani. Anch’essi
hanno una mandria di vacche sacre. I macellai hanno all’incirca la mia età.
Il Sud tirolo avrà finalmente la sua letteratura e di un valore e
importanza tali che nessuno può oggi immaginarseli.” Il rancore che kaser sentiva crescere nel ventre aveva anche queste
dimensioni, che forse possono apparire tra l'incendiario e il futurista, ma
che danno un'idea di una potente rivolta culturale, e che se
contestualizzate rispetto alla realtà altoatesina del tempo possono fare
affermare, anche a uno studioso attento come Claudio Magris, "atteggiamenti
letterari che in un contesto culturale diverso sarebbero puberali o
patetici, in Alto Adige hanno ancora un valore contestativo” (cit. da Toni
Colleselli). Il che, in un certo qual modo, è un giudizio parziale,
riduttivo, perché rischia di confinare kaser in una
posizione decentrata, locale, o appunto contestativa, mentre stile, temi,
qualità della scrittura e anche ricerca linguistica trascendono le
"occasioni" che hanno generato il suo lavoro.
Il libro, un corpus di 175 testi in versi e in prosa (le poesie sono 140 di
cui 15 scritte direttamente in italiano), ci restituisce un poeta di
assoluto valore, a cui non è difficile riconoscere la qualifica che gli
assegna Toni Colleselli di "maggior poeta italiano di lingua tedesca",
tutt'altro che un poeta a cui affibbiare quella specie di apolidia che si
associa alla letteratura di "confine". I temi sono molteplici, e certo kaser ha sempre in sé il concetto di heimat,
fondamentale in tutta la letteratura germanofona, portatore di un legame
non necessariamente costrittivo, ma anzi fecondo, con la tradizione; c'è
certamente il continuo rimando alla realtà anche locale, alla cronaca, a un
sentire politico e sociale, al paesaggio della sua terra spesso
interpretato come grande correlativo oggettivo di un inquieto sentimento
dell'esistenza; c'è una visione disincantata e certo pessimista della vita,
c'è l'amore, c'è un sotterraneo dialogo con Dio, c'è la visione poetica
delle città e dei luoghi visitati fuori dal Tirolo, c'è il gioco
linguistico e l'invenzione fiabesca nei testi che scriveva per i bambini a
cui insegnava. Ma quello che più colpisce in queste poesie è un rapporto
con il mondo forse pessimistico come si diceva ma non domo, non difensivo,
non ripiegato su di sé, non autocommiserativo, c'è semmai una pretesa di
risposte a molte domande, l'inesausto tentativo di superare una situazione
di "inceppamento" (Magris) culturale, sociale, generazionale. Anche se,
aggiungo, chiudendo il libro resta un finale drammatico senso di cupio dissolvi. C'è in questa voce, come giustamente nota Roberto
Galaverni in una nota apparsa su La lettura nell'ottobre 2017,
"qualcosa di duro e d'irrisolto, qualcosa come un'indignazione
fondamentale, come un'impossibilità di tregua [che] attraversano
dall'inizio alla fine i versi di questo poeta, tanto da porsi come il suo
carattere più distintivo e qualificante". E' questo carattere ad imporsi
sulla scrittura stessa, che può apparire alla prima con tratti
sperimentali, per aspetti visivi e linguistici, scrittura invece "motivata
da ragioni niente affatto letterarie ma immediatamente storiche ed
esistenziali" (ancora Galaverni). Un libro di così alto valore che, a
differenza di altre mie letture, c'è davvero l'imbarazzo della scelta (comunque sempre arbitraria e ingenerosa) nel
selezionare qualche testo esemplare da proporre qui. (g. cerrai)
Continua a leggere "norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre"
Lunedì, 8 gennaio 2018
Per espresso desiderio dell'autrice, che ringrazio, pubblico con grande piacere, in aggiunta al post del 6 gennaio dedicato a Elia Malagò, il testo completo della plaquette lalange da cui avevo estratto solo due poesie, con la prefazione di Antonio Prete, seguito dall'altra breve raccolta pubblicata sempre da Fuocofuochino nel 2015, dal titolo del disamore, con prefazione di Zena Roncada. Entrambe le plaquettes dovrebbero rientrare, insieme a diversi altri testi, nel prossimo libro a cui Elia sta lavorando con impegno da qualche tempo, un lavoro che personalmente attendo con grande interesse. Con l'occasione ringrazio anche l'editore Afro Somenzari per la sua amichevole disponibilità.
lalange
La poesia di Elia Malagò è resto di una lingua cancellata. Un resto che prende respiro e energia, e sale verso la libertà dell’immagine e verso la parola essenziale e necessaria. In questo movimento, aspro e dolce insieme, la lingua porta con sé un sentire che conosce la ferita, il limite, lo scacco del desiderio. Un sentire che sa sporgersi sul vuoto di senso, sul dolore del mondo, su quel “pianto disseminato” che è poi la storia degli uomini. Con questa nuova lingua – la riconoscibilità del poeta è proprio nell’edificazione di una nuova lingua, quella “langue nouvelle” di cui diceva Rimbaud – la poesia di Elia Malagò può farsi interrogazione del visibile, e allo stesso tempo dialogo con il visibile, con il suo mostrarsi e il suo nascondersi, con il suo distendersi nel paesaggio fluviale e il suo ritrarsi nell’aridità. Un universo stranito, opaco, doloroso prende campo: parvenze di quel che è assente, frammenti di una memoria d’infanzia che non lascia detriti ma corpi e gesti e luoghi vividi nella loro lontananza, sguardo sulle ferite e sulla cenere che il sapere della civiltà ricopre di indifferenza. Il desiderio non cessa di confrontarsi con i suoi orizzonti occlusi o offuscati. Ma in una natura che mostra la sua potenza e talvolta il suo patto con l’apocalissi, si aprono a tratti cieli liberi e fluttuano immagini di forte presenza, di cui “l’estate che correva per mare e scollinava” è quasi emblema. Che sia fosca o limpida la scena, i versi collocano ogni volta il lettore di colpo nel mezzo dell’accadere. Ma tutto accade nella lingua, nel suo prendere luce e vento, suono e respiro, senso e dolore, libertà e vigore. Questo accadere nella lingua è la poesia.
Antonio Prete
lalange
1
ho dimenticato la lingua del pianto
e non so più i sapori che a cascata stanziano sotto il naso insalano le labbra guazzano il mento sbriciolano il silenzio e idioti mescolano muco e arcani vergognandosi
mi vergogno di queste parole liberate sconosciute forsanche blasfeme
2
dico te ma sento me
non ho lingua e preghiera tua che trapassi scorticata e venga fuori a brani gutturi inson miei
3
so che non c’è lingua
cantilena forse di passi d’altri contati in sonni non sognati in notti di prima che il tempo ha sottratto
so che di quella lingua cancellata
da qualche parte resta un chiodo una polvere bluastro il barlume
Nota. lalange è un refuso della memoria di lalangue con cui ciascuno si parla
soglie
ma quante ce ne sono prima che l’oltraggio basti
limiti che la verità buca con una sfrombolata e viaggiano e viaggiano viaggiano findove si spacca la terra si sfalda il muro di tufo precipitano gambe e braccia
i piedi ancora nella sabbia gli occhi già inghiottiti dal sale
quando tutta quest’acqua finirà di sole e vento, comincerà la conta
il margine
non lo aggiusti come ti pare la mattina che s’è placata la tramontana
non è la siepe che togli il dissuasore si apre nonostante le spine
il margine è maestro che si prende corrente garbino piene e rottami conta i passi e le infamità confida nei due gradoni del sottobanca raccoglie confidenze e segreti mulina l’aria di colma e si gonfia di collere indicibili
ma non lo aggiusti non si aggiusta
ti ci devi mettere davanti senza socchiudere gli occhi spegnere
libera
solleva questo piombo di cielo
contro la quarta parete che cade fitta di nubi a frastorno d’aria fogliame e rabbiume
- diciotto anni prima che ancora la luna s’avvicini tanto misure e percentuali calibrate il faccione di matto fisso lì che ci guarda
da qui a diciotto fanno un mazzo di steli l’erica svasata l’estate appena scorsa
l’estate che correva per mare e scollinava senza campo a cercare menta e rosmarino avvitata lì a una menzogna che rabbiosa e cattiva si urlava dentro la sete
la fame
che ha traversato il deserto e succhia le ossa che trova
ogni desiderio spento
te la figuri la notte che non s’accende quando lo scuro incappa il cielo in un sacco di plastica e lo tiene stretto tra stelle scariche e antichi lallalli spersi nel deserto?
che calenda di tempo e sperpero che splendore d’occhi
tutto questo pianto disseminato
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Sabato, 6 gennaio 2018
Elia Malagò - Lalange - Ed. Fuocofuochino, 2017
Eccolo qua, un altro libriccino artigianale, quasi fatto a mano, un'esile
creatura di cinque fogli A4 piegati in due e spillati, stampati dalla "più
povera casa editrice del mondo", messa su da Afro Somenzari in quel di
Viadana ( www.fuocofuochino.it ), con un catalogo che, insomma, mica male. Se nel caso di Viola Amarelli
la tiratura si attestava su 120 esemplari numerati (v. post precedente),
qui siamo all'edizione speciale numerata in venti copie, tutte autenticate
da "un bollo IGE annullato da giduglia stellata che ne comprova
l’originalità". Ma non siamo al minimalismo, né allo snobismo, né al
samizdat. Sono "solo" entità poetiche che amano manifestarsi così ai nostri occhi.
Di Elia Malagò ho già parlato qualche volta (v. QUI), sebbene non quanto avrei voluto e dovuto sia per il suo valore sia per
l'amicizia che mi ha sempre dimostrato. Valore che questo libretto non
smentisce, nella estrema sintesi delle sue sette poesie, nella raffinatezza
del versificare, nella trasparenza della scrittura, sempre costante da
molti libri a questa parte. "Lalange è un refuso della memoria di lalangue con cui ciascuno si parla", scrive Elia in una nota. Sappiamo a cosa
allude: in primis, al di là del rimando culturale, a quel "resto di una
lingua cancellata" di cui parla Antonio Prete nella brevissima
introduzione. Cioè qualcosa che va (come solo poeticamente è possibile
fare) oltre il neologismo di conio lacaniano che, come altre idee dello
psicanalista francese, si presta a interpretazioni ed equivoci che qui non
ci interessano. Il refuso/lapsus in questo contesto prende la sua
rivincita, guarda caso freudianamente verrebbe da dire, sulla "tecnica"
lacaniana (cioè qualcosa che è interno alla disciplina), perché viene da
qualcosa di più profondo e personale che nemmeno avrebbe bisogno di
definizioni, dalla memoria. Niente è per caso. Se lalangue è la lingua preverbale, quella abitata dal corpo e con cui il corpo si
parla, se è l'aspetto primevo e materno della comunicazione, il refuso ci
dice che la poesia ha già agito su di essa, raddolcendola e riportandola al
livello simbolico che è proprio del linguaggio. Qui lallazioni, incertezze,
regressioni non ce ne sono, o almeno non servono come idoli sperimentali. Ci sono eventualmente invenzioni/restauro di parole dai molti echi (frastorno, rabbiume, sfrombolata, calenda, garbino, verbi come guazzano, insalano), cioè - mi pare - recuperi di "antichi lallalli spersi nel deserto". C'è
ancora quello che avevo scritto a proposito di Golena, "è certo che in quanto a parole Elia lascia poco o nulla al caso, la sua
è una scrittura esatta", senza nessun tipo di compiacimento. C'è ancora la
limpidezza dello sguardo con cui Elia osserva le cose, la sua pianura,
sempre presente anche quando non espressamente evocata, e le idee. E
tuttavia la riflessione sulla lingua c'è ed è l'oggetto principale di
questi versi. Ma, a differenza di altri esempi rinvenibili nella poesia
contemporanea, Elia non ne fa metapoesia, cioè non pensa alla sua lingua
concettualmente. È semmai una riflessione radicale, proprio nel senso di
una "liberazione" alla radice della parola, di un suo "etimo" implicito,
perfino di una sua "blasfemia", ovvero di una rottura violenta del canone.
Il punto è che Elia sa, o si domanda, se da qualche parte c'è una lingua
cancellata, un idioma di cui rimane qualche segno, qualche "chiodo". Se
scrive "ho dimenticato la lingua del pianto" non vuole dire che non sa più
descrivere il dolore col linguaggio ma che il linguaggio del pianto non
risuona più a dovere in lei, e c'è necessità di qualcosa che potremmo
definire empatia del sé. La lalangue lacaniana? Forse, ma qui si tratta se permettete del primato della poesia,
come linguaggio specifico. Non si tratta di sciogliere un nodo psicoanalitico, si tratta di
attingere a profondità diverse da quelle meramente psichiche, scendere al
di sotto di certe superfici, recuperare un livello di comunicazione senza
orpelli salvandone nel contempo la carica poetica. La ricreazione di una
nuova lingua "esatta", ciò che ha tutta l'aria di essere un'evoluzione. (g. cerrai)
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Venerdì, 29 dicembre 2017
Viola Amarelli - Il cadavere felice - Edizioni Sartoria
Utopia, 2017
Torno a parlare di Viola Amarelli, che trovate su IE
in altri post
, perché mi piace come scrive e come pensa, semplicemente. Inoltre questo
"cadavere" è anche un oggetto che ha una sua presenza materica, essendo
stato cucito artigianalmente dalle Sarte Utopiche Manuela Dago e Francesca
Genti, e lo vedi sgomitare tra gli altri libri della libreria con lo
spessore delle sue cuciture. In più tende anche a sottolineare la magnifica
inutilità della poesia, perché vive in pochi esemplari ed è orgogliosamente
fuori da certi processi produttivi. È quindi, in questo senso, un oggetto estetico, oltre che artistico, qualcosa che si pone
consapevolmente fuori dalle mappe.
Ah, sì, le mappe. Perché lo dico? C'è qualcosa che assilla (o solamente
interessa) Viola Amarelli, e mi pare che sia la ricerca e possibilmente la
scoperta dell'essenziale che è possibile dire con il linguaggio che ci è
concesso in dote, depurando il linguaggio stesso dai fronzoli che ne
costituiscono il velame primario. Fronzoli che sono anche di fatto
culturali, prodotti di una esondazione del mondo sulla scrittura, in
sostanza alibi quando si rigetta la fatica di sezionare il reale
preferendone il topos o la mera rappresentazione. Scrive Viola:
[gli accademismi, le traduttologie, le lectiones serpentiformi,
i periodi uroborici, l'armamentario lulliano, il bilame
del computo binario, disegnassero almeno una traccia, una via di,
un sentiero, altrimenti di bravi, bravissimi, ce ne sono già tanti]
È evidente la critica, in primis della poesia stessa, ma anche la critica
della critica. Almeno come espressioni del linguaggio, non tanto come mezzi
in sé, visto che tuttavia alla poesia Viola ancora crede. È che
l'essenzialità dell'espressione è essenzialità del pensiero, soprattutto
nel momento in cui la rozza materia linguistica diventa, come una amigdala
di selce, uno strumento. Che deve essere infine consumato:
le parole sono pietre.
tu scheggiale
fino a che non diventano sabbia, polvere.
fine.
Be', qui entrerebbero in gioco altri fattori, diciamo così ideali, a parte
quella chiusa che può essere intesa in diversi modi. Uno di quei fattori è
che rarefazione del dire, frammentazione del verso, sospensioni sintattiche
e altro ancora non sono iconografia nichilista, o rappresentazione di una
realtà sfuggente e spappolata, o balbettio stupefatto dell'uomo. Sono
semmai ammiccamento, anzi avvicinamento al silenzio come perfezione
inattingibile, come forma d'arte suprema, o mistica. Naturalmente Viola sa
bene che esiste un punto di rottura in questo avvicinamento, un culmine
oltre il quale tutto precipita nel vuoto. Come scrittrice, perciò, cerca di
raggiungere semmai l'arte di avvicinarsi al limite e ritrarsi, e questo
significa, ancora una volta, depurare la parola mantenendone da una parte
intangibile il senso, per qualunque orecchio, e dall'altra dandole un
riverbero disvelante o sapienziale (ma siamo ormai lontani da Notizie dalla Pizia). Il limite fascinoso è, in altre parole, una
scarnificazione "pulendo all'ossoessenza / quello che resta, quel che
m'interessa". Processo consapevole quindi, mentre di converso il cadavere
felice, come spiega la poesia eponima, è chi non sa di essere morto, come
un arto fantasma che si illuda di afferrare brandelli di vita, mentre
invece ha subito o accarezzato "uno sciame di mediocrità". Nella visione di
Viola, critica del linguaggio e critica della mediocrità umana
("l'imbecillità dilagante") si sovrappongono, anzi sono indistricabili,
perché è nel modo di dire, nella costruzione facile, nel sintagma assestato
nella consuetudine (gli stessi che Amarelli talvolta destruttura
ironicamente) che precipita la dismissione del pensiero.
Composto di cinque capitoli ( narrazioni, cronache, dèmoni, fantasmata e cerchi), la
maggior parte dei quali inclusi, in tutto o in parte, in Fantasmata e altri inediti di cui avevo già parlato
QUI
(e quindi rimando anche a quel post, a quanto scrissi e alle poesie ivi
contenute), il libro appartiene a quel genere di poesia che se ne frega
altamente di essere lineare o assertiva, che cerca uno stile non autotelico
(lo scopo in sé) e che se fa ricerca (termine che noterete ho usato solo
una volta prima d'ora) è proprio per trovare qualcosa, non foss'altro, al
bisogno, come scrivere "una poesia semplice" (trovate il testo nel post
sopra citato) o il modo di confrontarsi a testa alta con le cose, ancora le
"nudecrude cose" che, loro sì, "se ne fottono o, più esattamente, restano
imperturbabili", o con la presenza sempre sotto traccia della morte, tenuta
d'occhio e di conto, ma da una distanza "spirituale" e tutto sommato disciplinata. Ecco, credo che questo sia un concetto appropriato,
applicabile su più versanti, sul lato soleggiato e sul lato in ombra della
collina, per dirla in termini che Viola potrebbe apprezzare. Ovvero su
quello della scrittura, per ciò che abbiamo detto prima ma non solo, la cui
sintesi espressiva, rarefatta e contundente insieme, non viene contraddetta
dai testi più lunghi, quelli ad esempio che è possibile leggere nella bella
sezione cerchi; e sul versante dello sguardo, specie quando
rivolto all'esterno, come alla sua città e alla gente (qualche esempio
ancora in cerchi e nelle poesie contenute ne La disarmata
- v.
QUI
), sguardo sempre selettivo negli elementi, pochi e fondamentali, che vanno
a comporre un'immagine che oserei dire compassionevole e partecipata di un
comune destino di impermanenza (purché non si parli di imbecilli,
naturalmente! o di certi orrori della modernità). È in fondo la disciplina della misura, che non è ritegno
né understatement, è caso mai consapevolezza dei limiti e dei
confini, anche di quel silenzio che la stessa parola poetica contraddice,
proprio nel momento in cui lo prefigura: "le belle parole / le giuste / le
sufficienti / quelle necessarie / finiscono nello stesso / punto dove
nascono. / il silenzio - sipario". Nel frattempo però... (g. cerrai)
Continua a leggere "Viola Amarelli - Il cadavere felice"
Domenica, 26 novembre 2017
Stelvio Di Spigno - Fermata del tempo - Marcos y Marcos, 2015
Di Spigno, come ad esempio De Lea (v.
QUI
, - ma con altri esiti, altre tonalità, un d iverso uso plastico della
lingua), è poeta in cui la scrittura è ricerca di rassicurazione e
identità. Lo è per diversi aspetti, a cominciare dal suo "sforzo di frenare
o addirittura di arrestare il flusso del tempo, di illuminarne una fermata" (Umberto Fiori in prefazione), il che mi pare significhi,
anche alla luce dei testi di questo libro, non solo una ricognizione per
momenti e luoghi topici della propria vita, ma anche la ricerca in essi del
proprio essere attuale. E' in altre parole un ragionato ritorno a casa
(dovunque in realtà essa sia), in cui però la nostalgia ha un'importanza
relativa, è più motivo lirico/elegiaco che epico o tragico, poiché mi pare
vi manchi un'eco lancinante, come se Di Spigno di quella "casa"
riconoscesse più la forza evocativa e identitaria che la sua mancanza.
Luogo che tuttavia certamente non "sembra proprio una casa qualunque e
indolore" (in La nudità, Pequod, 2010, v.
QUI
), una specie di disperso, molteplice e personale "posto delle fragole" su
cui Di Spigno posa uno sguardo essenzialmente rivolto al passato, facendo
un po' il punto della propria vita. Se il tempo ha un senso, quindi, - e
qui sta parte della rassicurazione - , è per il suo essere storia e replica
(come rappresentazione) di eventi e luoghi (Roma, Gaeta, Napoli, Anzio, la
Calabria...) per così dire filogenetici, di cui cioè il poeta reca traccia
in sé. E poiché storia è narrazione di sé stessa e di chi
trascina con sé, ecco che ne consegue naturaliter la scrittura che
Stelvio ritiene più adatta, un flusso di cui avevo già parlato brevemente a
proposito de La nudità, appunto narrativo, a volte ipertrofico, a
volte predittivo, e in cui, come accennavo prima, trova talvolta il suo
spazio anche l'elegia pura, quasi foscoliana, come ad esempio in Faville, ma con un certo equilibrio (ha ragione ancora Fiori in
prefazione) e poco timore di lanciarvisi pur col rischio calcolato di
qualche sbandata, conoscendo come un pilota il suo mezzo, le sue parole. In
un certo senso Di Spigno cerca e trova un'altra rassicurazione proprio in
questa lingua in cui quel che devi dire e la forma in cui lo dici sono
indissolubili, nella quale cioè elemento fàtico e funzione poetica sono
così fusi che il carattere lirico/elegiaco vi trova la sua collocazione
naturale, non extra ordinaria. Ne è così convinto che a volte si allunga e
dilunga, come già avveniva ne La nudità, non è poeta che lavori
per sottrazione, tende semmai a non buttare via niente di quel che ha da
dire, fossero anche i nomi di persone e luoghi che risuonano, per ovvie
ragioni, solo per lui. Sia i luoghi che la scrittura sono per Di Spigno, a
mio avviso, spazi mentali o ricordi "affidabili", che è necessario in
qualche modo non tradire, omaggiando e rinovellando i primi con la seconda,
anche con una certa maestria lessicale, con una capacità connotativa e a
volte esornativa del "fatto" che tende a dare una certa aura "mitica"
all'oggetto del poetare, ma che crea in definitiva una tessitura di
rilievo. Quando Stelvio riesce ad allentare un po' la pressione
sull'acceleratore del dire, a favore di una emotività meno mediata,
consegue gli esiti più alti come quelli (v. Il distacco) contenuti nella sezione Generazione mortale, a mio avviso la migliore del libro insieme a Le radici sepolte.
A pensarci bene più che di nostalgia o di ritorno ai lari, di tratta di
malinconia/rimpianto, spesso con uno schema classico e abbastanza
ricorrente di enunciazione/ipotiposi del ricordo seguita da una ripresa
attualizzante/riflessiva ("Eppure quando torno...", "E ora eccomi qua...",
"Ma intanto passano i treni...", "Qui ho vissuto tra gente...", "Ora io ti
penso...", "L'alba ride come allora...", "Ecco cosa ripetono i miei
anni...", "Li rivedo in lontananza...") con un andamento leopardiano, come
ne La quiete o ne La vita solitaria per capirci, che si
ritrova anche in un uso esteso del verso libero ipermetrico che già avevo
notato a suo tempo, segnato più da spezzature che da enjambement
significativi (ma vale la pena rimarcare anche qualche eco pasoliniana,
come in Trastevere ore quindici). Tutto sommato quello di Di
Spigno non è un mondo particolarmente complesso, perché non è
particolarmente moderno (e nemmeno postmoderno), descrive - spesso molto
bene - dinamiche intime su sfondi che, al di là della geografia, da un
punto di vista lirico potrebbero essere ovunque, salta a pie' pari (per
fortuna) tutti i mugugni della crisi dell'uomo di oggi di fronte al nulla,
preferendo cantare le sfumature di un esistenzialismo semplice. Entro il
quale, in una prospettiva ben definita, contenuta nelle due direttrici
passato/presente che tendono a riprodursi (il presente è già un passato),
l'individuo/poeta si pone come custode di una memoria che aspira ad essere
"non per rimpiangere, piuttosto per sapere dove andare". Cioè una memoria
non lapidaria, malleabile. Ma, dice l'autore, "siamo una specie senza
predizione", cioè senza futuro, senza contare che "il tempo non avanza di
un momento". Solo la poesia (ed è la fede di Stelvio) può sperare di
risolvere una tale aporia. (g.cerrai)
Continua a leggere "Stelvio Di Spigno - Fermata del tempo"
Lunedì, 13 novembre 2017
L’incendio dell’amore
di Antonetta Carrabs, LVF, 2017

Versi, luoghi intimi, sonorità sono gli elementi portanti che costituiscono
la raccolta poetica di Antonetta Carrabs dal titolo L’incendio dell’amore, LVF, 2017. La messa a fuoco del sentimento
più nobile, l’Amore, segnala il bisogno di considerarlo come un valore
sociale, etico, eterno. È la coscienza di tutti i tempi che si mette al
servizio del corpo e viceversa per favorire il massimo grado di
concentrazione sull’interno/esterno, divino/materia, un circuito che
avvampa e si prende cura, in versione poetica, delle stagioni che
fioriscono e rifioriscono grazie alla fiammata
dell’illuminazione/ispirazione. Questi versi sono torce analogiche in cerca
di struggimento e passione, in continuo cammino verso luoghi e atmosfere
emozionali. Il vessillo del sangue aleggia potentemente sul mistero che
accosta lo spirito alla carne. Un emblema che trasmette al lettore
l’elevazione dal quotidiano in maniera certa, grazie all’incontro
straordinario, che inevitabilmente accade, tra persone/personaggi che si
amano. Affini. Autentici, fragili. (rita pacilio)
Continua a leggere "Antonetta Carrabs - L'incendio dell'amore, nota di Rita Pacilio"
Martedì, 31 ottobre 2017
Un'occasione in questi giorni per prendere due piccioni, anzi tre, con una
fava. Ricorrono i morti (e lasciamo perdere le barzellette al riguardo), è
il centenario della disfatta di Caporetto e, tertium datur, le due cose si
combinano in un poeta che ha avuto alterne fortune, come gran parte della
poesia dialettale italiana. Parlo di Delio Tessa e della
sua
Caporetto 1917, «L’è el dì di Mort, alegher!», Sonada quasi ona
fantasia,
contenuto in L'è el dì di mort, alegher ; De la del mur e altre liriche, a cura
di Dante Isella, Einaudi 1985, che peraltro è possibile reperire in rete,
anche se privo di apparato critico. Tessa, come afferma P.V. Mengaldo
includendolo nel suo Poeti italiani del Novecento, è "uno dei più
grandi del nostro Novecento senza distinzione di linguaggio", aggiungendo
che "il disinteresse per questo poeta è una vergogna per la critica
italiana" (ma si era nel 1978 e a quel tempo Isella, uno dei massimi
studiosi della letteratura lombarda, stava ancora lavorando sull'opera di
Tessa). Sta di fatto che questi giudizi possono essere ancora in parte
sottoscritti, poiché è certo vero che Tessa è un eccellente poeta, basta
leggerlo anche solo nelle "traduzioni" in lingua italiana per rendersene
conto, ma è anche vero che Tessa, come la poesia dialettale in genere (ma è
categoria però piuttosto generica, basti pensare alla reinvenzione
dialettale di Scataglini e la rilevanza particolare che assume un poeta che
amo, Emilio Rentocchini), rinnova qualche interesse nella critica. Cito a
mero titolo di esempio l'edizione della stessa opera a cura di Mauro
Bignamini, per i tipi delle Edizioni dell'Orso, 2014, che prende in esame
le concordanze dell'opera di Tessa a partire proprio dall'edizione
iselliana; e in ambito più generale, sempre a titolo di esempio, citerei i
volumi
L’Italia a pezzi. Antologia dei poeti italiani in dialetto e in altre
lingue minoritarie tra Novecento e Duemila
, a cura di Manuel Cohen, Valerio Cuccaroni, Rossella Renzi, Giuseppe Nava
e Christian Sinicco per i tipi di Qwynplaine, 2014; e inoltre (ma qui siamo
decisamente sulla produzione attuale) Guardando per terra. Voci della poesia contemporanea in dialetto
(LietoColle 2011). Il Sud, come sempre, è minoranza nella minoranza, con
buona pace degli "eredi" di Pierro e Buttitta, sebbene non manchino anche
oggi voci molto interessanti (ad esempio gli apprezzabili Giuseppe Samperi
- v.
QUI
, o Marco Scalabrino - v.
QUI
), tanto che per la poesia dialettale sembra quasi inevitabile parlare di
linea settentrionale. Da ricordare infine, facendo un passo indietro,
Franco Brevini, autore dell’antologia Poeti dialettali del Novecento (Einaudi, 1987), coeva dell'impegno
di Isella, e i tributi seppur non esaustivi che a Tessa hanno dedicato
Pasolini, Fortini, Loi, Giuseppe Anceschi, Cases e altri.
Il libro L'è el dì di mort, alegher è l'unico pubblicato in vita
da Tessa, nel 1932, ma la "sonada" risale al 1919, appena un anno dopo la
conclusione della Grande Guerra, e nello stesso anno della dannunziana
"vittoria mutilata" dal Trattato di Versailles che secondo Salvemini
rientrerà a pieno titolo nella mitologia patriottica fascista. E questo è
un fatto già abbastanza singolare, leggendo quanto e come il testo mette in
scena. Non c'è nessuna vittoria da celebrare, per Tessa, c'è semmai da
ricordare l'impatto fortissimo sul sentire popolare della tragedia di
Caporetto, di quella "inutile strage" della Lettera ai capi dei popoli belligeranti di Benedetto XV, un
centenario anche questo (1 agosto 1917), se proprio vogliamo ricordarcelo.
E proprio il punto di vista popolare che Tessa cerca di interpretare, un
punto di vista forse poco patriottico, di gente comune anche preoccupata
delle sue cose e della sua vita, quella stessa gente che ha fornito i
fantaccini mandati al macello, "quelli che marciscono là... che hanno
finito la guerra e, se Dio vuole, sotto terra, a macero...", e che teme
perfino che i tedeschi arrivino fino a Milano. Da lì viene questa lunga
corale intrecciata di voci, la sua ispirazione e la sua giustificazione
anche morale: "Riconosco ed onoro un solo Maestro: il popolo che parla.
Squisitamente parla ancora un suo mutevole linguaggio sempre ricco, sempre
vario, sempre nuovo come le nuvole del cielo", scriverà Tessa nella
"Dichiarazione" che precede la prima edizione del libro. Da lì, quindi, dal
popolo, per Tessa giunge anche una patente di verità, di realtà, in qualche
modo un mandato, e insieme una forma e una sostanza, un metro e una lingua
adatta allo scopo, ordinaria, disarticolata come un cicaleccio, dialogica,
idiolettale, scenica e fortemente icastica, anche in forza del ritmo
sostenuto e insieme sincopato che la innerva, come una piazza affollata e
inquieta in cui tutti parlano tutti insieme. E' un popolo tutto sommato
senza speranza, che di lì a qualche anno sarà inquadrato nelle adunate
oceaniche del fascismo, del quale Tessa, fondamentalmente anarchico, sarà
un oppositore fino alla morte, avvenuta nel 1939, prima di vedere
l'ulteriore immensa "macelleria" della Seconda Guerra. Considerato da
alcuni un bozzettista, da altri un crepuscolare, tuttavia, come aveva
notato Fortini, il recupero di certi motivi e stilemi e il ricorso ad una
lingua popolare - peraltro, più che sorgiva, secondo me abilmente
manipolata - va considerato, specie nelle opere seguenti, pubblicate tutte
postume, anche come una posizione antiretorica, "quanto più la
contemporaneità gli si presentava con i tratti odiosi del fascismo"
(Mengaldo), venata, sembra chiaro, del "radicale pessimismo antropologico"
che gli attribuisce Fortini. Ma forse, leggendo Tessa, il carattere che più
sembra colpire è l'espressionismo che Pasolini aveva individuato, se non
erro in Poesia dialettale del Novecento, un espressionismo
europeo, per le tinte anche forti (bisognerebbe leggere ad esempio La mort della Gussona) che richiamano Dix, Grosz, Kokoschka; e per
lo stile fonico-ritmico, l'imitazione del parlato, la frattura linguistica
e lessicale fino talvolta a segnare un passaggio "dal semantico
all'asemantico" (Gibellini), la narrazione per frammenti trasposti e
rimontati, e così via (e non bisogna dimenticare che, a quanto sembra, era anche un abile performer delle sue poesie). Non è difficile immaginare, al di là del
confinamento, specie nei primi anni, in una cerchia ristretta e della
questione lingua/dialetto talvolta usata in funzione ghettizzante, quanto
fosse e apparisse moderno Delio Tessa. (g.c.)
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Martedì, 17 ottobre 2017
Davide Castiglione - Non di fortuna - Italic 2017
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Ho già scritto qualcosa su Davide Castiglione (v.
QUI
), a proposito del suo Per ogni frazione, uscito per Campanotto
nel 2010. In quell'occasione terminavo l'articolo con una sospensione,
aspettando di "osservare Davide alle prese con qualcosa di più progettato",
dopo aver sottolineato non pochi elementi di interesse in un libro forse un
po' frammentario ma dotato di "una sorta di raffinato understatement
emotivo di discreto effetto".
Credo che un po' delle cose che scrissi allora debbano essere accantonate,
non necessariamente nel senso di "meglio o peggio di". Semplicemente o le
cose cambiano o si assumono come parte dello stile di un autore, di una sua
maniera di vedere poeticamente la faccenda.
La poetica di fondo mi pare infatti che rimanga immutata. Una inquietudine
a volte irrelata, cioè non esattamente definita nelle sue motivazioni, che
si riflette sulla realtà o da essa proviene, mediante una osservazione
bifronte o bidirezionale, non sempre attivamente esercitata, ma semmai
riverberata in uno spleen il più delle volte solitario, una
cogitazione riguardo all'essere lì e in quel momento,
dove però "giustamente è tardi", "tutto è appena", essendo "fuori tempo
massimo". Si ha in effetti, leggendo questo libro, l'impressione di una
ricerca di collocazione nel reale, in cui però il caso, e non la volontà,
abbia una parte preponderante (anche nella fornitura di "occasioni"), e
dove la scrittura cerchi di mettere ordine, cedendo però talvolta alla
tentazione di mimare il disordine stesso del caso. Se si ottiene così un
effetto di scoppio ritardato, Davide ha però ben presente la necessità di
cogliere, in questi nodi, quanto vi è di poetico o di registrare quelle
piccole manifestazioni epifaniche che nel quotidiano (il tempo è quasi
sempre, anche qui, uno scorrevole presente) si incistano. Il problema (e la
necessità) della poesia di questa ispirazione, o con questa linea, sta nel
dilemma tra trovare e cercare il poetico, con una ricerca
che - rispondendo ad un bisogno di deformazione del tangibile "ordinario" -
è affidabile solo al linguaggio, alla sua capacità di trasformare
l'impoetico in poetico (ovvero, secondo un pensiero leopardiano,
nell'illusione che allontana la visione del nulla). Dico questo perché non
sempre è possibile trovare, nel qui e ora - e scriverne -,
un'illuminazione, un simbolo, una parafrasi dell'esistenza, senza, diciamo
così, lasciar fare un po' anche all'immaginazione, andare a vedere cosa c'è
davvero dietro e sotto, o inventarlo. Castiglione ha un
certo talento, per quanto discontinuo, nel fare questo, nel tentativo cioè
di dare una lettura sovrareale alle cose, e mi ricordo di aver parlato, a
proposito del suo libro precedente, di "corti circuiti poetici addirittura
eccellenti", forse in quest'ultimo lavoro un po' più dispersi. E' una
poetica dell'esistente, e quindi di un habitat, da abitare e forse
adattare alla propria sensibilità, nel quale le memorie non si sono ancora
sedimentate, è tutto ancora in divenire, da farsi, un divenire tuttavia in
cui il tempo ci sorpassa, come dicevamo prima, e questo farsi non sembra
implicare una speranza, un investimento nel futuro. E' tutto molto attuale,
da questo punto di vista, e tutto molto individuale, voglio dire
dietro c'è una generazione e insieme non c'è, c'è qualcosa di
critico e non c'è, c'è insomma una solitudine. Da un altro punto
di vista, divergente, in Per ogni frazione mi pareva ci fosse una
diversa aderenza alla realtà così com'è, o più flânerie, proprio
nel senso baudelairiano del termine, uno sguardo su una realtà che però era
forse possibile mutare simbolicamente. Ora la proiezione del tempo in
Davide è decisamente cambiata, mi pare più frantumata e disillusa, per
quanto anche allora lo fosse, vi fosse una questione in sospeso, un punto
interrogativo sotto traccia riguardo alla leggibilità degli accadimenti. In
alcuni testi questa sospensione ripiega in una oscurità del dettato non
sempre traducibile, che a volte prende le mosse da un oggetto, evento,
fatto sfumato o criptico, come una conoscenza esoterica che compete a
pochi. E' vero che a questo concorre una padronanza della lingua notevole,
a volte funambolica, con costruzioni a volte precipitanti, paraipotattiche
e seriali subordinate nelle quali il dubbio, l'interrogazione, la domanda
inevasa nuotano a proprio agio, sfociando non di rado in qualche postura
filosofica. E' pure vero che in questa scrittura capita anche di incontrare
qualche ingenuità, qualche forzatura, qualche jeu de mots palese
che non ti aspetteresti: "a brutta posta", "lo propelle una passione
gelida", "fatto sta che / ma il fatto non sta", "iniziare e frinire",
"commutano: nel senso del fare / avanti e indietro", "confessa chi fa gli
orrori di casa", "l'opera di sapone, soap, / sob", "gli animaletti sbadati
eternati nel bitume". Ma anche questo credo che rientri in una ricerca e ne
sia un po' lo scotto da pagare, Davide è un critico troppo raffinato (altra sua
attività che apprezzo molto) per non saperlo e prendersi qualche rischio.
Assumiamolo semmai come specimen di una qualche pressione sul piatto significante della bilancia espressiva. Sbilanciamento che
tuttavia (generalmente parlando, non solo nel caso di Davide) può
contribuire egregiamente a quella "obliquità" o significanza (superiore
alla informatività del significato) della poesia a cui allude M. Riffaterre
("la poesia esprime i concetti e le cose tramite obliquità. In parole
povere, una poesia dice una cosa e ne significa un’altra"). E' solo un
problema, direbbe un pianista, di pedale.
Di che parla la poesia di Castiglione? Be', in parte l'ho accennato, parla
di star solo sul cuor della terra, ma senza una singolarità che rischi di
farsi massa critica, che sia prodromo di tempi diversi, parla di un "io
immerso nel divano", che "non [sa] scegliere né rinunciare". Il giorno, il
presente di cui ho parlato altre volte, non può che avere la sua
ripetizione come condanna. C'è anche una privatezza, che qui ad esempio
trova la sua espressione nella sezione, appunto, "Privati", che peraltro è
a mio avviso la migliore, forse perché mi pare essere quella in cui di più
Davide parla di sé, più direttamente lega l'esperienza al suo sentire anche
lirico, senza troppe intermediazioni, dove anche il paesaggio urbano,
postindustriale, appare dotato di una sua umanità, per quanto residuale,
perfino di una certa affettività. Ma lo sguardo sulle cose, anche sui
rapporti sociali, sembra non solo disilluso ma volutamente privo di
emotività, come se si fosse ulteriormente allontanato quell'io
"immediatamente al di fuori del cerchio degli accadimenti, a volte un
interessato osservatore esterno, a volte uno che attraversa come un
passante l'area poetica per poi lasciarsela accaduta alle spalle" di cui
parlavo a proposito del libro precedente.
Il versante opposto è in qualche caso anche acribico, uno sguardo gettato
su una realtà microscopica, pixellizzata (e quindi scontornata), dalle
stelle agli acari, quasi che il calarsi nella realtà fosse un
attraversamento di strati e livelli, come in certi film dove il satellite
zoomando si cala nel poro della pelle del protagonista. La realtà cambia se
la si guarda da molto vicino? (ma qui bisognerebbe per l'ennesima volta riaprire
il discorso sul divario tra realtà e reale). Temo di no, temo che sia
troppo complessa per poterla sistematizzare in questo modo. Rimane certo il
grido solitario e cocciuto di fronte al vuoto, non potendo comprendere ciò
di cui si fa parte come minuscolo frammento, come la scheggia di uno
specchio immenso, against the fog but part of it, come recita un
esergo di Sean O'Brien. E non posso fare a meno di trovare, oltre agli
esiti letterari, qualcosa di eroico in questa battaglia perdente, che non è solo di Davide e di altri della sua generazione, ma nella
quale Davide è un buon soldato, con le sue armi, con le sue paure, le sue perlustrazioni in terre di nessuno, le
sue ritirate. (g. cerrai)
Continua a leggere "Davide Castiglione - Non di fortuna"
Domenica, 8 ottobre 2017
Fabio Orecchini - Per Os - Sigismundus Editrice, 2016
Conosco Fabio da un po', seppure alla lontana come permettono i mezzi
attuali. Lo conosco almeno dal 2011 (v.
QUI
), da quello che posso considerare, per quello che ne so, l'inizio di un
percorso poetico (ma non solo) attraverso una realtà che per lui non era
possibile accantonare o considerare come elemento illeggibile e buonanotte,
o qualcosa da aggirare "ermeticamente", come intorno a un idolo di pietra
che ci restituisce indietro l'eco dei nostri inutili lai, ancorché alti.
Almeno da Dismissioni la realtà ha una faccia precisa, si
manifesta concretamente come espressione del potere totalizzante, una
feroce sineddoche, una parte che si prende il tutto, in una lotta (di
classe? perché no?) che lascia sul terreno vittime altrettanto reali. Il
punto di caduta si realizza nei luoghi dove si condensano le dinamiche e
gli attriti tra singoli e sistema, dove la chimica e la fisica degli
scontri residuano sul campo scorie significative, e ferite. Dove i nodi
vengono al pettine. E' il lavoro, è l'ambiente, è la vita chiusa in un
cerchio produttivo/riproduttivo regolato quasi sempre da altri. E' il
cataclisma, il disastro , qualcosa cioè che in principio attiene a qualcosa
di destinale, ma che poi ricoagula rapporti asimmetrici tra singoli e
sistemi, tra colpiti e chi è chiamato a fornire una risposta. Dismissioni era, come scrivevo, il libro "di una
tragedia, anzi di una catastrofe industriale, del lavoro, della salute,
della disgregazione sociale e familiare che a quella catastrofe si
accompagna, la chiusura degli stabilimenti, il loro smantellamento e -
prima, contemporaneamente, dopo - lo smantellamento chirurgico di chi ci ha
lavorato rimettendoci i polmoni"; qui invece lo spunto di una riflessione
poetica è il sisma che ha colpito L'Aquila e il territorio circostante, non
tanto nella sua immediatezza quanto nella sua sedimentazione di strati,
fisici e morali, da cui è necessario risalire dolorosamente alla
superficie. In altre parole (quelle di Fabio), una "allegoria della crisi
antropologica e politica del contemporaneo".
Dette così le cose, potrebbe sembrare che il lavoro di Orecchini sia
ascrivibile alla vasta e indefinita categoria della poesia (o altra arte)
civile, categoria che quasi inevitabilmente porta con sé almeno due
connotazioni, una "politica" (nobile quanto rigida), e una "realistica"
(idem come sopra). A me pare, in realtà, che l'espressione artistica di
Fabio (scrittura e non solo) sia sufficientemente moderna (e forse post-)
da sfuggire a certe secche, soprattutto perché i "luoghi" di cui si diceva
sono qui eminentemente metaforici (o metonimici) ma anche - e forse qui in
maniera precipua - luoghi del linguaggio, dove il linguaggio riprende la
sua forza ove si libera da schemi per così dire "economici", legati ad una
produzione di senso di basso livello. Quindi, tuttavia, politica
lo è, ed è certo, se mi si passa un aggettivo un po' desueto, militante,
anche nel senso dello studio della materia e della ricerca "sul campo" che
sta dietro a questo lavoro. Un approccio complessivo a cui Orecchini non
può rinunciare, può solo sottoporlo a critica, rivederlo, saggiare il suo
grado di adattabilità all'oggetto della sua attenzione artistica.
Ci sono diversi livelli in quest'opera, come già nella precedente, un
lavoro non facile da descrivere. Direi che Fabio ha portato a maturazione
espressiva un formato di fruibilità multipla, per canali diversi. Anche
questo libro non è solo un libro. E' un testo, riguardo al quale
occorre tener conto della sua struttura, della sua forma grafica, della sua
lingua; è nello stesso tempo Terraemotus, una
installazione multilivello multimediale (anzi intermediale), che dopo aver
girato varie collocazioni ora è
in rete
(e quindi fruibile senza allontanarsi dal testo ma che col testo
canonicamente inteso ha un rapporto non strumentale nè di mero supporto
iconico, ma apporta semmai una somma di prospettive, la generazione di una
biosfera culturale a sua volta generativa, diversa da quella della seconda
edizione di Dismissioni, per la quale parlavo di "estensione
ipertestuale"). Come libro si affida ovviamente alla parola, anche qui a
diversi livelli. Per os è termine medico, ed è una via a doppio
senso, attraverso cui entra la medicina, esce talvolta il male, qualcosa si
installa e si espelle. "Per os, - scrive Fabio - per bocca e per
la bocca, somministrate siano le parole, le poche che restano". Questa
rarefazione delle parole mi pare che rappresenti diverse cose, tutte
importanti, che Orecchini vuole far risaltare: la perdita di parole è
perdita di potere, anche senza scomodare Foucault, perdita di voce
antagonista, delle "parole per dire"; è perdita di voce, progressiva
estinzione del fiato, lamento che proviene da sotto macerie reali e
simboliche, che si affievolisce e tuttavia non cessa di lanciare il proprio
grido di protesta, di rivendicazione di un diritto (alla vita, ad esistere,
ad essere identità rilevabile) irrinunciabile; il diradarsi delle parole
nel bianco della pagina, rappresentazione grafica, eidetica di questo
"resto" di parole, che diventa manifesto politico proprio perché,
paradossalmente, questa rarefazione non decade - anche retoricamente - a
mero slogan, cioè non si semplifica. Non parla troppo e
tuttavia dice molto, come un cieco che non vede ma vede oltre (ilTiresia di Giuliano Mesa che lo stesso Mesa recita nel Livello -2, Sismografie, della installazione). Siamo, in altre
parole, nel campo dell'epos degli sconfitti, un epos moderno.
Naturalmente il linguaggio, specie per un esploratore come Fabio, non basta
più, anzi tende a somigliare mimeticamente ad altro con cui entra in
simbiosi, che sia esso ciò che tenta di descrivere, la maceria, le scorie,
oppure i mezzi di espressione comprimari con i quali peraltro è difficile
competere, per ovvie differenze di codici. E' un'altra delle ragioni,
credo, di questa frantumazione linguistica. Tuttavia queste poche ma buone
parole, a volte lacerti, esclamazioni, ma comunque ben pesate, bastano ad
articolare un discorso efficiente ed efficace, un testo strutturato in sei
sezioni intimamente correlate: Ananke | I due mondi, ovvero
l'elemento destinale ma anche la "necessità di riconnettere", come dice
Fabio, i frammenti di un dolore profondo siano essi psichici, fisici o
mnemonici; de generare | la casa dentro, con un esergo che recita
"la verità rende ciechi, la cecità tutto più vero" (che vedremo poi a che
rimanda), una visione "esplosa", come si direbbe in termini tecnici, come
di interni visti dall'esterno, anche qui fisici e psichici, similmente a
case sventrate dal sisma, in cui da fuori si vedono suppellettili, oggetti,
intimità; per os | somministrare parole, è "il fuoco di parole che
devasta / mentre tutto d'intorno si tace", i perché senza risposta, "il
fallimento dell'immortalià / domestica di morire non senza aver pulito" e
insieme la parola gettata come una rete di salvataggio, " una vocec'è qualcuno? / che crepa nel muro / crepa"; OO | la memoria della crisi - SS | la crisi della memoria, ove -
ipotizzo - si recita il dramma degli equivoci di una memoria che da una
parte registra (la crisi, il dolore, la morte ed è - ipotizzo ancora -
memoria dei singoli, delle vittime, dei superstiti) e dall'altra è pronta,
a-criticamente, a ripercorrere i consueti circoli viziosi o errori ed è la
memoria corta collettiva (singoli compresi), istituzionale, è in ultima
analisi "[ l'assedio della Storia // sedimenta ] si dimentica";
segue Ifigenia | sequenza mancante, che sembra affrontare
l'incomprensibilità, quasi decimatoria, del sacrificio, del caso che uccide
i giovani e risparmia i vecchi, come l'anziana signora quasi centenaria di
cui raccontano le cronache, che sotto le macerie attende i soccorsi
sferruzzando il suo uncinetto e tuttavia, col recupero, avviene una "assunzione" al cielo, una rinascita, una dilazione del tempo (ed è la sezione in cui più la scrittura si
dirada, diventa pura fonazione, lamento, annotando qui che il linguaggio
continua a rarefarsi, poiché, come giusto, fa le spese del suo emittente,
il corpo medesimo, la sua crisi di elemento sempre più periferico del mondo
e della natura, perfino quando vittima che non capisce. Il linguaggio
allora diventa articolazione, gemito. Magari dovrebbe farsi bestemmia, ma
questo è un altro discorso, ci vorrebbe una dimensione del sacro che non ci
appartiene più. Del resto, come dice Giuliano Mesa in un esergo, "Non c'è
che questo andarsene dal dire"); infine a chiudere la sezione iato | apertura delle ore, che immagino il tempo sospeso, e che
pure c'è, tra la fine dell'evento e la ricomposizione di una realtà del
"dopo", "tra rimozione e rigenerazione", come fosse la contemplazione
immota della polvere che silenziosa si riposa sulle macerie.
Varrebbe la pena di accennare a quanto avviene sul versante installativo,
come è possibile vedere al link riportato. Ma credo che sia un'
esperienza
da fare direttamente, dedicandoci il tempo che ci vuole, immaginando
l'installazione come uno spazio da attraversare, dove il percorso è
verticale, ma contrario, è un diverso scavo, va verso l'alto (da Livello -2
a Livello 2), verso una uscita, l'aria, il cielo, del corpo, attraverso le
barriere fisiche, e della voce, che urta i denti quasi a spezzarli, forse
anche della ricerca di una verità non necessariamente raggiungibile, ma
sempre necessariamente perseguita. Immaginandola come un luogo fluido, a
suo modo sismico - come le sismografie (v. ancora il Livello -2
dell'installazione) di Fabio, "trascrizioni continue, che avvengono in
disgrafia autoindotta, su rulli di carta", di alcuni versi sempre di Mesa -
ma potente produttore di senso. Immaginandola insomma come un luogo del
pensiero, da cui forse proviene il testo, o a cui forse approda. (g. cerrai)
Continua a leggere "Fabio Orecchini - PER OS"
Domenica, 24 settembre 2017
"Racconti", dice la copertina di questo libro. Sì, certo, racconti,
narrazioni, usiamo per u na volta questo termine depredato dalla politica,
riportandolo alla sua originaria innocenza. Ma anche poesia sempre
presente, che affiora in ogni frase, come le risorgive che si incontrano
nella pianura padana. E poi Vitae, dice il titolo, con una
pluralità che già arricchisce, poiché la narrazione è di una voce solitaria
ma che racconta di sé e di altri e altro, di vissuti susseguenti e
paralleli. E quindi racconti, sì, ma nei quali la mera componente finzionale è minoritaria, delegata quasi del tutto alla funzione
poetica della scrittura, all'estetica e alla retorica di essa (siano
entrambi i termini sine iniuria), che Maria Pia padroneggia da par
suo, incorniciando perfettamente il fatto. Il quale è sempre, qui
e altrove nel suo lavoro, qualcosa di memorabile, nel senso originale del
termine, quel che deve essere consegnato ad una forma, un oggetto portatore
non tanto di rimpianti quanto di valore. L'opera di Quintavalla è
quasi sempre una resa dei conti e una dialettica accesa con il proprio
materiale biografico, con le proprie vite, per dirla con parole sue. Questo
mi pare avvenga in maniera molto più accentuata che rispetto ad altri
scrittori. Ma tutto ciò non è mai autobiografismo, c'è sempre una distanza che Maria Pia frappone tra il dato e la sua meditata
elaborazione poetica, basta leggere China o I compianti
per averne un'idea (v.
QUI
), a proposito dei quali scrivevo che pareva "una lotta feroce, non facile,
a tratti eroica, sul fronte almeno doppio dell'affollarsi del materiale
poetico e del linguaggio necessario per ridurlo alla ragione, sempre in
bilico tra tracimazione e condensazione, tra il bisogno di "narrare"
totalmente il fatto o il ricordo di esso, e quello di ridurlo alla sua
essenza poetica, decantandolo". Va da sé che questo libro non può avere né
la tensione drammatica né la compattezza formale di quelli. Va però letto
nel senso che dicevo prima, di affettuoso e partecipato repertorio di
persone, luoghi, eventi e esperienze lavorative che hanno avuto un ruolo
formativo nell'arte di Maria Pia, che sono in qualche modo lei. Un
dipanarsi di storie con la loro verità, anche quando più sembrano
essere inventate. Questo avviene ad esempio nei primi brani della prima
parte, intitolata appunto Storie, "una romanzata storia che di
vero contiene tanto, e autobiografica", scrive la stessa autrice. E'
interessante notare che se di vero contengono tanto, ma non tutto,
è perché in Quintavalla la poesia non può evitare di esercitare la sua
funzione, il suo peso specifico sulla materia prosastica (una cosa tanto
più evidente, come vedremo, nell'ultima sezione del libro) e insieme
innervare il suo indubbio talento di narratrice. E' per questo che sono -
non è paradossale - intrinsecamente veri (e molto belli), sia quando Maria
Pia parla dei suoi amori attraverso l'Italia (Nord-Sud) o del suo
conquistare e vivere il lavoro (Mi piace lavorare) o del suo essere madre
"capofamiglia a sé stessa" (La terribile età) o, ancora, la
disillusione di una relazione (Era stato un amico), in terza
persona ma che non può che essere la sua.
C'è naturalmente, in questi racconti, una vena malinconica, un come eravamo, soprattutto quando Maria Pia ricorda un periodo
irripetibile, una temperie, i suoi incontri con personaggi della cultura e
della letteratura, una Milano che non era solo da bere ma anche da
respirare, da nutrirsene artisticamente, e terreno di lotta quotidiana per una donna che doveva trovare la sua strada da sola. Un serie di ritratti (è il titolo
della seconda parte), tutti molto vividi e belli (Sicari, Campana,
Zanzotto, Porta) che restituiscono bene umanità ed atmosfera ed anche il
perché di un divenire artistico e intellettuale. E' difficile sottrarsi
all'impressione, come lettore, di uno sguardo rivolto all'indietro, di un
recupero e restauro di materiali dolorosi da lasciare o no all'oblio. Se è
un libro rivolto al passato, e forse un libro che potrebbe apparire
episodico, va però ricordato, con Paul Ricoeur, che c'è una responsabilità
(tanto più in un autore) su cosa ricordare e cosa dimenticare, perché non
si può ricordare tutto. E anzi c'è anche un problema di interiorizzazione,
di silenzio, qualcosa cioè che si decide di tacere. E questo oblio
selettivo è proprio del raccontare, è peculiare della narrazione. Ma anche, aggiunge, del perdono, cosa
che - mi permetto di chiosare - è quanto mai importante quando si fanno i
conti, anche per via artistica, con le proprie vitae.
E proprio l'ultima parte del libro, intitolata Da China in prosa è il recupero più significativo, sebbene
quantitativamente minoritario. Che è sia recupero di materiali poematici
sia un dietro le quinte che torna utile a chiunque abbia apprezzato come me China alla sua uscita nel 2010 per i tipi di Effigie. Si tratta,
come spiega Maria Pia stessa di "una sezione da China in prosa,
prima che il poeta Franco Loi mi convincesse che era metro e poesia, e a
riscriverla in China". Già questo processo transitivo prosa/poesia
(e forse di nuovo prosa, con qualche intervento, suppongo) è interessante
in sé e seguendolo ci si rende conto di quanto Loi avesse ragione, poiché
il peso specifico della poesia a cui alludevo già in queste righe è palese,
e non potrebbe essere altrimenti. Ma con questa sezione si torna anche in
qualche modo alle origini, si ristabilisce una archeologia e un ordine
delle cose in quella copiosa sorgente di ispirazione che è la famiglia, la
casa, la madre (China), le radici anche dolorose e complesse che a suo
tempo chiamai autobiologia o anche il lessico familiare di Maria Pia.
Nata prima, molto prima dei Compianti, come lei mi scrisse, China, posta proprio in fondo, a sigillo del libro, immagino
voglia chiudere - qui - un cerchio, scegliendo, come dicevamo, che cosa
responsabilmente consegnare alla memoria o all'oblio. (g. cerrai)
Maria Pia Quintavalla - Vitae - Ed. La Vita Felice, 2017
Continua a leggere "Maria Pia Quintavalla - Vitae"
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