Mi pareva di conoscere il lavoro di Viviana Scarinci, di avere qualche
chiave per penetrare la sua scrittura. Un lavoro che complessivamente
apprezzo, come apprezzo le qualità intellettuali di Viviana. In altre
occasioni avevo scritto alcune note su di lei e le sue cose, in particolare
su Piccole estensioni, con cui aveva vinto il Montano (v.
QUI
) e su un altro lavoro dal bel titolo L'amore è una bestia cronica
, fatto in collaborazione con il pittore Sergio Padovani (v.
QUI
). Avevo inoltre letto, anche senza poi scriverne, La favola di Lilith, una pièce breve in due atti in collaborazione
con Edo Notarloberti (Ark Records, 2014, con CD), un lavoro ambizioso e
interessante, in cui viene messa in scena, come simbolo protofemminista
della donna che guarda al cielo, aspira a congiungersi con Dio e non vuole
sottomettersi all'uomo, colei che secondo la tradizione cabalistica fu la
prima moglie di Adamo, ma anche, sempre per tradizione, portatrice di
elementi demoniaci. Avevo anche avuto modo di leggere qualche estratto di Il significato secondo del bianco, da qualche parte in rete.
Insomma, mi pareva di avere qualche strumento più o meno adatto all'uopo,
pur nella consapevolezza che quella di Viviana non è una scrittura facile,
che nel tempo è andata connotandosi, mi pare, per una ricerca soprattutto
sul linguaggio e sulle sue pieghe. Ma devo dire che questo Annina tragicomica mi crea qualche difficoltà di "ingresso". Che
la prefazione di Anna Maria Curci non contribuisce a risolvere del tutto,
dato che dopo averla letta mi rimane l'impressione che pur abilmente abbia affrontato il lavoro come un kubrickiano monolite.
Diciamo intanto che non si tratta di un livre de chevet, da
leggere distrattamente. Ha bisogno dei suoi tempi e di riletture
organizzate. Ma provando e riprovando, come gli accademici del Cimento,
alcune cose mi pare siano emerse. La prima riguarda indubitabilmente il
tema di fondo, quello che potremmo chiamare il basso continuo o il
canone ricorrente. Il libro intanto non è una raccolta, termine che sarebbe
fuorviante. Rientra immediatamente in quellla forma lunga che in questi
ultimi anni sembra essersi riproposta, che sta tra il poemetto strutturato
e la legatura (usiamo un altro termine musicale) di brani che per
semplicità diciamo di prosa poetica o prosa in prosa. Lo dico per
intenderci, prendendo comunque atto di quanto scrive Viviana in una nota
finale, rifiutando qualsiasi capziosa catalogazione in questo senso (e mi
pare che sia pacifico - anche - che ogni autore non ami essere catalogato),
quando afferma che "mi è capitato di ritrattare la parola verso
anche dal suo etimo, in favore di una scrittura senza quell'argine,
cercando qualcosa che si adattasse meglio alle complessità in perenne
transito (...), senza sconfinare nella prosa". Qui ci sarebbero da dire un
paio di cose, ma ne parliamo più avanti. Sono due le sezioni del libro, ben
intravate all'interno di ciascuna e tra di loro, Bambole e bambine
e Annina tragicomica, titolo eponimo. entrambe di trentacinque
testi. I titoli, qui, danno i protagonisti, gli attori, e i temi. L'idea e
il pensiero di Viviana, diciamo la missione, continuano, come nei lavori
precedenti ma a diversa profondità, l'indagine non tanto sulla condizione -
che è termine sociologico - quanto sullacostituzione in essere
della donna, del suo divenire ed essere - nel corso della storia e
contemporaneamente - natura generante e catalizzatrice di colpe, educatrice
ed educanda, forza ctonia e elemento celeste, figurante generica e
protagonista, e così via ma sempre nell'ambito di una percezione, certo
tutta maschile, per così dire verticale, che la guarda o in alto o in
basso, a seconda. Ma soprattutto, io credo, la sua capacità (e la capacità
dell'autrice) di interpretare e leggere lo spazio siderale che sta (citando
il Mesa presente in un esergo) tra "lo spreco di minuzie" e "il senso degli
atti", mediante (cito Curci) "altre modalità di accesso alla conoscenza". E
un'indagine che, aggiungerei, si sposta da un ambito più o meno privato ad
un altro più universale. E' un'interpretazione possibile? Forse. Che lo
sguardo sia femminile, e non solo per questioni autoriali, non c'è dubbio.
La bambole e le bambine, Annina e le sue derivazioni (Annie, Anna, Annetta,
eteronimi, alter ego bifronti...) sono lì a dimostrarlo per indizi.
Minuzie, frammenti, frammenti di frammenti. Che da questo si possa risalire
al senso, ricostruirlo, è l'ambizione e il miraggio di parte della poesia
italiana contemporanea. Che a volte ci si avvicina abbastanza. E' questa
può darsi la (una delle) "modalità di accesso alla conoscenza" di Curci. E
indizi, dunque, che sta al lettore reperire. Indizi che non è facile
estrapolare se non trascrivendo interi testi, perché intimamente intrisi
come elementi chimici nella fibra testuale, nella poesia (o prosa) stessa.
Sono i testi medesimi che si prestano ad una lettura polifunzionale, per
così dire, che offrono la possibilità al lettore (l' "apertura" del testo)
di sovrapporre un dato ideale o l'altro, una fiction o l'altra,
una immaginazione o l'altra, senza che tuttavia gli sia possibile
dirottare, nell'insieme, dalla visione che è di bambine, bambole, Anne,
Annette, e ovviamente dell'autrice (la corrispondente "chiusura"). Che qui
elabora la riflessione costante e evidente che certo ha animato Viviana
come donna anche al di fuori di un ambito "finzionale". Vedere, come
piccolo esempio abbastanza superficiale, il brano 20 qui riportato, che
agisce per lo meno su un doppio binario, uno puramente narrativo, l'altro
culturale e metaforico, senza contare tutte le evocazioni della
parola/target "malaffare". Penso che questa lettura polifunzionale sia
dovuta a un certo grado di neutralità della lingua adottata, parlo di
neutralità emotiva che non "pilota" necessariamente verso direzioni
specifiche, parlo anche della selezione semantica, della voluta ambiguità
di un tono talvolta verbalizzante, delle tecniche di disallineamento
sintattico o di diacronia, come ad esempio la sospensione delle clausole
(chiusure) in certe catene sintattiche, che tende a rivoluzionare
l'aspettativa ordinaria di chi legge, e così via. Un effetto anche molto
affascinante, come l'osservazione di un frammentato ma continuo pensiero
dominante.
Ci sarebbero di sicuro altre osservazioni da fare. Ma lascio in fondo
alcune considerazioni extra corpus, di carattere generale. Mi pare
di percepire in questo lavoro una certa progressiva distanza rispetto a
quelli precedenti, che non è tematica né concettuale. Distanza che è data,
pare a me come lettore abbastanza empirico, soprattutto dal lavoro sulla
lingua, come ho accennato prima, sul livello comunicativo che questo libro
realizza. E' un discorso di una certa importanza, non solo in relazione
all'opera in sé ma anche all'idea di poesia in genere. Su quanto cioè il
linguaggio influisca sull'oggetto della poesia, sul suo tema, mutandolo; se
la poesia debba essere un'arte mimetizzante, piuttosto che
mimetica; e così via (ma sono solo piccole parti della questione). E
soprattutto se la ricerca poetica, come pare sia, debba essere quasi
esclusivamente sul linguaggio, nella convinzione che da esso le cose si
incarnino, che dalla sua torsione, condensazione, astrazione le cose poi
emergano. Se così fosse mi pare ovvio che l'oggetto in sé diverrebbe secondario rispetto al modus. Tanto per fare un esempio ancora
banale, quello che Lilithportava in sé era un diverso
livello di fruibilità e rappresentazione, intendo proprio dal lato lettore.
Naturalmente Viviana è artista troppo intelligente per fare del linguaggio
un mero totem. Per cui la distanza (una delle distanze) è semmai nel grado
di evidenza del contenuto che la sua scrittura trasporta, basti
pensare a categorie forti come il "tragico" e il "comico", qui parecchio
dissimulate; o nel grado di allusione delle tematiche o meglio,
nel lavoro metaforico ma soprattutto metonimico (usiamo in senso ampio
questo termine) di scambio e sostituzione, e non necessariamente per
contiguità e nemmeno reciprocità, tra "oggetti" e lingua e anche tra
segmenti di entrambi. Un'idea, se questa mia impressione è esatta, già di
per sé intrigante ma di estremo impegno.
Siamo insomma testimoni di un percorso abbastanza evidente, di cui Viviana
ha perfetta consapevolezza e padronanza, dagli esiti ancora aperti. E
questo percorso, ripeto, ha un valore e un fascino. Ma anche io credo (e
ora più che mai parlo in termini generali, e forse anche per me stesso) un
limite per così dire "fisico" della scrittura (almeno quella lineare e
semica). Come la conduttività del silicio, la cui riduzione pone una
barriera oltre la quale è difficile andare. (g. cerrai)
Una recensione di Viviana Scarinci al mio poemetto "Camera di condizionamento operante" uscito nelle Edizioni dell'Arca Felice di Salerno, a cura di Mario Fresa, nell'ormai lontano 2009. Ringrazio sentitamente Viviana per due ragioni, la seconda delle quali è la più importante: per aver scritto con molta acutezza della mia poesia, cogliendone le ragioni non strettamente personali e semmai l'idea di fondo; e di aver ripreso, come mi ha detto, una vena e una voglia di scrivere criticamente di poesia, "sulla" poesia. Una cosa che sa fare bene (due begli esempi QUIe QUI) e che devo dire mi mancava un po'.
A volte la funzione di una domanda non è tanto quella di ottenere una risposta quanto di guadagnarsi un varco che schiuda sulla continuità di un discorso altrimenti discontinuo. Soprattutto se si tratta di poesia, la domanda assume di riflesso le stesse pause, ingiunzioni, esitazioni di un’inchiesta in cui non esistono risposte ma aperture su vere proprie camere di condizionamento.
Camera di condizionamento operante è un libriccino edito da Edizioni L’Arca Felice, l’autore è Giacomo Cerrai. Si tratta di un poema che fin dal titolo si rifà alla cosiddetta Skinner box che più o meno tutti abbiamo presente: quella gabbietta o scatola di vetro in cui viene posto a scopo sperimentale un topolino affamato. La gabbia è attrezzata per elargire cibo se il topolino apprende che c’è modo di averne in abbondanza. Ciò avviene secondo la forza che la cavia capisce di dover imprimere sul pulsante preposto all’elargizione. (continua a leggere QUI)
***
Il poemetto è scaricabile liberamente dall'Area download (v. barra laterale destra), in formato pdf o epub. Chi desiderasse una copia cartacea può provare a contattare l'editore, ma dubito che ne abbia ancora copie. Su "Camera" aveva scritto in precedenza Daniele Santoro (v. QUI)
Viviana Scarinci - Piccole estensioni - Edizioni Anterem / CiErre Grafica, 2014 (vincitrice XXVIII Premio Lorenzo Montano opera inedita)
Piccole estensioni o estensioni del piccolo? Una domanda che subito si affaccia perchè per due volte, nei suoi testi, Viviana Scarinci
parla di "estensione del piccolissimo", sottolineando così l'importanza
e la natura dell'oggetto poetico che affronta. Il titolo, se così è, è
però una maschera o un rovesciamento, un artificio retorico. Ma in nuce è il piccolissimo ad esserela
componente atomica del pensiero poetante di Viviana, imprescindibile.
Tuttavia il titolo già propone un concetto che offre non poche
suggestioni a chi legge, tutte però utili a capire questo libro.
L'estensione come misura: quella di un'area, di un campo
poetico, dai confini però non facilmente delimitabili perché la poesia
non si rinchiude. Quella di uno spazio, mentale, onirico, psicologico,
semantico nel quale, proprio per l'indefinitezza dei confini, le
variabili del dire possono essere molteplici ma solo una, quella scelta
dal poeta, assume un significato risonante. O come concetto logico
includente: la condivisione dell'esperienza, dell'amore e del disamore,
del dolore o del rammarico, e - di più - la loro estensione metaforica e
quindi, in ultima analisi la loro connotazione. Ovvero - ecco un'altra
suggestione - l'estensione come allargamento del significato:
il piccolissimo, nella scrittura, il particolare che è però marcatore di
vicende anche più complesse che forse nella vita di ciascuno possono
apparire collaterali ma che segnano quanto un gesto o uno sguardo che
diventino per qualche misteriosa ragione indimenticabili. E Scarinci,
con la sua scrittura che è giusto definire consapevole, ha ben
presente questo ventaglio di possibilità, tanto che questi territori e i
loro sconfinamenti diventano secondo e non minore strumento e oggetto
poetico della raccolta.
Ma di quale piccolissimo stiamo parlando? In questo libro, come in altre prove di Viviana (v. ad es. QUI),
è la parte sentimentale di noi, è l'affettività, è la materia
impalpabile e tagliente di cui è fatta la vita, o i sogni come direbbe
il Prospero della Tempesta, quella che comunque ci denota come
uomini e donne. E', in altre parole, quello straordinario intrico di cui
siamo fatti, tra il pensiero (la mente, la psiche) e qualla vasta res extensa
- ecco che ci torniamo - che è il mondo, il tangibile, le cose
compreso il nostro corpo, ma anche il nostro stesso esistere, la
coscienza di noi. E' - non tutto, che l'impresa sarebbe immane, ma
qualcosa - quello che percepiamo come esseri - direbbe Merleau-Ponty - incarnati
nel mondo. E' evidente quindi che tutto questo bacino poetico è
ipoteticamente inesauribile e tutt'altro che "piccolo" (meno che mai
minimale), che il "piccolo" debba essere alla fine tralasciato, che esso
sia un'unica e dominante metafora, qualcosa che precede anche
l'ideazione stessa della scrittura, il seme di una evoluzione creativa,
come un frammento di DNA. E' chiaro che quest'opera è fieramente e
orgogliosamente concettuale, senza che questo tuttavia porti l'autrice a
rinnegare o radicalizzare quella matrice affettiva e sentimentale (ma
questi due termini non devono essere fraintesi) di cui parlavo prima.
Senza, in ultima analisi, che questa visione apparentemente centripeta
denunci il benché minimo ripiegamento ermetico, il benché minimo
crepuscolo.
Non piccolo, allora, e difficile da scandagliare. Scarinci ci prova - e
ci provoca - al meglio di sé, organizza questa materia in 17 brani
squadrati e densi, che rispondono felicemente alle direttive di una
scrittura effusiva, svolta in lunghe catene sintattiche che sono linee
di pensiero e che hanno fame di un respiro altrettanto lungo, "in un
movimento senza obblighi o costrizioni, un’ondulazione nel sintagma",
dice Giorgio Bonacini nella postfazione. Ricordandomi in questo sia
certi amatissimi testi di Variazioni della Rosselli sia i suoi Spazi metrici,
ispirazione e metodo, forma e sostanza, accurata selezione delle parole
ma senza innamoramenti o facili associazioni d'idee, indagine delle
potenti correnti metaforiche che la lingua nasconde, rischio calcolato
negli accostamenti semantici, in altre parole quelle molteplici estensioni di
cui parlavamo prima. Per capire cosa intendo basta leggere con la
dovuta attenzione, l'attenzione capillare o "piccola " che queste poesie
si meritano, un testo come Non è sapere quanto ma piuttosto chi...
(v. sotto) con il largo campo semantico che lo innerva, rimandando ai
numeri, al doppio, al paio, ai punti, in ultima analisi alla coppia, a una dualità esistenziale e affettiva che abbiamo sperimentato; oppure la poesia le cosmogonie riprendevano, una perfetta allegoria del vuoto che parte dal maestoso cosmogonico e attraversa il marginale, il minuzioso, il qualunque, il tempo frammentato (e ambiguamente "minuto") e giunge alla telecamera che,
come sa chiunque viva in un ambiente urbano, in realtà riprende un
nulla identitario di comparse. Una poesia di concreta astrattezza, in
cui il vuoto (o il non visibile, come dice Bonacini) ha una gran parte e
nella quale le poche cose "concrete" (la casa, la pioggia, il cielo, la
mareggiata, una bambola, un passero ecc.) o sono de-mansionate a
fondali di uno scenario o innalzate a simulacri, se non ad amuleti, di
fatti luoghi e incontri che hanno popolato la vita. Una poesia insomma
dalle molte suggestioni e con un alto grado di resistenza. Nel
senso che, a differenza di molta poesia di ricerca alla cui durezza alla
fine bisogna arrendersi per mancanza di indizi, questa - che poesia di
ricerca è - resiste alla banale domanda "che cosa vuol dire?", alla mera
riduzione a parafrasi di un "significato", per offrire al lettore
accorto più significati ulteriori. (g.c.)
L'amore è uno di quei temi infiniti, ricorsivi,
millenari, che oggi più che mai possono permettere una poesia di
"azione", dilagante, teatrale, espressionista. Come elemento fondante
della psiche umana, esso è "cronico". Prima ancora è stato sacro, ed è
stato una delle prime cose ad avere un nome, finchè di esso, nella
modernità liquida di oggi, non ci è rimasto che quel nome, come la rosa
di Bernardo citata da Eco. L'amore è anche forse la cosa più soggettiva
che esista, e pertanto ogni tentativo di condivisione artistica
dell'esperienza è l'espressione di una rischiosa volontà di
rappresentazione, o un esorcismo. La poesia è tentativo di dare una
definizione, una sostanza all'amore, pur partendo dalla consapevolezza
dell'inanità dello sforzo. Il tentativo è scavo, e lo scavo, in poesia,
non può che effettuarsi all'interno del linguaggio, della sua
potenzialità connotativa, delle sue dinamiche espressive, delle sue
torsioni, come in questo testo di Viviana Scarinci. Nato per essere detto, recitato, ispirato in parte alle visioni spietate del pittore Sergio Padovani
con cui dialoga, il testo di Viviana impone espressivamente quella
soggettività di cui si diceva prima, ma non essendoci posto qui per
nessun "io" (la visione è per definizione un "altro da sè" che invade) e
marcando nel contempo una distanza anche dal corpo, che,
dicevo altrove, è ormai da tempo un topos di parte della poesia
femminile contemporanea, dapprima come riappropriazione, poi nuovo
terreno di disagio e luogo in cui si incrociano ancora problematiche
irrisolte. Qui la poesia, stesa in lunghe pennellate orizzontali di
sensazioni trafitte dall'intelletto, si fa in un certo senso
"concettuale", le domande, le ipotesi, i dubbi sull'essenza dell'amore
vengono "eseguiti", rappresentati e porti come pensiero e riflessione sulle sue sembianze ingannevoli attraverso un linguaggio che è trasparente e scomponibile e insieme
misterioso e sibillino. In altre parole, anch'esso - qui - "una bestia
cronica che sembra un giocattolo", "una chimera che non assolve i fatti", ma "li assorbe nella spugna capovolta dei sogni".
Rilancio qui, come avevamo deciso di fare con l'autrice e come già avvenuto in passato (v. qui), un bel saggio di Viviana Scarinci, già apparso in questi giorni sul suo blog (v. qui). E' dedicato, partendo dall'analisi di un suo testo, alla poetica di Giuseppe Piccoli, uno degli autori meno noti della scena italiana, personaggio tragico (è morto suicida nel 1987) ma lirico raffinato che meriterebbe di essere apprezzato in maggior misura. Ringrazio Viviana della sua amichevole collaborazione.
Se la lingua è una maschera, maschera di una maschera è la lingua straniera (1). Dioniso, il dio straniero, pone la sua maschera sul volto di Orfeo, significando che egli è scelto come suo doppio. Il dio straniero la pone sul volto del poeta perché Orfeo è colui che in modo innato si pone in relazione con l’incomprensibilità della lingua a partire dal suo stesso gergo, inesplicabile anche al latore. Il poeta è chi per pura necessità di relazione cerca lo straniero perché egli stesso è straniero; lo cerca per via del bisogno dato dal suo nascere e vivere in un corpo il cui linguaggio non gli appartiene del tutto perché il suo gergo, come il limbo, è luogo aperto e illimitatamente esclusivo. Il poeta riproduce per imitazione la lingua che lo circonda, e all’infinito il proprio gergo. Così come Dioniso, il dio straniero, riproduce, al di là del tempo lineare, l’atto di smembrarsi e di smembrare, e fermando il tempo nella circolarità della ripetizione si sdoppia all’infinito nei due ruoli di vittima e carnefice. È lo stesso Dioniso che nelle Baccanti di Euripide narra di come il potere allucinatorio del suo sdoppiamento avesse fiaccato in mille modi Penteo. Narra di questa sua importante prerogativa, lo sdoppiamento: mentre la vittima subisce la sua efferatezza egli può mantenersi mite, forse compartecipe. Mentre Bacco sfrenato, infuria, Dioniso comprende la pena, perché la osserva. Come se l’istinto già mostrasse la sua deriva nell’inutilità – il tempo paralizza la visione –, il poeta, come Dioniso bambino, si guarda allo specchio, come un estraneo, si vede mutare e ne scrive, giusto un attimo prima dell’ennesimo titanico smembramento.
Pupara sono e faccio teatrino con due soli pupi, lei e lei, lei si chiama vita, e lei si chiama morte (2),dichiara Jolanda Insana: c’è lei, vita che smembra; e lei morte che è smembrata, lei che compie e lei che è compiuta. Ma quando avviene che compenetrazione succede la vita muore addirittura di piacere (3). Un piacere sospetto che ha a che fare con l’autoerotismo della scrittura. Tuttavia se ciò che genera la poesia è un’illuminazione, in quanto illuminazione essa èlieta e rende così intensa la vita da somigliare al solo tripudio concesso al non iniziato, l’amplesso (4). Qui l’illuminazione è intesa come la libertà somma che la persona incontra al limitare dell’utilizzo consapevole degli strumenti umani, del corpo, zona limitrofa immediatamente a ridosso del confine tra terra straniera e terra nativa di cui dubbiamente ci si riconosce autoctoni. L’equivoco sta nel forzare una definizione riguardo il potenziale della carica sufficiente alla comprensione del confine, come sovrastruttura fittizia di un sistema lineare, ma cedevole. Wafaa Lamrani si esprime con una chiarezza lancinante al riguardo: ecco perché l’ottavo giorno è mio, dice: di modo che la lettera di quel giorno mi possa impregnare a partorire dei gemelli (5). Evidentemente l’ottavo giorno ha un genoma ermafrodito. Il cui processo generativo, la poetessa, rivela in modo inequivocabile, avviene per sdoppiamento: prima di iniziare ho chiarito con tono di sfida,ho annunciato che io e l’età siamo state separate sull’orlo dell’alienazione che io e il tempo siamo stati per sempre due volte (6). Una simile condizione rende impossibile la linearità, una misurazione unitaria del tempo, un sentimento univoco delle cose. L’iniziazione si basa sulla ripetizione dell’azione originaria del dio cui il rito si rivolge, è la ripetizione dell’evento inaudito, il cui potenziale irrisolto grava sull’umanità in modo universale, ponendo la necessità di un atto liberatorio che si basi sul ripetersi di questa azione nel tempo, questo movimento sdoppio, che fa convergere l’origine del culto nell’iniziato, conferisce al tempo un suo carattere presunto ma credibile, di circolarità. Il poeta, nei panni di Orfeo, come s’è visto, incarna a pieno titolo il ruolo di iniziato al culto dionisiaco, perché, ne sia o non ne sia consapevole, percorre concentricamente lo stesso atto misterico di smembrasi e di smembrare,più volte, se è necessario fino alla fine e nell’ambito dell’esistenza che le sue età scandiscono linearmente. Non in assenza di questa perversione temporale che comprende linearità e concentricità in una commistione che in questa sede non può che essere indagata poeticamente, non in assenza del mondo, ma nel suo intestino fenomeno, che è la quotidianità. Qui non altrove, i misteri si compiono. Con la stessa obbedienza che una funzione corporale richiede. Qui nasce la poesia. Questa sospensione, scrive Iole Toini, ci consegna a un dopo invisibile, nel segno della bocca che pronuncia l’altra cosa, (…) In questo luogo la memoria è futura, conta l’esatta distanza fra il corpo e la sua assenza (7). Forse questa ripetizione è ciò che certa psicologia chiama coazione a ripetere o è quel barlume d’individualità che tenta un compimento, tutt’altro che oscuro anche se per molti versi inconsapevole: la salute. Salute come afflato all’integrità. Integrità come capacità atta al contenimento del doppio. Un doppio che è il corpo sensibile e l’occhio che lo guarda, uno sguardo introiettato che assume per assurdo, potere seminale, e diventa identità della parola poetica. Il resto perde. Non può che soccombere a questo piacere. Quando le due: vita e morte, compenetrano che cosa sono il nome, il verbo, l’identità? Né il divieto annulla né l’imperativo plasma né il nome contiene (8) ein ciòil livello di devianza è tale e tanto che si finisce per parlare dell’anima come di una cosa nostra (9).
(1) Giudici G., Il male dei creditori, cit. Cortellessa A., La fisica del senso, Fazi Editore 2006, p. 164
(2) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17
(3) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 17
(4) Zolla E., I mistici dell’occidente I, Adelphi 2003, p. 24
(5) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168
(6) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 165
(7) Iole Toini, Spaccasangue, Le voci della luna, Sasso Marconi 2009, p. 45
(8) Wafaa Lamrani, Non ho peccato abbastanza, Antologia di poetesse arabe contemporanee, Mondadori 2007, p. 168
(9) Insana J., Tutte le poesie (1977-2006), Garzanti 2007, p. 25
I versi delle poetesse citate in questo ambito sono parafrasati per favorirne la lettura. I testi originali cui si fa riferimento sono riportati di seguito:
Jolanda Insana http://tattichesiamesi.blogspot.com/2009/08/lei-e-lei-jolanda-insana.html