Venerdì, 29 giugno 2012
Mario Fresa - Uno stupore quieto - Ed. Stampa2009, 2012, "La collana", a cura di M. Cucchi
Un senso di insopprimibile inquietudine è il sentimento predominante
nella lettura di questo ultimo libro di Mario Fresa. Dietro la copertina
innocente e il titolo insospettabile ci aspetta un mondo incerto,
mobile e perfino poco sicuro, visto che si parla (anche) di metamorfosi
kafkiane, di sicari, di morte. Si incomincia la lettura di ciò che non
ha importanza definire prosa poetica o poesia in prosa, e ci si ritrova in un terrain vague in cui i tradizionali punti di riferimento
che ci conducono per mano verso un confortevole traguardo del senso
vengono a mancare progressivamente. Siamo lettori precari, in balìa
dell'immaginazione dell'autore, del suo onirismo ragionato con cui
rovescia il consueto complesso di inferiorità di chi scrive ("oddio, mi
si capirà?") nei confronti di chi legge e instaura - e sospetto con
molto divertimento di Mario - una sua personalissima dittatura. E
tuttavia è in questa precarietà che il lettore accorto cerca e trova il
suo equilibrio, la sua "colmatura" dei vuoti, incastra il "suo" senso.
Lo "stupore" del titolo, parola che interviene più volte nel testo, non
ha niente di romantico, né è quieto, ma assomiglia più ad un
avvertimento a stare viceversa all'erta, a non farsi cogliere
impreparati o in uno stato ipnotico, a cui la realtà - anche di tutti i
giorni, anche di cronaca - rischia di ridurci. Può essere lo stupore
della morte, oppure di inusitati sbocchi di eventi, o di svolte
inopinate nell'andamento naturale delle cose. Ci sono vari personaggi,
personalità forse multiple, maschere in commedia, insospettabili,
malati, assassini. C'è l'autore stesso, ovviamente, di fronte al mondo,
alla vita, ai suoi dolori e alle sue ridicolaggini, alle sue perdite e
alle sue ingiustizie, a cui cerca di porre qualche risarcimento, qualche ricucitura, con la scrittura.
Direi che non si può parlare di versificazione, qui, o forse è inutile.
Richiamare il verso lungo, come fa M. Cucchi nella breve prefazione,
non indica molto. Il riferimento in tal senso a esponenti del 900 è
ammissibile direi più in termini morfosintattici, di utilizzo delle
catene semantiche in un certo modo, dei traslati, del linguaggio comune ecc. Chi
indicare? l'andamento prosastico e "parlato" di Raboni, ad esempio del
suo "Cadenza d'inganno"? un Pagliarani più decostruito? Vai a sapere...(e del resto, già in "Alluminio" (v. QUI) erano presenti molti elementi del Fresa odierno). A
me, che mi piace l'azzardo, è venuto in mente Gadda, non tanto nel
senso del pasticcio linguistico, della geniale enumerazione
dell'ingegnere, quanto dell'ironia (che anche Cucchi segnala) sempre
sottesa a questa "disarmonia prestabilita" di Fresa, ma anche - e non a
caso, direi - l'andamento un po' improbabile del melodramma in agguato.
Comunque sia, Fresa è uno che ci sa fare con il linguaggio, da una parte
aborre la retorica, dall'altra la conosce tanto bene (e conosce bene i
meccanismi che innesca nella nostra mente) da architettare tranelli
tanto simili a quelle buche coperte da innocenti ramoscelli in cui casca
la tigre. Avviene così di ritrovarsi in un ambiente, in una storia (?),
in un sogno che non è il nostro, in un dialogo che ci appare
decontestualizzato, in una frase che non termina e ci lascia seccamente
di fronte, per dirla con Borges, a sentieri che si biforcano. Si cade,
sotto molti aspetti, in un abile tranello narrativo, con la nostra
stessa complicità, dato che vengono frustrati certi esiti che la nostra
mente di lettori ingenuamente si aspetta.
Non credo che sia del tutto fuori luogo, nel caso di questo libro,
accennare da una parte ad una presenza dell'onirico come mimesi del
reale e valorizzazione e nobilitazione dell'ordinario e dei suoi sbocchi
anche inaspettati; dall'altra ad un linguaggio finzione, quasi campionato
da segmenti di nastro magnetico (ecco, ora mi viene in mente Beckett),
o da citazioni di citazioni, e messo in teatro in testi anche complessi,
anche vertiginosi; dall'altra ancora a ciò che vorrei definire una
narrativa "a iati", per sottrazioni o atti mancati, come in cerca di
autore, ma - per le ragioni che dicevamo - niente affatto reticente,
anzi fortemente suggestiva, nel senso etimologico del termine. Per
questo mi pare che sia una piccola sottovalutazione parlare, come fa il
prefatore, di "uso regolare del parlato, per quanto senza eccessi"
(corsivo mio). Viceversa l'insieme degli elementi a cui accennavo
costituisce un "eccesso" felicemente "sregolato", il fascino maggiore di questo libro ed
anche la sua carica "sperimentale", a cui corrisponde la richiesta di
una forte e consapevole partecipazione da parte del lettore. (g.c.)
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