Nicola Grato - INVENTARIO PER IL MACELLAIO - Interno Poesia
2018
E' difficile dire qualcosa di questo libro prescindendo dal suo titolo. Un
titolo è importante, lo dico con qualche cognizione di causa. Nei libri di
poesia è quasi sempre campato in aria, o ripete un verso disperso
nell'opera, ecc., a parte certi titoli memorabili, come Allegria di naufragi, per citarne uno. Ma quello di questo libro
dà l'impressione di essere, per dirla con Genette, un titolo tematico.
Insomma, un titolo forte, che dà una robusta indicazione. Perciò è con una
certa sorpresa che poi, leggendo, ci si ritrova in una atmosfera che non ha
l'odore del sangue né l'ossessione tragica di dare un ordine inventariale
alle cose.
Le cose, certo, ci sono, e appartengono anche nel caso di Nicola Grato a
quello che più volte ho chiamato un universo ristretto. Ovvero
qualcosa di insieme concentrato e "vero" (vero per chi scrive), di
universale e insieme strettamente privato, di condivisibile e insieme
inconoscibile per chi legge. E' il mondo visto da una prospettiva
personale, una vera "soggettiva" in senso cinematografico su una realtà
essenzialmente domestica. Va da sé che ogni poesia è soggettiva,
anche quando chi scrive fa di tutto per defilarsi. Si tratta di vedere
quali, quanti e di che qualità sono viceversa gli oggetti poetici, gli
elementi affettivi, emozionali, estetici che passano.
Questo è fondamentalmente un libro che un giovane dedica alla memoria, a
una memoria che riguarda i morti, certo, ma anche una memoria come valore
etico, come elemento sociale, come eredità ed identità e magari, infine,
come debito ancestrale, verso un luogo circoscritto, che forse la maggior
parte dei giovani abbandonerebbe. Insomma una memoria che rammemora sé
stessa. Sintomaticamente tutto questo è anche memoria della forma, sotto
diversi aspetti che si riflettono soprattutto sulle scelte stilistiche e
prosodiche di Grato, e debito culturale, stante che la versificazione di
Nicola è quanto di più aderente ad una tradizione si possa immaginare. Già
i testi di esordio della raccolta (ed è per questo il senso di straniamento
di cui parlavo sopra) ci spediscono proprio in quell'universo circoscritto
tanto lontano da qualsiasi ipotesi "forte" [anche vaghissimamente
grandguignolesca o tragica] quanto può esserlo un salotto gozzaniano.
Infatti è proprio Gozzano l'autore che più spesso viene alla mente,
soprattutto per le piccole cose, gli oggetti che vengono quasi enumerati,
le molte "cianfrusaglie di tante vite, / cose da poco, monili / perciati
destinati al fuoco". Eppure questi ambienti sono scenari di morte, una o
più, e stratificazioni di un dolore che però sembra rattratto, un po'
frenato, trasferito subito su una malinconia elegiaca che è già - anche
prima di una ipotetica funzione catartica della poesia - elaborazione e
accettazione. Come un bighellonare col pensiero in un villaggio che siamo
rassegnati ad abitare, e che quindi non può nemmeno alimentare una
nostalgia, un ritorno alle origini, visto che siamo già qui. La cifra
complessiva è proprio questa e ruota intorno alla perdita (della madre si
suppone, del padre) però come dicevo già in gran parte metabolizzata
proprio per via poetica. Soprattutto attraverso il fattore poetico per
eccellenza, in una poesia di questo tipo, e cioè il ricordo, uno sguardo
che indugia molto, poi, sugli elementi totemici del ricordare stesso, le
cose, gli oggetti che popolano le stanze, che intermediano tra presenti e
assenti, ne sono - e questo è importante da capire - le spoglie in qualche
modo "animate". Chi scrive è come immobile al centro di questa
perlustrazione dell'ambiente quale contenitore dei ricordi. Il tempo è
fermo al momento degli eventi, privandosi di ogni dopo, come in ogni lutto
che si rispetti. I calendari sono fermi "da una vita a dicembre", gli
orologi sono fermi, le foto, ovviamente, sono congelate in eterno, come la
luce, "una luce / di vetro il giorno ch’è morto / mio padre in dicembre – /
mia madre in aprile". Il legame con tutto questo è forte, si ha quasi
l'impressione che Grato lo viva come impossibilità di distacco, anzi con
una qual soggezione, un "riguardo" che trova qualche riflesso anche nella
lingua, con qualche accento dialettale (settimanile, perciati, cunto,
azolo, balata) che però Nicola non usa in senso pittorico o espressionista,
ma come esornazione o come elemento "nomade" (all'interno dell'italiano) di
un rimpianto.
Le cose migliori, alcune delle quali ho riproposto qui, Grato le esprime
proprio quando si allontana un po' dal memoriale elegiaco per volgere lo
sguardo all'intorno, per osservare con occhio meno privato ma non meno
dolente la vita, per riflettere su quanto di più universale il pensiero può
cogliere anche all'interno di un mondo circoscritto, come ad esempio nella
sezione Sommario dell'abbandono o in parte anche in Un paese di persone in volo. Si intravede qui quello che forse
intravede, poeticamente parlando, l'autore. Cioè l'esaurimento di una
tematica, come ultima elaborazione del ricordo malinconico, o del rimpianto
(e non potrebbe essere altrimenti), e il passaggio verso altre domande su
cui esercitare forse anche un diverso linguaggio o addirittura altre forme.
Insomma, una raccolta in cui forse Grato avrebbe potuto, con i mezzi e la
materia che ha, tentare di andare un po' più a fondo, magari contrastando o
arricchendo il dato memoriale, la massa oggettiva delle "cose" con uno
scatto immaginativo, imponendo alle cose stesse il suo intimo,
trasfigurandole. Ma va detto, a parte queste considerazioni che, come
ricordo sempre, sono solo un punto di vista, che quella di Grato è
complessivamente una poesia piuttosto buona, proprio nel suo essere
tradizionale, anzi crepuscolare, con un orecchio stilistico particolare per
musica e metro, assonanze e rimandi, rime interne e consonanze, insomma con
una cura della lingua che si fa notare. Come dicevo sopra, i mezzi ci sono,
e anche la materia, forse non sfruttata (o aggredita) come avrebbe dovuto.
Immagino che Nicola vorrà mettersi alla prova con altri temi, con altri e
più ampi orizzonti. (g. cerrai)
Laura Garavaglia - Correnti ascensionali – CFR,
2013, con immagini di Daniela Gatti
Mi capita spesso di leggere libri d’artista in cui dipinti e fotografie
vengono associati, a volte, in maniera tematica, alla poesia: alcuni
progetti sono originali e ben costruiti, altri meno, ma ne apprezzo sempre
il connubio, la fusione, la potenza del linguaggio poetico comune a tutte
le espressioni artistiche. Correnti ascensionali di Laura
Garavaglia, CFR 2013 è molto più di un libro d’Arte. È uno scrigno di
gioielli: poesie in lingua italiana con traduzione in inglese di Barbara
Ferri, in romeno e spagnolo di Mario Castro Navarrete, e fotografie di
porcellane (medaglioni, vasi, centrotavola) di Daniela Gatti. Le
combinazioni sono eleganti e illuminanti. È sacro il dire e il fare delle Correnti, infatti, il percorso razionale, visionario e intimo
trasforma i particolari in affascinanti contemplazioni del tutto. Così le pagine non interloquiscono solamente con le
immagini, ma, soprattutto, con il controcanto di altre lingue per
declinare, solennemente e miracolosamente, l’appartenenza alla stessa
natura. Il lettore è accompagnato dal senso di realtà presente e da aspetti
folgoranti del passato nella bellezza di metriche e colori in cui la
fascinazione emozionale indica direzione e partecipazione. (rita pacilio)
Il bambino sviluppa da subito un legame affettivo con l’insegnante, il
quale resta, comunque e da sempre, un punto di riferimento
affettivo/comportamentale e di vicinanza. Il fattore di attaccamento (vedi
teoria dell’attaccamento di Bowlby) garantisce al piccolo la sopravvivenza
in un ambiente sociale in cui il bisogno di protezione è prioritario quanto
la necessità di scaricare pulsioni e di alimentarsi. Nei primi scambi
insegnante-bambino possono manifestarsi momenti di sconforto/conforto e
segnali di richiesta di aiuto (contatto fisico, paura) esibiti dal bambino.
Quindi, la relazione tra i due diventa struttura portante per la formazione
cognitiva, psicologica ed emozionale del bambino, ma anche dell’adulto con
cui tutti i giorni il piccolo viene in contatto. Infanzia resa,
importante lavoro poetico di Sebastiano Aglieco, poeta e insegnante, non è
un libro fiabesco, anzi. Ci troviamo di fronte a una struttura acquisita
del conoscere la realtà semplice e affabile dei bambini in maniera civile e
visionaria. Il libro è introdotto dalla prefazione dell’acuto Massimiliano
Magnano e si conclude con una illuminante intervista curata da Vincenzo Di
Maro. Sebastiano Aglieco, nella sua nota e nell’intervista, ha premura di
accompagnarci nella lettura di alcuni testi e sezioni inserite nel libro
(Collana Radici, Il Leggio Libreria Editrice, 2018 diretta da Gabriela
Fantato); infatti, ci suggerisce, con tono pacato e naturale, di
approfondire e soffermarci sui colori di alcuni passaggi a lui cari e
mettendo a fuoco i piani universali della poesia, molto spesso persa nei
labirinti superficiali della disattenzione. L’ambientazione è la scuola e i
personaggi gli studenti: qui la poesia fa il suo ingresso come metodo di
comunicazione, descrizione e azione autentica per identificarsi con il
proprio e l’altrui animo. Un concreto nucleo di concentrazione del mondo
come riferimento straordinario per esaltare immagini e pensiero: la tecnica
espressiva del poeta ci educa al desiderio di indagare il vissuto
sensoriale di ciascuno di noi, lettori/allievi, usando toni sacri
dell’esperienza quotidiana al fine di evitare il rischio di allontanarci
dalla vita. Aglieco imbastisce un canto delle origini di declinazione etica
e umana in cui l’amore per la fedeltà al confronto assume sembianza
analitica e incrocio/fusione di identità. Non è casuale incontrare il poeta
bambino nell’adulto e l’adulto nel piccolo, una osmosi etica che riconsegna
vita alla vita per osare la via diretta della verità. (rita pacilio)
Valeria Rossella - La città di Kitež - Nino Aragno Editore, 2012
Kitež è una città mito. Al centro di una leggenda russa ripresa anche
da Rimskij-Korsakov in una delle sue opere, la città, di fronte alla
minaccia dell'invasione dei Tartari nel 1200, si inabissa nelle acque
del lago Svetlojar per rendersi invisibile, apparendo soltanto come
immagine speculare, raggiungibile solo forse con la fantasia, simbolo,
in questo libro di Valeria Rossella, anche di una
duplicità dell'esistenza, "luogo nascosto - come nota Giovanni Tesio
nella sua presentazione - del rovescio e del riflesso, luogo
inafferrabile e misterioso, che trasforma i morti in vivi,
nascondendoli nello specchio sfigurante del contrario".
Confine, quindi, osmosi di linguaggi, occasione per rimeditare la vita
da altre prospettive, come se si guardasse il cielo da sotto la
superficie dell'acqua.
Dei ricordi, dei rimpianti, del non detto, dei luoghi in cui avremmo
potuto essere, delle azioni non portate a termine, di questo è fatta
quasi sempre la poesia. Ciò che connota questo bel libro, il filo rosso
che lo attraversa in tutta la sua estensione, è il tentativo del poeta
di una continua ricostruzione del tempo lineare, un ritornare
sui propri passi che però non è comune seppur poetico recupero del
ricordo, bensì volontà di rinvenire in esso una svolta del pensiero, una
piega nascosta dei fatti, una curvatura dell'esperienza in cui anche la
cultura che sostiene Rossella ha una parte rilevante e feconda, essendo
insieme chiave di lettura del cammino inverso e innesco di epifanie
rivelatrici. L'altro filo rosso è l'amore, sia esso l'amore per l'arte e
la sua lingua sottile che troviamo nella sezione Ut pictura poesis
(ovvero, secondo Simonide, pittura come poesia che tace, poesia come
pittura che parla), o l'amore per il compianto marito, il poeta Fabio
Doplicher, nella commovente poesia estate, o triste. Inutile
negarsi che questo lavoro poetico di "afferramento", se vogliamo di
restauro del vissuto attraverso la scrittura (o la ri-scrittura), è per
sua natura (anzi per la nostra natura di esseri umani) carente,
parziale, latente direi come una lastra fotografica, e forse destinato
ad una onorevole sconfitta, come se ai nostri destini sovrintendessero
quelle "scimmie divine" che danno il titolo ad un'altra sezione del
libro, abitanti di un Olimpo ottuso e violento, forse un po' anarchico,
ancora più distante del Dio che crediamo di conoscere, qui quasi del
tutto assente come il proprietario di un triste albergo a cui tutti
siamo diretti. Il sentimento della morte ("la Camola del tempo") è
sempre in agguato in queste poesie, traspare da un quadro di Velasquez,
da "una ragazza [che] cuce / sotto la pergola tra foglie di vite", una
dissimulata Parca, da una delle "geografie" (è il titolo dell'ultima
sezione), luoghi fisici e dell'anima, spazi pieni di echi e di
inquietudini, posti in cui si è stati, si ritorna, si registra il
cambiamento.
Tuttavia su tutto spira quasi uno spirito stoico, controllato ma non
distaccato, temperato da un'ironia che a tratti emerge, che prende in
certi casi forme metriche ritmate e cantabili, per poi ritornare senza
timore verso toni elegiaci, soprattutto, ripeto ancora, quando il tema è
il ricordo del marito scomparso, come nella bella poesia Anzolo de sti loghi calmi, verdi, de aqua,
in cui il dialetto triestino (Rossella è torinese) è scelta di
adesione, è gesto poetico di estremo affetto. Ma quello che importa di
più in questo libro, a mio avviso, è la forte centralità del poeta
rispetto alla materia poetica che riesce a maneggiare senza che ne
debordi un io invasivo, rispetto ai confini tra passato e presente, a
questi bivi tra luce e ombra che si è messo a perlustrare concedendosi
pietà senza scivolare nel lamento né senza lasciarsi travolgere da
confessionalismi sentimentali.
Contribuisce a sostenere e condurre il libro anche una musica ariosa in
cui un ricco linguaggio si effonde in versi liberi, una musica che,
specie quando "suona" temi del tempo e del rimpianto, mi piace definire
leopardiana (con certi avvii talvolta, con certa scelta di termini che
mi fanno pensare ad altri poeti che amo molto, il Raboni de Le case della Vetra, il Giudici de La vita in versi,
Orelli, forse anche Fortini, Erba, e certo in questi versi si trova
molta della bella tradizione italiana e forse qualche traccia, in
ragione del lavoro di Rossella come traduttrice, della fede nella parola
della amata poesia polacca). (g.c.)
Ricevo e pubblico volentieri questo articolo di Narda Fattori, che ringrazio.
Sandra Vergamini, Il tenero peso dell’ombra, Edizioni Lepisma
Leggendo la prefazione di Maffia a questa bella silloge della Vergamini, poetessa che mi era sconosciuta, mi ero orientata verso un tipo di poesia che non
amo particolarmente perché, se non raggiunge vette sublimi, resta un continuo rimando al sentimentale, al dolente, all’euforico, al carnale, ovvero
all’amore fra uomo e donna che da sempre ci ha donato versi inimitabili; riaffrontare il tema significa cercare di piantare la propria pianticella in un
giardino rigoglioso. Ne resterà soffocata? Il confronto mostrerà nella sua piccolezza?
A dimostrazione che non si debbono mai avere pregiudizi, credo di avere riletto più volte la prima poesia: parlava d’amore o di oltranza? Parlava di un sé
fuori di sé o di altro che non si può mai del tutto conoscere e possedere? Parlava di finestre spalancate o di spiragli? Di un dolore antico e quanto
antico?
Come lettrice, la Vergamini , mi aveva già catturata. La mia lettura è corsa più spedita, mai affrettata però perché la poetessa ha l’abilità di farti
fermare con un improvviso scarto di visione, con l’intrusione di un insospettato elemento e quanto credevi di avere capito doveva essere nuovamente
riassemblato. Come in questo caso:
“ …/L’indicibile appare d’improvviso./ Non c’è tempo/ per calcolare il raggio d’azione./ Solo fermarsi/ sollevare lo sguardo/ e accecati/ vedere
finalmente oltre
. “; l’ossimoro presente , peraltro non inconsueto, dà ragione di una verità che si cela nell’apparenza.
Una caratteristica della poesia di questa silloge della Vergamini è un procedere dalla luce all’ombra e viceversa, mancano i rigurgiti del sentimento,
l’oblatività, gli effluvi dolci e amari: l’amore che dice, con voce ferma e frammentata è indirizzato, ha un oggetto, ma di questo oggetto non sappiamo
nulla ; Sandra ci permette solo di conoscere la selva disordinata e pure fitta e organica delle sue sensazioni e dell’irruzione di visioni e riflessioni.
Irrimediabilmente la poesia mette in scena il sé, il nostro essere dentro le esperienze e il mondo, così come esiste una poesia elusiva che si maschera e
nasconde , una che fa che del proprio sentire il centro del mondo e una che si limita a censire senza affanni e senza ritrosie, che possiede un’umiltà
statutaria non meno vera e assoluta:
Non è per gioco
che il suono scivola nel fango.
E’ che i suoi gusci come fusti leggeri
sono volati al vento.
Dentro
l’anima nera rivendica il suo turno.
S’alternano così la notte e il giorno
fino a quando un’eclissi di memoria
oscurerà il nostro canto.
C’è in questi versi una consapevolezza della fragilità che è anticipatrice di future ombre che una candela non basterà a mettere in fuga, sarà solo tremula
compagna, speranza breve e fumigante.
Il dono d’amore non basterà a porre i giorni sotto il sole; già ora è inquieto e instabile, si presenta e si ritrae , illumina e oscura, presenza- assenza
che duole come ferita che più non sanguina ma che ancora non è guarita.
Anzi, l’amante quasi auspica la conservazione di questo suo stato di dolente insicurezza, perché da questo trae nutrimento: lo sappiamo in tanti che
l’amore felice non ha versi, ma gesti, quello infelice ha lamenti e richiami, tentativi insoddisfatti di ricomposizione di un mosaico frantumato.
La comunione fra due identità lascia sempre qualcosa di taciuto, di sospettato, forse anche di inviso; e quel silenzio scava abissi che poi sono
impossibili da oltrepassare.
Eppure mancano i rimpianti:” Sono felice/ di averlo avuto con te/ il mio spazio d’eterno./ Rimane molto più di quel che pensi/…”
Credo che chi ha conosciuto l’amore possa condividere i versi sopra citati e conservarli nella teca dei tesori. Perché solo a chi è fortunato è toccato in
sorte l’amore.
Eppure questa silloge non è dedicata all’amore; a me pare che si spalanchi a quel mondo privato e universale che definisce, ci ulcera e ci lenisce.
La lettura del libro motiva anche il titolo: l’ombra che resta è tenera e lieve, non sottrae, aggiunge.
E’ una bella lezione di poesia e anche di amore, di visione, di emersione e di immersione; un bel libro dove anche l’ombra respira.
La poesia di Gaetano Benčić lascia un retrogusto inconfondibile che dopo una prima lettura invoglia a recuperare quanto andato perso nel primo
assaggio. Ha un che di fiabesco, con quelle ombre e quei colori, saldamente piantato nella terra d'Istria, con i suoi paesaggi avvolti dalla bruma,
quando catturata dai crepuscoli o dalle albe sembra ripopolarsi di presenze ancestrali, quando tutto sembra possibile allorché il sogno varca la soglia
del reale presentandosi sotto sembianze inquietanti nella loro pudica ed aspra dolcezza. Nel loro fascino, insomma. Un indissolubile legame con la
natura vi traspare in controluce, evidenziando il lato essenziale delle cose, il nòcciolo pulsante dell'essere di un inquieto cuore(Il pavone sull’antenna). Osservatore e al contempo vivo e partecipe testimone, Benčić dà voce a questa esperienza inusuale ed irripetibile,
autentica e facilmente condivisibile dal lettore. Vivide le immagini che compongono la trama di questo mosaico onirico, dove l'io lirico sonda il vasto
mondo sommerso del proprio inconscio, teso a cogliere le più recondite sfumature entro delle coordinate spazio temporali dilatate, dove per mezzo di
una sintassi franta viene resa fedelmente l'atmosfera vissuta, sospesa in un attimo scabroso al limite quasi dell'afasia. Il percorso intrapreso è
impervio, come alcuni sentieri appena ravvisabili, dove la luce del giorno fatica ad entrarvi. Vasto il bestiario che popola questi versi, mentre
l'uomo è quasi assente, eccetto la voce in sordina del poeta, che più che parlare suggerisce offrendo spunti e indizi che affabulano il lettore. In
contrappunto ai versi appaiono i disegni di Ugo Maffi, a rappresentare quasi un libro nel libro, o meglio forse: una eco, un riverbero di luce e suoni,
di ombre e silenzi.Maffi sottolinea e traduce in altro linguaggio, interpreta ed accompagna il tutto ampliando a ventaglio il già ampio spettro
semantico dettato dai versi. Quasi una sintesi di quanto espresso da Benčić i disegni eterei di Maffi, sospesi tra sogno e premonizione, tra segreto
anelito e quieta accettazione del vivere. Una sinergia la loro, che ancora una volta conferma la radice comune a due diverse forme d'espressione
artistica; diverse sì, ma non per questo opposte: la poesia e la pittura.
Una scrittura molto particolare, quella di Michelangelo Ricci, in questo suo libro "Droga". Magmatica, esorbitante, debordante, ossessiva, percussiva, a volte infantile e scatologica, a tratti ecolalica. Ma sopratutto libera, fluviale, anarchica e menefreghista (di canoni, ritmi, modi e stili) e, come sua ratio e somma giustificazione, assolutamente teatrale e teatrante, cosa che risulta evidente anche ad ignorare il curriculum dell'autore. Per lo più testi lunghi, di ampio respiro, pensati come monologhi. Per cui leggersi queste poesie in silenzio, magari a letto prima di addormentarsi, è partire già col piede sbagliato. Bisognerebbe probabilmente alzarsi, con o senza pigiama, mettersi davanti a uno specchio o sul balcone, e declamarle a voce altissima. Sperando che nessuno chiami la polizia.
Dice Ricci in un'intervista: D: A leggerle sembrano quasi un discorso che ti fai ad alta voce. Predomina il suono più della struttura letterale.
R: Il tentativo è quello di fare delle poesie che siano del suono non delle parole scritte. Penso che uno che non le ha mai sentite recitare e ci si metta davanti, a livello di struttura, possa avere delle difficoltà, poi se prova a dirle a voce alta è semplice. Questo è il trucco. Così i letterati dicono che te non sai scrivere e di loro ce ne liberiamo fin da subito. Ho provato a togliere l'aspetto letterario delle mie poesia affidandomi alla poesia POP. Spero di aver fatto della poesia POP, ovvero dare ai miei testi una vestitura che non fosse di complessità, di essere astratta, di non sapere di cosa si parla. E presentarle al pubblico in forma di reading vuole essere una conferma di questo, il fatto cioè che tu provi con delle musiche a dare un ritmo così che la rendi più fruibile. D: Ci viene quindi da chiederti dove sta la poesia nelle tue poesie?
R: Quindi la poesia sta? Se sta non è. O la senti o non la senti. E' indistinguibile la forma dalla sostanza nella poesia, forse questa distinzione va bene in altri tipi di arte che non possono essere né la pittura né la poesia; forma e contenuto qui sono identici.
dall'intervista di Rita Di Ianni e Laura Barbieri su "Pisanotizie.it"
E l'editore? Dice sempre Ricci nell'intervista: "Scomparsedizioni. Questo editore è venuto da me, mi ha voluto pubblicare il libro, me lo ha fatto arrivare ed è scomparso, non c'è più, non c'è l'indirizzo, non c'è nome, nulla. (Ride)"
Ho chiesto a Marzia Alunni di scrivere qualche intervento per Imperfetta Ellisse. Ecco qui una sua recensione di "Senza titolo", una plaquette di Sauro Damiani edita da Bandecchi e Vivaldi. Ringrazio Marzia della sua gentilezza.
LA RIVOLUZIONE QUIETA DI SAURO DAMIANI
di Marzia Alunni
La gradevole plaquette “Senza Titolo” di Sauro Damiani invita i lettori a recuperare la capacità di sorprendersi. Il percorso testuale, che l’autore propone, mostra segnali in tal senso, piccole riflessioni, microtesti, contrassegnati dall’originalità, nel corpo intero dell’opera. Emblematica è poi la negazione del titolo, non sembra una rinuncia, piuttosto si può dire che il senso comune viene messo in discussione. Perciò il titolo si è, in fin dei conti, dissolto nel cielo senza lasciare traccia, come avviene alle nubi, secondo l’autore, continuando però ad esercitare il suo ruolo indicativo. L’opera è caratterizzata da un’intima coesione, sebbene i versi, di varia natura metricologica, brevi e lunghi, siano separati da asterischi. Sono pause, nel linguaggio musicale della testualità, invitanti alla meditazione, non dunque cesure drastiche. In sostanza, gli aspetti formali del testo non disdegnano le esperienze vivificanti delle avanguardie, ad esempio, con il rifiuto della maiuscola ed una punteggiatura creativa che denota senza interrompere, con il punto a fine discorso, in maniera pedestre. Damiani reinterpeta i modelli culturali e della letteratura, lasciando trasparire un sottile filo d’ironia che annulla le distanze e le difficoltà del comunicare. Nel suo lavoro si apprezza una sorta di tensione etica anticonformista, essa nasce dal contrasto fra slanci lapidari e lirici come “mi sono immerso nel cielo di una rosa” (pag. 21) e sequenze profondamente meditative, tautologiche a bella posta, ed autoironiche, caratterizzate da una certa libertà formale. Ciò che cambia spesso è il quadro di riferimento assoluto, la weltanschaung aperta alla critica, al dubbio. S’impone dunque l’esigenza di modellare il proprio stile ai connotati dell’aforisma e della sentenza, beninteso, alla luce della poesia che è gioco sublime e non rinuncia tuttavia all’irriverenza. La quiete, forse comoda, del contemplare il bello non appaga del tutto il poeta se l’unico atto umano e puro è compiuto da un ignoto “vu cumprà”: “con lingua dissonante / un vu cumprà / mi ha ceduto il posto su un bus affollato / consonando / col cuore del cuore / vicino a lui era seduto un cellulare…” ( pag. 9). Si noti il contrasto fra il cuore ed il cellulare, non ha bisogno di commenti! Mettere a soqquadro la tentazione di fornire un messaggio banale diventa un’esigenza insopprimibile, da qui l’aggancio ad un’assiologia. Se il lettore accetta di superare l’ovvietà allora è possibile credere in un verso come “chissà che non mi trasformi in fiore…” dove l’aspetto di ribaltamento delle abitudini sta tutta in quel “chissà”, che poi è, sul piano retorico, un’anafora in quanto lo troviamo immediatamente nel verso successivo inoltre il verso allude con gentile ironia all’autore. Per completare l’analisi di quest’opera c’è da aggiungere che Senza Titolo si propone con eleganza discreta, ma decostruisce, rappresentando una specie di rivoluzione quietamente provocatoria. S’intravede questa provocazione lapidaria, eppure indovinata, nel verso: “se incontri Dio / uccidilo” (pag. 23), è giocoforza ricordare che Cristo è già stato messo in croce, un’altra diviene la questione che si vuole porre: la manifesta impossibilità dell’incontro con un Dio incommensurabile e poco incline alla ‘flessibilità’ umana. Essere disposti all’invettiva piena di “minacce” ha quindi tutta l’aria di un tentativo di avvicinamento, ne esce ridimensionato il dramma, perciò, forse, non è così difficile incontrare Dio se gli si fa sapere che, ironicamente, arriviamo al punto di minacciarlo. Un’altra parallela interpretazione è quella del prometeico grido di protesta, ma il poeta non si concede ad ulteriori cedimenti di rabbia strumentali, preferisce allora non avere “ nulla da dire”, piuttosto molto da suggerire, con l’aiuto della poesia e di chi segue la sua scrittura.
Un
libro bello e terribile, questo di Stefano Massari, e sicuramente uno
dei più importanti tra quelli letti ultimamente. Non è un libro per
anime semplici, né per coloro che credono che la poesia sia un'attività
sorgiva e consolatoria. Qui di consolatorio c'è molto poco, anche per il
suo autore. Perchè Stefano si è seduto sulla soglia, quella estrema, e
si è messo a parlare di morte, a tentare, come è possibile fare a un
poeta, un suo personale viaggio d'Orfeo. Un libro (Serie del ritorno, La Vita Felice, 2009) con una sua
risolutezza, anche stilistica e (sia inteso del tutto positivamente)
una forma alta di retorica cioè di arte del dire, e una struttura
disciplinatamente organizzata in nove sezioni (ma bisogna contare almeno
anche un prologo e un epilogo), sezioni che già nel loro titolo
pongono un problema interpretativo. Sono infatti frazioni di tempo di
una intera giornata (dalle 00.00 di una ipotetica mezzanotte alle 03.24,
dalle 03.35 alle 06.02, ecc), o forse frazioni diverse di diverse
giornate, che coprono comunque, senza sovrapporsi, un sorta di viaggio
joyciano di ventiquattro ore, nel corso delle quali Massari interroga e
si interroga, ricorda e dimentica, rimpiange e si accusa, costruendo un
canzoniere dell'addio di stoffa diversa ma non meno coinvolgente di
quello scritto a suo tempo dal suo prefatore Milo De Angelis.
I giovani poeti sono i più tradizionalisti? Non tutti, ovviamente, ma molti . Come se nei loro versi si concretizzasse il tentativo, forse un pò ingenuo, di porre rimedio - a un mondo difficile da interpretare e da descrivere - semplicemente facendosi capire, con meccanismi collaudati in cui ritrovi, come in questi testi di Agostino Cornali, un bel pezzo del '900 lirico italiano. Che poi il mondo lo si faccia in brani e lo si tenti di descrivere un pezzo alla volta, "occasionalmente", questo è inevitabile e altrettanto novecentesco. Tuttavia in questo non c'è niente di male, se lo si fa bene, in maniera colta, senza manierismi né soggezioni né egotismi anzi - come qui - trascendendoli ampiamente, se si riesce a fare una poesia che altrove ho chiamato "confortevole", non perchè consolatoria (che non serve a nessuno) o semplicemente leggibile, ma perchè confidente e compartecipe con il lettore. La poesia di Cornali ha queste qualità, ed altre, come ad esempio una sua leggerezza di dettato, una maniera di depurare il linguaggio poetico. E' probabile che sia una poesia che non sottrae nulla al "vecchio" e non aggiunge nulla sull'altare del "nuovo", ma che ha buone potenzialità e segnali di un possibile sviluppo. Poi naturalmente molto dipenderà dalla materia poetica che Agostino vorrà trattare in futuro. (g.c.)
Libro da meditazione, questo di Emilio Paolo Taormina (edizioni del Foglio Clandestino, 2009), come molti vini di Sicilia. Costruito su testi brevi e apparentemente occasionali, con una "scrittura del frammento e della dislocazione" secondo Massimo Barbaro, ed echi ineludibili di Ungaretti, di Montale, di Pascoli e perfino del Gino Paoli di "Sassi", dà subito l'impressione di essere stato scritto da un uomo intento ad odorare, di qualcosa di antico, forse un otium, qui inteso nel senso più nobile del termine e tuttavia niente affatto spensierato o alieno da pene. Libro di odori e profumi, innanzitutto. Non si contano le volte in cui spuntano tra i versi il gelsomino e i limoni, in cui la brezza diventa qualcosa di tangibile e olezzante di salsedine. Il mare infatti è sempre vicino, visibile e udibile, presenza ctonia e testimone di una insularità dell'anima, componente essenziale, come la campagna e le colline, di una natura sempre presente e naturata ovvero familiare e perpetua, che fa da tessuto sinestetico alla scrittura del poeta. Anche quando parla d'amore o di morte l'io è immerso in questa natura, dove l'io stesso abita in maniera inscindibile. E questo essere nella natura non è puro paesaggio o sfondo, anzi implica, se si può dirlo in termini cinematografici, un movimento di macchina o dello sguardo dal circostante mondo all'interno dei sentimenti e viceversa, e con ciò quindi una corresponsabilità della visione della natura nella formazione del pensiero. Che prende forma spesso in testi essenziali, dalla versificazione corta e spezzata fino al limite del singolo lessema, che scende fino all'aforisma e ricorda (ovviamente) l'haiku, ma anche altri maestri della forma "corta" italiana, ermetici e non, nel pieno di una tradizione a cui Taormina non può non appartenere. Un esempio per tutti:
attraversando un campo di papaveri il disco trasparente della luna
Naturalmente il lavoro di Taormina si svolge anche su testi di più ampio respiro, che sinceramente sono quelli che preferisco anche perchè in essi l'idea poetica, pur fulminante già nei componimenti brevi, ha modo di svilupparsi nelle sue sfumature più liriche. Ma in tutti il procedere del linguaggio è lineare e sottrattivo, quasi scarno, fatto di tempi verbali semplici, di sostantivi concreti e terragni, e una aggettivazione non ricercata che rimanda piacevolmente a una koiné familiare, come una confortante aria di casa, anche in quei testi in cui la riflessione si sofferma sul dolore, sull'assenza, sul tempo che scorre inesorabile e a cui siamo legati, tutti, da uno "sposalizio". Perchè, è bene dirlo, in tutte le poesie, anche le più "leggere", anche nelle nature morte guttusiane fatte di poche parole vibranti è presente una costante meditazione e il giudizio non è mai sospeso, pure nei momenti in cui il poeta sembra immerso in una sorta di contemplazione . Questo flusso che attraversa un libro che con qualche ragione possiamo definire filosofico va di pari passo con un flusso armonico di testi - susseguentisi fittamente e la cui separazione è quasi una convenzione - che inviterebbe a leggerlo con una certa avidità. Al contrario, forse più di altri libri di poesia e proprio perchè meditata, questa raccolta va affrontata con qualche lentezza, anche per contrastare un certo effetto di saturazione e di vertigine che la ferrea compattezza stilistica suscita. Va sfogliata cioè come un libro dei pensieri, uno o due al giorno, da leggere sotto una pergola con un bicchiere di Malvasia di Lipari, alzando ogni tanto lo sguardo verso il mare. (g.c.)
Il “sogno di lucciole” di Francesca Pellegrino: Niente di personale e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni
La poesia di Francesca Pellegrino, autrice di due interessanti raccolte liriche: Niente di personale (Roma, Cromografica Roma S.r.l., 2009) e Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni (Patti, Kimerik, 2009), dà voce alle piccole-grandi cose che, anche in absentia, disegnano l’esistenza e i suoi contorni non sempre luminosi. I due titoli sembrano voler indirizzare il lettore fin da subito verso precisi tragitti interpretativi: il primo infatti pare sottolineare la distanza tra l’ “io” poetante e la messa in scena della scrittura, mentre il secondo pone in primo piano l’“io” e, attraverso un enunciato metaforico, denuncia l’appassire dei sogni non adeguatamente alimentati. Nell’universo semantico delineato dalla Pellegrino, almeno per quanto riguarda le intenzioni espresse nella titolazione, sembra aprirsi quindi uno iato tra la negazione della dimensione privata enunciata da Niente di personale e l’ammissione di una determinata condizione intima espressa da Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni.
L’Autrice vorrebbe i due titoli strettamente collegati, fino a leggersi in sequenza, come a proteggere la propria parola poetica da sospetti di autoripiegamento solipsistico. Così lo iato tra oggettività e soggettività si rivela solo superficiale, e non solo per la sequenzialità suggerita dalla stessa Autrice, ma anche per l’unitarietà tematica, in quanto in entrambe le sillogi la Pellegrino rivolge l’attenzione al proprio microcosmo domestico, alla propria fisicità e al suo mondo interiore per tracciare una sorta di bilancio esistenziale dalle tinte malinconiche. La scrittura riesce a farsi riflesso della segreta corrispondenza che si stabilisce tra la matericità del corpo e delle cose e l’universo emozionale, impastando la sua rappresentazione in felici soluzioni lessicali e retoriche, mentre la sintassi ne accompagna convincentemente il percorso, incagliandosi qua e là come a riprodurre il disagio del dire. L’attenzione si aggira in uno spazio che difficilmente si apre al “pubblico” (avviene, per esempio, in Dirtyng di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, p. 48), preferendo soffermarsi puntigliosamente su un orizzonte esclusivo e intimo, fino ad approssimarsi all’autorappresentazione e all’autoritratto (in Formiche, p. 43 e in Bianco, p. 51 di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, e in mi capita di non volermi sapere talvolta, p. 69 di Niente di personale ), non trascurando quella via negationis tanto felicemente esplorata da Eugenio Montale (in Scatole – le case che non sono, pp. 58-59, inNiente di personale).
Questa vivisezione impietosa della realtà immediata (esteriore e interiore) si affida soprattutto alla figura retorica della sineddoche, che si fa voce recitante del malessere esistenziale:
Ho gli occhi
come di lucciola assetata
rintocchi di luce che
non lascia ombra
e mi piglia una voce contralta
(Niente di personale, Ho sognato di dormire senza occhi, p. 25)
Sono occhi, mani, capelli, bocca, una trave, sedie, mobili e oggetti di uso quotidiano a governare la trama del discorso lirico, come a formare una tela narrativa ispessita da polvere, ruggine, sete, buio e silenzio, tutti lemmi che ricorrono tanto frequentemente nei versi da farsi parole-chiave di questo spazio poetico, dove tuttavia, insieme all’uso del correlativo oggettivo caro a Eliot, non mancano soluzioni parossistiche che allontanano il tragitto della scrittura da rischiosi cedimenti al patetico(La moglie del silenzio è sempre incinta, pp. 60-61, inDimentico sempre di dare l’acqua ai sogni). Accade anche che l’“io” lirico si pluralizzi in un “noi” per riflettere sulla condizione umana, consegnando l’amara conclusione a rappresentazioni icastiche e ironiche che, mentre rendono interessante il discorso poetico della Pellegrino, lo mettono anche al riparo da facili cedimenti a un pessimismo cosmico di memoria leopardiana:
Siamo quello che siamo
macerie di decenza.
Alla fine
c’è soltanto un unico sole
e ogni tanto qualche pianeta
qualche piccolo stupidissimo pianeta
che ci si illumina e
s’improvvisa stella. O poeta.
Del resto
anche Hitler suonava il violino.
(Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni, Stars, p. 16)
Se le due raccolte condividono la stessa tensione semantica a sottoporre il reale (materiale e psichico) a una rigorosa e spietata analisi che trova il suo elemento soterico nella strategia retorica dell’ironia, a livello formale esse differiscono nello snodarsi lirico del linguaggio. In Niente di personale infatti la parola essenziale e quasi pietrificata di Dimentico sempre di dare l’acqua ai sogni si apre e si distende in un discorso più ampio, tendente al prosastico, fino a sfiorare la poesia-racconto di cui fu maestro Cesare Pavese, mentre l’interesse per l’intelaiatura retorico-linguistica rimane sempre notevole. Numerose e felici, in entrambe le sillogi, le espressioni metaforiche, come frequenti s’incontrano i giuochi linguistici, da cui questa scrittura sembra a volte pericolosamente sedotta. Tante le trappole della scrittura e ancora più numerose e subdole quelle della poesia, che incanta con i suoi miraggi visivi, fonetici e narcissici, per condurre verso i poliedrici mondi possibili della rappresentazione lirica mediante percorsi stellari, ma spesso accidentati. Francesca Pellegrinoin queste due raccolte si fa viaggiatrice “randagia” e intelligente con “un sogno di lucciole/negli occhi scuri scuri” riflesso nei gironi del genere lirico, dimostrando notevole sensibilità lessicale e retorica nell’investire il linguaggio di quelle potenzialità simboliche idonee a renderlo rappresentazione convincente di una realtà popolata di “chiodi” e di “rintocchi di luce”, di “margherite acerbe” e di “buchi da abitare”. (Teresa Ferri)
Urbino, 24 settembre 2009
- altri articoli e poesie dell'autrice cliccando sul tag "teresa ferri"
- la mia lettura di "Ho dimenticato di dare l'acqua ai sogni" qui
*
qualcuno, che prima è venuto, è andato via lasciando
presto il suo sigillo d’acqua al centro della stanza
l’angelo ammirato attentamente nel dipinto ha
labbra chiuse, sciàmano in un coro poche voci
care, i gridi si confondono, le rondini
*
per aver soltanto vòlto il viso al tuo passaggio
hai finito lì da dietro di guardarmi, dove non vedevo
a onor del vero: non sono forse belli i tuoi occhi? o
come non sapessi già il colore dei capelli, l’opera
dolce delle labbra, il fiato, il dono della voce, chiusi
dietro al dito che indicava la più breve via in silenzio
*
l’aria ferma mi dà pace quanto basta alla figura
che ritorna a farsi viva nell’immagine intravista,
solo ricongiungimento al caldo della luce, poi caduti
il corpo, la sostanza delle cose, l’incolmabile divario
che ti ha resa un’altra lì da me; non tra noi
ricade l’ombra dove entrando il fuoco più si vuota
la materia prende a sé in un ago azzurro luce propria
*
credi, poi che di tutti i nostri gesti
cade l’ombra addosso ai muri
vi penetra una parte, s’apre il varco
tra briciole di pietra intorno all’architrave
dura poco poi nel vivo della storia
altri giorni prima, per diversi pesi,
si equilibra indietro il tempo, il piatto
uguale trattenuto a mano, basso;
hanno un solo suono i passi
dalle spalle indietro e poi
Un'opera prima è un atto di coraggio. E anche di fede. E' un outing e un'apertura di credito verso sè stessi, aspettando il credito che gli altri sono disposti a darci. E' anche un'urgenza, a volte ci si butta dentro, in maniera rapsodica, una notevole materia poetica con un certo entusiasmo e qualche ingenuità, nella convinzione, spesso legittima, che l'ispirazione possa far gioco sul lavoro di scrittura.
Il primo libro di Francesca Pellegrino ("Dimentico sempre di dare l'acqua ai sogni", Kimerik 2009) è da tutti questi punti di vista esemplare. Frutto incontestabile della passione poetica, è come la passione stessa incontrollato, e forse proprio per questo divertente. E' anche, per sua natura, discontinuo, e forse per questo non monotono. E' in qualche misura, sebbene parli anche molto di dolore personale, spensierato, e forse è questo il motivo per cui è, per così dire, spiazzante. Ti rende più di una volta perplesso nel leggerlo, ma poi ti restituisce un sapore genuino e, alla fine, per quanto tu seriosamente voglia analizzare quest'opera, ti coinvolge e, come vedremo, ti emoziona. C'è uno stile dietro tutto questo? Se c'è corrisponde a un buon grado di incoscienza, o meglio a una nonchalance pressochè assoluta verso debiti o echi o tradizioni prosodiche (i "canoni strausati" a cui allude Alfredo De Palchi in una nota). In altre parole, si tratta di una versificazione "naturale" o istintiva o addirittura gradassa, come dice sempre De Palchi.
Sì, certo, gradassa e a tratti talentuosa. Perchè se superi il senso di straniamento che danno titoli un pò bizzarri come "La felicità mi è costata una mano. E due occhi", "Gli occhi rotti fanno acqua da tutte le parti", "accad(u)e(o) e l'origine della sete" ecc.; se ignori intelligentemente certi piccoli errori o tralasci la ricerca dell'invenzione linguistica a volte non convincente ma - ammetto - quasi sempre fortemente icastica, certe ripetizioni che cercano il pathos e forse possono apparire ingenue ("doratidorati", "solasolissima", "bianca bianca", ecc.), oppure alcune chiuse apodittiche e lapidarie che danno a volte un chè di troppo (v. il finale di "Fragile"); se insomma setacci la sabbia aurifera dei testi, allora scopri una serie notevole di poesie, alcune delle quali qui trascritte, in cui la misura, la resa poetica dell'esperienza, soprattutto amorosa, la rappresentazione in versi di un mondo femminile inquieto o dubitoso, e anche, come dicevo, l'emozione (vedasi ad esempio "Ruggine" o "Aged" o la quasi perfetta "Rose") vengono generosamente offerte al lettore. Rimane da sottolineare l'evidenza che proprio questa eterogeneità di elementi, questo gettare il proprio carattere non solo nell'io lirico ma anche nelle modalità di scrittura, a mio avviso potrà costituire un fertile terreno di maturazione per la poesia di Francesca Pellegrino. Non rimane che stare fiduciosamente a vedere.
Tutto il sole senza
Questo mio
è un albero che non ha più radici.
Si sono seccate di sole e
sole da un po'
come se mi fossero state potate
entrambe le mani e
poi i piedi e
si fosse fatta di legno
anche tutta la carne.
A partire dal cuore.
Tanto che non cresce più rosa e
chi passa da qui, ormai
se ne sta soltanto di spalle.
Neanche più guarda.
E a me resta zitto
di legno storto alle labbra
questo male malato di sempre
che non ha mai potuto
saputo dire e fare e
malamore.
Pubblico qui un lavoro a due mani di Alessandro Assiri e Furio Galli, in cui le parole si riflettono nella pittura e viceversa. Di Alessandro possono essere letti altri testi, tratti da "Quaderni dell'impostura", qui.