Mercoledì, 21 dicembre 2016
Daniele Poletti - Ottativo - Edizioni Prufrock spa, 2016
L'ottativo è il tempo del desiderio, della possibilità, un antenato di
quel congiuntivo che ne mantiene ancora qualche tratto somatico. Forse
c''è un nesso tra questa mia breve annotazione e il titolo di questo
libro. O forse sono già stato depistato, complici le note editoriali.
Cos'è che eventualmente muove il desiderio o l'arte del possibile in un
libro come questo? Domande difficili da metter sotto sequestro,
recintare, soprattutto leggendo un'opera in cui la suggestione (meglio
ancora, il "suggerimento"), come energia messa a disposizione del
lettore, è motore principale, alimentato da parole che assomigliano a
schiavi liberati dalle catene.
Il libro ha una sua struttura rigida che contrasta con la fluidità del
materiale (v. più avanti): circa sette sezioni - la maggior parte delle
quali composte da tre testi "doppi" (cosa che poi vedremo) segnati con
numeri romani e a volte qualche titolo aggiuntivo - intervallate da
testi dalla connotazione prosastica, identificati da lettere progressive
(A, B, C,...) e titolati tutti "deprivazione del sonno". Da questo
punto di vista è un'opera organica, o per lo meno c'è una evidente
volontà di dotarla di organicità, di una struttura che riconduca ad un
tutto ogni singolo testo e a cui ogni testo si appoggi. In sostanza un
poema, un genere o una forma che hanno ritrovato il loro habitat
naturale proprio nella poesia di ricerca, fornendole una veste
concettuale.
Poema su che cosa? Domanda mal posta e fuorviante, in un'opera di
questo genere. Nella quale l'evidenza (proprio nel senso di prova
provata) è quella di un percorso, anzi di una penetrazione, anche
aggressiva, un tentativo di attraversamento di un corpo durissimo da
perforare, quello che è già arduo definire come "realtà" (quale? di
chi?). Il desiderio e la possibilità accarezzati sono quelli di un
accostamento, un accostamento di conoscenza a questa realtà/verità in
maniera paritaria, con l'unico strumento possibile, rebus sic stantibus,
cioè il linguaggio, uno strumento che però è in parte spuntato, almeno
da quando parole e cose hanno preso strade diverse, e il significante ha
assunto un ruolo iconico. E con la complicazione non indifferente che
qui non sembra entrare in gioco almeno l'altro grande strumento che
potrebbe supplire a questo iato, l'immaginazione, sostituita semmai da
un impianto allegorico piuttosto rarefatto, poichè distanziato, lontano,
dietro la durezza delle parole. Del resto, allegoria di che? Il mondo
ha qualche ragione di essere allegoria? O di comunicare qualcosa
attraverso di essa? Sotto questo aspetto a Daniele, come ha detto
altrove, non interessa la comprensione del dettato, ciò che lo intriga è semmai la dimostrazione (perseguita, mai raggiunta) che tutto è dicibile, è toccabile con
la parola, per trarne un senso anche inaspettato, o pitico. Ovviamente
una parte di questo senso sfugge, ma solo perché esso è consegnato alla
individualità del lettore (e so che una delle aspirazioni di Daniele è
comporre un'opera "aperta").
Ci sono in questi versi molte cose concrete, oggetti che popolano la
mente o il sogno (?), e molte parole/oggetto. Ma la realtà è un
materiale composito, un calcestruzzo però privo di solidità. In questo
senso non è reale perché non dispone di sé, non ha la
responsabilità di avere una struttura "fissa" che risponda a una qualche
mente razionale, di garantire sé stessa, di essere - in termini di
sociologia - una "costruzione sociale". La realtà - comunque la si
definisca - è (specie in un'opera di poesia) semplicemente un divenire,
sia nella realtà medesima sia nella mente di chi la "costruisce"
(l'autore). Mantiene, sempre, un alto grado di riscrivibilità. In questo senso, forse, c'è qualcosa di optativo, un margine di devianza o di possibilità, un
pertugio che serve a scardinare la superficie, infilandoci un qualche
grimaldello al fine di scoperchiarla, di ficcarci dentro uno sguardo
speculatore e conoscitivo. Sguardo a volte troppo vicino, microscopico, o
forse giustamente vicino, come quelle dilatazioni di frattali
che dimostrano nel piccolo un universo complesso, sguardo a volte di una
acribia perturbante, a volte rivolto ad un interno profondo, molto
corporeo, come di chi sta ad occhi serrati immaginando non il proprio
ombelico ma le proprie viscere.
In questa "ideologia" che mi pare di intravedere, c'è forse il senso di
altre caratteristiche di questo libro. Dove, ad esempio, le
"ripetizioni" dei brani sono in realtà espansioni o interpretazioni di
qualcosa che si omette, si fa finta di omettere, o si dimentica. Infatti
quasi tutti i testi sono "doppi", ma nel senso, appunto, che il secondo
lievita il primo, lo destruttura e lo ricompone, in uno sviluppo che è
anche (e forse inevitabilmente) una mutazione o anche una catastrophé, e
insieme uno scolio, una glossa, si vedano quegli apici che paiono
annotare (chiarire?) certe parti delle seconde "versioni" (e già con
questo termine siamo in un territorio instabile, poiché non c'è nessuna
certezza che versioni poi in effetti siano). C'è da aggiungere che il
primo testo viene definito dall'autore "archetipo", e questo è
interessante, per i molteplici rimandi alla psicologia, alla filologia,
alla critica del testo, e per l'evidenza dell'artificio di cui dicevo
prima, cioè di un secondo testo in cui porzioni del primo sono
"ricostruite" (parole dell'autore). Si potrebbe d'altro canto avere
l'impressione di una situazione simile (ma contraria) a quando si vuole
ricostruire al mattino un sogno avuto nella notte. Qualcosa manca,
qualcosa si aggiunge, altro viene reinventato. Il riferimento al sogno
non è casuale, in questa mia personale interpretazione, se si guarda
alla scrittura di Daniele come se fosse un processo insoddisfatto (e
forse aleatorio) di condensazione e spostamento, di costruzione e
distruzione di elementi costitutivi la realtà personale dell'autore,
anzi una verità "inverata", statuita e riparametrata come tale, per
quanto possa essere - scrive un Poletti/Debord - "una verità parallela
al vero". Una realtà in cui certo entra anche il perturbante, cioè la
dialettica tra il consueto, l'ordinario, il quotidiano, l'oggettuale e
il senso di alterità, di estraneità, di "doppiezza" che essi possono
generare quando si innescano certi corti circuiti ("è sconfortante come
la mela conosca l’albero / e l’albero non conosca la mela"). Dal punto
di vista di questa rielaborazione continua di materiali può essere utile
ricordare anche che alcuni dei testi di questo libro provengono da
un'altra prova (credo del 2013 o 2012, non ricordo se uscita a stampa)
intitolata, guarda caso, "Sui Quaderni in ottavo di K. (Ottativo)", cosa
che però non è detto che giustifichi o intersechi il titolo attuale (e
soprattutto il "prodotto" poetico attuale).
Da un altra prospettiva i termini scientifici che costellano il libro
dovrebbero per loro natura fornire un aggancio alla "verità", a qualcosa
di inconfutabile all'interno del materiale composito di cui si diceva,
ma appaiono anche come elementi "duri", come conchiglie puntute che
trovi camminando sulla sabbia, corpi alloctoni, misteriose presenze non
necessariamente funzionali alla comunicazione, come moai in un
paesaggio spopolato. E' anche un ricorso alla techné, a qualcosa di
surmoderno, un ammiccare ad un sentimento del tempo in cui l'umanesimo
in crisi si misura con un positivismo scientifico che da parte sua non
se la passa bene, anzi è morto e sepolto. E insieme un affermare: ecco,
vedete, le parole hanno ancora una consistenza, come se fossero ancora consequentia rerum.
Un approccio ricorsivo negli scritti poetici di Poletti, almeno in
quelli che ho avuto occasione di leggere. Ma anche i termini botanici,
anatomici, fisici, medici ecc, fanno parte di quelle cose concrete (o
empiricamente verificabili, se si rimane in ambito scientifico) che a
loro volta intridono quel materiale composito di cui si parlava.
Sembrano d'altra parte corrispondere, nella loro concretezza, ad un
grado di puntuta attenzione, forse proprio in quelle "deprivazioni del
sonno" che fanno da pietre confinarie nel testo. Uno stato di veglia,
forse ricercato e indotto ("Benzodiazepine in etere ottundimento,
riduzione della vigilanza, / difficoltà del verbale, diplopia, l’albero è
un albero / l’albero e la sua funzione") che però non sospende in
maniera drammatica solo il sonno, ma per forza di cose incide anche sul sogno, inteso come distruzione, ricostruzione e superfetazione della realtà.
La scrittura di Poletti ha (allora) in sé il suo desiderio e la sua
potenzialità, tenta di agire in sé non come strumento di lettura del
mondo, ma come parte e forma di esso. Forse è in virtù di
questo che, pur mantenendo un andamento certo sperimentale, il libro di
Daniele non scivola mai in quella arroganza, quella presa del potere
della parola in cui la parola vale qualcosa a prescindere da quel che
dice, diventa rara e perciò preziosa e il suo valore cresce in maniera
inversamente proporzionale alla sua usabilità. Al di là delle indubbie
difficoltà il libro non è oscuro (Daniele diverse volte si è dovuto
difendere da questa accusa) per chi voglia carpire il senso di questo
percorso (formativo o plastico, direi), addirittura a tratti illuminato
da lampi assolutamente lirici, emersioni che non erano sfuggite, a suo
tempo, a uno dei più attenti lettori di Poletti, Edoardo Sanguineti). Il
percorso complessivo mi pare chiaramente indicato a chi legge, e
ampiamente aperto alle libere interpretazioni soggettive proprio grazie alla sua non univocità, nella accezione in cui intendeva il termine U. Eco. Anche la chiusa ha il suo senso. Alla fine si perde
la definizione, forse la chiarezza, forse la strada (dico il lettore,
perché certo l'autore nasconde tra i suoi materiali coordinate e punti
geodetici utili a ritrovarla, magari andando a ritroso): perché le
"deprivazioni del sonno" G,H e I subiscono in chiusura del libro uno
smottamento grafico che le rende progressivamente illeggibili, scivolano
in altre parole, in ammassi di una inintelligibile oscurità. Forse è
obnubilazione. Oppure il sonno è giunto, le palpebre si sono alla fine
chiuse. Immaginiamo che inizi un altro libro, forse un libro "nero",
un'opera di una diversa densità. L'amico Daniele, se vuole, può
prenderlo come suggerimento. (g.cerrai)
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Venerdì, 3 giugno 2016
Lorenzo Mari - Ornitorinco in cinque passi - Prufrock spa, 2016
Ci sono animali e animali. C'era una volta un airone, per esempio. Uno strano animale che passava il tempo rovistando la melma del fondo di risaie lombarde
o frugando il ventre di poeti in cerca di "umida sabbia e piccole uova di rettile". A lui competeva, stando alle parole di chi lo aveva osservato da
vicino, "l'allegoria della perdita, della cecità, l'introspezione del negativo e dell'immobile"1. Questo accadeva anni fa. E c'è un ornitorinco,
mezzo papera mezzo coniglio, un animale non meno strano, di difficile interpretazione, tanto che - leggo da qualche parte - la filosofia lo ha eletto ad
emblema di soggetto che complica le classificazioni. E che in cinque passi segue un tragitto poetico un po' ellittico che lo porta ad essere
emblema di altro, credo almeno come alter ego dell'autore, o meglio come deuteragonista silenzioso, che parla per apparizioni, presenze spesso ammonitrici.
Insomma un animale reale e mitico insieme, con una certa tendenza a farsi simbolo di chi lo osserva o parla di lui, come specchio, espropriandolo,
antagonista - anche politico - della storia, portatore di una contraddizione feconda perché - tanto per dire - "l’habitat dell’ornitorinco / si costituisce
come spazio inventato", quindi forse pertinente alla speculazione delle idee o al sogno, o viceversa "l’habitat dell’ornitorinco / è più reale del reale //
ma è stato costruito per un animale / che non parla, non è mai presente", o forse per qualche ragione è invisibile, deprivato, come può esserlo
l'uomo nella società attuale. C'è infatti in tutto il testo la trasmissione di un senso di una critica incertezza, di critica filtrata dalla metafora, uno
sguardo su un ambiente circostante che non è fatto di oggetti o cose, anzi è piuttosto deserto, ma di inquietudini, di segnacoli. Ad esempio cos'è davvero quella neve "imperterrita e nera", la "nevicata del secolo" in cui la nostra impronta (nostra, quindi collettiva) "viene da un altro
viaggio", e dalle nostre impronte si può capire "se si fa l'invasione o si fa la resa", se cioè si va avanti o si arretra, nei molti significati che questo
può comportare? Cosa sono quelle grate, attraverso le quali "passano carta e penna [...] ad ogni ora", contro le quali - ancora - la neve si ammassa, che
significato concentrazionario o di chiuso rigore suggeriscono? Ed ancora, in sinergia, chi sono quei "loro" che passano carta e penna ma solo "per
qualcuno: / una dose, come credono; poi portano altro / o se ne vanno"? Sappiamo che "loro non sono, in quanto loro / però chiedono con forza / che anche
questo sia scritto: / un luogo – supplicano – / una forma di tempo.", sappiamo che "parla, parla, parla – finché si perde / (poiché loro, in quanto loro,
non hanno lasciato che questo)". Un lascito quindi, una grama eredità. Che siano forse, questi "loro", coloro che ci hanno preceduto? ("Passate in rassegna
le schiere dei morti, parlate con loro ancora una volta, imparate dai tassidermisti, ricomponete tutti i disastri, parlate dicendo: eccetera eccetera
eccetera. Provate, in un solo corpo, a sanare tutti i debiti"). Già, provate, ma non è detto, come abbiamo visto poco più sopra, che il tentativo sortisca
qualche effetto. C'è ancora, in questo libro, qualcosa di quel "debito", di quel senso di responsabilità che si trovava in Nel debito di affiliazione, presenze che sembrano suggerire qualcosa, imporre una scrittura, forse qualcosa di dovuto o ispirato, "una forma di
tempo", cioè una qualche garanzia di non oblio. E che cos'è quell'altrove, quel "qualche luogo" che si percepisce con una certa inquietudine in tutto il
testo, quel "fuori" che sento così legato a quel "loro" ("Adesso nevica, o almeno questo è quel che dicono, questo si va dicendo: nella ressa si prepara il
compenso, mentre forse, in qualche luogo, risuona l’allarme giusto") e al quale corrisponde un "qui dentro", quelle "quattro mura" - anch'esse naturalmente
metaforiche - entro le quali tuttavia alla fine riusciremo a capire "la lotta delle classi che non sono dette" (come forse quell'animale "che non parla non
è mai presente"). Molte domande, lo so, ma come si conviene a un buon libro di poesia. Insomma, c'è in questa raccolta qualcosa di irrequieto, di dubbioso,
di fortemente critico (sono costretto a usare ancora questo aggettivo) e anche di rabbiosamente reattivo che ti picchia sulla spalla, ti avverte che là
fuori, nel mondo/mondezza, c'è qualcosa di pericoloso a cui è necessario prestare attenzione, una sotterranea violenza contro cui lottare ("Scegliere una
lente d’ingrandimento: per l’insetto, per il ratto, per lo stomaco del ratto, capire infine tutto il mondo, nonché la mondezza – chi può esser stato, chi
ti ha staccato, nottetempo, la punta dell’orecchio").
Il libro è costituito da una struttura che ricorda un prosimetro, essendo intervallato da blocchi di testo che però non sono prosa in senso stretto, ma
sono indiscutibilmente l'adozione di una forma di poesia in prosa, o meglio di prosa in prosa, che vuole proporsi attualmente come la più nuova, e forse la
più promettente di sviluppi. E' una soluzione interessante, perché, oltre a creare una dinamica intratestuale con le parti in versi, mi pare che le parti
in prosa, in cui è presente anche una notevole terminologia scientifica o parascientifica, siano il terreno designato della logica, dell'analisi politica,
della critica, della denuncia ironica, del richiamo alla Storia ("Conto a mente delle guerre perse, mai combattute, mai organizzate, e a scanso di ogni
possibile dichiarazione. Non compare nessuna Caporetto, nessuna pasciuta linea gotica, nessuna foiba fonetica con fobia, nessuna Marna [...]").
Mari, che conosco abbastanza bene (v. QUI, oltre alla
prefazione a Nel debito di affiliazione, L'Arcolaio, 2013), mi pare che tenti con questo libro un triplo salto mortale, cadendo quasi in piedi.
Perchè sembra piuttosto distante dai libri precedenti, tanto che di primo acchito viene da chiedersi se si tratta dello stesso Lorenzo. E tuttavia, specie
in testi come Una cosa del tipo, Per il freddo, Forme di salvezza, ed altri non tanto dissimili da quelli che puoi leggere in Minuta di silenzio o nel Debito, il vecchio Lorenzo rispunta, recupera un po' del suo stile che avevo definito un po' scazonte come la
realtà che vuole descrivere, di inquieta diffidenza in una parola "definitiva". E' proprio lui, soltanto - mi pare - con un altro respiro, con le idee più
chiare, e un progetto che però, credo, sta ancora lievitando nella sua testa. Mi pare che Mari si avvicini ad un'area che forse gli è congeniale, quella di
un lavoro sul linguaggio (le sue fratture e ricomposizioni, i suoi vuoti, le sospensioni che dilatano il senso) che non si discosti dalle cose da dire. Una
bella ricerca, senza rinunciare di una virgola al significato. E' la poesia che preferisco, quella che non cessa di innalzare l'asticella ma senza gettarsi
nel baratro a capofitto, cercando altresì un equilibrio, certamente non facile, tra il come e il cosa dire. (g. cerrai)
1 Niva Lorenzini, a proposito dell' Airone di Antonio Porta.
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Venerdì, 29 gennaio 2016
Rossano Onano - Il sandalo di Nefertari - Prufrock 2016
C'è una nota in apertura di questo libro che tenta di dare qualche
indicazione al lettore, o di confonderlo del tutto: "Il Museo Egizio di
Torino conserva un sandalo di Nefertari, rinvenuto dall'avventuroso
Ernesto Schiaparelli nella tomba ipogea della regina. Nessuna notizia
del sandalo mancante".
Una presenza è anche, inevitabilmente, una assenza, e una ricerca.
Che sia della poesia, della verità, o di qualcosa d'altro che permetta
di procedere senza zoppicare, come chi va con una scarpa sola. Ricerche
non sempre agevoli o destinate ad essere coronate da successo, ma per
fortuna ci sono altre strade, magari da percorrere con una certa
leggerezza d'animo e di cuore. Il registro di Onano è quello di una
ironia pensosa, con qualche traccia di fiaba o meglio di mito personale,
di una certa nostalgia per il passato che certo è migliore del
presente, come quasi sempre, e qualche tendenza ad un epos lirico che si
concretizza in rivisitazioni di altri miti o eventi. Con i quali, a
grattar la superficie, ci si ritrova a ripensare per vie traverse al
presente, all'attuale, e alla complessiva inadeguatezza dei medesimi, o
di noi qui ed ora. Un presente in cui la cultura non serve, o serve per
lo più a farci sentire diversi e in qualche modo, appunto, fuori posto e
non necessariamente superiori. E' in apparenza la presa di una distanza
da una realtà cogente, ma solo per prendere meglio la mira. Onano fa
finta (ma il lettore mica ci casca) di parlare proprio di quello quando
parla di favolette, di personaggi e fatti storici, di casuali incontri
petrarcheschi, di opere d'arte, di non luoghi, di storie bibliche. Ma in
fondo parla d'altro, perché la piccola parabola che costruisce
velocemente volge, anche per il mezzo di un linguaggio attualizzato, tra
colloquiale e l'erudito o il tecnico ma sempre in chiave "comica",
verso un colpo d'occhio sull'attuale o viceversa su qualche vizio sempre
universale, qualche piega oscura dell'animo umano, qualche piccolo
dramma. La chiave ironica è data soprattutto da un semplice ma efficace
meccanismo di straniamento linguistico rispetto al contesto, oltre che
da una selezione accurata e "alta" dei termini (Onano è bravo a
manipolare la scrittura). Come, tanto per fare un esempio, in questo
brano, una preghiera del tutto particolare:
notarile
Avremmo gradito una qualche minuta
detrazione fiscale, per la cura, la perseveranza.
Noi faticosi seminatori di tisane
e zizzania, perché la terra è bassa
dopo tutto, e sole e vento sono corvi
voraci in questa promessa di deserto.
Siamo, alcuni, a rischio di precipizio
d'usura. Accogli, a saldo, l'ultimo
vitello grasso, la speranza, le concubine.
da cui mi sembra appaia chiaro cosa intendo, essendo esplicita fin
dal titolo la tonalità. E' prevalentemente con questo registro, quindi,
che Onano offre al lettore il suo campionario di osservatore colto e
insieme smagato e un po' flaneur, incline ad un umorismo critico che ha
una relazione piuttosto cosciente (lo dico nel caso qualcuno si rammenti
vagamente Freud) con ciò di cui sta parlando, senza però dimenticare un
persistente sottofondo di "ultima disperazione", per usare parole sue:
da un leopardiano amor senile all'interno di un supermercato - non
luogo per definizione - , a problematici rapporti con un dio sconosciuto
e un po' tetragono; da un chiaroscurato ritratto di Giulio II che
medita sul suo potere, a un fantastico incrocio tra Laura nell'anno
della sua morte e Petrarca, il "timido alpinista" forse reduce da
qualche altra ascensione dopo quella leggendaria al Monte Ventoso del
1336; passando per uno sguardo rivolto a sé stesso nella bella ascolta bene.
Insomma Onano varia e svaria, in un libro complessivamente divertente
(e mica è poco), piacevole e ben scritto, che non va collocato in
nessuna categoria o orizzonte poetico o panorama reclamando esso la sua
originalità, ma che cerca di evitare il tragico (ma non sempre è un male), guarda la vita dal bastione
dell'ironia e un po' la esorcizza, osserva i rapporti, anche amorosi,
con un occhio un po' "zoologico", come in struggicuore.
Nel frattempo il sandalo mancante di Nefertari è ancora introvabile. (g.c.)
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Domenica, 20 dicembre 2015
Klaus Miser - Non è un paese per poeti - Ed. Prufrock 2015
Non so chi sia davvero, a parte ciò che mi viene dalla sua
scrittura. Ma certo Klaus Miser è prima di tutto un'identità o un
eteronimo (il che è lo stesso), più che uno pseudonimo letterario. E ciò
significa, e mi pare utile dirlo fin da subito, almeno una certa
contiguità, niente affatto scontata, tra essere e poetare, una qual sovrapposizione o indissolubilità militante (ma sì, usiamo questo termine arrugginito). Insomma "Klaus" non è un alter ego e nemmeno un doppelgänger di sé stesso, non è un'entità che sta dietro o procede a lato, sebbene nella sua scrittura si percepisca una inquietudine perturbata.
Non è un caso, mi pare, che l'esergo del libro reciti "I limiti del
mio linguaggio sono i limiti del mio mondo" (Wittgenstein), ma bisogna
dare a "linguaggio", aggiungo io, un senso esteso, anche nella direzione
di un superamento dei generi e delle forme artistici. Tutto, in questo
linguaggio/mondo, è compreso, "nonostante me" dice l'autore nella nota
iniziale. Miser è semmai - quindi - un simbionte tanto ben adattato a
una certa modalità poetica quanto critico verso la realtà che
attraversa. Una posizione in cui con ogni evidenza alla fine finisce
per credere.
Organizzato come un acrostico espanso, anzi - dice il sottotitolo - "un
errare britannico in forma di acronimo" (le lettere che compongono il
titolo sono anche capilettera delle sezioni) il libro esplora una serie
di esperienze girovaghe, di erranze tra nebbie diverse, quella padana
quella londinese, ricostruite attraverso un montaggio serrato e veloce
che tiene conto non tanto della prosodia o di una ipotetica economia del
verso, che per Miser ha poca importanza, quanto piuttosto del fotogramma, dell'efficienza dell'immagine selezionata (o che si è lasciata selezionare) rispetto al quadro complessivo del testo, l'emersione di
un qualcosa dalle nebbie di cui si diceva. Non vorrei tornare ancora
sul discorso del frammento fatto più volte, e che è lontano da questo
tipo di scrittura, invece più simile ad un flusso osmotico innescato da
una necessità (sì, qui il vocabolo è appropriato) di riportare alla
luce, di verbalizzare, qualcosa di più profondo, in una serie
di schegge, di acute fitte versificate. Da questo punto di vista ha
certo ragione Alberto Cellotto quando afferma in una sua nota (v. QUI): "accade
infatti che il ricordo viene al mondo con la poesia e non accade che un
ricordo sia, più genericamente, il punto di partenza di una poesia (che
poi, a ben interrogarci, dove stia il "punto di partenza" di una poesia
è un aspetto davvero misterioso...)". Incontri, incroci, personaggi
borderline e molti, molti paesaggi attraversati, accennati, descritti
anche con nostalgia, molte similitudini, molti "come" assai creativi che
mi rammentano la passione che ne hanno le poetesse americane, molte
situazioni in cui si allude a disagi striscianti o conclamati, stanze
illuminate da una luce scarsa e radente che sbatte contro oggetti
insieme insignificanti e minacciosi quanto la macchina da scrivere di
Burroughs (ricordate Il pasto nudo?), fastelli di nomi e cose
("un’orbita una confusione e un nonsense / un io e un non io / una
sigaretta un soffio un the e il bottone / il suono e l’inferno / una
calotta una culotte...") e qua e là pennellate di colore (un "pantone",
dice il poeta) in funzione forse di richiamo vitalistico o tratto,
inamovibile e forte, di quelle emersioni di cui si diceva (e
in effetti uno dei motivi è questo scambio tra luce e ombra, tra interno
ed esterno, tra grigio e colore). Incidentalmente, non è un caso che
abbia parlato di emersioni: questo montaggio (a tratti
potenzialmente intercambiabile all'interno del testo e tra i testi)
raggiunge bene l'obbiettivo che si prefigge, poiché l'insieme (e
credetemi, non è una cosa banale) è più della somma delle sue parti, per
dirla in termini di gestalt. Come ogni atto artistico, del resto. La
scrittura di Miser è senza dubbio lirica. Certo con le sue
contaminazioni, i suoi innesti linguistici (citazioni, vocaboli
stranieri, brani di testi di canzoni) in chiave modernista (piuttosto
che post-), e magari c'è qualche cosa sopra le righe, qualche
calco beat (e non solo qualche citazione), qualche posa cosmopolita.
D'altra parte, qual'è il paese che non è per poeti? il nostro
probabilmente, e non solo per ragioni diciamo così sociali, ma anche
perché distante dalla cultura che appare continuamente
nell'infratesto, attestata anche dalla dichiarazione esplicita
dell'autore ("Nel testo scintillano isolati versi di T. S. Eliot, J. Dos
Passos, M. Foucault, A. Ginsberg, J. Kerouac, P. Vicinelli e E. Villa",
e gli unici due italiani omaggiati non sono certo organici a questo paese
poetico, mi pare), un panorama come visto dall'altra sponda
dell'oceano, con le spalle rivolte a casa. Ma certamente è anche per
questa cultura che si tratta di un particolare impasto lirico, una
rabbia lirica potremmo dire, che non vuole cioè rinunciare ad un
continuo dibattito, all'interno del testo, tra espressione e
impressione, tra elegia e rigetto, al centro del quale si pone come
arbitro un soggetto esposto, non mediato, anzi per molti versi attoriale
(Miser da quel che so agisce anche in campo performativo). Se c'è un
vago rischio in questo tipo di approccio è forse quello del
compiacimento, della ruga che attraversa la fronte corrucciata. Ma nel
flusso, anzi nella fluidità volutamente un po' singhiozzante che ricerca
Miser ci può stare, fa parte del gioco, rientra in quella assunzione di
rischio, sostanzialmente onesta, a cui fa cenno anche Cellotto nella
sua nota, di dire, di poetare senza stare a pesare troppo le parole. Un
libro interessante, sono curioso di vedere, se ce ne saranno, le prove
future. (g.c.)
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Domenica, 27 luglio 2014
Alberto Cellotto - Traviso - Prufrock 2014
Forse proprio partendo dai due exerga (uno di Camus, l'altro di
Baudelaire) bisognerebbe provare a farsi un'idea di questo libro di
Alberto Cellotto, che inaugura programmaticamente questa collana (hence le joie) delle Edizioni Prufrock. Il primo, tratto da La caduta, recita: "Dopo una certa età, ognuno è responsabile della sua faccia". L'altro, dalle Opere postume: "Tutto è numero".
Dice inoltre una nota editoriale; "Traviso è
un tentativo di scrittura breve e intervallata dal protagonismo del
numero che sta tutto nell’alveo di un’ ossessione precisa, cioè quella
per il volto dell’uomo, per quel pensiero che raduna le diverse
combriccole dei volti, quando si percepisce che ogni viso è legato a
ogni altro. Allo stesso tempo il travisare diventa un nascondimento
necessario, forse per provare a uscire dal loop dell’ossessione". Mi
viene sempre da pensare in questi casi, sia detto per inciso, che per
fortuna spesso gli autori sono migliori delle loro dichiarazioni di
poetica o di quelle dei loro editori.
Questi due o tre dati a cui ho accennato tuttavia non aiutano più di
tanto, a parte forse a illuminare un po' il titolo. Ammetto intanto di
non capire che cosa significhi il "protagonismo del numero" (vedo che i
testi sono numerati secondo la serie dei numeri primi 1, 2, 3, 5, 7, 11
ecc., tranne il primo [1] e l'ultimo [72]), ma posso ipotizzare, per
pura speculazione intellettuale, un paio di cose: che il poeta voglia
indicare una unicità, una solitudine (come nel titolo di Paolo Giordano,
ricordate?) dell'individuo (e forse del poeta) che però si riverbera
nelle unicità degli altri o forse vi si può sovrapporre. Al punto,
quindi come accenna la nota, di "travisarlo", come in una specie di
morphing. Restando tuttavia l'individuo di fatto indivisibile, esattamente come i numeri, pur nella serie infinita delle esistenze e del loro comune luogo di
essere. Uno è un altro, per dirla stiracchiando un po' Rimbaud. Ma,
soprattutto in questa poesia, non necessariamente io (il poeta) è un
altro. Per la ragione principale, a mio avviso, che questo libro ha un
evidente carattere concettuale, "esterno", costruito com'è
sull'accostamento, per me un po' artificiale ma peraltro non peregrino,
tra questi due paradigmi, il volto e il numero, e sulla forma,
rigorosamente fissata in sette versi, che però ha una sua precisa
estetica, la stessa fredda estetica indivisibile dei numeri primi. La
struttura stessa dei testi costituisce un "frame", sia in senso
semantico (cornice e sintesi di una conoscenza, in questo caso poetica),
sia in senso cinematografico (fotogramma), costruito con una certa
abilità.
E' il volto allora, se si accetta l'assunto della nota, quel volto che è
la prima evidenza dell'identità e di cui, secondo Camus, dopo le tracce
lasciate da un adeguato numero di anni, ciascuno di noi è responsabile,
ad essere il campo di indagine di questa poesia. Il volto molto
presente o accennato che incontri spesso nei versi (volto e i suoi
"parenti" semantici viso, faccia, orecchio, gola, mento, sorriso, occhi,
guancia), còlto, come qui altre "emergenze" del vivere o altri eventi e
constatazioni, per fotogrammi, come dicevo prima, la cui velocità
lascia nell'occhio uno stascico perturbante.
Il quadro complessivo, nella magrezza della "scrittura breve", è quello
di un ambiente urbano, di una "periferia di zolfo", di "aria pesta", di
strade bagnate, di un grigiore diffuso, "un grigio / viaggiare di visi
giunti / senza vento fin qui". Il tema di fondo è, anche qui, quello di
un malagevole vivere contemporaneo vissuto però individualmente, senza
echi per così dire "civili", un tema che mantiene ancora saldamente la
sua fascinazione un po' manierista nella poesia italiana di oggi. Il
"noi" o il "tu" generico e impersonale che marcano la presenza di
"qualcuno" all'interno di queste cornici suggeriscono non tanto, come
dice la nota, che ogni viso è legato ad un altro, ma che è anche
intercambiabile, direi senza peso "politico", e perciò ininfluente
davanti a un destino invariabile. E che forse travisarvisi dietro è
inutile quanto nascondersi dietro la propria stessa faccia. (g.c.)
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