Lunedì, 5 dicembre 2011
Libretto leggero, questo qui di Francesco Iannone (Poesie della fame e della sete,
Ladolfi Editore 2011), come sottolinea del resto nella sua breve
introduzione (che però sottotraccia dice più di quanto non appaia)
Gabriella Sica usando così tante volte la parola "lieto", e i suoi
sodali "lieve" e "leggero". Libro di una fame leggera, di una sete
leggera, intese entrambe come "fame e sete di verità" (sempre Sica), ma
che forse assomigliano di più a uno "stupore" molto giovane (Iannone è
del 1985) di fronte a un mondo che sembra appena creato, popolato
fittamente di uccelli e di altre scoperte ("Poco dopo un muretto di tufo
/ la sorpresa di arance grosse e tonde") che lasciano l'autore
altrettanto spesso "lieto e contento" delle sue notazioni, o meglio
denotazioni. A volte ci si imbatte in versi così disarmanti che devono
essere accreditati per forza di un notevole coraggio (" Gesù mio, fa in
modo / che dalla pioggia si salvino gli ulivi / che il vento si plachi e
più non faccia / male agli aranci e agli abeti / e non spezzi la
schiena ai ciliegi / a primavera tanto generosi di fiori"), mentre nel
contempo generano il dubbio che l'autore non abbia ancora davvero
realizzato come vanno le cose in questo piccolo mondo moderno, certo al
crepuscolo ma tutt'altro che crepuscolare. Forse è proprio questa
"ingenuità" (sia detto in senso buono, fresco), questo trovare ovunque
contentezza e gioia e speranza che genera una sua attrattiva e una certa
piacevolezza di lettura (e non dubito che riscuota successi), ma dietro
l'osservazione della natura, dietro i cani, gli insetti, i vecchi
contenti non si intravede ancora il dubbio, la domanda, la rivelazione
epifanica che possono abitare oltre la facciata delle cose, oltre la
loro mera "estensione" nel tempo e nello spazio. In questo senso gli autori
citati negli exerga (Leopardi, Luzi, Gatto, De Angelis) possono dare
importantissime indicazioni, compreso Gozzano, che pur avendo i suoi "uccelletti" aveva anche ironia e azzardo nel trattare "le piccole cose" (e anche il suo - forse - alter ego Totò Merumeni). Quindi c'è lirismo in questi versi, c'è grazia
ma forse c'è ancora un po' di strada da fare affinchè essa diventi la
"violenta grazia" che Gabriella Sica augura a un giovane "contento di
aver trovato la poesia".
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