Mercoledì, 20 giugno 2018
Alcune poesie di Jean-Pierre Duprey, cometa del surrealismo che è bruciata in fretta (suicida a 29 anni nel 1959), di cui avevo già presentato qualche testo QUI (allo stesso indirizzo trovate una nota biografica ed altre indicazioni). Altre poesie da me tradotte troveranno collocazione in una prossima pubblicazione collettiva.
Verità è falso
Le stelle hanno sorelle gemelle negli occhi delle lupe
Io, non ne ho di stelle
Il cielo è immobile nel mare
Io, non ne ho di mare
Io, io non ho un corpo ma cerco un velo
Per velare la mia apparenza di corpo
Cerco un velo impermeabile
Agli sguardi della verità
Perché non so mentire e temo troppo uno di questi giorni
Che la verità m'insegni che io soffro
Perché allora non avrei la faccia
Per dirmi che è tutta una bugia
(settembre 1946)
Canzone nel vento
Ho scoperto un gran sogno di ricordi
I fiori mi chiamano, i fiori hanno odor di donne
Gli occhi dei fiori si colorano di lacrime
Le viole1 vanno e vengono all'intorno
Il vento a tratti cambia di canzone
Il tempo a tratti cambia di mantello
Ancora i fiori parlano
E io ho casa in un angolo di cielo
Caduto malato proprio in mezzo ai fiori
In quella sera, così come la vita è infinita
Io faccio una passeggiata sulla luna
(1946.)
Amara
Al sorgere del sole piscia una bruma blu
Lui spelacchia un sole
E si taglia un cantuccio di giorno
Vuole accomodarsi in poltrona
Ma prima si suicida
Disperato di non avere quello che non ha
il poeta
il poeta
Mescola i suoi singhiozzi e chewing-gum
Si agita davanti ai grani di sangue
Che abitano il suo sparato
Volle rubare i perduti amori
E fumarli come mozziconi senza gusto
(1946.)
Corpo a corpo
La storia del mondo risale il vuoto
- Mentre qui tutto è segreto - al cielo più leggero
La sera cadeva melmosa come mescolata a piogge,
Ceppi di rumori mortali, campi di blu dormivano
Grigi di gelo e come se la vita
Si fosse coricata troppo pesante da sopportare
L'animale passò, diafano e senza appello.
Le nuvole forgiavano la battaglia del cielo,
Troppe croci, il freddo crepava il mare,
Nessuno sapeva per dove trapassare il ferro,
I corpi colpiti all'urto di corazze
La fine passava tra loro come una fitta,
Campane di sogno, campane di Dio attraversavano serrature,
Tutto si schiantò, il mare e la lotta insieme
Scivolarono attraverso la carne, troppo duro
Il vento lanciava frantumi di frasi mozze
La terrà s'apri essendo il male troppo grande
E sotto il fuoco crepò l'albero finale.
(novembre 1946)
da
Premiers poèmes publiés et inédits (1945-1947)
(traduzione G. Cerrai - 2018)
1 Les pensées
ovviamente sono anche i pensieri, ma per un testo con molti fiori ho fatto
una scelta un po' più surreale (ndt)
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Lunedì, 26 ottobre 2015
Alcuni testi tratti da Les champs magné tiques,
l'opera scritta a quattro mani da André Breton e Philippe Soupault,
febbrilmente, a volte per otto o dieci ore al giorno, in circa otto
giorni tra il maggio e il giugno del 1919 e pubblicata l'anno seguente.
Appartengono alla parte "versificata" del libro, in gran parte composto
da brani in prosa, secondo una procedura di "scrittura automatica" che i
due avevano immaginato fin dal 1918, quando, ancora coscritti,
montavano la guardia di notte all'ospedale militare a cui erano
assegnati e passavano il tempo leggendo a vicenda a voce alta i Canti di Maldoror di Lautréamont/Ducasse, che sarà poi considerato come precursore del surrealismo.
Libro di rottura, sotto molti aspetti, di una
"gioventù sacrificata" uscita dalla guerra con non poco disorientamento.
"Giro per delle ore intorno al tavolo della mia camera d'albergo",
scrive Breton negli Entretiens, "cammino senza scopo per
Parigi, passo le serate da solo su una panchina della piazza dello
Chatelet", in una indifferenza a cui non erano estranei che pochi amici,
tra cui Soupault, a cui Breton riconosceva una certa "gratuità"
nell'esercizio del pensiero. "Tra tutti i miei amici di allora mi pareva
essere quello meno contaminato dalla preoccupazione di un rigore
apparente, del tutto inconciliabile con il rigore reale che avevo la
volontà di instaurare". Una volontà di rigore che era prima di tutto di
natura sperimentale, come nota Philippe Audoin nella prefazione
all'edizione Gallimard. Era l'idea di un tentativo, come scrive Breton
nel Manifesto, di "ottenere da me stesso (...) un monologo di
un flusso più rapido possibile, su cui lo spirito critico del soggetto
non consenta di portare alcun giudizio, che non si ingombri, di
conseguenza, di alcuna reticenza, e che sia il più esattamente
possibile, il pensiero parlato". E' ciò che Breton chiama poi la scrittura automatica,
una scoperta accolta con l'entusiasmo (scriverà Breton nel commento del
1930 al testo) "di chi ha appena portato alla luce un filone prezioso",
entusiasmo che tuttavia non impedisce agli stessi autori di notare (con
"qualche fastidio") come si ottengano da questa scrittura "osservazioni
di una grande portata ma che si coordineranno e giungeranno ad una
conclusione soltanto in seguito". E' forse il riconoscimento di un
limite e può darsi di una volatilità, però non del tutto inopportuni, se
(scrive ancora Breton nel commento) "gli autori sognavano, o almeno
fingevano di sognare, di scomparire senza lasciare tracce". Tuttavia Les champs
rimangono un testo fondamentale, pure laddove possano apparire ostici o
addirittura manierati, anche se solo si considera il periodo storico e
culturale, già ricco di fermenti a cominciare dall'eredità che avevano
lasciato Baudelaire, Mallarmé, Rimbaud e Verlaine e con l'irruzione
sulla scena di Freud e della psicoanalisi a cui certo la scrittura
automatica si collega. Quello che gli autori cercano è infatti "un
prodotto grezzo, l'espressione immediata di una realtà almeno
psicologica, se non spirituale, che viene opposta agli artifici dei
facitori di versi, foss'anche di versi liberi" (Audoin), e in questo
certo c'è in parte anche il lavoro di Mallarmé sulla depurazione del
linguaggio dalla sua mera funzione strumentale e comunicativa. E' la
ricerca di una voce selvaggia capace di dire di una realtà nel sogno,
nell'assurdo, nello stesso linguaggio, in cui l'io stesso,
confrontandosi con qualcosa di più profondo, viene messo in discussione.
E' il surreale, o l'immaginario, o il meraviglioso, in definitiva,
secondo Breton, tutto "ciò che tende a diventare reale". (g.c.)
(Nell'illustrazione gli autori in due disegni di Francis Picabia (1920) - clicca sull'immagine per ingrandire)
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Mercoledì, 25 febbraio 2009
Un autore ancora poco noto e ancor meno tradotto in maniera sistematica in italiano, qui nella versione del poeta Valerio Magrelli.
«Non so cosa sarei diventato, se non avessi conosciuto la poesia. Le ho dedicato la vita. Questa parola, poesia, che per qualcuno è solo causa di fraintendimenti, per me rappresenta un mondo in cui posso finalmente capire perché sono nato. Una parola, un barlume, un suono: ecco quanto basta per ritrovarmi in un universo che mi appartiene, a cui appartengo e con cui, se mi è consentito dirlo, faccio corpo.» Così, e altre volte similmente, Philippe Soupault sottolinea la necessità di sapersi attraverso la poesia, di affermare la naturale disposizione a «sentire poeticamente» il mondo, al di fuori della «quotidianità» che stempera il gusto di cogliere le seduzioni infinite e infinitesime dell'esistenza. (...) Protagonista dell'«Azione Dada» («Il solo a non averne disperato», secondo André Breton), Soupault è tra i promotori dell'attività del Gruppo Surrealista. Breton ne precisa il contributo: «Con un senso acuto del moderno, tale da propiziare il totale affrancamento sia dei modi di pensare che dei modi di dire convenzionali, al fine di promuovere modi di sentire e di dire specificamente nuovi e la cui ricerca implica, per definizione, il massimo di avventura». Con Breton e Aragon fonda, nel '19, la rivista «Littérature» che nell'ottobre dello stesso anno pubblica alcuni frammenti di Les Champs Magnétiques. L'opera, scritta in collaborazione con Breton, inaugura praticamente la stagione della «scrittura automatica». Legato a Breton anche da «La speranza della rivoluzione russa, la disperazione, l'amicizia di Apollinaire, il fascino esercitato da Rimbaud e la scoperta di Lautréamont», Soupault mantiene comunque un proprio specifico e, pur continuando a firmare (fino al'25) la maggior parte dei manifesti surrealisti, matura il progressivo distacco che causa la « scomunica» di Breton (nel '26) e l'attacco contenuto nel Secondo Manifesto del Surrealismo, in cui viene definito «infamia totale». Soupault continua però a sentirsi surrealista, in quanto il surrealismo rimane anche e soprattutto modo di vivere. Nell'agosto del '74 conferma in una intervista: «Credo che dopo Les Champs Magnétiques non avrei potuto smettere di essere surrealista. Ero stato definitivamente segnato da quella esperienza. Non sì è smesso di codificare quella che era una tappa nella scoperta di una possibilità di "cambiare la vita", ma per me il surrealismo non è mai stato una scuola, un movimento o una chiesa. Dopo il primo libro surrealista ho continuato a considerare la poesia come una liberazione che ho sempre desiderato prolungare». (...) Con elegante immediatezza, Soupault riesce sorgente-ricevente, cartina di tornasole delle costanti dinamiche ed eterne dell'esistenza. «Senza retorica» scrive Marcel Raymond «una poesia senza ornamenti; e anche questo surrealismo, dov'è se non nello sforzo di percepire, ai confini dello spirito, il volto della vita?» Un volto che sovente si cela nei chiaroscuri della notte, nei lampioni che tratteggiano appena il buio, nell'incertezza che s'insinua nelle consuetudini e ne setaccia l'incolore succedersi, nel mistero che sfratta le abitudini, cassa di risonanza che non moltiplica effetti bensì presenze. Non vale più la logica solita, nella notte. Difatti la poesìa che la «ausculta», poiché riesce «il reale assoluto» (Novalis), poiché testimonia una chiaroveggenza permeabile, non ne serba traccia. Nella notte scocca l'insolito: riprendendo una mai smarrita attitudine, Soupault si fa allora esploratore dell'insolito, di cui la poesia è il «diario di viaggio ». Dalla consapevolezza dì praticare situazioni non conformi alle esigenze imprescindibili dell'uomo, nasce l'urgenza di rintracciare un altrove: non asilo confortevole e insipido ma spazio vitalizzante, da intuire e schiudere per tutti. Se la poesia, come del resto qualsivoglia espressione artìstica, ha il compito di far sentire che la sorte dell'individuo, magari stabilita a priori, tuttavia consiste grazie alle passioni, alla fantasia e all'immaginazione, allora l'angoscia esistenziale, l'agguato della morte e l'impalpabile incalzare del tempo, attraverso la sua voce non rimangono scacchi inesorabili. La poesia suggerisce proprio simili riscatti: quale faro puntato sul nulla, ne plasma l'indefinibile trasparenza architettando occasioni a immagine e somiglianzà dell'uomo che «la fa» e di chi, leggendola, «la rifa». Per Philippe Soupault si tratta di un imperativo ineludibile. (...) [nota di Ferdinando Albertazzi]
AVANT-DIRE
Penche-toi
et perce la lisse surface
Oranges
bleus
gris
vermillons
glissent et nagent
mes poèmes
Tout autour de ma pensée
virevoltent
les poissons verts
PREMESSA
Chìnati
e buca la superficie liscia
Arancioni
azzurre
grigie
vermiglie
scorrono e nuotano
le mie poesie
Tutt'intorno al mio pensiero
volteggiano
i pesci verdi
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