Mercoledì, 12 dicembre 2018
Diaforia si cimenta ancora, dopo Agnetti, Toti e diversi altri, in una oper azione di archeologia culturale. Detta così sembra una cosa abbastanza polverosa, ma si tratta di un appassionato recupero, anche esteticamente rilevante, di elementi preziosi, dispersi per qualche ragione (editoriale, temporale, torrentizia, carsica), ma che portano in sé, come ogni reperto che si rispetti, non una Storia museale ma un'immagine e una evocazione, un suggerimento e una suggestione. Ovvero - in ultima analisi - qualcosa che rizomatizzi (sì, proprio in quel senso lì) in chi, magari, non ha scritto ma deve ancora scrivere. Perciò non leggetelo, se temete che stimoli in voi qualcosa di brillantemente imprevisto. Questa volta si tratta di Luigi Ballerini e del suo "eccetera. E", opera prima del nostro (e su questo suo essere "prima" ci sarebbe già da parlare, in relazione al suo "dopo"), risalente come pubblicazione al 1972, come ricorda Giulia Niccolai in una nota finale al libro (ce n'è un'altra, ugualmente interessante, scritta da Remo Bodei, mentre il bel saggio introduttivo è di Cecilia Bello Minciacchi).
«Può agire come un rimedio, eccetera. E, può funzionare come un antidoto - ANTIPAURA è il suo testo d'ingresso — ai veleni della convenzione linguistica, degli abusi e delle catacresi e, al tempo stesso, può agire come antidoto al pharmakon che la neoavanguardia aveva proposto per quegli stessi veleni, un preparato salvifico e tossico insieme, secondo la duplicità di senso del termine greco originario: "medicina" e "pozione letale". Questo radicale testo di Ballerini prende le distanze dai "linguaggi novissimi" che pure ha assorbito e cui si riferisce: il lettore che alle Poesie per gli anni '60 si era un po' assuefatto, in eccetera.E non ha potuto ritrovare, in tutta pace, paesaggi lunari, scolii e simboli junghiani del laborintico esordio sanguinetiano. Non vi ha ritrovato neppure, allo stesso modo dominanti, il ritmo variabile e percussivo e la narratività del poemetto di Pagliarani, né la Milano della dattilografa diciassettenne, con le rotaie che si torcono come bisce, le «polveri idriz elettriche» e il cielo di lamiera. E neppure l'inesorabilità combinatoria che raffreddava (mai troppo, per fortuna) i montaggi di Balestrini, né la crudele ritualità di Porta, l'ossessività letterale con cui sigillava gesti in catene versali impietose. Vi ha forse potuto percepire la sorveglianza di un'acuta intelligenza critica analoga a quella che sosteneva l'esattissima poesia di Giuliani. Ma la novissima aria di famiglia che sembra aleggiarvi è oramai uno strumento (e quanto affilato), un'autointerrogazione e uno stratagemma. (...) È un libro, eccetera. E, che ama visceralmente la letteratura e al tempo stesso, nondimeno, è capace di prenderne salutari distanze. Di letteratura è nutrito, sostanziato, diremmo, nella gran parte delle sue minime costituenti, anche nelle sue sillabe, ma alla letteratura sa guardare con disincanto. Ciò provoca, nel lettore, un'attrazione profonda, e contemporaneamente un sospetto, un appressamento e una repulsione. Impossibile abbandonarsi, crogiolarsi a contemplare il castone - «(com'adamas)», appunto - perché quella gemma non basta: unica com'è, innesca un desiderio e quel desiderio finisce per avvilire. Raramente Ballerini cede alla ripetizione spandendo in versi poco distanti tra loro cellule testuali della medesima provenienza. (...) Il suo meccanismo è radicale, e della lingua (e della poesia) conferma, anzi esalta la valenza di corpo, di fisicità manipolabile, scomponibile. Tra le sezioni più interessanti e più dense del libro, peraltro, sono indubbiamente quelle focalizzate sul corpo (e corpo-linguaggio) - presentissimo in tutta l'opera, si pensi all'ampiezza dello spettro lessicale anatomico e medico - che con la sua parcellizzazione crea un'orditura fitta, a tratti ossessiva. Nevralgica quanto il rapporto con la tradizione e con le avanguardie. Con eccetera. E Ballerini intraprende una ricerca poetica diversa dai testi precedenti - si vedano le poesie in Opera aperta (1966) -, compie uno scarto. Il senso e l'importanza del libro risiedono proprio nello scarto inteso in duplice significato, quello del "residuo" della "spazzatura", appunto, degli avanzi - e quello della "deviazione", dello "spostamento brusco e repentino". » (dall'introduzione di Cecilia Bello Minciacchi)
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Martedì, 27 novembre 2018
L'opera di Lucio Saffaro (triestino, vivente a Bologna, laureato in fisica
pura) si svolge parallelamente, e con stretti rapporti di interrelazione,
nell'area delle arti figurative (ricordiamo le metafìsiche geometrie delle
tavole del Tractatus Logicus Prospecticus, quelle per il Polifilo del Colonna, le recenti mostre, del 77, a Bologna e a
Milano), ed in quella delle arti del linguaggio, collocandosi in una
singolare posizione nel panorama culturale contemporaneo: una posizione,
cioè, insieme eccentrica e centrale, dal momento che il suo lavoro, mentre
appare isolato e distaccato rispetto alle sperimentazioni ed alle prove
delle più recenti avanguardie, risulta tuttavia motivato e strutturato
dalle tensioni intellettuali che più profondamente percorrono e sommuovono,
specie sul versante scientifico, la cultura novecentesca.
La singolarità della scrittura di Saffaro è anzitutto riconoscibile nel suo
porsi all'intersezione del modello-progetto scientifico con il
modello-progetto letterario: luogo critico per eccellenza, dal momento che
lì si scontrano e si confrontano due sistemi di funzioni diverse (opposte?)
all'interno delle strutture concettuali e operative del linguaggio, del
simbolo e della forma.
È noto che nel modello-progetto scientifico: 1) il linguaggio tende a
ridurre al massimo l'ambiguità e la polisemia per consentire un rapporto
univoco del significante con il significato, esaltando la funzione
referenziale; 2) il simbolo, di tipo logico-matematico, è un segnale
altamente convenzionale che garantisce il massimo di concentrazione e di
formalità; 3) la forma è una metastruttura che consente l'analisi razionale
e logica nella operazione cognitiva. Nel modello-progetto letterario
(poetico) invece: 1) il linguaggio è il luogo di produzione di sensi
multipli, l'equilibrio del segno si sposta dalla parte del significante in
una moltiplicazione e complessa articolazione di «significanti
supplementari» (Agosti), esaltandosi quella «funzione poetica» (definita da
Jakobson) che trattiene il messaggio su se stesso, essenzialmente
autoreferenziale, nello spazio di « assenza » del referente esterno; 2) il
simbolo (pur nelle diverse accezioni che determinano la sua storia) è
fondamentalmente « motivato », si fonda su una « eccedenza » volta a volta
del significato o del significante, si statuisce per lo più come
sovradeterminato; 3) la forma infine è l'insieme delle relazioni e dei
livelli che costituiscono la struttura dell'oggetto.
Nella diversità (e/o opposizione) dei due modelli, la cultura
contemporanea, specie nell'ambito delle scienze del linguaggio, sta
elaborando possibilità sempre più articolate di convergenza, e ciò nella
direzione precipua offerta dal metalinguaggio. I princìpi, cioè, del
metalinguaggio logico-matematico, altamente formalizzato, vengono applicati
alle strutture del linguaggio in genere ed a quelle testuali
(Ietterario-poetiche) in particolare (si pensi alla linguistica formale o
alla teoria logico-semantica di Tarski o Petöfi), tentando proprio di
formalizzare ciò che nel linguaggio poetico si presenta come non-formale
(allo stesso modo come la tradizione esegetica aveva da sempre tentato di
controllare ed arginare, attraverso l'interpretazione, la irriducibile
sovra-produzione di senso « non-razionalizzabile » [ancora Agosti], propria
del testo poetico). Ma questo progetto, che si affida al metalinguaggio,
trova anche in esso il suo punto critico: « non esiste metalinguaggio »
afferma Lacan e la psicanalisi post-freudiana, in stretto contatto con le
poetiche novecentesche: non si esce dal linguaggio, e i poeti l'hanno
sempre saputo.
Ponendosi, dunque, come dicevamo, nel luogo di intersezione di quei
modelli-progetti, Saffaro viene ad operare non sopra, ma dentro al linguaggio poetico, riconduce il metalinguaggio
all'interno del linguaggio e precisamente come linguaggio che si
autoriflette, linguaggio che si pensa, si figura, si rispecchia,
duplicazione e moltiplicazione del linguaggio in se stesso (nella figura
della mise en abime): infine come autologia.
Il testo saffariano che qui viene presentato, Est Elladico, risale
agli anni '67-'68, in stretto contatto con altri testi: Trattato del modulo (Firenze 1967), Diario autologico
(Bologna 1968) e Teoria dell'Est (Roma 1969), nei quali appunto si
precisa, si mette in opera e si teorizza il principio dell' autologia. Nelle « Osservazioni sulla Teoria dell'Est»
(in «Idee», aprile 1970) Saffaro scriveva: « L'autologia potrebbe sembrare
una limitazione del pensiero, come quella circolarità della meditazione che
medita la propria meditabilità; ma se per circostanze autologiche si
intendono quei fenomeni che [...] attengono a se stessi, apparirà in tutta
la sua evidenza l'intensità esistenziale che si concentra nell'evento
autologico ». Nella Teoria dell'Est (libro costruito secondo un
rigoroso canone matematico, componendo una « cartesiana architettura ») il
linguaggio « figura » se stesso attraverso il vertiginoso gioco numerico,
acrostico, anagrammatico, eidologico, si autodescrive nella propria
operatività e potenzialità, e, descrivendo il proprio funzionamento, anche
raddoppia sia la distinzione che il nodo inestricabile delle proprie
funzioni. Ed è proprio l'operazione del « raddoppio » (divisione,
scissione) che si costituisce in Saffaro come preliminare e radicale: quel
« raddoppio » scindente che fonda, insieme, tanto il segno quanto
l'immagine, per cui l'autologia diviene il segno-immagine di se stesso,
compatto ed inscalfibile enigma che nessun Edipo verrà a « ridurre »,
decifrandolo, e che indica e marca in se stesso la differenza, la barra,
che divide e unisce, alla radice di ogni procedimento del Logos.
(Ricordiamo quanto, nel suo ripensamento di Derrida, scrive Agamben: « Ogni
interpretazione del significare come rapporto di manifestazione o di
espressione [o, all'inverso, di cifra e occultamento] si pone
necessariamente sotto il segno di Edipo, mentre si pone invece sotto il
segno della Sfinge ogni teoria del simbolo che, rifiutando questo modello,
porti innanzi tutto la sua attenzione sulla barriera fra significante e
significato che costituisce il problema originale di ogni significazione »:
cfr. G. Agamben, Stanze, Torino 1977, p. 165.) Saffaro ha
recentemente pubblicato un testo che risale al '50: Il principio di sostituzione (Pollenza, Macerata 1977), assai
rilevante per la direzione del suo futuro lavoro, dove la « sostituzione »
è quella, globale, dell'esistente con l'ente, del concreto con l'astratto,
della « cosa » con il simbolo: il fondamento stesso sia del linguaggio che
della operazione razionale della logica e della matematica, la grande
operazione del Logos occidentale che ha sostenuto tanto la costituzione del
soggetto come unità e fondamento del Cogito, quanto la sua destituzione
nella scissione (béance) che lo traversa e lo sbarra, mettendo in
moto lo slittamento del senso lungo la catena dei significanti (a partire
dalla « mancanza » originaria) e costituendo insieme la struttura del
desiderio. In quelle pagine leggiamo: « Divido le cose da loro stesse e
così raddoppio con un solo atto del pensiero tutto l'universo; speculando
poi su questa separazione dell'oggetto da se stesso, trovo che posso
formare nell'intervallo privo di misura infinite estensioni immaginarie e
una sola reale che è la coincidenza; similmente all'infinità prodigiosa dei
logaritmi del numero ». Se la « divisione-raddoppio » iscrive l'operazione
del « simbolico » (e il « reale », che in Lacan si definisce come il
non-simbolizzabile, è l'impossibile coincidenza), lo spazio
dell'immaginario è lo spazio stesso della « separazione », dell’« entre-deux », della barra o piega. Il « modello disgiuntivo » si
iscriverà costantemente nella scrittura di Saffaro, sia a livello tematico,
sia a quello dei dispositivi testuali. Così si veda, in questo Est Elladico, per il primo livello: « Lo scambio era
allora soltanto un trionfo del modulo [...] »; « queste contrapposizioni astratte, erano piuttosto il modello disgiuntivo di figurate preferenze »; « la duplicità dell'esistenza »; « vuota divisibilità »; « Se
gli affetti si disgiungono [...] », fino alla pronuncia di quella
« angoscia distintiva » che si sottende a tutta la scrittura. A
livello testuale la duplicazione prende qui la forma della coppia IO/TU,
sia nella sua contrapposizione (« Tu conosci le grandi ruote del mondo
[...] io ti porto il significato delle azioni », ecc.) sia nella sua
combinazione in un NOI che non neutralizza l'interna scissione. La
scissione, anzi, non si apre solo fra la prima e la seconda persona, ma
nell'interno stesso del soggetto (nello spazio della «elongazione»: «spenta
alterità da me»), come pure all'interno delle percezioni, della memoria,
del pensiero, all'interno dello spazio e del tempo. Allora la « distinzione
» che si moltiplica, sottraendosi alla riduzione all'unità, sembra offrirsi
solo ad una protratta, astratta « numerazione », « catalogo », « raccolta »
(« Sull'elenco di tutte le azioni scegliemmo la duecentocinquantacinquesima
[...] poi ci accorgemmo di averla già tralasciata. L'intelligenza degli
atti trascendeva ogni possibile elenco »; « Alla ricerca del libro dei
libri componevamo il segreto catalogo dei concetti: così il dizionario
astratto cresceva come un'algebra universale », ed è facile, qui, il
richiamo a Borges, del resto proposto da vari critici; ed ancora: «
radunammo le immagini del mare »; « Così il continuo simulacro da te
aggiunto alla vuota divisibilità, riprende la numerazione della statua
sostanziale »). In realtà l'elenco, la numerazione delle scissioni e delle
differenze, l'astrazione stessa su di esse operata sotto « la trionfale
tenda algebrica », non vale né a ridurle né ad eluderle: ogni operazione
formalizzante si scontra con qualcosa di irriducibile all'unità,
all'identità e alla presenza: precisamente con l'immagine-simulacro (« Mi avevi chiesto l'immunere Trattato, la
nozione assoluta, lo scritto invariabile; io non sapevo darti che
l'immagine necessaria »): quell'immagine-simulacro (oggetto, paesaggio,
evento, persona, statua, architettura) che non partecipa né del reale né
del simbolico, resto in consumato dell'astrazione del pensiero, di là dalla
distinzione vero/falso, indecidibile, la cui connotazione è l'angoscia («
Lontano dall'esistenza [...] distinguo chiaramente preannunci di angoscia
[...] si inviluppa entro se stessa la luce fluendo senza forma verso
manifestazioni virtuali di immagini poste oltre il concetto di
luce-tenebra, luogo senza limiti né orientamento », Principio di sostituzione). L'opera di Saffaro appartiene a questo
spazio di violenza e di angoscia del simulacro. Ricordiamo quanto di esso
affermava Deleuze: « Il simulacro è quel sistema ove il differente si
rapporta al differente attraverso la differenza stessa» ( Différence et répétition, Paris 1968, p. 355); e quanto scrive
recentemente J. Baudrillard in « Précession des simulacres »: « non si
tratta di irreale, ma di simulacro, vale a dire di un'immagine che non si
scambia più con del reale, ma si scambia solo con se stessa, in un circuito
ininterrotto in cui né la referenza né la circonferenza sono in alcun luogo
» (in « Traverses », 10 febbraio 1978). Il simulacro è esso stesso
autologico, autospeculare, ripiegato sulla propria « differenza »,
convoluto su se stesso nella torsione dell'anello di Moebius (ed è
significativo che questa figura della moderna topologia, che emerge
frequentemente nella scrittura di Saffaro, sia stata utilizzata da Lacan
per la formalizzazione della struttura del soggetto, e compaia anche nello
scritto di Baudrillard sul simulacro). Una torsione che, superando la
contrapposizione dell'ossimoro, rende, in Saffaro, reversibile e
indecidibile qualsiasi coppia antitetica, sia concettuale (vero/falso,
tempo/eternità, sensibile/intelligibile) sia operativa l'opposizione delle
aree lessicali, ad esempio: scientifica/letteraria (iper-letteraria, anzi,
nel recupero di una tradizione aulica che va dalla « tragedia » dantesca e
cavalcantiana, attraverso il rinascimento, il neo-classicismo e il
decadentismo — l'attacco di Est Elladico ha addirittura
inflessioni dannunziane - fino al surrealismo metafisico), oppure
l'opposizione dei modelli di enunciati (logico-scientifici dimostrativi e
asseverativi gli uni, prevalentemente illocutori gli altri, addirittura di
tipo mistico-profetico, alternati con strutture periodali di tipo
narrativo), fino alla opposizione-duplicazione stessa di
linguaggio/metalinguaggio.
Lo spazio della duplicazione e del simulacro (della « scrittura » in senso
« derridiano ») è centrale e genetico nella cultura novecentesca, ma
percorre sotterraneamente tutta la tradizione occidentale, affiorando
singolarmente in area tardo-rinascimentale e meno marcatamente in ambito
tardo-romantico. Le citate parole di Baudrillard a proposito del simulacro
contengono, leggermente alterata, l'antica definizione dell'ente divino
attribuita ad Ermete Trismegisto: « un cerchio il cui centro è ovunque e la
circonferenza in nessun luogo ». Effettivamente il richiamo più persuasivo
che si possa proporre per l'operazione di Saffaro è quello alla grande
tradizione ermetica, particolarmente nelle sue emergenze rinascimentali
(Ficino, Pico, Delminio, Bruno), nelle sue connessioni con la Cabala, il
pitagorismo, l'alchimia, le teorie della figurazione simbolica (si pensi
alla « summa » di questa cultura riscontrabile nel Settenario del
Farra e nella sua « filosofìa simbolica »), tradizione che Saffaro combina
alle ricerche ed ai risultati più recenti della matematica, della
geometria, della fìsica moderne (si veda in questo senso il suo scritto di
fisica: Dai cinque poliedri platonici all'infinito), e che investe
anche tutto l'insieme di quei « giochi linguistici » che si connettono
direttamente alle sperimentazioni rinascimentali e medievali. A questa
tradizione, appunto (le ruote, gli alberi lulliani, le artes memoriae di Delminio e di Bruno, le « statue » bruniane del Lampas triginta statuarum, il recupero simbolico delle immagini
degli dei degli antichi del Ripa o del Cartari, i geroglifici, gli emblemi
e le imprese, il classicismo esoterico di Pirro Ligorio, i calcoli e i
giochi prospettici), appartiene gran parte della imagerie e dei décors saffariani (erme, architetture, idoli, statue, paesaggi
costruiti come i giardini simbolici del Rinascimento), sì che leggendo
certe pagine sembra inoltrarsi tra i simulacri di pietra del « bosco sacro
» di Bomarzo. Ma nella stessa tradizione si inseriscono anche i
procedimenti di scrittura (giochi verbali e numerici, pitagorismo e Cabala)
e soprattutto la costante componente di « ritualità » che caratterizza sia
le operazioni descritte nei testi saffariani, che la operazione stessa
della scrittura del testo. Riti di iniziazione o di purificazione, di
augurio o profezia, di contemplazione, di « attesa », gesti e percorsi
rituali (evidentissimi in questo Est Elladico, ma anche nello
pseudo-romanzo che è Fars, tracciato proprio su un percorso
rituale): questa lenta, densa, assorta e lucida ritualità simbolica
costituisce la sostanza stessa degli atti, delle azioni, che non conoscono
altro margine di esistenza se non quello appunto del rito o della
trasformazione nelle « operazioni » logiche ed autologiche della
riflessione. La trama pseudo-diaristica di queste 24 epistole, come quella
del Diario autologico, costituisce in realtà lo spazio di una
radicale « dislocazione » (« Dislochiamo arditamente questi giorni nelle
araldiche di metafisiche incompiute », leggiamo nel Diario):
dislocazione nello spazio del simulacro e dell'autologia. Questo è il rito
che si celebra anche, punto per punto, in Est Elladico, dove lo
spessore del simulacro (« la densa ramificazione dell'identità ») resiste
alla « logica assoluta » e continua a promuovere, nella sua corsa
metonimica, il desiderio. Il titolo stesso è costruito come un geroglifico
complesso, un emblema verbale. Lo statuto « logico », « allegorico » ed «
estetico » dell'EST verrà dichiarato proprio nella Teoria dell'Est
: « L'oggetto fondamentale è l'epistasi della realtà, il suo coronamento
immaginario assoluto ed infinito; costituito di Esistenza, Spazio e Tempo;
e l'EST ne è il simbolo proprio », che si raddoppia a sua volta in
Estetica, Sapienza, Teoria. Le tre lettere che lo compongono rimandano
inoltre a TRIESTE, non soltanto luogo di nascita dell'autore, ma luogo
reale al quale si riferiscono queste 24 epistole (numero rituale, come poi
le XXIV Tesi della Diateca, testo esemplare per la struttura del
simulacro: della lenta, impercettibile torsione dell'identico nel diverso).
Come punto cardinale indica l'oriente: insieme origine e termine della «
occidentale meditazione » (« La ricerca dell'occidente non aveva fine [...]
l'orlo ammetteva circolari soluzioni »), delle « vicende occidue » che «
nascondono le nascoste proprietà dell'immaginazione », di contro alla «
luce orientale » delle « assorte geometrie del pensiero »; mentre il
riferimento all'Eliade indica il luogo e il tempo della nascita stessa del
Logos, « dei fasti primitivi dell'idea ». Ma il sintagma Est Elladico è
anche uguale e diverso (simulacro) dall'altro, diversamente ripartito:
Estella Dico, che in esso si iscrive letteralmente e semanticamente, dal
momento che Estella è il nome del TU presente nel testo, insieme
destinataria delle lettere-epistole e « oggetto » del « dire » da parte del
soggetto dell'enunciazione, personaggio femminile che diviene così,
mediante la radicale « dislocazione », da persona biografica (ma pur
rimanendo tale, nella sua iscritta nominazione) «oggetto assoluto»: quel
«coronamento immaginario della realtà » di cui l'Est è il simbolo proprio.
La scissione stessa si sposta nel corpo verbale, duplicandosi, vi
moltiplica i « bivii » del senso, si avvolge su se stessa nella propria
auto-affermazione: « dire Estella » è allora « dialogare », accedere alla «
divisione » del dialogo: « Ma se dividi, lasciami questa definizione che ci
trattiene in erti dialoghi indeclinabili ».(adelia noferi)
Il nome di Adelia Noferi (Firenze 1922-2014) è forse sconosciuto specie ai più giovani, ma stiamo parlando di una fra i critici più eminenti del Novecento italiano, docente presso l'università di Firenze, studiosa in grado di esaminare una varietà impressionante di autori e periodi letterari, come Petrarca, affrontato in più di un libro, Dante, il Seicento, il Romanticismo, Foscolo, Leopardi, nonché autori contemporanei come Montale, Luzi, Ungaretti, Bigongiari, a cui aveva dedicato l'ultimo libro e di cui era amica, e che di lei aveva scritto definendola "uno dei maggiori ingegni critici di oggi". Dotata di uno stile personalissimo, che è possibile apprezzare anche in questo piccolo saggio, aveva affinato nel tempo i suoi strumenti critici partendo da insegnamenti di maestri diretti o indiretti come Contini, che aveva apprezzato il suo primo lavoro dedicato a D'Annunzio, De Robertis, lo stesso Bigongiari, ma costruendo poi un approccio scientifico al testo che teneva conto sia dei "mezzi" più classici, sia di quanto di più interessante e fecondo per lo studio critico proveniva dalla semiologia, dalla linguistica, dalla filosofia, soprattutto di scuola francese, senza dimenticare le suggestioni di tipo psicoanalitico. Per cui non è infrequente trovare nei suoi scritti riferimenti a Jakobson, Lacan, Barthes, Kristeva, Blanchot, Derrida, Deleuze, Baudrillard, ma anche Agamben o Gadamer. Alcune delle sue opere principali sono L’esperienza poetica del Petrarca (1962), Riletture dantesche (1988), Soggetto e oggetto nel testo poetico (1997), Frammenti per i fragmenta di Petrarca (2001), Piero Bigongiari. L’interrogazione infinita. Una lettura di «Dove finiscono le tracce» (2003)
Lucio Saffaro
è nato a Trieste nel 1929, si è laureato in fisica pura all' Università
di Bologna, città nella quale ha vissuto dal 1945 e dove è morto nel
1998.E
stato pittore, scrittore e matematico. Dagli anni Sessanta si è
affermato come una delle figure più originali e inconsuete della cultura
italiana, ricevendo ampi riconoscimenti in ciascuno dei campi in cui ha
operato. Le sue ricerche sulla determinazione di nuovi poliedri sono
state oggetto di numerosi saggi e conferenze, tenute da Saffaro in
Italia e all'estero. Queste ricerche a loro volta sono state commentate
da autorevoli studiosi e più volte apparse negli annuari della
Enciclopedia della Scienza e della Tecnica di Mondadori, oltre che in
riviste scientifiche. Ha pubblicato oltre cinquanta opere letterarie,
recensite e presentate da critici prestigiosi, per Lerici, Scheiwiller,
La Nuova Foglio, l'Almanacco dello Specchio di Mondadori e le Edizioni
di Paradoxos da lui stesso ideate. Nel 1986 ha pubblicato a Parigi Teoria dell'inseguimento,
con un saggio introduttivo di Paul Ricoeur. Maggiori notizie e una
bibliografia completa sono reperibili sul sito della Fondazione Lucio
Saffaro (v. QUI). Un importante contributo, con scritti di Saffaro e note di Gisella Vismara e Rosa Pierno è reperibile su Diaforia.org (v. QUI)
Testi tratti da Almanacco dello Specchio 8/1979. L'opera a stampa a cui riferirsi è Est elladico: XXIV epistole, Paradoxos, Bologna 1973, oggi purtroppo introvabile.
Continua a leggere "Documento: Lucio Saffaro - Est elladico, con un saggio di Adelia Noferi"
Domenica, 8 ottobre 2017
Fabio Orecchini - Per Os - Sigismundus Editrice, 2016
Conosco Fabio da un po', seppure alla lontana come permettono i mezzi
attuali. Lo conosco almeno dal 2011 (v.
QUI
), da quello che posso considerare, per quello che ne so, l'inizio di un
percorso poetico (ma non solo) attraverso una realtà che per lui non era
possibile accantonare o considerare come elemento illeggibile e buonanotte,
o qualcosa da aggirare "ermeticamente", come intorno a un idolo di pietra
che ci restituisce indietro l'eco dei nostri inutili lai, ancorché alti.
Almeno da Dismissioni la realtà ha una faccia precisa, si
manifesta concretamente come espressione del potere totalizzante, una
feroce sineddoche, una parte che si prende il tutto, in una lotta (di
classe? perché no?) che lascia sul terreno vittime altrettanto reali. Il
punto di caduta si realizza nei luoghi dove si condensano le dinamiche e
gli attriti tra singoli e sistema, dove la chimica e la fisica degli
scontri residuano sul campo scorie significative, e ferite. Dove i nodi
vengono al pettine. E' il lavoro, è l'ambiente, è la vita chiusa in un
cerchio produttivo/riproduttivo regolato quasi sempre da altri. E' il
cataclisma, il disastro , qualcosa cioè che in principio attiene a qualcosa
di destinale, ma che poi ricoagula rapporti asimmetrici tra singoli e
sistemi, tra colpiti e chi è chiamato a fornire una risposta. Dismissioni era, come scrivevo, il libro "di una
tragedia, anzi di una catastrofe industriale, del lavoro, della salute,
della disgregazione sociale e familiare che a quella catastrofe si
accompagna, la chiusura degli stabilimenti, il loro smantellamento e -
prima, contemporaneamente, dopo - lo smantellamento chirurgico di chi ci ha
lavorato rimettendoci i polmoni"; qui invece lo spunto di una riflessione
poetica è il sisma che ha colpito L'Aquila e il territorio circostante, non
tanto nella sua immediatezza quanto nella sua sedimentazione di strati,
fisici e morali, da cui è necessario risalire dolorosamente alla
superficie. In altre parole (quelle di Fabio), una "allegoria della crisi
antropologica e politica del contemporaneo".
Dette così le cose, potrebbe sembrare che il lavoro di Orecchini sia
ascrivibile alla vasta e indefinita categoria della poesia (o altra arte)
civile, categoria che quasi inevitabilmente porta con sé almeno due
connotazioni, una "politica" (nobile quanto rigida), e una "realistica"
(idem come sopra). A me pare, in realtà, che l'espressione artistica di
Fabio (scrittura e non solo) sia sufficientemente moderna (e forse post-)
da sfuggire a certe secche, soprattutto perché i "luoghi" di cui si diceva
sono qui eminentemente metaforici (o metonimici) ma anche - e forse qui in
maniera precipua - luoghi del linguaggio, dove il linguaggio riprende la
sua forza ove si libera da schemi per così dire "economici", legati ad una
produzione di senso di basso livello. Quindi, tuttavia, politica
lo è, ed è certo, se mi si passa un aggettivo un po' desueto, militante,
anche nel senso dello studio della materia e della ricerca "sul campo" che
sta dietro a questo lavoro. Un approccio complessivo a cui Orecchini non
può rinunciare, può solo sottoporlo a critica, rivederlo, saggiare il suo
grado di adattabilità all'oggetto della sua attenzione artistica.
Ci sono diversi livelli in quest'opera, come già nella precedente, un
lavoro non facile da descrivere. Direi che Fabio ha portato a maturazione
espressiva un formato di fruibilità multipla, per canali diversi. Anche
questo libro non è solo un libro. E' un testo, riguardo al quale
occorre tener conto della sua struttura, della sua forma grafica, della sua
lingua; è nello stesso tempo Terraemotus, una
installazione multilivello multimediale (anzi intermediale), che dopo aver
girato varie collocazioni ora è
in rete
(e quindi fruibile senza allontanarsi dal testo ma che col testo
canonicamente inteso ha un rapporto non strumentale nè di mero supporto
iconico, ma apporta semmai una somma di prospettive, la generazione di una
biosfera culturale a sua volta generativa, diversa da quella della seconda
edizione di Dismissioni, per la quale parlavo di "estensione
ipertestuale"). Come libro si affida ovviamente alla parola, anche qui a
diversi livelli. Per os è termine medico, ed è una via a doppio
senso, attraverso cui entra la medicina, esce talvolta il male, qualcosa si
installa e si espelle. "Per os, - scrive Fabio - per bocca e per
la bocca, somministrate siano le parole, le poche che restano". Questa
rarefazione delle parole mi pare che rappresenti diverse cose, tutte
importanti, che Orecchini vuole far risaltare: la perdita di parole è
perdita di potere, anche senza scomodare Foucault, perdita di voce
antagonista, delle "parole per dire"; è perdita di voce, progressiva
estinzione del fiato, lamento che proviene da sotto macerie reali e
simboliche, che si affievolisce e tuttavia non cessa di lanciare il proprio
grido di protesta, di rivendicazione di un diritto (alla vita, ad esistere,
ad essere identità rilevabile) irrinunciabile; il diradarsi delle parole
nel bianco della pagina, rappresentazione grafica, eidetica di questo
"resto" di parole, che diventa manifesto politico proprio perché,
paradossalmente, questa rarefazione non decade - anche retoricamente - a
mero slogan, cioè non si semplifica. Non parla troppo e
tuttavia dice molto, come un cieco che non vede ma vede oltre (ilTiresia di Giuliano Mesa che lo stesso Mesa recita nel Livello -2, Sismografie, della installazione). Siamo, in altre
parole, nel campo dell'epos degli sconfitti, un epos moderno.
Naturalmente il linguaggio, specie per un esploratore come Fabio, non basta
più, anzi tende a somigliare mimeticamente ad altro con cui entra in
simbiosi, che sia esso ciò che tenta di descrivere, la maceria, le scorie,
oppure i mezzi di espressione comprimari con i quali peraltro è difficile
competere, per ovvie differenze di codici. E' un'altra delle ragioni,
credo, di questa frantumazione linguistica. Tuttavia queste poche ma buone
parole, a volte lacerti, esclamazioni, ma comunque ben pesate, bastano ad
articolare un discorso efficiente ed efficace, un testo strutturato in sei
sezioni intimamente correlate: Ananke | I due mondi, ovvero
l'elemento destinale ma anche la "necessità di riconnettere", come dice
Fabio, i frammenti di un dolore profondo siano essi psichici, fisici o
mnemonici; de generare | la casa dentro, con un esergo che recita
"la verità rende ciechi, la cecità tutto più vero" (che vedremo poi a che
rimanda), una visione "esplosa", come si direbbe in termini tecnici, come
di interni visti dall'esterno, anche qui fisici e psichici, similmente a
case sventrate dal sisma, in cui da fuori si vedono suppellettili, oggetti,
intimità; per os | somministrare parole, è "il fuoco di parole che
devasta / mentre tutto d'intorno si tace", i perché senza risposta, "il
fallimento dell'immortalià / domestica di morire non senza aver pulito" e
insieme la parola gettata come una rete di salvataggio, " una vocec'è qualcuno? / che crepa nel muro / crepa"; OO | la memoria della crisi - SS | la crisi della memoria, ove -
ipotizzo - si recita il dramma degli equivoci di una memoria che da una
parte registra (la crisi, il dolore, la morte ed è - ipotizzo ancora -
memoria dei singoli, delle vittime, dei superstiti) e dall'altra è pronta,
a-criticamente, a ripercorrere i consueti circoli viziosi o errori ed è la
memoria corta collettiva (singoli compresi), istituzionale, è in ultima
analisi "[ l'assedio della Storia // sedimenta ] si dimentica";
segue Ifigenia | sequenza mancante, che sembra affrontare
l'incomprensibilità, quasi decimatoria, del sacrificio, del caso che uccide
i giovani e risparmia i vecchi, come l'anziana signora quasi centenaria di
cui raccontano le cronache, che sotto le macerie attende i soccorsi
sferruzzando il suo uncinetto e tuttavia, col recupero, avviene una "assunzione" al cielo, una rinascita, una dilazione del tempo (ed è la sezione in cui più la scrittura si
dirada, diventa pura fonazione, lamento, annotando qui che il linguaggio
continua a rarefarsi, poiché, come giusto, fa le spese del suo emittente,
il corpo medesimo, la sua crisi di elemento sempre più periferico del mondo
e della natura, perfino quando vittima che non capisce. Il linguaggio
allora diventa articolazione, gemito. Magari dovrebbe farsi bestemmia, ma
questo è un altro discorso, ci vorrebbe una dimensione del sacro che non ci
appartiene più. Del resto, come dice Giuliano Mesa in un esergo, "Non c'è
che questo andarsene dal dire"); infine a chiudere la sezione iato | apertura delle ore, che immagino il tempo sospeso, e che
pure c'è, tra la fine dell'evento e la ricomposizione di una realtà del
"dopo", "tra rimozione e rigenerazione", come fosse la contemplazione
immota della polvere che silenziosa si riposa sulle macerie.
Varrebbe la pena di accennare a quanto avviene sul versante installativo,
come è possibile vedere al link riportato. Ma credo che sia un'
esperienza
da fare direttamente, dedicandoci il tempo che ci vuole, immaginando
l'installazione come uno spazio da attraversare, dove il percorso è
verticale, ma contrario, è un diverso scavo, va verso l'alto (da Livello -2
a Livello 2), verso una uscita, l'aria, il cielo, del corpo, attraverso le
barriere fisiche, e della voce, che urta i denti quasi a spezzarli, forse
anche della ricerca di una verità non necessariamente raggiungibile, ma
sempre necessariamente perseguita. Immaginandola come un luogo fluido, a
suo modo sismico - come le sismografie (v. ancora il Livello -2
dell'installazione) di Fabio, "trascrizioni continue, che avvengono in
disgrafia autoindotta, su rulli di carta", di alcuni versi sempre di Mesa -
ma potente produttore di senso. Immaginandola insomma come un luogo del
pensiero, da cui forse proviene il testo, o a cui forse approda. (g. cerrai)
Continua a leggere "Fabio Orecchini - PER OS"
Martedì, 7 marzo 2017
Enzo Campi - ex tra sistole (dieci sequenze per un poema irrisolvibile) - Marco Saya Editore 2017
Dieci sequenze per un poema irrisolvibile, dice il sottotitolo di
questo libro. E', fin da qui, la denuncia di un'aspirazione (e di una
ispirazione) tesa alla realizzazione di una completezza organica, di una
struttura (che la forma poema esemplifica); e la consapevolezza della
difficoltà di attingere a qualcosa di concluso, sia in termini formali
sia nel senso dell'esplorazione della materia poetata. Non è un limite,
è - direi - una coscienza. In effetti niente impedisce a questo libro di superare sé stesso, la propria carta, il limes convenzionale
di una pagina finale. Perfino chi legge lo sa, giungendo alla pagina
sessantanove, che tra l'altro termina con un unico punto interrogativo,
acuminato e ultimativo. E ora?, si domanda il lettore. E tuttavia il
viaggio è stato agevole più di quanto avvenga in quasi tutte le opere in
cui si pratica una scrittura genericamente definita di ricerca. Voglio
dire, non si attraversa, almeno non più di tanto, una selva oscura,
aggrottata, superciliosa. C'è anzi in questo libro dell'ironia, a volte
del sarcasmo, e un' infinità di incastri sinaptici, di agganci
mnemonici, di sottili riferimenti culturali, di trasferimenti verbali
per assonanza e consonanza, di metafore cognitive stimolanti e così via.
Ed una accennata architettura teatrale (prologo, parodo, stasimo, coro,
ecc.) che sembra preludere, o meglio suggerire, invitare, a una
fonazione, interiore o palese, a una messa in scena di tutto questo
materiale verbale, nella quale il lettore si potrebbe con qualche
soddisfazione cimentare (e in effetti il suono in questo libro ha una
rilevanza notevole). Certo ha ragione Giorgio Bonacini (nella
postfazione) ad avvertire il lettore che quella di questo libro non è
una lettura comunemente intesa (che cioè, dico io, si può permettere
qualche rilassatezza o disattenzione, tanto poi...), perché necessita di
"pratiche interpretative significanti", anzi "occorre leggere come se
fossimo noi a scrivere". Insomma, dice Bonacini, "se (...) non si fa
questo sforzo benefico di aderire a ogni articolazione, scrutando e
auscultando anche i minimi tratti del testo, l’opera di Enzo Campi la si
può certamente leggere, ma al minimo delle sue potenzialità
semantiche". Mi rendo conto che c'è un'apparente contraddizione con
quanto ho scritto prima, dando forse l'impressione di una facilità di
lettura. Be', questa non c'è, perché bisogna, secondo me, non tanto
mettersi nella testa di Campi ("leggere come se ecc."), quanto cercare
di capire il più possibile il suo sistema metaforico e di pensiero
(compresa la loro reinvenzione), là dove "rimanda perpetuamente ad
altro, ovvero a qualcosa che non appartiene al sistema di riferimento e
di significanza preso di volta in volta in considerazione" (Sonia
Caporossi, nella prefazione).
L'obbiettivo di Campi, proprio nel senso di un centro da attingere
anche con qualcosa di perforante, è certamente il linguaggio. Ma non il
linguaggio come territorio di scorribande, come materiale torcibile a
piacere (per quanto Campi al bisogno non si tiri indietro in questa
pratica), quanto il linguaggio o la lingua come arnese usurato,
centripeto, ricorsivo, discutibile, egolalico, che si autorigenera in
luogo comune, che si autocertifica come dominante e come langue omologa.
Che tende ad un uso "economico", non dispendioso, produttivo e (quindi)
politicamente conservatore. Che perciò, secondo Campi, è intimamente
antipoetico e antiartistico, ontologicamente manierista, incapace di
articolare cioè una definizione del reale che abbia a che fare con la
bellezza. L'obbiettivo è anche il materiale con cui si cerca di
raggiungerlo, unitariamente, la freccia è insieme il bersaglio e chi
scocca (inevitabilmente Campi mette in discussione anche la sua "resistenza" alla lingua, i suoi propri
punti di rottura, soprattutto nella perlustrazione dei limiti, che mai
vuole saggiamente superare, tra dicibile e indicibile, comunicabile e
incomunicabile). E' un abile gioco di equilibrio, un procedere su una
corda tesa di parole, molte delle quali deviate e metamorfizzate in
altre per contiguità, per assonanza, per una eterodossa parentela di
sensi e suoni, per spoliazione di significati, per de-nominazione,
ovvero per rottura dei legami tra parola e oggetto ecc.; e questo
avviene non solo sul singolo vocabolo ma anche, spesso, sulla catena
sintattica, sulla spezzatura (per la verità a volte un po' capziosa)
della frase. C'è poco di "comodo" e di confortevole in questa modalità
espressiva. Il sistema metaforico di Campi a cui alludevo è in realtà
una supermetafora del linguaggio, da una parte come corpaccio che deve
essere purgato con la necessaria "crudeltà" (e qui si rimanda a uno dei
dedicatari del libro, Antonin Artaud. L'altro è, ça va sans dire, Emilio Villa), dall'altra come ouroboros, elemento
primigenio che si consuma ma per la cui rigenerazione è lecito sperare e
lottare. In questo senso il lavoro di Campi sul linguaggio (qui
verbale, ma va da sé applicabile - e in effetti applicato - a qualsiasi
altro linguaggio artistico) non è meramente clastico, frammentante, ma è
plastico, riformante, dato che qui "da ogni disgregazione si forma uno
scarto di senso" (Bonacini, rilevando in realtà uno dei caratteri
"forti" della poesia in genere). Un processo di cui Campi dimostra di
avere una piena coscienza, anche quando sembra svelare (come ricorda
Caporossi) delle meccaniche, "una dichiarazione di poetica e di
metodologia compositiva" come in questo passo "dato un incipit
ricordarne l’ / essenza e usarlo come / collante come / legante ogni
volta che la / scorta di senso diviene / scarto a delinquere”,
domandandosi subito dopo, ironicamente “ah! / è questa la / regola / ?”.
Certo che no, almeno per quanto lo riguarda (mentre per altri forse sì,
e andrebbero verificati i risultati, alla fine). Molto più
probabilmente Campi crede in altro: "la / regola parla chiaro / bisogna /
copulare avec la / barbaque / raspando con / ruvide lime i /
residui di / senso di / messe mai / celebrate e / pure sublimate in /
pomposi baccanali". In altre parole bisogna affondare le mani e il corpo
intero nella carne viva, nella materia bruta, raschiandola all'osso,
rinnovando una non superficiale comunione poetica con essa. E' evidente
la distanza tra la prima e la seconda "dichiarazione": lì il linguaggio
genera le cose e sé stesso (non necessariamente rigenerandosi), qui la
materia genera il linguaggio (quel linguaggio) con cui è
possibile descriverla. Una delle più impegnative dichiarazioni di
intenti che abbia avuto occasione di leggere da un po' di tempo a questa
parte. (g. cerrai)
Continua a leggere "Enzo Campi - ex tra sistole"
Mercoledì, 21 dicembre 2016
Daniele Poletti - Ottativo - Edizioni Prufrock spa, 2016
L'ottativo è il tempo del desiderio, della possibilità, un antenato di
quel congiuntivo che ne mantiene ancora qualche tratto somatico. Forse
c''è un nesso tra questa mia breve annotazione e il titolo di questo
libro. O forse sono già stato depistato, complici le note editoriali.
Cos'è che eventualmente muove il desiderio o l'arte del possibile in un
libro come questo? Domande difficili da metter sotto sequestro,
recintare, soprattutto leggendo un'opera in cui la suggestione (meglio
ancora, il "suggerimento"), come energia messa a disposizione del
lettore, è motore principale, alimentato da parole che assomigliano a
schiavi liberati dalle catene.
Il libro ha una sua struttura rigida che contrasta con la fluidità del
materiale (v. più avanti): circa sette sezioni - la maggior parte delle
quali composte da tre testi "doppi" (cosa che poi vedremo) segnati con
numeri romani e a volte qualche titolo aggiuntivo - intervallate da
testi dalla connotazione prosastica, identificati da lettere progressive
(A, B, C,...) e titolati tutti "deprivazione del sonno". Da questo
punto di vista è un'opera organica, o per lo meno c'è una evidente
volontà di dotarla di organicità, di una struttura che riconduca ad un
tutto ogni singolo testo e a cui ogni testo si appoggi. In sostanza un
poema, un genere o una forma che hanno ritrovato il loro habitat
naturale proprio nella poesia di ricerca, fornendole una veste
concettuale.
Poema su che cosa? Domanda mal posta e fuorviante, in un'opera di
questo genere. Nella quale l'evidenza (proprio nel senso di prova
provata) è quella di un percorso, anzi di una penetrazione, anche
aggressiva, un tentativo di attraversamento di un corpo durissimo da
perforare, quello che è già arduo definire come "realtà" (quale? di
chi?). Il desiderio e la possibilità accarezzati sono quelli di un
accostamento, un accostamento di conoscenza a questa realtà/verità in
maniera paritaria, con l'unico strumento possibile, rebus sic stantibus,
cioè il linguaggio, uno strumento che però è in parte spuntato, almeno
da quando parole e cose hanno preso strade diverse, e il significante ha
assunto un ruolo iconico. E con la complicazione non indifferente che
qui non sembra entrare in gioco almeno l'altro grande strumento che
potrebbe supplire a questo iato, l'immaginazione, sostituita semmai da
un impianto allegorico piuttosto rarefatto, poichè distanziato, lontano,
dietro la durezza delle parole. Del resto, allegoria di che? Il mondo
ha qualche ragione di essere allegoria? O di comunicare qualcosa
attraverso di essa? Sotto questo aspetto a Daniele, come ha detto
altrove, non interessa la comprensione del dettato, ciò che lo intriga è semmai la dimostrazione (perseguita, mai raggiunta) che tutto è dicibile, è toccabile con
la parola, per trarne un senso anche inaspettato, o pitico. Ovviamente
una parte di questo senso sfugge, ma solo perché esso è consegnato alla
individualità del lettore (e so che una delle aspirazioni di Daniele è
comporre un'opera "aperta").
Ci sono in questi versi molte cose concrete, oggetti che popolano la
mente o il sogno (?), e molte parole/oggetto. Ma la realtà è un
materiale composito, un calcestruzzo però privo di solidità. In questo
senso non è reale perché non dispone di sé, non ha la
responsabilità di avere una struttura "fissa" che risponda a una qualche
mente razionale, di garantire sé stessa, di essere - in termini di
sociologia - una "costruzione sociale". La realtà - comunque la si
definisca - è (specie in un'opera di poesia) semplicemente un divenire,
sia nella realtà medesima sia nella mente di chi la "costruisce"
(l'autore). Mantiene, sempre, un alto grado di riscrivibilità. In questo senso, forse, c'è qualcosa di optativo, un margine di devianza o di possibilità, un
pertugio che serve a scardinare la superficie, infilandoci un qualche
grimaldello al fine di scoperchiarla, di ficcarci dentro uno sguardo
speculatore e conoscitivo. Sguardo a volte troppo vicino, microscopico, o
forse giustamente vicino, come quelle dilatazioni di frattali
che dimostrano nel piccolo un universo complesso, sguardo a volte di una
acribia perturbante, a volte rivolto ad un interno profondo, molto
corporeo, come di chi sta ad occhi serrati immaginando non il proprio
ombelico ma le proprie viscere.
In questa "ideologia" che mi pare di intravedere, c'è forse il senso di
altre caratteristiche di questo libro. Dove, ad esempio, le
"ripetizioni" dei brani sono in realtà espansioni o interpretazioni di
qualcosa che si omette, si fa finta di omettere, o si dimentica. Infatti
quasi tutti i testi sono "doppi", ma nel senso, appunto, che il secondo
lievita il primo, lo destruttura e lo ricompone, in uno sviluppo che è
anche (e forse inevitabilmente) una mutazione o anche una catastrophé, e
insieme uno scolio, una glossa, si vedano quegli apici che paiono
annotare (chiarire?) certe parti delle seconde "versioni" (e già con
questo termine siamo in un territorio instabile, poiché non c'è nessuna
certezza che versioni poi in effetti siano). C'è da aggiungere che il
primo testo viene definito dall'autore "archetipo", e questo è
interessante, per i molteplici rimandi alla psicologia, alla filologia,
alla critica del testo, e per l'evidenza dell'artificio di cui dicevo
prima, cioè di un secondo testo in cui porzioni del primo sono
"ricostruite" (parole dell'autore). Si potrebbe d'altro canto avere
l'impressione di una situazione simile (ma contraria) a quando si vuole
ricostruire al mattino un sogno avuto nella notte. Qualcosa manca,
qualcosa si aggiunge, altro viene reinventato. Il riferimento al sogno
non è casuale, in questa mia personale interpretazione, se si guarda
alla scrittura di Daniele come se fosse un processo insoddisfatto (e
forse aleatorio) di condensazione e spostamento, di costruzione e
distruzione di elementi costitutivi la realtà personale dell'autore,
anzi una verità "inverata", statuita e riparametrata come tale, per
quanto possa essere - scrive un Poletti/Debord - "una verità parallela
al vero". Una realtà in cui certo entra anche il perturbante, cioè la
dialettica tra il consueto, l'ordinario, il quotidiano, l'oggettuale e
il senso di alterità, di estraneità, di "doppiezza" che essi possono
generare quando si innescano certi corti circuiti ("è sconfortante come
la mela conosca l’albero / e l’albero non conosca la mela"). Dal punto
di vista di questa rielaborazione continua di materiali può essere utile
ricordare anche che alcuni dei testi di questo libro provengono da
un'altra prova (credo del 2013 o 2012, non ricordo se uscita a stampa)
intitolata, guarda caso, "Sui Quaderni in ottavo di K. (Ottativo)", cosa
che però non è detto che giustifichi o intersechi il titolo attuale (e
soprattutto il "prodotto" poetico attuale).
Da un altra prospettiva i termini scientifici che costellano il libro
dovrebbero per loro natura fornire un aggancio alla "verità", a qualcosa
di inconfutabile all'interno del materiale composito di cui si diceva,
ma appaiono anche come elementi "duri", come conchiglie puntute che
trovi camminando sulla sabbia, corpi alloctoni, misteriose presenze non
necessariamente funzionali alla comunicazione, come moai in un
paesaggio spopolato. E' anche un ricorso alla techné, a qualcosa di
surmoderno, un ammiccare ad un sentimento del tempo in cui l'umanesimo
in crisi si misura con un positivismo scientifico che da parte sua non
se la passa bene, anzi è morto e sepolto. E insieme un affermare: ecco,
vedete, le parole hanno ancora una consistenza, come se fossero ancora consequentia rerum.
Un approccio ricorsivo negli scritti poetici di Poletti, almeno in
quelli che ho avuto occasione di leggere. Ma anche i termini botanici,
anatomici, fisici, medici ecc, fanno parte di quelle cose concrete (o
empiricamente verificabili, se si rimane in ambito scientifico) che a
loro volta intridono quel materiale composito di cui si parlava.
Sembrano d'altra parte corrispondere, nella loro concretezza, ad un
grado di puntuta attenzione, forse proprio in quelle "deprivazioni del
sonno" che fanno da pietre confinarie nel testo. Uno stato di veglia,
forse ricercato e indotto ("Benzodiazepine in etere ottundimento,
riduzione della vigilanza, / difficoltà del verbale, diplopia, l’albero è
un albero / l’albero e la sua funzione") che però non sospende in
maniera drammatica solo il sonno, ma per forza di cose incide anche sul sogno, inteso come distruzione, ricostruzione e superfetazione della realtà.
La scrittura di Poletti ha (allora) in sé il suo desiderio e la sua
potenzialità, tenta di agire in sé non come strumento di lettura del
mondo, ma come parte e forma di esso. Forse è in virtù di
questo che, pur mantenendo un andamento certo sperimentale, il libro di
Daniele non scivola mai in quella arroganza, quella presa del potere
della parola in cui la parola vale qualcosa a prescindere da quel che
dice, diventa rara e perciò preziosa e il suo valore cresce in maniera
inversamente proporzionale alla sua usabilità. Al di là delle indubbie
difficoltà il libro non è oscuro (Daniele diverse volte si è dovuto
difendere da questa accusa) per chi voglia carpire il senso di questo
percorso (formativo o plastico, direi), addirittura a tratti illuminato
da lampi assolutamente lirici, emersioni che non erano sfuggite, a suo
tempo, a uno dei più attenti lettori di Poletti, Edoardo Sanguineti). Il
percorso complessivo mi pare chiaramente indicato a chi legge, e
ampiamente aperto alle libere interpretazioni soggettive proprio grazie alla sua non univocità, nella accezione in cui intendeva il termine U. Eco. Anche la chiusa ha il suo senso. Alla fine si perde
la definizione, forse la chiarezza, forse la strada (dico il lettore,
perché certo l'autore nasconde tra i suoi materiali coordinate e punti
geodetici utili a ritrovarla, magari andando a ritroso): perché le
"deprivazioni del sonno" G,H e I subiscono in chiusura del libro uno
smottamento grafico che le rende progressivamente illeggibili, scivolano
in altre parole, in ammassi di una inintelligibile oscurità. Forse è
obnubilazione. Oppure il sonno è giunto, le palpebre si sono alla fine
chiuse. Immaginiamo che inizi un altro libro, forse un libro "nero",
un'opera di una diversa densità. L'amico Daniele, se vuole, può
prenderlo come suggerimento. (g.cerrai)
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Martedì, 29 novembre 2016
Un’influenza senza angoscia: l’ombra lunga di Emilio Villa nei testi di Corrado Costa
[da un intervento al Convegno che ha avuto luogo nelle giornate del 24 e 25 novembre 2016 presso la Scuola Normale Superiore, dal titolo «I Verbovisionari.
L’ “altra avanguardia” tra sperimentazione visiva e sonora»]
Il parallelismo critico tra le figure di Corrado Costa ed Emilio Villa, oltre a poggiare su una solida amicizia personale (testimoniata dal nutrito
carteggio conservato presso l’Archivio «Emilio Villa» di Ivrea), ha prodotto un’interessante collaborazione artistico-letteraria, particolarmente operativa
tra gli anni Sessanta e Ottanta. Ricordo, sinteticamente, tra i testi più noti, ll mignottauro. Phrenodiae quinque de coitu mirabili (scritto a
quattro mani e pubblicato nel 1980) e The Flippant ball-feel (un testo di Emilio Villa composto ad accompagnamento dei tre poemi-flippers di
Corrado Costa e William Xerra, presentati alla Mostra del Mana Market, a Roma, nel 1973).
Per fornire un inquadramento generale dell’approccio di Costa ai testi villiani, occorre partire da alcune specificazioni preliminari: per quanto Villa sia
stato un referente d’elezione per il giovane poeta, Costa è riuscito ad emanciparsi piuttosto brillantemente dal modello villiano, smontandolo nelle sue
componenti fondamentali ed isolando quelle caratteristiche tecniche più utili a fondare una propria avventura sperimentale, felicemente autonoma. Per
questo motivo, si potrebbe parlare di un caso critico-clinico di «influenza senza angoscia», cercando, nel parafrasare e distorcere l’etichetta di Bloom,
di conservare intatto il valore dell’influenza, da cui Costa si svincola ma soltanto dopo aver compiuto un pedinamento serrato dei testi villiani, e
operando una scelta ragionata di prelievi stilistici cui mescolare altre sollecitazioni culturali o apporti personali. Dal canto suo, Emilio Villa ha
l’abitudine di rivolgersi a grandi modelli del passato (dai filosofi presocratici ad Artaud, da Esenin a Eliot), scansando il dialogo diretto con i poeti
contemporanei; pertanto la figura di Costa verrà accettata in veste di compagno di strada (a volte coadiutore in opere a quattro mani), ma senza che la
collaborazione lasci tracce stilistiche o suggestioni tematiche evidenti.
Soprattutto nei testi di Costa elaborati all’interno dell’arco cronologico citato all’inizio (anni sessanta-ottanta), il basso-continuo villiano si impone
come referente preferenziale e quasi “seconda voce” argomentativa nella riflessione del poeta. Se prendiamo, ad esempio, Inferno provvisorio
(uscito nel 1970), oltre a svariate allusioni e citazioni dirette sparse nel corpus testuale, troviamo un sottoparagrafo intitolato proprio «Emilio Villa»,
una sorta di digressione dedicata alla figura-chiave nel percorso di formazione del poeta:
Emilio Villa
. Tutte le tecniche dell’allusione, dell’eufemismo, della sostituzione si assommano. Fanno divenire il testo un GRANDE LAPSUS in una lingua intermedia fra
francese e italiano, che non è né l’una né l’altra, ma conserva di entrambe l’enorme bagaglio culturale, il suono latino, lo spaventoso senso del sacro!
Oltraggiando se stessa la lingua diventa l’epifania dell’Oltraggio, e qualsiasi nome si forma nel suo flusso si corrompe, si guasta, si sfregia
definitivamente. Villa, a bella posta, verifica l’oltraggio fuori dalla poesia per oltraggiare meglio la poesia: presentazioni per pittori, lettere,
telegrammi e altri pretesti. La (d)eclaration, contro la Dea Madre, è dedicata alle opere del pittore Giuseppe Desiato, che a sua volta ha combinato
fotografie di donne nude, abbronzate e bianche nei punti chiave dell’erotismo e su questi ventri, aperti come un libro, ha intercalato violentemente la
scrittura
[C. Costa, Inferno provvisorio, Feltrinelli, Milano 1970, p. 50].
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Sabato, 9 maggio 2015
Dieter M. Gräf è nato nel 1960 e vive attualmente tra Colonia e Berlino, dopo aver vissuto a Roma, New York e Vézelay (FR). E' poeta, con all'attivo diverse raccolte, nessuna delle quali tradotta in italiano (mentre esistono diverse traduzioni in inglese), e numerosi premi internazionali, tra cui il "Villa Massimo" di Roma nel 2004. E' inoltre fotografo e traduttore. Le versioni qui presenti sono di Alessandro De Francesco, Angela Sanmann ed Elisa Biagini, che è stata a sua volta tradotta in altre occasioni da Gräf. Le quattro poesie qui pubblicate sono per così dire tutte "italiane", poichè rimandano a personaggi e luoghi del nostro paese (l'editore Giangiacomo Feltrinelli, Claretta Petacci, il Lago di Como, che a Claretta e Mussolini si ricollega attraverso un suono) che Gräf rilegge e ricompone, con occhio acuto e uno stile del tutto personale, in una realtà sotto molti aspetti diversa, collaterale (cioè come vista da una prospettiva inusuale secondo il senso comune) ma non meno "reale", anzi, come nella poesia su Claretta, drammaticamente iperrealista. Una realtà, quel che più importa, magari intrisecamente violenta ma che contiene una poesia, una poesia che si può estrarre e far risaltare, anche in ciò che è apparentemente impoetico. Un atteggiamento artistico che non è banalmente ottimista (c'è del "buono" in tutto), ma che ha semmai l'ottimismo della ricerca, cioè la fondata convinzione che sia possibile instaurare un rapporto "poetico" con la realtà la più disparata, e con le forme che sia essa che la stessa forma-poesia possono assumere. Ovvero, secondo Gräf, una poesia che attrae per la sua capacità di mostrare "qualcosa che per me prima non esisteva". E' sotto molti aspetti il concetto di post-poesia su cui molti stanno riflettendo in questi anni. Come afferma anche De Francesco in uno scambio epistolare con Gräf, non solo una poesia di ricerca ma anche una "poesia alla ricerca": "Ci sono, tra gli altri, due generi di poeti: coloro i quali scrivono dentro e a partire da un'idea di poesia stabilita prima di loro, e quelli che cercano di trarre dalla poesia esiti che normalmente la gente pensa che non riguardino (o anche non dovrebbero riguardare) la poesia stessa. Questa seconda 'categoria' è per me molto importante, e io penso che entrambi apparteniamo ad essa". (g.c.)
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Sabato, 21 marzo 2015
Più che un post una notizia, o un'indicazione di lettura. Pubblico qui al cuni testi tratti da Vita zero di Lamberto Pignotti, uscito per la prima volta nel 1962 e ripubblicato in formato digitale dalla Onix Ebook (*). Pignotti, classe 1926, è considerato universalmente il padre della poesia visiva (anzi verbovisiva) e di ricerca italiana, attivo fin dagli anni Quaranta - Cinquanta. Artista poliedrico, giornalista, saggista, ha partecipato alla fondazione del Gruppo '63, e ha dato poi vita sempre nel 1963, insieme a Eugenio Miccini e Giuseppe Chiari, al Gruppo '70, un progetto interdisciplinare con l'obbiettivo di mettere in atto le possibili sinergie artistiche, concettuali, tecniche, comunicative per un'arte "sinestetica" che rispondesse agli stimoli di una realtà in forte cambiamento, anche tecnologico. E' in quell'ambito, tra l'altro, che si sviluppa la poesia visiva, attuata spesso con tecniche di collage (v. un esempio in calce), che costituisce la massa più rilevante, e forse più nota, della produzione di Pignotti, sebbene la sua bibliografia di opere poetiche, di saggistica e anche narrative sia davvero enorme. Dice Marco Palladini nella prefazione di questo libretto: "È in questo clima neo-capitalistico che anche la sonnacchiosa letteratura italiana incomincia a reagire. Alcuni scrittori resistono e prendono assai criticamente le distanze: da Bianciardi (vedi La vita agra, sempre 1962) a Pasolini che denuncia un ‘nuovo fascismo’ economico-sociale che distrugge le differenze e omologa tutto dentro il modello consumistico. I giovani autori della neo-avanguardia prendono, invece, la palla al balzo per cercare di svecchiare sul piano teorico, metodologico e linguistico la premoderna scena letteraria nazionale, ancora incardinata alla estetica del ‘realismo’ (...)La posizione di Pignotti che trapela da Vita zero mi sembra intermedia. Non c’è alcuna contestazione apocalittica o retrò o reazionaria della modernità capitalistica che avanza, ma c’è una sottile, puntuta decostruzione, un sardonico straniamento del suo modello razionalistico-efficientistico.(...) Il riuso di forme di linguaggio tecnico o burocratico-funzionale o epistolare-formale, la straniata reiterazione di frasi fatte o di luoghi comuni fa pensare anche alla poesia di Nanni Balestrini, anche se in Pignotti non c’è l’efferato e ‘crudele’ effetto di montaggio spaesante del poeta milanese, qui è tutto organicamente ricomposto e compiuto. Vita zero di poesia in poesia ci precipita in una condizione di indecidibilità e di sgretolamento del mondo: “… insomma tutto ciò che può essere visto / e fissato in immagini in quanto tale / fornendo al tempo stesso / la massima illusione di verità / e la più completa sensazione di astrattezza”. La ‘verità’ come illusione e l’astratto che si incarna e si presentifica collidono tra loro e non soltanto ci ‘disorientano’, ma sono il moderno mix da cui procede un azzeramento delle ragioni del vivere. È la desertificazione dei valori e la correlata disumanizzazione del soggetto tradizionale, laddove il moderno neocapitalistico impone impersonali paradigmi econometrici, tecno-razionali, scientifico-oggettivistici, dunque per l’appunto di manipolazione desoggettivante".
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