Giovedì, 18 febbraio 2016
Pasolini e oltre : "Officina Pasolini" al Mambo di Bologna (esposizione fino al 28 marzo)
Officina come sotto-intende la parola è luogo di costruzione, di produzione manuale di oggetti, di un qualcosa che si realizza nel fare, nel comporre e
scomporre, nel tenere insieme parti, elementi aleatori, in apparenza minimali o insignificanti, nel montarli tra loro fino a produrre un oggetto finito, la
forma, il profilo e la struttura di un’opera; allo stesso modo la concezione della mostra monografica al Mambo di Bologna sulla vita e opere di Pasolini si
vuole come montaggio di estratti e testi letterari, scene cinematografiche, fotografie, appunti inediti e manoscritti originali, infine costumi di scena
che dischiudono un vero e proprio universo poetico, estetico e culturale, un percorso artistico a molteplici sfaccettature e contaminazioni tra le diverse
arti e linguaggi per un artista irriducibile a semplici etichette e categorizzazioni. Nel percorso pasoliniano trapela il suo metodo di lavoro intuitivo
che scorre fluidamente dalle parole alle immagini, dalla poesia, alla saggistica, al cinema o alla narrativa e delinea, nel passaggio il volto di un paese,
un'Italia che si trasforma profondamente nel corso di un quarantennio accompagnando le fasi del suo lavoro.

La scelta curatoriale del Mambo sceglie di esplorare attraverso una serie di scritti e immagini filmiche e fotografiche alcuni nuclei centrali, luoghi e
figure mitiche attorno a cui ruota e si costruisce, si consolida e si trasforma l’universo poetico di Pasolini dalle prime poesie in dialetto friulano,
alla narrativa ambientata nelle borgate romane del sotto-proletariato urbano, al cinema di poesia e agli scritti “corsari”, alla critica della società
consumista e del potere neo-capitalista, fino alle ultime opere uscite postume, il film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e il romanzo incompiuto
“Petrolio”. “Officina” in questo senso è anche il lascito di un’opera aperta e poliedrica che si vuole testamento per le future generazione di artisti,
poeti o registi cinematografici e teatrali, fucina di idee e immagini, scritti e riflessioni critiche alle quali attingere, ispirarsi o dialetticamente
mettersi in dialogo quasi proseguendo su un sentiero tracciato e lasciato aperto per un’opera come quella pasoliniana che, come sottolinea la mostra, si
vuole risolutamente non-finita, o meglio dal finale aperto, in divenire, in un divenire-altro, estraneo e oltre sé stesso: altra parola, altra lingua o
altro corpo a partire da quella.

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Mercoledì, 20 aprile 2011
Visto lunedì sera "La passione di Cristo" di Mel Gibson. Non lo avevo mai visto prima, c'era qualcosa che mi impediva di farlo. Una giusta intuizione, con il senno di poi: buona la prima, come si suol dire. Quello che divide un regista americano fascistoide e integralista da un poeta italiano laico e marxista è sopratutto una sensibilità che ha profonde radici umaniste, che si è nutrita di una estetica secolare insieme rispettata e criticata, anche con durezza, come avveniva in quegli anni Sessanta in cui P.P. Pasolini girava "Mamma Roma" e "Il Vangelo secondo Matteo". Quando Pasolini scriveva questi versi (1962, i giorni sono quelli delle riprese di "Mamma Roma") il "Vangelo" era ancora di là da venire, ma in queste righe si può già intravedere ciò che in gergo cinematografico si chiama il "soggetto" (la "visione", dice il poeta) del futuro capolavoro. Il Tonino citato nel testo è il grande Tonino Delli Colli, direttore della fotografia dei principali film di Pasolini, Leonetti è Francesco Leonetti, poeta amico personale di P.P.P. e cofondatore, nel 1955, della rivista "Officina", mentre l'Acqua Santa è una località della campagna romana in cui P. girò nel 1963 "La ricotta", episodio di "RoGoPaG", che fu oggetto all'epoca di un processo per vilipendio della religione. Il testo è tratto da "Poesie mondane", in "Poesia in forma di rosa", Milano 1976.
23 aprile 1962
Una coltre di primule. Pecore controluce (metta, metta, Tonino, il cinquanta, non abbia paura che la luce sfondi - facciamo questo carrello contro natura). L’erba fredda tiepida, gialla tenera, vecchia nuova - sull’Acqua Santa. Pecore e pastore, un pezzo di Masaccio (provi col settantacinque, e carrello fino al primo piano). Primavera medioevale. Un Santo eretico (chiamato Bestemmia, dai compari. Sarà un magnaccia, al solito. Chiedere al dolente Leonetti consulenza su prostituzione Medioevo). Poi visione. La passione popolare (una infinita carrellata con Maria che avanza, chiedendo in umbro del figlio, cantando in umbro l’agonia). La primavera porta una coltre di erba dura tenerella, di primule... e l’atonia dei sensi mista alla libidine. Dopo la visione (gozzoviglie mortuarie, empie - di puttane), una "preghiera" negli ardenti prati. Puttane, magnaccia, ladri, contadini con le mani congiunte sotto la faccia (tutto con il cinquanta controluce). Girerò i più assolati Appennini. Quando gli Anni Sessanta saranno perduti come il Mille, e, il mio, sarà uno scheletro senza più neanche nostalgia del mondo, cosa conterà la mia "vita privata", miseri scheletri senza vita né privata né pubblica, ricattatori, cosa conterà! Conteranno le mie tenerezze, sarò io, dopo la morte, in primavera, a vincere la scommessa, nella furia del mio amore per l’Acqua Santa al sole.
nella foto: P.P.Pasolini e Enrique
Irazoqui ai Sassi di Matera (Copyright Archivio Domenico Notarangelo)
Giovedì, 30 aprile 2009
Domani è il Primo Maggio. Il 25 Aprile se n'è andato, con molte polemiche e qualche appropriazione indebita. Chissà se tornerà e in che vesti. Comunque...Ripropongo qui una poesia di P.P. Pasolini, legatissima a un oscuro periodo storico che mi auguro non torni mai più: gli anni '60, il governo Tambroni, la tragica primavera-estate che culminerà con l'eccidio del Luglio a Reggio Emilia (v. qui). Temo che i giovani non sappiano niente di queste cose. Ma il Primo Maggio non è solo il concertone a San Giovanni...
La croce uncinata
Da molte notti, ogni notte,
passo sotto questo tempio, tardi,
nel silenzio dell'aria
del Tevere, tra rovine scomposte.
Non c'è più intorno nessuno, allo scirocco
che spira e cade, fioco tra le pietre:
forse ancora una donna, laggiù, e dietro
il bar di Ponte Garibaldi, due tre poveri
ladri, in cerca di dormire, chissà dove.
Ma qui, nessuno: passo veloce,
rotto da una notte tutta ansia e amore:
non ho più niente nel cuore
e non ho più sguardo negli occhi.
Eppure, quest'immagine, col passare delle notti,
si fa sempre più grande, più vicina:
ecco lo spigolo, liberty, contro la turchina
distesa del Tevere: ed ecco i poliziotti
che piantonano il tempio, tozzi e assorti.
Li vedo appena, coi loro cappotti
grigiastri, contro un albero secco,
contro i bui scorci del ghetto:
e colgo una breve luce, negli occhi
umiliati dal loro goffo sonno di giovinotti:
una accecata stanchezza che vede nemici
in ognuno, un veleno di dolori antichi,
un odio di servi: restano indietro,
soli come lo scirocco che vortica tra le pietre.
Una vergogna, triste come la notte
che regna su Roma, regna sul mondo.
Il cuore non vi resiste: risponde
con una lacrima, che subito ringhiotte.
Troppe lacrime, ancora non piante, lottano,
oltre questi umilianti quindici anni,
dentro le nostre dimentiche anime:
il dolore è ormai troppo simile al rancore,
neanche la sua purezza ci consola.
Troppe lacrime: a coloro che verranno
al mondo, per molto tempo ancora
questa vergogna farà arido il cuore.
Aprile 1960
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