Martedì, 19 aprile 2016
Cinzia Marulli - Percorsi - La Vita Felice, 2016
Ogni poeta, per conoscere il mondo, diventa filosofo dirigendosi verso lo sconfinamento dell’esistenza con sguardo e sensi vigili. Ogni poeta si incanta ed
eredita ricordi e interrogativi del passato rendendoli vivi, sempre originali, grazie alla ricostruzione di ipotesi, confronti e intrecci etico/emotivi.
Cinzia Marulli, nel suo recente lavoro poetico Percorsi, edito La Vita Felice, 2016, infatti, si serve delle esperienze tangibili e invisibili per
collocare parole sagge e di senso in componimenti poetici che interpretano aspetti esistenziali, distanti e prossimi, tra la memoria e il panorama
socio/emotivo dell’uomo contemporaneo. Abitare luoghi emotivi serve ad accompagnare il proprio percorso psicologico e intellettualistico verso
l’accoglimento della vita, intera, scomposta e sezionata, sollevando gli aspetti più significativi e, a volte, impercettibili. Ecco perché l’autrice indaga
tra le discrepanze e le contraddizioni umane sottolineandone la coscienza e la dimensione sensibile/razionale dell’io. Il desiderio è quello di fondersi
con la natura, ascoltarne la voce, lasciarsi sedurre dalla consapevolezza che tutto nasce e muore nella terra, anche i ricordi o la malinconia, la
nostalgia. Non troviamo dolore esistenziale, ma inventari, propositi che hanno validità affettive e fremiti propiziatori dell’alienazione del tempo futuro.
Le tre sezioni del volume, Il senso bianco delle nuvole, Il paradosso del cerchio, Il riflesso della luce, delineano viaggi fisici e spirituali,
transiti che compensano il processo di umanizzazione del soggetto/oggetto inesplorato e rinnovato. Riflettere sugli aspetti molteplici ed evocativi del
male, del superfluo, del dolore, permette di sviluppare itinerari a cui attingere per trovare risposte e ristoro, riconoscimento e rinascita. Le parole,
allora, si trasformano in monumenti progettati per realizzare coraggiose interpretazioni del cosmo e setting da cui partire e/o ritornare comprendendo,
così, la vita nella sua interezza, nel suo impianto complicato, conflittuale e, contemporaneamente, semplice, delicato. Marulli ricrea con slancio, i
tasselli della celebrazione dei valori, quei lineamenti di un mosaico vertiginoso e leggero in cui le figure centrali sono naturalistiche (fiore, vento,
sole, terra). È qui che si completa la pianificazione razionale e spirituale dell’autrice romana, riscrivere i significati dei segni umani, culturali. (rita pacilio)
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Lunedì, 31 marzo 2008
Inizia oggi, con l'articolo dedicato a Scipione (Gino Bonichi 1904-1933) il percorso di Francesco De Girolamo attraverso la cosiddetta "scuola poetica romana", un progetto che mi sembrava interessante intraprendere e che Francesco ha accolto con entusiasmo, assumendosene l'onere non indifferente. Il percorso, che parte appunto da Scipione e arriverà, salvo intoppi, ai giorni nostri, avrà una cadenza irregolare, per ragioni legate ovviamente alla disponibilità di tempo di chi ci si impegna in prima persona per pura passione. Di questo ringrazio fin da adesso De Girolamo. Vorrei solo aggiungere che la scuola romana è stata anche una straordinaria esperienza nel campo delle arti figurative, spesso strettamente intrecciata con quella letteraria, sia per le frequentazioni (Ungaretti, Bontempelli, Cardarelli e altri), sia per i protagonisti, che a volte spaziavano in diversi ambiti artistici. L'illustrazione qui accanto, appunto l'autoritratto di Scipione (1928), ne è un esempio.
Percorsi nella Poesia Romana: Gino Bonichi, detto Scipione
Non era neanche veramente romano, Gino Bonichi, figura tanto “sommessamente” fondamentale nella linea poetica capitolina, che prendeva le mosse proprio negli anni della sua brevissima (e tanto avversata dalla malattia) giovinezza, gli anni trenta, quando Aldo Palazzeschi (alias Aldo Giurlani), ormai uomo di mezza età, aveva già attraversato ed abbandonato le esperienze letterarie cruciali della sua formazione di inizio secolo, il crepuscolarismo ed il futurismo. Ma Scipione era troppo giovane per quei due appuntamenti tanto emblematicamente contrastanti e complementari della poesia italiana di quella irripetibile fase storica. Era nato a Macerata nel 1904; ed aveva cominciato, giovanissimo, a dipingere, rivelando la sua vicinanza, marcata, ma rivissuta con personalissimo tocco, con gli espressionisti tedeschi. Trasferitosi a Roma nel 1929, frequentò gli artisti e i letterati romani, con alcuni dei quali strinse fraterna amicizia, prima di finire in Sanatorio, nel 1931, ad Arco, in Trentino, dove morì nel 1933. Ebbe il tempo di lasciare un’embrionale raccolta poetica, in parte pubblicata in vita da Angioletti sulla “Fiera letteraria”; poi raccolta in un’antologia organica da Enrico Falqui, che la fece pubblicare, parzialmente, nel 1938 con il titolo “Le civette gridano”, e nella sua interezza nel 1942, nel volume “Carte segrete”, con una sua prefazione, in cui di lui diceva: “Una vita a capofitto. Un’arte che fece presto a serrarsi nella sua pungente perfezione.”
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