Martedì, 18 dicembre 2018
…VIAGGIO, RACCONTO, MEMORIA, attraverso le fotografie di Ferdinando
Scianna
All’inizio di questo viaggio per immagini nella retrospettiva “Viaggio,
Racconto, Memoria” ai Musei san Domenico di Forlì è la
miriade di scatti e storie, racconti e memorie legati all’universo
fotografico di Ferdinando Scianna: la quintessenza del suo stile, il suo essere attraverso la fotografia a stretto contatto con il mondo,
in presa diretta con la vita e parte in causa della storia che in maniera
estemporanea documenta nel lavoro di reportage. La selezione di immagini
dedicate a Bagheria nella prima sala rende testimonianza alla sua terra
natale, la Sicilia, luogo d’appartenenza e di radici, di fughe obbligate
nel corso degli anni ed ossessivi ritorni, di salti in avanti nel tempo al
presente e riecheggiamenti di un mondo arcaico e vagheggiato simile a
scintille di memoria dall'infanzia o dalla prima giovinezza ritrovate in
fulminei istanti di fuga dal presente.
“
Bagheria, l’odiato-amato paese in cui sono nato, dove ho passato la mia
infanzia, in provincia di Palermo, dove ho vissuto fin ai 23 anni,
dolce e terribile luogo dell’anima dove ho scattato ben più fotografie
di quanto non sospettassi. Ho continuato a fotografare a Bagheria nel
corso degli anni, negli innumerevoli, desiderati ora temuti, felici ora
dolorosi, qualche volta inevitabili ritorni”.
La questione ossessiva quanto inevitabile per Scianna sull’essere siciliano
si lega alla ragione prima, all’essenza stessa del fotografare che per lui
è indiscutibilmente un modo, forse il solo di approcciarsi alla realtà, di
esserci e guardare il mondo nel tentativo di comprendere, fosse solo
qualche istante decisivo, e di raccontarlo attraverso il mezzo fotografico.
Cosa significa essere nati in quel luogo, isolato e isolano, impregnato di
anacronismi e tradizioni, riempito di rituali e affondato in un immobilismo
fuori dal tempo, letargico e fatale, poi andare via, allontanarsene per
gettarsi nel maelstrom del vivente da Milano a Parigi collaborando con
un’agenzia internazionale e prestigiosa come Magnum o nei vari reportage in
giro per il mondo, eppure continuare a guardare, a esplorare la realtà con
occhi da siciliano.
“
Quando partiamo la nostalgia comincia a tormentarci, il lavoro di
trasfigurazione della memoria in un ritorno tanto sognato quanto reso
impossibile. Dalla Sicilia si scappa ma non si lascia mai l’ossessione
delle origini.”.
Origini, radici, la terra di Sicilia
Le fotografie della prima sala scattate negli anni ’60 dalle inquadrature
altamente cinematografiche ricreano ambientazioni, atmosfere, stati
emozionali dell’intrinseca identità dell’isola evocando in scorci
suggestivi immagini giunte dagli anni dell’infanzia o della prima
giovinezza in Sicilia. In “maestro d’acqua”: un uomo di età avanzata appare
seduto tra gli arroccamenti a ridosso del mare sulle coste palermitane
intento a sorvegliare un gregge. Solitario, asettico, inerte all’ azione,
il suo sguardo appare gettato lontano oltre gli altopiani, pensatore
estraniato dal presente. Palermo velata da una tenda è inquadrata in
un’altra fotografia. Dietro quella il profilo di una donna si intravvede
tenendo per mano il figlioletto in primo piano: tendaggi, schermi o reti
mediano lo sguardo e separano, oscurano, pongono dei filtri visivi alla
memoria rendendo quel mondo lontano e fittizio, più distante e remoto. Un
gruppo di uomini in un bar avvolti da una coltre densa e grigiastra di fumo
aspirano lentamente dai loro sigari mentre si soffermano indolenti e
solitari a giocare a carte e a scommettere sul nulla del proprio presente.
Bagheria sono le case arroccate sugli scogli in prossimità del mare,
scavate dentro la pietra in un piccolo borgo solitario e resistente, lì da
secoli esposto alle intemperie e alle tempeste, alla durezza della vita dei
pescatori, costruite l’una a ridosso dell’altra a strapiombo sulla
costiera. È lo sguardo di una donna anziana lucido e acuto in primissimo
piano dagli occhi tempestati di nera ematite rilucente di ghiaccio. Sono i
volti di donne avvolti da veli neri nel sole accecante del mezzogiorno a
ridosso delle case del villaggio. Sono orizzonti, “dalla terrazza della
casa dei miei nonni si vedevano agrumeti fino al mare, dalla cappella di S.
Giusipuzzu la Villa Rosa si stagliava libera contro il monte Pellegrino”.
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Venerdì, 18 maggio 2018
“Revolutija
”, artisti russi tra avanguardia e rivoluzione (al Mambo di bologna)
“Revolutija” dal titolo della mostra al Mambo di Bologna, è lo spirito
rivoluzionario che travolge e scuote nell’anno tumultuoso del 1917 una
Russia millenaria e zarista nello sguardo di artisti d’eccezione come
Kandinsky, Malevich, Chagall, Tatlin, Replin ecc. E’ ancora il fervore
culturale, lo spirito della modernità, l’anima dell’avanguardia nei suoi
diversi movimenti che tra il 1910 e il 1920 rinnovano profondamente il
volto dell’arte attraverso un’ondata di creatività che come una ventata
violenta e travolgente precorre il rovesciamento politico del paese, lo
esalta e lo condivide. Da un punto di vista artistico assistiamo al
concepimento di “forme creative che maturano attraverso i decenni” e si
inseriscono pur nella loro diversità in quel progetto di rinnovamento
estetico radicale delle avanguardie europee. Politicamente, la rivoluzione
è il centro nodale e l’apice di un pensiero nuovo, marxista e leninista di
ispirazione che sfocerà nel rovesciamento dell’ordine stabilito, la fine di
un mondo e l’inizio, brutale, incerto e imprevedibile di un altro per
giungere più tardi alla sua involuzione totalitarista negli anni ‘30.
Nell’immagine d’apertura “Che vastità” (1905) di Il’ja Repin in maniera
quasi surreale due giovani appaiono sospesi in un turbinio d’onde in mezzo
all’oceano; si lasciano trasportare, il cappello di lei svolazzante
trattenuto a da una mano contro le ondate tempestose e il vorticare
dell’aria marina, lui euforico con le braccia aperte e il torace portato
verso l’avanti come per accogliere o sfidare le forze incontenibili dei
mari e dei venti. Inebriati, quasi sospesi contro il vasto scrosciare delle
onde nel moto tumultuoso dell’oceano appaiono scivolare sulle acque
visibilmente rapiti dall’entusiasmo per la ventata di nuova libertà.
L’uragano spontaneo e travolgente come estasi ai sensi preannuncia un tempo
nuovo, una scintilla accesa nell’oscurità, l’idea di un movimento
sotterraneo se non emerso ancora , che come questi fiotti si approssima
impossibile ad arrestare.
Repin, “17 ottobre 1905”
Volti vividi, realismo e passione, Repin coglie in questo grande affresco
della classe liberare “il carnevale della rivoluzione russa pieno di
follia, colori e beatitudine” mentre si festeggia l’alba di un nuovo
secolo, agli albori di un moto del 1905 che sfocerà dodici anni più tardi
nella rivoluzione d’ottobre. Una folla di volti di diverse età e
provenienze, entusiasti e liberali, nobili o borghesi, studenti, operai e
ufficiali cantano versi rivoluzionari in primo piano nell’affresco di una
società in ebollizione che incarna euforicamente lo spirito del nuovo,
irriverente e vitale alle porte. I volti nitidi ed esuberanti appaiono
rapiti un una sorta di estasi collettiva di cui il fervore politico permea
l’ area e aleggia tra le linee, dietro gli sguardi, ovunque tacito
attraverso la scena.
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Martedì, 27 febbraio 2018
Il “muro” è immagine, traccia dai molteplici sensi e sovra-sensi oppure
architettura data storicamente nello spazio, e ancora metafora
letteraria in testi, canzoni o opere d’arte nella mostra attualmente in
corso a Palazzo Belloni, “The Wall”. Un itinerario per farci riflettere,
una mappa concettuale che dirama come un labirinto e sfalda in molteplici
sfaccettature di pensiero da una sala all’altra, e ancora un viaggio
attraverso il video, le installazioni, i quadri e testi letterari. Perché
in fondo là è la dicotomia del suo essere, su due piani, a due facce, come
ciò che difende ma anche che separa e preclude l’accesso, o ancora la
barriera che qualora blocca lascia intravvedere una possibilità
nell’altrove, e nascondendo rivela se le sue pareti si trasformano in
superfici espressive, iscrizioni d’arte o architetture che dimorano e danno
vita allo spazio.
“Parole sui muri” (installazione gruppo Loup)
Parole come pietre, dense e stratificate si aprono dal loro guscio di
silenzio e incomprensibilità in diverse lingue nella prima sala come
citazioni letterarie da fonti tanto lontane nel tempo quanto ravvicinate
per la loro simbolica evocazione: le pietre sacre in cui fu eretto il
tempio di Gerusalemme nell’Antico Testamento, le mura di Uruk sulle quali
Gilgamesh incise le sue fatiche e riportò le storie del passato narrando
ciò che era segreto, Italo Calvino dalle “rosse mura di Parigi”, infine
E.Dickinson in avanzare è la condizione stessa dell’esistenza e le pietre
tombali solo un ristoro all'eterno fluire del tempo che le rende odiose
all’anima . Parole sacre o di poesia proliferano in caratteri verdi e ocra
fiammanti attraverso i filtri di plastica rossa, ora blu sul piastrellato
bianco e luccicante del fondo.
Se i muri sono da sempre mezzo o tramite attraverso cui i messaggi si
depositano, le parole si scrivono o si proclamano magari abusivamente o
nell’impeto di un momento, essi, da un altro punto di vista, appaiono come
ciò che separa, ostacola e preclude un reale scambio. Ci fanno pensare ai
muri di parole che non arrivano a destinazione, barriere di
incomunicabilità nella profusione dei messaggi inviati o ricevuti, ancora
ai muri virtuali su cui si scrive senza avere nulla da dirsi, infine al
silenzio di fondo che mormora nella sovra-produzione di messaggi, notizie,
cronache o delle parole urlate dai media al quotidiano.
Continua a leggere "The Wall, intorno e attraverso i muri, nota di Elisa Castagnoli"
Venerdì, 12 gennaio 2018
Elliott Erwitt, “Personae”: un mondo in immagini (visto ai musei
S.Domenico a Forlì)
“Personae” retrospettiva che rende omaggio con un’ampia scelta fotografica
ai capolavori del fotografo americano Elliott Erwitt presso i musei S.
Domenico di Forlì è una molteplicità ironica, a tratti poetica o
umoristica, sempre tuttavia profondamente umana di ritratti: i volti delle
celebrità o quelli di gente ordinaria, cani che prendono spesso le loro
sembianze e fanno loro il verso, infine i volti delle città viste
attraverso punti di vista d’eccezione che li rendono unici, icone come tali
entrate nella storia della fotografia. Nella prima sezione in bianco e nero
fino alla metà degli anni ’70 Erwitt si sofferma in particolare sulla
distorsione del punto di vista, spesso prediligendo quello degli animali
che affiancano gli esseri umani e guardano quella stessa realtà dalla loro
postura, nelle loro dimensioni e posizionamento sulla terra con un
implicito risvolto ironico o parodico.
“
Le cose che mi divertono nella vita...le persone senza dubbio_i
paesaggi meno_ quello che fanno nella vita e come si comportano. Tutta
la mia fotografia riguarda questo. I cani sono un ottimo soggetto
perché sono universali e li trovi ovunque nel mondo. Non obbiettano ad
essere fotografati e non chiedono mai impronte..
”
“New York city”, 1974 ( Taking the shot from a tiny dog perspective”)
Cosa significa essere o vedere la realtà dal punto di vista del piccolo e
del minoritario, del basso e non dell’alto, del micro e non del
macroscopico, portare l’attenzione ai piedi anziché alla testa, volgere le
prospettive come in questa immagine mettendosi nei panni di un piccolo
chihuahua umanizzato. La realtà percepita da quella prospettiva appare a
lui enorme, disumanizzante negli stivali neri di cuoio lucidi e militari e
in grandi zampe simili a quelle di un cammello che gli cammina accanto.
Erwitt gioca con i paradossi e si diverte a ribaltare la superficie
traslucida ed edulcorata, troppo educata delle apparenze per decentrare
costantemente con ironia lo sguardo del suo obiettivo, periferico
sull’animale; in particolare assume la misura dei vari prototipi di
cagnetti antropomorfi, abitati di umanità parodiando la medesima per
parlare del mondo che lo circonda.

Nella fotografia divenuta icona erwittiana di New York (1946) per esempio,
la città è vista esclusivamente attraverso un dettaglio fotografico portato
ed espanso in primo piano: i piedi della donna si mostrano enormi,
ingigantiti all’ennesima potenza attraverso i sandali neri sullo sfondo di
un viale alberato e di alti edifici in fuga prospettica verso il fondo. Il
contrasto appare evidente e scherzoso tra la minuscola postura del
Pittsburgh nano che fissa l’obbiettivo e di cui il fotografo assume il
punto di vista e le dimensioni di una realtà estranea, smisurata qui resa a
lui incommensurabile.
I volti delle città allo stesso modo sono filtrati attraverso lo sguardo
erwittiano di questi prototipi canini alter-ego dell’umano. New York è un
viale spazioso nei pressi di Hyde Park democraticamente visto assumendo il
punto di vista del piccolo o del periferico in primo piano. Londra (1966) è
l’interno borghese di un salotto ricoperto di moquette floreale, tappetti
decorati e un sobrio camino vittoriano al centro sul quale troneggia un
orologio a pendolo in suppellettile contornato da minuscole ceramiche e
grandi sontuosi candelabri. Nell’immobilità del luogo un bulldog appare al
centro tra il cinico e il derisorio spossato dal grigiore del lusso
circostante.
Continua a leggere "Elliott Erwitt - Personae, riflessioni sull'arte di Elisa Castagnoli"
Mercoledì, 29 novembre 2017
Writing-Surrealism (suggerito dalla mostra "I Rivoluzionari del 900",
Palazzo Albergati, Bologna)
Uno degli aspetti più interessanti della sperimentazione surrealista_ tale
che essa appare rivisitata nella mostra bolognese, "I Rivoluzionari del
'900" attualmente a Palazzo Albergati_ è la ricerca di un automatismo nella
creazione, nella “scrittura automatica” per esempio, modalità che libera
l’artista o il poeta dal controllo della ragione intesa come quella gabbia
di pensiero positivista borghese o del retaggio asfittico di una certa
tradizione estetica in inizio ventesimo secolo. L’automatismo, permettendo
di eludere il controllo della coscienza, costituiva una via privilegiata
per attingere a una sorgente più antica, perlopiù inconscia e liberare in
questo modo radicalmente l'arte dai vincoli della realtà quotidiana.
L’artista doveva semplicemente limitarsi a lasciar affiorare le linee e le
forme quasi casualmente nei disegni automatici di Arp e Masson,
nell’universo di segni primitivi di Joan Mirò o diversamente nelle
solarizzazioni e sovrapposizioni fotografiche di Man Ray. Il surrealismo,
liberando in tal modo il potere dell’immaginazione, intendeva riallacciarsi
direttamente alla sfera del sogno, dell’inconscio, in qualche caso
all’allucinazione prodotta dalla follia o al tutto possibile del gioco
d’infanzia.
Nella scrittura automatica, secondo Breton, l’intento surrealista del poeta
è quello di ottenere “ la rivelazione istantanea di tracce verbali la cui
carica psichica si comunica direttamente al sistema percettivo-cosciente”.
Gli accostamenti sorprendenti di soggetti su una tela, la scrittura
prodotta da sensazioni, memorie o idee in libera associazione o gli
incontri fortuiti con gli “oggetti trovati” sono alcune delle vie percorse
dal surrealismo per infondere nuova linfa vitale alla creazione artistica
di inizio novecento. Vorremo leggere qui di seguito alcune delle opere
viste a Palazzo in senso surrealista giustapponendo immagini e parole con
una simile libertà espressiva scaturita dall' incontro fortuito tra la
scrittura le linee, le forme i e colori.
Joan Mirò, “Women and birds”
“Comincio a dipingere e la forma diventa indice di qualcosa”

“E’ la traccia grossolana lasciata da un colpo di spatola nero, una
pennellata spessa e corposa su una tela bianca. La neve si riempie di forme
guizzanti, colorate e libere in un mare cromatico e gioioso, fluttuante
sullo sfondo. Chiazze di colore primario entrano in lotta tra loro come
degli opposti attraendosi e respingendosi senza sosta: rosso ardente e
infuocato, verde genuino, giovane e rigenerante, giallo vivido e
splendente, blu intenso e oltremarino. Al di sopra, una nera impronta si
avvolge a spirale, la trama di un gioco avverso del destino; una nuvola
oscura si propaga attraverso la tela, sopra il taglio netto di una corda
avvinghiante che si annoda su sé stessa fino a soffocarla. Si viaggia
attraverso i sensi nel campo magnetico creato sullo sfondo dai colori
primari: giallo, sensuale forza di vita, rosso essenza-radice, blu
oltremare, azzurro etereo, celestiale come il vagare di una mente nel
sogno, poi la traccia nera a raso, esposta e barrata in esterno sul bianco
candore. Esplosione violenta di un tratto che marca irreversibile e
essenziale.
Continua a leggere "Writing surrealism, nota di Elisa Castagnoli su "I rivoluzionari del 900", in mostra a Bologna"
Martedì, 3 marzo 2015

Da "Too early too late", arte contemporanea, Medio-Oriente e modernità (Pinacoteca di Bologna, gennaio-aprile 2015)
“Troppo presto e troppo tardi” già e non ancora, un tempo anacronistico rispetto a quello storico, costantemente fuori dalla temporalità dell’attuale come
il vento d’una rivoluzione mancata o a venire, cominciata troppo presto o che si è tradotta in atto troppo tardi, costantemente traslata su un piano
virtuale, indeterminato, oltre semplicemente come quel tempo dell’a-venire rispetto a ogni presente storico. Così il titolo del film di Jean-Marie Straub e
Danielle Huillet, “Trop tot, trop tard” fa eco all’esposizione alla pinacoteca di Bologna inquadrando nei termini di tale temporalità differita o
metaforica la relazione, per esempio, tra Medio Oriente e modernità in Iran, tra arcaismo e una non riuscita democratizzazione imposta in molti dei paesi
medio-orientali sul modello occidentale, ciò che si è ripercosso a più ampio raggio nel conflitto di civiltà, nella dicotomia aperta e ancora oggi
irrisolta tra islam e occidente dopo la fine del bipolarismo mondiale.
Nel film due temporalità storiche differenti sono messe in parallelo, quella delle lotte contadine nella Francia rivoluzionaria del 1789, poi quella delle
rivolte anticolonialiste egizie nel 1952 sullo sfondo di immagini svuotate, la campagna deserta francese, poi quella egizia scossa invisibilmente dal vento
di eventi accorsi, evocati più che palesemente presentati _ il vento di quei processi rivoluzionari che scuotono alle radici lo stato di cose esistenti_
mentre una voce fuori campo legge la parole di Engels a Karl Kautsky sui lasciti della rivoluzione francese. In tale temporalità dislocata, in tale
orizzonte spazio-temporale aperto sull’area Medio-Orientale si situa lo sguardo scelto dalla mostra, sguardo gettato dall’Occidente europeo al mondo arabo,
caucasico o dell’Asia centrale, dalla Turchia all’Iran dall’Egitto alla Libia, Siria e Palestina partendo da un preciso punto di vista topografico,
l’Italia, nello specifico Bologna al di là d’ogni stereotipo o visione orientalista. La scelta curatoriale di Marco Scotini resta infine quella di mostrare
il lavoro di artisti contemporanei medio - orientali nel loro interfacciarsi allo sguardo d’ artisti e critici occidentali rivolti alla stessa area
geografica: tra i più noti riferimenti il “Taccuino Persiano” di Michel Foucault scritto per il Corriere della Sera durante la rivoluzione iraniana nel
‘79, le fotografie scattate da Gabriele Basilico a Beirut all’indomani della guerra civile negli anni ‘90, i “Sopralluoghi in Palestina” di Pasolini nel
’64, infine il film dei coniugi Straub sulla mancata rivoluzione egizia.
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Venerdì, 2 maggio 2014
Su “Distante prossimità”, alla galleria Centrale for contemporary art, Bruxelles
“Distant proximity” nello strano paradosso del titolo scelto per l’esposizione alla galleria “Centrale” d’arte contemporanea di Bruxelles è un rapportarsi
al mondo esterno “vicino e distante” secondo una misura data dallo sguardo di ciascuno di questi artisti nei loro video, immagini o installazioni; come nel
lavoro di Lauren Moffatt, emblematicamente, una maschera-telecamera al centro del video separa e protegge dallo sguardo intrusivo di un esterno
moltiplicato da una moltitudine di occhi tecnologici di video-sorveglianza e, allo stesso tempo, permette d’ essere immediatamente in rapporto
all’esperienza, all’atto o al momento del vedere attraverso le forme o le sembianze del mondo fin dentro la tessitura della sua materia. Filma
l’avvenimento d’uno sguardo portato sull’altro, in uno strano posizionamento d’un di-dentro di-fuori tra quello si presenta, mi guarda del mondo e ciò che
d’ esso s’apre a me, mi risveglia, rimanda al mio proprio interno vedere. Il video gioca su questa interfaccia tra il guardare e l’essere guardati
dall’esterno, la donna filmata nell’atto schermato d’un guardare il mondo attraverso un dispositivo che la separa, la isola dal contatto diretto agli
individui o alle cose e, insieme, le dà accesso a una strana prossimità con le medesime data dall’esperienza percettiva d’un “sentire” dentro e attraverso
la materia del mondo.
Da questi molteplici posizionamenti sul reale nascono lavori differenti, differiti rispetto a una realtà impossibile a darsi come entità di fatto,
immutabile e “oggettiva” ma, invece, prodotta o meglio disegnata e costantemente ridefinita a partire dalla nostra attività percettiva, dai nostri sensi
nell’avvenimento, unico, ogni volta irripetibile d’un incontro con il visibile. Diversi modi di reinventare il mondo per questi artisti attraverso l’
esperienza conoscitiva del proprio sguardo in una misura di distanza o di prossimità, di ravvicinamento pur nella separatezza fisica alle cose, agli
individui oppure in una voluta messa a distanzia di qualcosa che è lì intimamente presente in loro, troppo vicino seppure non localizzabile, non definibile
chiaramente, estraneo ma in una strana, intima adiacenza o soggiacenza, ora mediato dal filtro dall’immagine, ora da quello della memoria, ora dalle
molteplici versioni di realtà provvisorie, fittizie prodotte dai nostri sensi.
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Martedì, 22 novembre 2011
Note su Diane Arbus, Retrospettiva, Jeu de Paume, Parigi
Indossare
sé stessi come si indossa una maschera, e dietro questa un’altra e
un’altra ancora, tale é entrare nel circolo decentrato dei ritratti ,
nella serialità divergente dei volti di Diane Arbus.
Il suo lavoro rinvia all'interrogazione costante, alla fessura aperta tra l'essere, il dovere o voler essere e l’apparire altro.
La
costruzione del sé, del volto come identità, si rovescia nel cedimento
della medesima di fronte alla non-concidenza, all’inadeguamento tra
forma e anima.
La
costruzione fittizia d'un volto femminile, nascosto da una cortina nera
e coperto da uno spesso strato di trucco, é colto giustamente in
questa impostazione o impostura di presenza. Volto-maschera,
simulazione, facciata, simulacro in variazione eccentrica di sé stesso
nell’assenza di un modello originario.
Giovane
famiglia a Brooklyn: l’impalcatura dell'essere sociale, della figura in
quanto costruzione rispondente alla norma della società americana é
confrontata al punto della sua incrinatura o non-tenuta, tali le crepe
che s'aprono, che si intravvedono sulla realtà costituita per il solo
fatto d'essere messe “in quadro”, portate in superficie dal processo
fotografico. Cosi’, la semplice smorfia di un bambinetto preso per mano
dal padre va a infrangere il quadro glorioso, idealizzato della
visione famigliare in America.
Fotografare
il cedimento della figura in quanto realtà sociale apparente e
costituita significa in Arbus fotografare la differenza compresa come
ogni forma d' anomalia, d'anormalità, di marginalità, di follia, di
deviazione o devianza rispetto al quadro del giudizio normativo , al
modello identitario dominante. A un certo livello cio’ si traduce nella
scelta di soggetti eccezionali, extra-ordinari dalla singolarità
affascinante o mostruosa, il lungo corteo di personaggi “mostri”che
popolano negli anni il suo universo fotografico; ma, a un altro livello,
é la superficie più “normale” , più conforme della realtà quotidiana ad
essere smascherata come impalcatura fittizia, tanto più costruita,
abnorme, anormale che l'altra.
Jewish Giant, taken at Home with His Parents in the Bronx, New York, 1970
La
demistificazione di realtà va di pari passo con la sua iconoclastia
suggerita, non apertamente convocata, insinuata al limite della fessura,
della crepa, nello spostamento sottile del binomio verità-realtà, al
limite della sua piena credibilità o autenticità come tale, dunque nella
destituzione della medesima da una posizione di sacralità.
L'iconoclastia suggerita non é cancellazione o assenza d'immagine ma
immagine-ritratto che si mostra in questa rottura voluta, inevitabile,
prodotta dalla mediazione fotografica. La visione, per esempio, del
giovane americano, con abito impeccabile sventolando una bandierina
patriottica, celebrazione dell'ideale nazionale, é messa sullo stesso
piano della deformità, dell'esposizione del corpo senza maschere, nudo,
“nudista”, informe nell' abbondanza liquescente della carne.
Difficile
trovare in queste fotografie momenti di autenticità epifanica, di vero
trasporto o riconciliazione con la realtà. Più spesso quello che vi
appare è la cesura, il meccanismo contrario di scollamento
dell’immagine, della figura che, messa alla prova di verità, senza
concessioni né intercessioni, sembra d’un tratto cedere, non reggere il
confronto con la critica della realtà.
Nuvole
re-inquadrate in schermo fittizio di gigantesco drive-in, un mangiatore
di fuoco in una fiera paesana, bambinetti al parco facendo smorfie
all’obbiettivo, l’ uomo senza testa in un’ installazione da circo,
clown, funambuli, equilibristi e trasformisti.
Child with Toy Hand Grenade in Central Park, New York City, 1962
Volti-maschere,
volti in travestimento carnevalesco, dettagli di torsi nudi in gioco di
multiple inquadrature tra vetri e specchi, ragazzina gitana a piedi
nudi su un sentiero di terra battuta, vecchia signora borghese in
strada; volto-cortina, occhi socchiusi, calco di cera museale ma attraversato da grinze, rughe, stirature di pelle.
Tale
rifacimento plastico della figura é volutamente colto in un' eccesso di
forma, nell' estremo di un fittizio-iconico simulato che ne denuncia
implicitamente la credibilità. La chiarificazione ossessiva nella scelta
stilistica del ritratto passa attraverso forme volutamente colte
nell’immobilità della loro identità sociale e poi il punto dove questa
cede, si scolla o lascia intravvedere linee di sutura, di sovra-cucitura
e insieme minuscole fessure di superficie.
Ritratti
iconici di giovani ragazze benpensanti in strada, “il folle uomo nudo”
completamente tatuato sul torso con un solo occhio, figura di doppio in
“mezzo uomo, mezza donna”, ragazzini con maschere del “fan club dei
mostri” sui gradini d'una casa in America. “L’uomo che ingoiava lame di
rasoio”, un bambino con il viso coperto di carbone, la ragazza con il
cappello e i guanti, l'uomo dagli aghi piantati sul viso in diversi
punti.
Gemelle
siamesi su una spiaggia, neonati siamesi in scatola di plexiglass,
coppie, doppi, sdoppiamenti, ripetizione in serie della stesso,
serialità messa alla prova; nella ripetizione qualcosa accade.
Identical Twins, Roselle, New Jersey, 1967
Quadri,
specchi, schermi, gioco di inquadrature e rinvii di immagine. Il mondo è
inquadrato, messo in cornice, “in scena” attraverso le sue
individualità e, insieme, leggermente spostato dalla cornice della sua
presunta apparenza o veridicità.
Una
casa a Hollywood nel 1962: facciata apparente, visibile in primo piano
e messa a nudo della medesima come semplice impalcatura svuotata alle
spalle, dissecata, lasciata alle sole assi portanti, sottoposta al
processo fotografico che, inevitabilmente, ne mette in scena la
demistificazione. (Elisa Castagnoli)
(gli altri articoli di Elisa Castagnoli sono reperibili al tag "riflessioni sull'arte")
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