Mercoledì, 30 agosto 2017
“Anime. Di luogo in Luogo” da Christian Boltan ski (al Mambo di Bologna)
E’ un percorso sensoriale, un’esperienza fisica che implica
l’attraversamento, l’immersione del corpo percettivo e partecipe dello
spettatore nello spazio di “Anime, di luogo in luogo” per ricevere, o
meglio sentire, essere parte dell’ evento prima che comprenderlo
intellettualmente; una serie di installazioni realizzate dall’artista
francese Boltanski in occasione dell’omaggio resogli dalla città di Bologna
ripropongono fino al 12 novembre le sue opere più significative e due
inediti raccolti nella mostra antologica al Mambo, museo d’arte moderna.
Entri nell’oscurità di specchi che rifrangono gli uni sugli altri dal fondo
delle pareti nere di una stanza; in sottofondo un battito amplificato pulsa
intermittenze ritmiche da una moltitudine di cuori archiviati e raccolti
dai suoi precedenti lavori alla luce di una lampadina.
Entri dentro questa atmosfera rarefatta, velata e illusoria, lieve ed
effimera ai sensi. Attraversi un portale come fosse una soglia del “tempo”
che ti conduce fuori dall’esperienza della realtà all’altra parte
dell’esistenza sensibile. Sul tessuto leggero e evanescente di una tenda
vedi affiorare grandi occhi scuri, ritratti ricompongono e fanno scorrere
da un fotogramma all’altro immagini in movimento di un volto, quello
dell’artista dall’infanzia all’età adulta nelle sue molteplici, fluttuanti
sfaccettature. Entri e continui ad attraversare pareti di seta che si
susseguono ad altre trasparenti e velate; ricompongono sguardi, occhi di
volti persi nell’oscurità proveniente da vite precedenti, anime che si
affacciano e ci guardano dialogando attraverso le tende. Compaiono, si
illuminano per un istante, troppo breve, poi ripiombano nell’oscurità. Sono
salvate come anime, riportate per un attimo all’esistenza sensibile, non a
quella terrena dei corpi ma, incorporee, in questi tessuti materializzano
come immagini fotografiche di volti solo a metà focalizzati.

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Martedì, 28 marzo 2017
“LA LINEA DI PIOMBO”, JONAS BURGERT (al Mambo di Bologna)

Sono scenari teatrali, rappresentazioni di quello che Burgert considera la
drammaturgia dell’esistenza umana nell’inesausta necessità di porre la
questione sul “ senso”, poi nel dare forma e corpo al proprio universo
poetico e personale. Tele di sorprendenti dimensioni e d’una complessa
tessitura visiva appaiono sulle pareti dalla hall centrale dello spazio
espositivo bolognese affollate di figure fantastiche , umane o meno, d’un
mondo insieme onirico e inquietante, straripante di presenze nello
“scandagliodipendenza”, Lotsucht, dell’artista berlinese
attualmente in mostra al Mambo di Bologna.
“Scandagliodipendenza”, come titola l'originale “the plumb line”, sarebbe
quella “linea di piombo” insondabile e sottile di realtà o limite ultimo di
percezione sotto la quale l’artista è chiamato a discendere nel tentativo
di esplorare, mettere in luce, dare una forma poetica e insieme una “messa
in spazio” visiva, esuberante e barocca nello stile di Burgert, alla
complessità, alla contraddizione, al groviglio emozionale di un’esistenza
guardata alla lente magnificante di un microscopio interiore al filtro
espansivo della propria immaginazione. La sua pittura lavora a tale livello
simbolico, immaginativo, subcosciente e onirico insieme, ai margini o ai
lati oscuri della realtà manifesta dando forma e spazio, in primo luogo, a
ciò che si nasconde dietro la rappresentazione o superficie apparente della
medesima. Paesaggi allegorici, scenari apocalittici da fine del mondo,
figure fantastiche di diversa natura o provenienza come creature quasi
umane, sciamani, arlecchini, demoni o amazzoni popolano le sue tele. In
altri casi sono i ritratti dei volti visti a distanza ravvicinata oppure le
figure femminili simili a incantatrici, muse o baccanti nelle varie
rappresentazioni che rimandano all'archetipo femminile della “grande madre”
nel duplice aspetto di generazione e degenerazione, procreazione e
distruzione. Allo stesso modo le pareti si squarciano lasciando
intravvedere cumuli di corpi ammonticchiati tra le macerie di un mondo alla
deriva, varchi o buchi improvvisi si aprono al suolo ai quali si affacciano
in sordina i personaggi per scrutare quello che si nasconde nel sottosuolo,
oppure demoni, prendono corpo ma anche figure dell’immaginazione o del
sogno, infine volti femminili simili a divinità d’una straordinaria
bellezza. E, ancora, paure ancestrali prendono forma attraverso scenari
distopici da fine del mondo, oppure composizioni teatrali sapientemente
costruite emergono nella brillantezza dei colori manieristi e dell’esubero
barocco delle forme, là dove si affaccia incombente a tratti un’oscurità
minacciante. Nei ritratti in primo piano di Burgert il gioco si esplica tra
il gesto del nascondere e quello del rivelare, tra il celare o
letteralmente sommergere parti del volto o della figura sotto cumuli di
altri corpi, oggetti o macerie e, dall'altra parte, paradossalmente di
mettere a nudo il centro di gravità d’uno sguardo, d’un emozione o uno
stato d’ essere catturato attraverso un complesso scenario .
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Giovedì, 18 febbraio 2016
Pasolini e oltre : "Officina Pasolini" al Mambo di Bologna (esposizione fino al 28 marzo)
Officina come sotto-intende la parola è luogo di costruzione, di produzione manuale di oggetti, di un qualcosa che si realizza nel fare, nel comporre e
scomporre, nel tenere insieme parti, elementi aleatori, in apparenza minimali o insignificanti, nel montarli tra loro fino a produrre un oggetto finito, la
forma, il profilo e la struttura di un’opera; allo stesso modo la concezione della mostra monografica al Mambo di Bologna sulla vita e opere di Pasolini si
vuole come montaggio di estratti e testi letterari, scene cinematografiche, fotografie, appunti inediti e manoscritti originali, infine costumi di scena
che dischiudono un vero e proprio universo poetico, estetico e culturale, un percorso artistico a molteplici sfaccettature e contaminazioni tra le diverse
arti e linguaggi per un artista irriducibile a semplici etichette e categorizzazioni. Nel percorso pasoliniano trapela il suo metodo di lavoro intuitivo
che scorre fluidamente dalle parole alle immagini, dalla poesia, alla saggistica, al cinema o alla narrativa e delinea, nel passaggio il volto di un paese,
un'Italia che si trasforma profondamente nel corso di un quarantennio accompagnando le fasi del suo lavoro.

La scelta curatoriale del Mambo sceglie di esplorare attraverso una serie di scritti e immagini filmiche e fotografiche alcuni nuclei centrali, luoghi e
figure mitiche attorno a cui ruota e si costruisce, si consolida e si trasforma l’universo poetico di Pasolini dalle prime poesie in dialetto friulano,
alla narrativa ambientata nelle borgate romane del sotto-proletariato urbano, al cinema di poesia e agli scritti “corsari”, alla critica della società
consumista e del potere neo-capitalista, fino alle ultime opere uscite postume, il film “Salò o le 120 giornate di Sodoma” e il romanzo incompiuto
“Petrolio”. “Officina” in questo senso è anche il lascito di un’opera aperta e poliedrica che si vuole testamento per le future generazione di artisti,
poeti o registi cinematografici e teatrali, fucina di idee e immagini, scritti e riflessioni critiche alle quali attingere, ispirarsi o dialetticamente
mettersi in dialogo quasi proseguendo su un sentiero tracciato e lasciato aperto per un’opera come quella pasoliniana che, come sottolinea la mostra, si
vuole risolutamente non-finita, o meglio dal finale aperto, in divenire, in un divenire-altro, estraneo e oltre sé stesso: altra parola, altra lingua o
altro corpo a partire da quella.

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Sabato, 12 dicembre 2015
“GRADI DI LIBERTA", sulla nostra possibilità d'essere liberi ( visto al Mambo di Bologna, Novembre 2015)
“Gradi di libertà, dove e come nasce la nostra possibilità di essere liberi”, mostra collettiva recentemente esposta al Mambo di Bologna, interroga il
concetto di libertà prima che come condizione oggettiva, politica e sociale esterna all'individuo come possibilità del pensiero, lì dove nasce e si
manifesta la nostra facoltà d’essere liberi, in primo luogo dentro la mente di ciascuno di noi, lì dove vengono prese le decisioni o gestite le scelte che
in qualche modo sanciranno, limiteranno o condizioneranno, attraverso l'esercizio del libero arbitrio, la condizione esistenziale o la consapevolezza
individuale di ciascuno a prescindere dallo statuto politico o dalle limitazioni materiali e sociali vigenti.
Ugualmente, nel percorso espositivo, il concetto di libertà non è visto come paradigma statico appartenente a una realtà storica determinata, a un
ordinamento sociale dato, allo statuto di un individuo o al modo di funzionare d’una società quanto, in primo luogo, come processo mentale, qualcosa che
avviene e si esplica nella capacità di discernere, analizzare e prendere decisioni: quell’ insieme di scelte che compongono il tessuto stesso della nostra
esperienza nel pensiero e nell’azione quotidiana. L'atto d’una mente riflessiva e razionale oppure i momenti fulminei in cui improvvise intuizioni si
realizzano e consapevolezze immediate prendono forma, dunque posizionamenti netti, decisioni di un si o di un no, di un andare o fermarsi, di un aprire o
chiudere una porta, del prendere un sentiero o un altro, dello svoltare in una direzione o proseguire.
Il paradigma dell’essere liberi o dell’affermare una condizione democratica per un popolo appare come un percorso non lineare visto in una serie di
divenire, nel realizzarsi di piani successivi di consapevolezza, di soglie e di attraversamenti che conducono a implicite metamorfosi nel pensiero e al
superamento di limiti interni a una realtà o a una soggettività. Tali passi si percorrono nella “tensione verso”, nell’ipotesi o nell’aspirazione
libertaria di un individuo o un gruppo che lotta per avvicinarsi al proprio divenire umano, libertario e democratico. E’ prima di tutto un movimento e una
pratica del pensiero al quotidiano, un divenire consapevole, “libero da” , altro rispetto una serie di condizionamenti identitari, ideologici, o
strutturali che si pongono come sbarramenti impliciti all’io e barriere occludenti al nostro vivere sociale.
Perché la libertà, sembra suggerire la mostra bolognese attraverso i percorsi incrociati d’opere d’arte, installazioni d’oggetti e video documentari nel
doppio sguardo di scienza e arte, la si acquisisce per gradi, dialetticamente scrollandosi di dosso lo stato di assoggettamento, di interiore schiavitù, di
mancata presa di potere o riscatto, di mancata affermazione della propria coscienza individuale, politica e identitaria. La si acquisisce nel mentre dell’
“essere nel pensiero e non stare ancora pensando”, ogni volta nel ricominciare a pensare, nel porsi dall’inizio quella domanda, nello scontrarsi con quell'
interrogativo posti di fronte un mondo di limiti e di idealità, di scelte individuali, immanenti all'esserci e di barriere o muraglie, fisiche e
metaforiche, materiali o spirituali apparentemente insormontabili che solo un pensiero libero da forzature o condizionamenti può ancora permettersi di
affrontare. Tale esercizio quotidiano al pensiero travalica categorie storiche e gabbie ideologiche per immergersi nel flusso vitale dell’esistenza come
movimento del pensare dentro le forze di vita, dentro i corpi e contro le manipolazioni esterne, mediatiche e dei regimi politici vigenti. Condizionamenti
a tutti i livelli sono iscritti profondamente nella nostra mente, permeano quasi la struttura molecolare delle nostre cellule, del nostro DNA dalla nascita
e nelle memorie cellulari delle generazioni precedenti. Sono anche gli schemi, le gabbie sociali, gli abiti che ci vengono messi addosso in seguito a un’educazione, al funzionamento d’una società uniformandoci in ruoli e posizionamenti, simulacri, simulazioni e
maschere. Sono infine le conseguenze che subiamo d’uno scenario politico mondiale fatto di violenti conflitti e di forze che agiscono sulle nostre vite
indirettamente, qualche volta brutalmente senza che riusciamo a rendercene conto, non potendo ne prevederle ne controllarle . La libertà è prima di tutto
uno stato in divenire del pensiero, poi uno statuto d’essere, del dirsi o volersi nel mondo, anche e soprattutto quando essa è messa in discussione, in
pericolo o in stato d’allerta, anche e soprattutto contro le manipolazioni politiche, i lavaggi del cervello mediatici, le aggressioni o le irruzioni di
forze estremiste e violente, distruttive o incontrollabili. Spazi di libertà in ogni mentre e in ogni dove, nel mondo, sono quelli aperti dallo sguardo e
nel luogo dell’infanzia, del gioco o della creazione che poi diviene movimento dell’arte, dell’azione e della lotta politica.

Come afferma una delle canzoni che compongono l’archivio interattivo visibile e udibile d’una raccolta di 100 brani popolari provenienti da diversi
contesti nel lavoro di Susan Hiller “ Die Gedanken sind frei”: "Le idee sono libere, chi può prevenirle, esse sorvolano come ombre notturne,
nessuno può conoscerle, nessun cacciatore le colpirà. Sopravvivranno. Die gedanken sind frei. Penso quel che mi pare e tutto in silenzio è come
capita. Cose che desidero e voglio, esse sopravviveranno. E se qualcuno mi getterà in un’oscura prigione sarà semplicemente fatica sprecata perché i miei
pensieri spezzeranno le barriere e abbatteranno i muri. Voglio scrollarmi di dosso per sempre la paura e mai più lamentarmi per le inferiate. In cuor mio
posso ridere e scherzare e ripetere ancora: i pensieri sono liberi”.
Vanessa Beecroft
Schiere di modelle danno vita a performance fotografate come “tableaux vivants” dove i corpi assumono sembianze di statue classiche o di manichini
inanimati. In PV26 i corpi femminili vestiti identicamente di sole calze bianche, scarpe con i tacchi alti e biancheria accuratamente scelta appaiono nella
loro demoltiplicazione distribuiti sullo spazio performativo come figure inanimate, manichini di corpi perfettamente identici ma indeterminati, svuotati,
macchinici quasi nella loro anonima ripetizione attraverso lo spazio. Invisibili, trasparenti allo sguardo appaiono volutamente fotografati come simulacri
di loro stessi, figure plastiche rivestite da una sorta di patina chirurgica di rifacimento figurale nel loro apparire attraverso l’immagine. Il corpo e il
femminile sono là volutamente esposti, interrogati o posti di fronte “all’illusione della loro presunta libertà”: manipolazione voluta dei corpi, nella
loro reificazione e riduzione a stereotipi imposti dai modelli impliciti del codice sociale. Lo scatto fotografico inevitabilmente ironizza sulla tendenza
delle figure femminili a uniformarsi come oggetti dello sguardo in una serie di metaforici travestimenti, divise o vesti ufficiali, qui parodiate
attraverso l’uso delle sole calzature e intimo bianco.

Allo stesso modo in “One year performance” (1980-81) l’artista taiwanese Tehching Hsieh attraverso una serie di azioni auto-imposte nel corso di un anno_
timbrare un cartellino una volta all’ora per 360 giorni e registrare accuratamente la propria azione performativa_ approda a un concetto di libertà
paradossale raggiunto attraverso una forma di auto-coercizione. Solo esercitando quella disciplina assoluta sul proprio corpo e privandosi parzialmente di
alcune ore notturne di sonno perviene a portare a termine la propria pratica performativa. Tale azione minimale, insignificante, ripetuta all’ennesima
potenza e protratta con ostinazione nel corso di un periodo prestabilito giunge, tuttavia, ad alterare o stravolgere i ritmi normativi di un'esistenza ed è
per l’artista scelta consapevole all’interno di quello che lui percepisce come un esiguo spazio di libertà individuale. Diventa il suo modo di iscrivere e
riaffermare tale differenza, o spazio di creazione al quotidiano paradossalmente passando attraverso la coercizione e la disciplina di un’azione
auto-imposta. Il suo modo minimale di re-inventarsi l’arte giorno per giorno elude ciò che il mondo dell’arte si aspetta che egli faccia. Decide di creare
un oggetto e un’azione performativa a partire dall’irrisorio di un’azione ripetuta con automatismo ogni giorno come il timbrare un cartellino nella gabbia
del lavoro in fabbrica. Minuscola azione, il lasso di tempo di qualche secondo, e già si iscrive la sua scelta di dire no, di affermare sé stesso in
quell’esiguo margine di libertà: “Non voglio fare ciò che il mondo dell’arte si aspetta che io faccia, questa è la mia uscita, questa la mia libertà”.

“In ogni istante il nostro cervello sceglie tra una miriade di alternative possibili o virtuali” afferma uno dei brevi video che interpongono un punto di
vista scientifico al concetto di libertà illustrato dalle opere artistiche. Tra la miriade di stimoli cui siamo soggetti ad ogni momento sulla corteccia
celebrale e tra i lobi pre-frontali del nostro cervello abbiamo la possibilità di visionare simultaneamente strade diverse nella nostra mente, sospendere
giudizi, esitare, valutare vie possibili, immaginare o rappresentare eventi del futuro, rendere espliciti i nostri pensieri attraverso il linguaggio. Tutto
ciò avviene nello spazio esiguo di pochi istanti, nello spazio in cui una decisione viene presa, un’opzione scelta e un’altra scartata, tra una
sollecitazione e una risposta all’impulso, tra uno stimolo e una reazione, l’istante che passa anche tra uno sguardo gettato sulla realtà e lo scatto d’un
obbiettivo, tra il momento dell’osservare, dell’attesa al reale e il momento decisivo in cui la fotografia viene presa e l’immagine fissata su una
pellicola. In quell’istante, sembra dirci il video, esiste e resiste, agisce o reagisce contro l’apparente opposizione della realtà il nostro primo spazio
di scelta, di libertà e d’azione individuale.
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Martedì, 24 dicembre 2013
Su “La grande magia”, esposizione collettiva al Mambo di Bologna - di Elisa Castagnoli
Una moltitudine di opere apparentemente estranee, o diversissime tra loro, distanti nel tempo e nello spazio, dal passato al presente, dalla pittura
rinascimentale alla fotografia modernista, dagli albori del cinema alla scultura o installazione contemporanea sono state accidentalmente accostate, tenute
insieme nell’ esposizione “La Grande Magia” al Mambo di Bologna secondo la logica del puro immaginativo o meglio rilette secondo categorie paradigmatiche
desunte dal pensiero magico quale filone sotterraneo d’un sapere segreto, esoterico, dell’occulto o dell’irrazionale visibile tuttavia nelle sue
manifestazioni tangibili ai margini della logica dominante del razionalismo occidentale a partire dal VIII secolo. Nel presente allestimento tali categorie
desunte dal filone del pensiero magico/irrazionale vengono utilizzate come metafore per rileggere lavori tra loro più estranei e disparati, per pensare
l’atto della creazione, la figura dell’artista, il rapporto tra arte e natura, arte e artificio. In particolare in tutte le opere scelte la magia viene
vista in binomio indissolubile con l’arte attraverso una serie di figure del pensiero del “magico”: in primo luogo l’opera è pensata come trasformazione
alchemica o “magica” della materia, d’una materia resa viva, vivente perché plasmata, manipolata, passata al vaglio dalla mente e delle mani dell’artista
demiurgo. In secondo luogo, la capacità dell’arte di appropriare come nel rituale esoterico, di possedere la realtà attraverso le immagini: l’immagine
fotografica nel suo potere di catturarla e trasmutarla visivamente, il cinema nel suo potere cinestetico di creare immagini in movimento riconnesse alla
pellicola invisibile del sogno, della memoria o dell’immaginazione cosciente, infine l’immagine poetica generata dal linguaggio nel suo potere di
simbolizzazione attraverso la parola.
Le opere qui riunite nel loro rapporto pur diverso e disparato al magico o all’irrazionale entrano in qualche modo in un rapporto differente al tempo,
insinuano l’idea d’una temporalità percepita come flusso e continuo oltre la contingenza del singolo avvenimento, della singola esistenza e fuori dai
limiti cronologici d’un tempo lineare misurato dagli orologi. Aprono alla percezione d’ un territorio di circolazione fluida delle forze e dei saperi tra
l’uomo e la natura secondo un concetto di magia naturale o sciamanica che è l’essere in ascolto, in corrispondenza con tutte le forze del cosmo, vegetali,
animali e minerali, animate o inanimate, del mondo visibile o invisibile, che è, ancora, un riconoscersi in questo insieme di similitudini e corrispondenze
tra le parti e il tutto secondo una percezione espansa o poetica del mondo simile a quella del poeta.
Luogo obbligato di passaggio, in questo senso, appare il prologo a “La belle et la bête” di Jean Cocteau; parole proiettate su uno schermo traslucido e
riflettente all’inizio della mostra invitano gli spettatori a varcare “le soglie della propria certezza razionale”, a lasciarsi portare in questo altro
mondo incantato dell’infanzia trascinati dalle quattro parole magiche del “c’era una volta”, vero e proprio “apriti sesamo dell’immaginazione”, in quella
dimensione dove si credono mille cose assurde: “che una rosa che si raccoglie in un giardino può’ attirare i drammi d’una famiglia, che le mani d’una
bestia umana che uccide si mettano a fumare…”
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Martedì, 26 marzo 2013
Mario Ceroli, “faccia a faccia” al Mambo di Bologna (dicembre-aprile 2013) di Elisa Castagnoli
Un solo corpo architettonico e sculturale nello spazio immenso investito dalle opere di Mario Ceroli al Mambo di Bologna da vita a un attento gioco di
rimandi tra le sculture in legno dalle proporzioni smisurate, i quadri e gli oggetti in diversi materiali: metalli, terra, polveri, carta o altro. Le
installazioni creano uno spazio-opera totale, spazio inventato dall’artista come un percorso performativo, scenografico per così dire, riempito di
differenti momenti o esperienze plastiche o pittoriche che entrano in dialogo tra loro, a partire dalla loro intrinseca fisicità, interagendo oltre il
tempo cronologico della loro prima provenienza. Come in una grande opera in situ, Ceroli mette in scena il suo lavoro in senso performativo per quello che
diviene in questo luogo portandosi entro la sua verticalità dominante, antro centrale scavato nella profondità spaziale d’una ex fabbrica del pane di cui
la galleria conserva ancora l’ossatura, lo scheletro originale e l’altezza smisurata.
Tale spazio-cattedrale dove gli oggetti, le opere silenziosamente entrano in contatto tra loro vuole essere pensato come luogo di confronto, di dialogo o
forse, semplicemente, di interrogativo aperto posto giustamente in questo “faccia a faccia” metafisico evocato dal titolo dell’esposizione tra la
finitudine del soggetto e la sua duplicazione nel pensiero, nel linguaggio verso un infinità che può essere invocata, immaginata, pensata o meglio qui
posta come un interrogativo di linee che s’aprono verso l’alto senza saperci dare risposta certa sulla loro direzione o provenienza. Dominano la
verticalità di scale e altri oggetti sospesi, tendenti verso l’alto, l’ altrove come la ricerca del senso, dell’umano, del divino, del sacro forse a
partire dalla pienezza sensuale della materia, dalla carnalità del mondo, il legno scolpito in primo luogo.
Domanda inesausta che rimbalza come un’eco in questo spazio sacrale vuoto, ricerca, interrogativo aperto all’infinito piuttosto che affermazione sul senso
e, ancora, inadeguatezza al qui e all’ora aprendo a questo varco, suggerendo questo passaggio verso un’ altrove come orizzonte, termine di raffronto
metafisico.
Strutture verticali in generale, bandiere bianche d’un campo di pace puntate verso l’alto, liane attraversano lo spazio in diagonale, oppure sagome d’un
mondo svuotato, planisferi, mappamondi, carte della terra viste come distese rilucenti ritagliate sulla superficie terrestre dall’esterno e a distanza.
L’uomo di Leonardo, l’uomo al centro del cosmo per eccellenza, figurato nella sintesi essenziale, nella quadratura perfetta del cerchio, è fotografato come
l’artista stesso disteso sull’installazione in legno all’ingresso della mostra; la figura guarda verso l’alto ma, come in altre sculture successive è posta
dietro una rete, dentro una scatola-gabbia o inquadratura, visto in questa riduzione depersonalizzante di sagome a duplicazione o in contorni astratti
oltre ogni singola incarnazione.
Ancora contorni esterni ritagliati nel legno di figure svuotate, astratte, spogliate d’ogni identità individuale non rappresentano l’umano ma lo
interrogano, lo indirizzano, aspirano a ritrovarlo come la presenza del divino in loro percorrendo in senso metafisico questo viaggio dal pieno della
materia- legno forma primaria, terra, paglia, polveri colorate-in sinestesia nello spazio circostante e verso l’alto, verso questa altra dimensione
evocata.
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