Martedì, 22 marzo 2016
Lucianna Argentino - Le stanze inquiete - La Vita Felice 2016
La parola chiave che si incontra nella nota introduttiva al libro, di
pugno dell'autrice, e che fornisce una buona traccia è "prossimo", un
vocabolo che trova la sua origine e la sua giustificazione in un
superlativo, "vicinissimo", il più vicino. Questa prossimità ha
innanzitutto un valore etico, a cominciare dal comandamento evangelico.
E' anche una vicinanza spazio temporale, un gomito a gomito in cui
agisce molto del fortuito, del casuale. Una cosa non esclude l'altra: la
vicinanza non necessariamente deve protrarsi nel tempo, ma la società è
una successione di prossimi, una catena umana delle prossimità, nella
quale funziona (o dovrebbe funzionare) una specie di proprietà
transitiva pro bono.
Argentino parte da questa considerazione apparentemente semplice verso
un tentativo di ricostruzione empatica di incontri, avvenuti per così
dire "da ferma", in una sua esperienza lavorativa come cassiera in un
supermercato, quando costretta al suo posto, vedeva scorrere, in una
condizione di relativa "pazienza" (nel senso etimologico del termine)
un'umanità varia e molto spesso dolente. Una serie di "impressioni" (e
anche qui il termine è importante) registrate all'impronta su dei
foglietti e poi rielaborate poeticamente. Questa in effetti è una delle
caratteristiche di Lucianna, questa necessità, riscontrabile spesso
nella sua produzione, di trarre "ispirazione", di poetizzare quel
fortuito di cui si diceva, caricando di poesia per mezzo della lingua
quel che c'è di impoetico nel casuale. Che non manca però certo,
quell'uomo o quella donna casualmente lì in quel momento, di
essere nel contempo un simbolo esistenziale e un oggetto di una
riflessione costante, quasi evangelica, sulla condizione umana. Anche la
fila che si snoda alla cassa di un supermercato è, a suo modo, simbolo
di quella catena di prossimità di cui si diceva prima, e anche -
naturalmente - del tempo che vi scorre senza sosta. Nella meccanicità
della vita, una "vita in paragrafi" (o di un lavoro serratamente
scandito dai gesti che può rappresentarla) l 'elemento di frizione o di
resistenza è lo sguardo, è anzi vedere più che guardare, un atto
necessario di consapevolezza e comunicazione, di percezione: "ho alzato
lo sguardo dai numeri del display per incontrare gli occhi di chi mi
stava davanti", scrive Lucianna. Quel che in parte si vede, in parte si
intuisce attraverso le pieghe dei volti, in parte si immagina delle vite
del "prossimo" (vite come "stanze inquiete" in cui ci si aggira) è la
materia di gran parte di queste poesie. E tuttavia non è possibile non
notare che si tratta di uno sguardo che quasi cerca, più che trovare,
qualcosa al di fuori di sé, qualcosa che giustifichi (che giustificava
allora, in quelle ore lavorative) una ragione nascosta in quell'essere
lì, come incaricati segreti di una riflessione, tanto che Lucianna
intitola la sua nota introduttiva "Appunti per una est-etica del
lavoro", aspirando ad un'unità che i filosofi trovano così problematica
da realizzare, ma a cui l'artista deve tendere. L'incontro di occhi è
per l'autrice - in altre parole - anche una verifica di sé, se la
propria capacità di sintonizzarsi con l'altro è attiva e conciliabile
con la parola poetica.
Rispetto ad altri lavori di Lucianna di cui ho scritto in passato (v. QUI),
questo libro, come mi dice l'autrice in una lettere privata, "è molto
diverso dai miei precedenti ma non è diverso lo spirito con cui l'ho
scritto. E' diverso lo stile, è diversa e unica la circostanza". In
effetti anch'io l'ho trovato diverso, ma non certo per la qualità del
linguaggio poetico che continua ad essere di gran livello mentre
prosegue, come avevo scritto, nella direzione di una scrittura
volutamente "ingenua" o innocente, che risponde proprio a uno sguardo
sulla gente privo di critica, non giudicante, semmai quietamente
pietoso, volutamente calato al livello (ma sempre senza giudizi)
dell'umanità che descrive e che di sicuro la circostanza suggerisce, un
linguaggio insomma non "poetizzante" ad oltranza, lineare, di una
liricità smorzata a ragion veduta, senza svolazzi o scarti metaforici e
disteso in versi liberi a tratti prosastici anch'essi del tutto
funzionali al discorso che il poeta vuole fare. Mentre certo non è
diverso nello spirito di fondo, che continua ad essere intimamente
religioso, forse con qualcuna delle venature di dubbio che avevo
riscontrato parlando de L'ospite indocile, dubbi che riguardano
soprattutto l'inanità dell'individuo, le domande senza risposta, la
preghiera non esaudita, la ripetizione del dolore. Spirito che si
rinnova in una necessità di scrivere, con uno "sguardo orientato verso
l'umano", verso quel prossimo di cui si diceva, qui in maniera quasi
programmatica raccogliendo testi che certo sono stati scritti negli
anni.
C'è forse un rischio che - generalmente parlando - serpeggia in una
poesia sostenuta da una "compassione" etica, ed è un certo patetismo
emotivo che incornicia un quadro peraltro realistico, ma segnato da un
margine, "lo spazio bianco entro cui è inserito lo scritto sulla pagina
(simbolo pure del mistero, del non conosciuto, del non visibile che
circonda ogni vita)". Bene, quel margine è insuperabile, secondo me. Va
detto però che il patetismo, eventualmente, è un atto di interpretazione
e insieme un dato di realtà, soprattutto all'interno di una visione non
materialistica della realtà stessa ("La realtà è la stessa bisogna
vedere poi / con che filtro ognuno la interpreta", scrive l'autrice).
Voglio dire, la realtà è, per molti versi, patetica.
Bisogna prenderne atto senza necessariamente farne una questione
estetica (o ideologica, men che mai). Ma in ogni caso Lucianna ha
coscienza dei mezzi di cui dispone, che stanno soprattutto nelle caratteristiche
"calmieratrici" di quella lingua poetica a cui accennavo sopra. (g. cerrai)
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Martedì, 22 gennaio 2013
Lucianna Argentino - L'ospite indocile - Passigli Editori 2012
Leggendo questo ultimo libro di Lucianna Argentino ho
dovuto cercare di capire in cosa mi suonasse "diverso" rispetto a sue
precedenti prove. Dico subito che la mia affezione per la scrittura di
Lucianna è rimasta legata, senza ombra di dubbio, a "Diario inverso" (v.
QUI),
un lavoro di innegabile rilievo. Ma ricordo anche ciò che lessi di
"Mutamento" oppure di "Verso Penuel", l'intensa spiritualità, la
vibrazione, la passione anche dolorosamente amorosa che pervadeva quei
versi. Dico tutto ciò a proposito di questo suo libro, "L'ospite
indocile", non perchè la spiritualità di Lucianna qui sia venuta meno,
ma perchè ho trovato un po' depotenziato il rigore e l'ordine
complessivo, l'organizzazione dell'ispirazione, l'idea di fondo, il
filo narrativo, forse anche lo stesso linguaggio. Diciamo che mi ha dato
meno emozioni (per quanto possa essere labile questo concetto) rispetto
a quanto ricordavo. Un libro in un certo senso destrutturato, forse
volutamente, non solo perchè non presenta divisioni in sezioni (questo
non è certo un problema) o l'indicazione al lettore di un percorso, ma
perché dà l'impressione di essere fatto di affioramenti di moti
dell'animo, di ricerca di momenti epifanici come se si aspettasse
arrivare la poesia, di piccole rivelazioni che si fanno attendere, di
presenze metafisiche nascoste in occasioni semplici, come se
semplicemente avvenissero giorno dopo giorno verso dopo verso, e fosse
la semplicità la chiave da ricercare, forse per il sopraggiungere di una
disillusione, oppure di un dubbio immanente e ontologico. Può darsi,
come suggerisce A.M. Farabbi nel risvolto, che tutto ciò, l'insieme di
questi testi anche brevissimi, costituisca un poema, il poema del "vuoto
profondo e utile", come quello dell'asola, quello - continua Farabbi -
"che abita la tua bocca, la tua poesia, la tua parola". Dobbiamo credere
che questa poesia sia abitata dal vuoto? Non lo so, onestamente. Il
vuoto può essere - concettualmente - un argomento interessante, ma anche
pericoloso. Se assumiamo il concetto, cioè che vi sia - qui - un vuoto
"buono", tutto il libro andrebbe letto come un progetto di dire e non
dire, come un diradamento dell'ordito poetico, come alleggerimento,
omissione, passaggio a uno stato volatile, etereo, in cui la poesia si
condensa nel vuoto per precipitazione, si fa parola tra interstizi. Un
vuoto in cui anche il linguaggio sembra essere attirato. Intendiamoci,
Lucianna ha una padronanza della lingua eccellente, ma è facile
registrare una sostanziale differenza con la sua produzione precedente
(basta leggere a confronto i testi di "Diario" presenti su IE, che avevo
definito compatti, concentrati e concreti), differenza che consiste, a
mio avviso, in ciò che sembra un volontario recupero di una scrittura
"ingenua" (o se vogliamo innocente: "arrivarono le campane / a siglare
l'inizio di maggio / e poi di nuovo la buona stagione..." oppure "Il
foglio è altare / su cui concelebro la vita / su cui consacro - questo è
il mio corpo / questo è il mio sangue...", o ancora "rientrano nel
chiostro serale le nubi / infilano la cruna dei campanili..."). Forse
una tensione, in questo diradamento a cui accennavo, verso una lingua
disciolta, verso un grado appena un passo più vicino allo zero della
scrittura. Ma non è un cupio dissolvi, almeno non nel senso
paolino del termine, sebbene si registri in questo libro, a mio avviso,
anche una qualche attenuazione dello spirito religioso che è sempre
stato sotteso ai lavori di Lucianna Argentino. E' semmai, appunto, la
riverberazione in questi frammenti di un dubbio (o forse molti), e a
questo proposito sarebbe certo interessante domandarsi chi possa essere
l'ospite indocile del titolo. Qualcosa/qualcuno che alberga in noi o ci è
accanto ("il nostro stare separati e contigui"), il Dio nominato più
volte, il "tu" che certo ha più di una faccia (compresa - credo - quella
di Dio medesimo), la scrittura (la parola, la poesia) così tante volte
evocata metapoeticamente nei testi, indocile magari perchè a volte
sembra "altrui" ("Scrivo di nascosto da Dio / che nella bocca voglio
parole mie..."). Insomma, un libro per certi versi discontinuo, con i
suoi alti (notevoli) e bassi, in cui come lettore (ma ammetto che può trattarsi di
una mera sensazione) mi sono un po' perso, probabilmente perché invece
altrove nel lavoro di Lucianna (e mi dispiace tirare ancora in ballo
"Diario") avevo scoperto invitanti sentieri, come "un lungo corridoio,
che ci è dato percorrere con la curiosità un po' morbosa di chi ha
trovato la porta aperta, e si addentra con passo incerto, gettando lo
sguardo nelle stanze". Ma un libro certo combattuto (anche dentro la
stessa "fonte" poetica, tra il silenzio che "a volte [...] ha la meglio" e
la scrittura "concupiscente e casta") e che probabilmente per Lucianna
era "necessario" così come è cresciuto. (g.c.)
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Domenica, 3 giugno 2007
Ho chiesto qualche tempo fa a Lucianna Argentino di scrivere per “Ellisse” un brano sul suo essere poeta o su come la poesia agisse nei suoi versi o su che cosa lei intendesse per poesia. Credo che siano domande che grandi e piccoli poeti si siano sempre posti, a volte anche in maniera pedissequa, arrivando qualche volta a risposte francamente stucchevoli, altre volte producendo serie riflessioni (potremmo citare Eliot), altre ancora discorsi un po’ di circostanza (basta leggere qualche prolusione di premi Nobel). In un altro suo scritto, qui non presente, Lucianna dice: “Perché scrivo? Potrei rispondere come fece Sant’Agostino a chi gli chiedeva cos’è il tempo. Ossia se nessuno me lo chiede lo so, se qualcuno me lo chiede non lo so più, mi confondo, mi perdo”. Non è un caso perciò che la risposta sulla poesia si sia concretizzata poi con la poesia stessa, rifiutando definizioni didascaliche in definitiva inutili, in questi scritti che non sono poi così tanto metapoetici, non sono tanto poesie che parlano della poesia, proprio per la difficoltà a cui accennava Luciana, quanto piuttosto ammissioni, o riconoscimenti, del fatto che è impossibile fare poesia senza avere una specie di sdoppiamento. E cioè un costante parallelo pensare non solo a quello che scrivi ma anche a come lo scrivi, al corpo e alla sostanza eterea, alla materia grezza e all’alchimia, a ciò che credi di sapere e a ciò che riesci a dire, insomma all’agire o divenire dell’atto poetico nell’ambito della vita stessa. E alla fine Lucianna, forse inconsapevolmente, riesce a dare la sua fulminante definizione di poesia: “dove s’aduna il segno a mutare la genesi / in etimo e riparare l’imprudenza di Dio”. Il che richiama, se vogliamo, la riflessione di G. Steiner (v. post. precedente): Dio ha dato all’uomo il potere di nominare le cose che aveva creato, ma l’uomo ha creato la sua Babele, che non è solo linguistica, ma anche della comprensione del mondo. E la poesia tenta di riconquistare il suo Eden, o almeno di dare un senso alle cose.
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Mercoledì, 28 marzo 2007
Ho le tto più volte questo libro. L’ho letto e riletto perché mi piace intensamente, e pazienza se questo ha poco a che fare con la critica, militante o estemporanea che sia. Dico subito, a mia parziale giustificazione, che questo è uno dei libri di poesia più maturi che mi sia capitato di leggere negli ultimi tempi, un libro sentito, compatto, concentrato e concreto. E anche, e non è poco, assai comunicativo nei confronti del lettore, pieno di una confidente disposizione verso di esso.
“Diario inverso” di Lucianna Argentino (Manni Editore) è un libro che assomiglia a un lungo corridoio, che ci è dato percorrere con la curiosità un pò morbosa di chi ha trovato la porta aperta, e si addentra con passo incerto, gettando lo sguardo nelle stanze. Si entra nell’intimo di una persona, di una donna e del suo percorso poetico, che parte “da un evento biografico per fare un viaggio a ritroso cercando le radici da cui quell’evento è scaturito”. Così infatti mi dice Lucianna in una sua lettera.
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