Giovedì, 22 gennaio 2015
Antonio Pibiri - Le matite di Henze - Lampi di stampa, 2015
A volte non c'è un disegno nella poesia. C'è invece un'ispirazione, o un casus che
attraverso un percorso talvolta tortuoso (che, come diceva Flaiano, in
Italia è la linea più breve tra due punti, ma lui in verità parlava del ghirigoro)
arriva alla stesura di un testo, e qualche volta non ostante il suo
autore. Non è raro che tutto parta da una parola o da una incongruenza
verbale, che innesca un processo non del tutto cosciente. Può essere una
poesia degli oggetti, dello scorcio o, come ho scritto in altre
occasioni, di epifenomeni del mondo circostante, delle ombre della realtà, compresi certi dolori, veri o fantasma che siano.
La poesia di Pibiri parte spesso da elementi del genere, da accadimenti
semplici o semplici constatazioni, insomma da stimoli piccoli o grandi a
cui non si sottrae, cercando di includerli e talvolta di trasfigurarli
in un meccanismo poetante. Ci sono innumerevoli oggetti (alberelli di
pino, il cartone del latte, una sedia di legno, le uova sul tavolo, il
mare, il pane, pietre, conchiglie) che appaiono nel corpo del testo e vi
gettano la loro ombra come uno gnomone; o ci sono luoghi (un
appartamento, un terrazzo, una finestra, una stanza, un angolo in
penombra) che sono abitati o a volte subìti, non senza una qualche
ironia, e in cui talvolta la vita vive come in un acquario (più volte
citato); oppure ci sono persone, viste, incontrate, osservate o
ricordate, su cui ironizzare, come la pianista della poesia qui sotto, o
con cui fare qualche conto, tra rimpianto e presa di coscienza, come la
madre scomparsa o la figlia, una figlia materna a cui si racconta e da
cui ci si fa raccontare "la storia del mondo per darmi coraggio".
Tutti questi stimoli vanno ad alimentare nella stessa maniera la poesia
di Pibiri: una raccolta di indizi in cui la visione, l'occhio, ha una
parte rilevante, da spettatore, e che arrivano non necessariamente ad
una "verità", forse semmai ad una impressione di certezza, e
forse nemmeno del tutto ad una poetica del "dubbio", della moderna
inquietudine. Qui in realtà non c'è inquietudine o cognizione di una
complessità esistenziale, e forse nemmeno è necessario - certo - che ci
sia. C'è sì una serena, malinconica a volte, ironica correlazione tra
le cose, i fatti, le persone e il riflesso che essi gettano sulla vita
del poeta, ed è in relazione a questo che parlavo all'inizio di poesia
di epifenomeni, di ombre. Da questo punto di vista mi torna l'accenno a
un certo straniamento che fa nella postfazione Roberto Baghino, ma di
più quando dice, anche se forse non volendo dire, che "i suoi versi
intessono un tappeto che veramente noi osserviamo rovesciato". Ombre
proiettate su una platonica caverna? E non è un caso che la sezione che
preferisco, delle tre che compongono il libro, sia "Rompere il vetro",
in cui i temi hanno più respiro, più peso, la visione si allontana di
più da un orizzonte di piccole cose che non sempre assurgono ad epifania
o riescono a diventare uscite di sicurezza del pensiero dalla
quotidianità. C'è sempre in tutto il libro, a parte queste
considerazioni, una volontà di torcere la lingua poetica, di utilizzarne
le potenzialità, spesso molto bene. E anche se, nel tentativo di
scardinare il segreto che le parole custodiscono, qualche volta l'autore
eccede ("le dita molliscono nell’idrodinamica di un’acquasantiera"
oppure "E il cielo collirio irrigava, spenta / ogni sete, ogni collera
sulla congiuntiva, / per il bordo grondaia della palpebra") Pibiri sa
fare poesia, e i testi che ripropongo mi pare che lo dimostrino a
sufficienza. Infine un piccolo appunto: l'Isle-sur-la-Sourge, citata in un testo e nella postfazione, dovrebbe essere corretta in L'Isle-sur-la-Sorgue, città natale di René Char. (g.c.)
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Venerdì, 26 agosto 2011
Come sappiamo l'amico di Wigner, il fisico di origine ungherese premio
Nobel nel 1963, è il protagonista dell'omonimo paradosso, a sua volta
costruito su quello del gatto di Schroedinger. Troppo lungo da spiegare
qui. Diciamo, in soldoni, che è l'osservatore che determina lo stato
effettivo delle cose e ciò non accade finchè l'osservazione non si
verifica. Comunque sia, Catalano continua a riconoscere nella fisica
quantistica il suo nume tutelare poetico. Maturando alcune convinzioni
che avevo già rilevato (v. qui) da cui forse potremmo ripartire, e facendone uno stile, se non proprio una maniera.
Se c'è qualcosa da aggiungere a quanto dissi a proposito di "Immaginate
la ragazza" è la notazione che, cosa importante, l'epigrafe della prima
sezione del libro viene dall'autore astutamente rovesciata. Si potrebbe
dire, in termini popperiani, che viene confutata, o falsificata. "La
semplicità delle leggi naturali - afferma Wigner - è generata dalla
complessità del linguaggio che usiamo per esprimerle". Catalano agisce
esattamente al contrario, assume come impegno e progetto un costante understatement della
parola, l'utilizzo di forme sintattiche semplici, colloquiali, partendo
dal minimale, dal quotidiano, per determinare e dipingere la fattuale
complessità della vita. Se dovessimo perseverare nella metafora
scientifica potremmo dire che tale complessità nemmeno è rilevabile
finchè non interviene il poeta. Ma del resto, qual è il poeta che non lo
fa? Qual è l'artista che con la sua "coscienza" non fa collassare il
reale, non lo fa precipitare in un "testo", in un'opera? Leggendo queste
poesie, quindi, non è infrequente avere l'impressione di fatti, eventi,
incontri casuali, pene d'amore, nature morte, trionfi dell'ordinario,
frammenti del presente, fortuiti incroci baudelairiani che avrebbero potuto accadere
indipendentemente dal nostro esserci (nostro di lettori e dell'autore
insieme) e che tuttavia, esattamente come accade nell'osservazione
sperimentale, il nostro esserci intercetta e in qualche modo devia,
influenza, costringe a una diversa realizzazione, perfino ipotetica. Una
realtà, insomma, che diversamente da quella borgesiana, non sparisce
nel momento in cui cessiamo di credere in essa. E se a volte si ha anche
l'impressione di una scrittura a tratti assiomatica, aforistica,
tuttavia l'irruzione di questa realtà (quasi sempre urbana) determina -
specialmente nelle poesie più lunghe - come i rimbalzi di sassi
sull'acqua, una specie di "sovrapposizione" ovvero interessanti testi
nei testi che possono essere letti quasi a due voci, come un dialogo
leopardiano.
Restano fermi gli assunti, anche molto positivi, che credevo di aver
individuato nell'opera prima di Catalano: rivelazioni, agnizioni,
epifanie, fenomeni ed epifenomeni di una esperienza che può essere però
soggetta (come avverte Debora Pioli nella postfazione) a una "ricerca
testuale su un coefficiente di ripetizione infinita". Il che significa, a
mio avviso, che sia l'esperienza empirica sia la descrizione di essa
possono essere frantumate, parcellizzate e riprodotte ad libitum.
Ovvero resta da vedere se questo "metodo" Catalano avrà ulteriori
sviluppi, di quante altre variazioni sul tema potrà darci conto.
Giovanni Catalano - L'amico di Wigner - Lampi di stampa 2011
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Domenica, 31 luglio 2011
Mario Bertasa - Tiro con l'arco - Lampi di stampa, 2011
Un libro alterno ed eterogeneo, questo di Mario Bertasa, che però mi ha
divertito. Alterno (o "liquido, instabile nel suo fluire", dice V. Ronchi) perchè giocato su un doppio pedale, uno con cui
Bertasa va a scovare la parola, se ne innamora un po', la ricerca negli
anfratti del ricercato, la puntella con segni ortografici e di
interpunzione che fanno disegno ma non suono, che mi sembra non gli
appartengano realmente ma che siano piuttosto superfetazioni, o
affettazioni, pose...; e un altro pedale con il quale la parola suona un
Bertasa che si fa ispirare (anche in senso lirico) e insieme tiene ben
presenti una serie di lezioni poetiche vicine e lontane, modernamente,
come il respiro lungo, il verso lunghissimo (Pagliarani? Balestrini?)...
in entrambi i casi però con poche cose che, se dovessi fare editing,
emenderei, soprattutto perchè, quasi sempre, traspare nei testi una
certa ironia pensosa per me importante. Come pure importante la
sensazione che questi testi, sebbene fissati per sempre nella forma
libro, siano suscettibili di essere riscritti, ripensati o
all'occorrenza rovesciati come un guanto: una poesia, per quanto possa
apparire astratto il termine, "aperta". Non tanto per il lettore, va da
sé, quanto per l'autore. Per il resto (se mi si permette un discorso più
generale), siamo tutti nella stessa barca, tutti percossi o forati da
momenti, eventi, perplessità del quotidiano, snapshots che la
poesia (italiana) di oggi registra invariabilmente (e attenzione
all'ambiguità di questo avverbio), sullo sfondo di una certa immobilità
che è della poesia e della società allo stesso modo. Di qui forse, per
molti di noi, una poesia più del "come" fare che del "cosa" dire,
oltretutto qui e ora. Tutto qui. Nel caso di Bertasa tuttavia
risulta evidente e coerente una certa ricerca (ma anche questa ironica)
sui mezzi espressivi e sulle modalità di comunicazione di cui la carta
non da conto sufficientemente. Mi riferisco ad esempio al fatto che una
intera sezione del libro, qui non riportata, è nata da una
improvvisazione poetica via web (con le relative interazioni di altri,
commenti ecc.) ed è diventata una performance multimediale per voce,
video, azione. Del resto, come ricordava in una sua nota Giuliano
Ladolfi citando Emanuele Zinato, sempre più oggi la poesia viene
percepita come un oggetto artistico che deve essere contestualizzato per
apparire tale, ad esempio - aggiungo - proprio in una performance.
Evoluzione dei linguaggi forse, di cui Mario Bertasa sembra tenere ben
conto con la consapevolezza dei rischi che essa può comportare, della
necessità di stare attenti che il valore poetico sia - alla fin fine, e come in questo libro -
tutto interno al testo.
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Lunedì, 20 luglio 2009
Quando si finisce di leggere un libro di poesia, trascurando il fatto che sia un'opera prima e come tale sia pregna di freschezza e umori fecondi e interessanti prospettive ecc., si cerca una nota di fondo persistente, che poi con ogni probabilità è la chiave di lettura del libro stesso. Nel caso del libro di Giovanni Catalano (Immaginate la ragazza, Lampi di stampa 2009) le note di fondo sono diverse. Vediamo...
epifanie: la poesia si addensa intorno a nuclei epifanici (piccoli anzi piccolissimi eventi, lacerti di quotidianità, incontri ecc.) in cui qualcosa si manifesta, in modo molto laico naturalmente, niente a che vedere con nessuna manifestazione del sacro, ma piuttosto rivelazioni così come le intende Joyce nel suo Ritratto dell'artista da giovane. E spesso questa epifania è un amore, una ragazza e le interrelazioni con essa, fisiche e spirituali, cosa che ci riporta non casualmente al fatto che i poeti del dolce stil novo chiamassero epifania proprio il manifestarsi femminile, l'apparizione della donna. Questa percezione o nota di fondo non deve tuttavia dare l'idea in partenza che questo libro sia una raccolta rapsodica di impressioni o di occasioni, sebbene a tratti il crepuscolare si affacci brevemente. Sono semmai osservazioni di piccoli snodi o punti critici della vita in cui il poeta individua indizi di significato. Che queste epifanie siano poi evenienze del caso va quasi da sè, in un libro costellato di coincidenze, come nota Gianluca Chierici nella prefazione, ma questi casi non sono mai scambiati per destini anche quando li si chiama così, sono piuttosto intersezioni di traiettorie o collisioni di particelle di vita (mi rifaccio qui alla cultura scientifica di Catalano a cui giustamente fa riferimento Domenico Cipriano nella postfazione), che fissano un presente forse "un attimo in ritardo" e che a volte Giovanni, proprio come scienziato, osserva però un pò freddamente.
epifenòmeni (e non solo per assonanza con epifanie!): di pari passo ma molto più interessanti per un poeta come Giovanni sono gli effetti collaterali, gli strascichi, le risultanze non immediate degli eventi ("quello che resta / sono, a volte, le cose / lasciate due a due / nei piatti / come posate"). Se volete rimanere al tema principale del libro potremmo chiamarle le conseguenze dell'amore, rubando il titolo a un bel film. E perfino quelli che potremmo definire "epifenomeni ipotetici", cioè quelli che l'immaginazione creativa del poeta scorge nella meccanica degli eventi ("avresti potuto / lasciar cadere un segnalibro / che quel giorno / avrei raccolto"). Anch'essi concorrono a comporre la griglia dell'osservabile, ma hanno la caratteristica poeticamente preziosissima di essere "suggeritori" di chi scrive e di chi legge, di rientrare in quella area connotativa più tipicamente poetica. Non ci dimentichiamo infatti che di poesia si tratta, cioè una cosa in cui l'esperienza, tutta, anche quella scientifica, alla fine deve essere ricompresa.
indeterminismo: Catalano, in una nota a commento del suo stesso lavoro, fa espresso riferimento al principio di indeterminazione di Heisenberg, in un certo senso linea programmatica del libro. "L’esistenza ha lasciato il posto alla probabilità, passato e futuro sono ugualmente incogniti, mondi possibili e paralleli che si realizzano nella nostra labile memoria e nei sogni, nei libri, negli altri. Il presente invece è privo di durata, la scrittura non riesce a coglierlo, la poesia lo insegue ma giunge sempre un attimo in ritardo". Per fortuna la poesia moderna si è accorta indipendentemente da Heisenberg della incapacità di determinare la realtà e soprattutto della difficoltà di osservarla senza modificarla nella nostra percezione e senza esserne in qualche modo osservati. Così che la poesia del novecento è - di fatto e in maniera non programmatica - la poesia della illeggibilità del mondo e delle necessità di riscriverlo, e il lavoro di Giovanni si iscrive a pieno titolo in questa tradizione, compresi certi suoi tratti minimalisti e la voglia di frantumare la realtà in particelle più semplici, più "digeribili", perchè a volte l'ineffabile, l'indicibile è tale che non resta che dirlo nella maniera più semplice possibile, rinunciando un pò alla funzione poetica del linguaggio ("ma tu sei ovunque: / tra i capelli, sulle ciglia, / sotto il bianco delle unghie / e, sai, non posso non amarti") a favore di quella narrativa. Una semplicità, in qualche punto così disarmante da farsi epifenomeno verbale, con cui tuttavia in molti bei testi (soprattutto nella sezione "Il fabbricante di lenti", per me la migliore) Catalano attinge livelli di lirismo disilluso e malinconico, disvela qualche legame segreto, trova metaforicamente soluzione a qualche aporia del vivere, riesce a suonare quella che Paul Auster chiamava la musica del caso.
Continua a leggere "Giovanni Catalano, l'osservatore scientifico - Nota su "Immaginate la ragazza""
Mercoledì, 25 marzo 2009
da L'anima tema
*
qualcuno, che prima è venuto, è andato via lasciando
presto il suo sigillo d’acqua al centro della stanza
l’angelo ammirato attentamente nel dipinto ha
labbra chiuse, sciàmano in un coro poche voci
care, i gridi si confondono, le rondini
*
per aver soltanto vòlto il viso al tuo passaggio
hai finito lì da dietro di guardarmi, dove non vedevo
a onor del vero: non sono forse belli i tuoi occhi? o
come non sapessi già il colore dei capelli, l’opera
dolce delle labbra, il fiato, il dono della voce, chiusi
dietro al dito che indicava la più breve via in silenzio
*
l’aria ferma mi dà pace quanto basta alla figura
che ritorna a farsi viva nell’immagine intravista,
solo ricongiungimento al caldo della luce, poi caduti
il corpo, la sostanza delle cose, l’incolmabile divario
che ti ha resa un’altra lì da me; non tra noi
ricade l’ombra dove entrando il fuoco più si vuota
la materia prende a sé in un ago azzurro luce propria
*
credi, poi che di tutti i nostri gesti
cade l’ombra addosso ai muri
vi penetra una parte, s’apre il varco
tra briciole di pietra intorno all’architrave
dura poco poi nel vivo della storia
altri giorni prima, per diversi pesi,
si equilibra indietro il tempo, il piatto
uguale trattenuto a mano, basso;
hanno un solo suono i passi
dalle spalle indietro e poi
Continua a leggere "Federico Federici - L'opera racchiusa"
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