Capita a volte che, leggendo e rileggendo, risuonino in testa armonie segrete, sovrapposizioni compatibili come quando succede di ascoltare casualmente canzoni diverse che echeggiano da due diverse stanze. Capita con qualche maggiore frequenza con la poesia, sopratutto se la si legge da anni. Ecco uno dei casi in questione:
Da ANGELO CIRCONDATO DA PAYSANS di Wallace Stevens (*)
Io sono l’Angelo della realtà, intravisto un istante sulla soglia. Non ho ala di cenere, né di oro stinto, né tepore d’aureola mi riscalda. Non mi seguono stelle in corteo, in me racchiudo l’essere e il conoscere. Sono uno come voi, e ciò che sono e so per me come per voi, è la stessa cosa. Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra, poiché chi vede me vede di nuovo la terra, libera dai ceppi della mente, dura, caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto monotono levarsi in liquide lentezze e afferrare in sillabe d’acqua; come un significato che si cerchi per ripetizioni approssimando. O forse io sono soltanto una figura a metà, intravista un istante, un’invenzione della mente, un’apparizione tanto lieve all’apparenza che basta che io volga le spalle, ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.
FORSE UN MATTINO ANDANDO di Eugenio Montale
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto Alberi case colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto Tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
La storia della modernità (come qualsiasi altra, se è per questo) si può raccontare in più di un modo.
Parlando di Aglaura, una delle città stravaganti eppure misteriosamente familiari descritte ne Le città invisibili, il Marco Polo di Italo Calvino diceva di riuscire a stento ad andare «oltre le cose che gli abitanti della città ripetono da sempre», malgrado i loro racconti discordassero da quanto egli stesso era persuaso di vedere. «Vorresti dire cos’è, ma tutto quello che s’è detto di Aglaura finora imprigiona le parole e ti obbliga a ridire anziché a dire». E così, saldamente installati tra le mura cittadine fatte delle storie sempre ripetute, alla maniera in cui i bastioni di certe città sono fatti di pietre, gli aglauriani abitano «un’Aglaura che cresce solo sul nome Aglaura e non si accorgono dell’Aglaura che cresce in terra». Come potrebbero comportarsi diversamente, infatti? Dopotutto, «la città che dicono ha molto di quel che ci vuole per esistere, mentre la città che esiste al suo posto, esiste meno».
Gli abitanti di Leonia, un’altra delle Città invisibili di Calvino, direbbero, se interrogati, che la loro passione è «il godere delle cose nuove diverse». In effetti, ogni mattina la popolazione di Leonia «indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche dall’ultimo modello d’apparecchio». Ogni mattina, però, «i resti della Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio», e uno straniero come Marco Polo, guardando per così dire attraverso le crepe dei racconti che cingono Leonia, si chiederebbe se la vera passione dei leoniani non sia invece «l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità». Altrimenti perché i netturbini sarebbero «accolti come angeli», sebbene il loro compito sia «circondato d’un rispettoso silenzio» e, comprensibilmente, «una volta buttata via la roba nessuno [voglia] più averci da pensare»? A mano a mano che i leoniani si distinguono nella loro ricerca delle novità, «una fortezza di rimasugli indistruttibili» circonda la città, «la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne».