Lunedì, 21 settembre 2015
Francesco Balsamo - Cresce a mazzetti il quadrifoglio - Il Ponte del Sale, 2015 (con un disegno dell'autore)
Diviso in dieci sezioni numerate, più una "zero"
che contiene un solo breve testo ("fare la gallina delle cose in
miniatura / come faccio io / e con tutte le parole / sparire nel calzino
nero di una poesia") che è viatico ed avvertenza, ed insieme segno di
modestia: questo ultimo libro di Francesco Balsamo, già presente su IE QUI e QUI,
rappresenta un'altra prova di scrittura raffinata, lieve, sublimata e
volatile come avevo scritto di "Ortografia della neve", e che tuttavia
permane in chi legge con una suo leggero peso, se mi si passa
l'ossimoro. Motivata con un rapporto costante con il quotidiano, con i
piccoli segnali (le "cose in miniatura") del vivere (e del morire), con
la natura, questa poesia è soprattutto un confronto diuturno con la
scrittura in sé, come arte e rappresentazione e come esercizio
in diversi sensi spirituale, ed è davanti al foglio, sempre presente e
spesso citato quanto lo fu il bianco della neve, che avviene il dialogo
più importante con essa (e "con le cavallette della punteggiatura"), un
appuntamento galante e innamorato, un rispecchiamento ("...perdersi di
vista / con la faccia rivolta al foglio"). E certo, a proposito del
foglio, serve ricordare che Francesco è un artista grafico e pittore di
notevole valore (basta dare un'occhiata QUI per
farsene un'idea), in costante tensione con i bianchi ed i neri della
sua visione. Sospetto che Balsamo sia davvero uno di quei rari che si
pongono davanti ad un foglio bianco disteso sul tavolo, in attesa che le
parole insistenti ("le parole sbattono come porte") si rapprendano in
qualcosa di (altro ossimoro) provvisoriamente definitivo. In un punto
il poeta scrive "qualsiasi cosa si scriva / lentamente la gela la
carta", quasi un rammarico di rinuncia ad altre possibili alternative,
ad altri bivi attraenti a cui questo congelamento pone fine. Perché è
poesia tesa in uno sguardo sul presente fluente, niente affatto
cristallizzato, e che lancia segnali più che bastanti. E perciò priva di
pathos (e quindi di patetismi) ed anche di evidenti nostalgie, tanto il
presente è qui ed è ancora tutto da vedere. E tuttavia alla fine il
poeta è soddisfatto della scelta, di parole o forme che sia, tanto che
dice "annuisco allora quando scrivo...", quando giunge a "contrabbandare
cose piccole in un foglietto / cose ordinate come per un viaggio
[...]". Le cose piccole, le cose in miniatura, a cominciare dai piccoli segnali ammonitori che ci lanciano i morti e i vivi, sono elemento da tenere
fondamentalmente presente, in tutta la produzione di Balsamo. Niente di
minimalista, naturalmente, poichè il "piccolo" è un piccolo percepibile,
che cioè penetra nella coscienza individuale, anche quando è un bosco
come nella sezione "cinque", ed è significante quanto un petalo in un
haiku di Issa, ed alla fine rivela. Un'attenzione che si riflette anche
nella sintesi della gran parte dei testi e, all'interno del testo, nella
concisione. Balsamo ha la resa migliore, la sua stanza prediletta,
nella brevità, nell'intimo raccoglimento di testi conclusi in mezza
pagina. E in essi l'occhio talvolta si appiglia a cose che riempiono il
verso, il singolo verso, che potrebbe essere a sua volta il nucleo di
un'altra poesia ("ci si risveglia come un orto in salita – / mandare via
le cornacchie – // la luce concentrata delle otto – / l’aria sembra una
bandiera – // le dita sono dieci minuti esatti – / bambini a fiori
stanno al centro della piazza –"). Questo appiglio alle cose è anche una
specie di inventario, di autocertificazione di esistenza in vita, ma
privo di un'idea di possesso, come una semplice constatazione di esserci
che però è poco antropocentrica, poco egoica, in un certo senso di una
humilitas anche etimologicamente terragna, con una nota malinconica ma
non acida né arresa né risentita, e con un registro talvolta lievemente
(lietamente) metafisico. La brevità, il linguaggio "ordinario", la
familiarità delle cose sono poi garanzia, per così dire, della permeabilità quasi
osmotica di questa poesia, della possibilità come lettori di accedervi
velocemente, fruirne liberamente senza decodifiche o parafrasi, passando
così direttamente al campo aperto dei possibili sensi, (anche quando
l'indefinitezza è totale come in questa piccola poesia: "ora l’ho
raccolta / col mestolo di legno della tosse // come se nulla fosse"),
derivandone una suggestione per così dire ontologica, primaria, che
"arriva". (g.c.)
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Domenica, 12 gennaio 2014
SEBASTIANO AGLIECO – COMPITU RE VIVI - IL PONTE DEL SALE 2013

Qualunque forma vivente con un sistema nervoso piuttosto elaborato può provare sensazioni di dolore e di piacere regolando la propria sopravvivenza
attraverso meccanismi di rigetto, per quanto riguarda gli stimoli negativi, e di assorbimento per quelli positivi. Purtroppo, però, non sempre è semplice
rifiutare ciò che procura dolore, sofferenza, paura, ansia, vergogna; anzi per gli studiosi di psicologia, queste emozioni, spesso, aiutano l’individuo a
regolare i propri percorsi di adattamento psicosociale. Nei primissimi anni di vita si impara ad ‘attaccare/fuggire’ oppure ad ‘afferrare/stringere’ per
fronteggiare l’angoscia della paura e della solitudine e si apprende che l’unico corollario possibile per ‘salvarsi’ è l’amore. Il tema dominante del
lavoro in poesia di Sebastiano Aglieco, infatti, è l’amore inteso come dovere/compito propedeutico di ciascun essere umano nei confronti di se stesso e
dell’altro. Il poeta è psicologo e formatore, sa che le esperienze passate possono condizionare comportamenti e attese creando ansie che spesso i fatti non
possono giustificare. Ecco perché l’autore riporta a galla i vissuti di luoghi del passato portando alla luce quelle stesse sensazioni, la complessità di
quelle vulnerabilità, che per quanto superate, possono ancora produrre effetti e reazioni. Il motivo è chiaro perché lo spazio e il tempo somatizzano tutto
ciò che accade nel sé sociale sempre più minacciato da equilibri instabili, dall’eco dell’imprevedibilità dell’esistenza, dallo stretto legame che
sussiste tra le forme di dipendenza/rassicurazione e distacco/angoscia. Ecco perché Aglieco parte dalle primissime fasi evolutive per insegnarci a
guardare/sentire parole, linguaggi, luoghi, emozioni e simbolismi: i bambini sono il punto focale intorno a cui si sviluppa il mondo degli adulti e il
futuro. Imparare a sostituirsi a essi, in modo empatico, ci permette di comprendere il disagio soggettivo e lo svantaggio sociale dell’eventuale
comportamento emozionale patologico. Il senso di responsabilità educativa dell’autore analizza, fruga, penetra gli scenari interiori attraverso
l’osservazione esteriore (muro, cortile, buio, mare, candele …) di fasi simboliche che cristallizzano le fasi senso-motorie funzionando a
livello di esercizio di incroci tra la lingua dialettale, lo sviluppo del pensiero e la disponibilità all’azione appropriata. Si sopravvive al pianeta
sociale con la preghiera, con l’atto di accoglimento dello stereotipo, del pregiudizio, della selezione naturale, attraversando la perfezione di un disegno
a priori che si libera della superstizione, della paura, della punizione, del male. La Madonna/madre ridimensiona l’impatto con la propria vulnerabilità.
Padre e madre diventano i portatori di un meccanismo riproduttivo sempre più di fondamentale riferimento e non figure casuali e
l’amore/salvezza/purificazione ritorna a sollecitare la comprensione della conflittualità interiore distruttiva per sentirsi sostenuti e automaticamente
aiutati a evolversi, a migliorarsi. (rita pacilio)
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