Pietro Roversi - I pinguini dei tropici - Arcipelago Itaca,
2017

Un libro singolare, questa quarta raccolta di Pietro Roversi, che offre al
lettore un'esperienza abbastanza inusuale. Che deriva innanzitutto da una
visione delle cose e del mondo parecchio metaforizzata, traslata in una
dimensione insieme altra e insieme "regolata", ovvero con un suo ordine
accettabile, cioè in ultima analisi di una realtà quindi sopportabile.
Voglio dire, intellettualmente sopportabile, una realtà su cui agiscono
cultura, capacità espressiva, primazia del linguaggio, addomesticandola. Le
cose (usiamo ancora questo termine generico su cui il prefatore Davide
Castiglione ha detto in passato la sua) non sono solo quello che
sono, ma anche e soprattutto quello che il linguaggio le fa diventare,
relazionandole all'uomo che le osserva e ad altri significati. Naturalmente
quando si parla di linguaggio si intendono messi in campo non unicamente i
mezzi strutturali, sintattici etc., ma anche e di più tutti gli arnesi
retorici e espressivi, a cominciare da una raffinata ironia che si affaccia
molto spesso tra i versi. E alla quale concorre un uso anche estensivo di
rime interne ed esterne e di un ritmo ben articolato ma a bella posta
zoppo, dall'aria non di rado canzonatoria.
Il linguaggio stesso è metaforizzato (e non solo metaforico in senso
stretto, non è quello l'importante), nel senso che non esprime tanto
l'accostamento o la distanza con le cose, quanto - anche per via lessicale
- la sua distanza da una visione ordinaria di esse, come se i fenomeni
registrabili, i pensieri, i concetti o anche le impressioni fossero in
larga misura oltre che descrivibili soprattutto riscrivibili, o
latori, a saperle vedere, di altre e diverse informazioni. In questo senso
opera anche una continua dislocazione semantica, con un uso fusion di linguaggi specializzati, scientifici o settoriali che
porta con sé una diversa prospettiva, insieme per forza di cose a una
irrinunciabile, ancora, traccia ironica. Va da sé che in questo operare c'è
un rischio implicito, che consiste qualche volta in un "innamoramento"
autotelico delle parole, del gioco a volte insistito di esse, a discapito -
diciamo per semplificare - del contenuto.
Già il titolo, come è stato notato, è un ossimoro. Il che non vuol dire che
non possa rientrare nel campo delle possibilità, o almeno, cosa più
importante, dei desideri, anzi dell'immaginazione desiderante. Dire questo
significa dire, tra le altre cose, che il poeta (Roversi come altri) ha il
potere di riorganizzare il suo dettato come vuole, soprattutto in direzione
del simbolo (cosa ci fa, ad esempio, come giusto si domanda Castiglione, ai
tropici un uccello inetto al volo e adatto al freddo? sarà immagine, si
suppone, di chi è costretto a migrare). La poesia di Roversi si nutre molto
(e molto restituisce) di questi salti di potenziale e delle risposte
implicite che offre al lettore disposto a vederle. Direi anzi che si
istituisce in gran parte su questo tipo di spostamento tra non mediato e
allegorico, tra reale e sur-reale. Si tratta anche, in relazione a quanto
si diceva sul linguaggio, di cercare e superare certi limiti, una vena
sperimentale che non riguarda quanto si intende con questo termine in
letteratura, bensì un atteggiamento mentale e culturale (l'autore è
ricercatore biologo) di messa in discussione dell'acquisito, provando e
riprovando, per dirla con il motto dell'Accademia del Cimento. Per
descrivere temi alti e bassi e anche, ma sì, filosofici: la vastità dello
spazio, il tempo, l'inesplorato, certe dinamiche della società, il luogo
comune, i rapporti sessuali o sentimentali o semplicemente il vivere,
magari quotidiano, il proprio esistere (specie nella sezione che titola il
libro). Cosa tutt'altro che semplice, ma Roversi ci mette una certa stoffa.
Il tutto è scosso da una domanda semi-serissima e insieme disillusa/elusa:
che cosa e come ci stiamo a fare qui, di certo noi, ma io personalmente? La
risposta è spesso, specie per via di quel monotonale basso continuo
satirico a cui allude anche Castiglione e che non sempre è diretto
all'esterno: non prendiamoci troppo sul serio, perché forse non ne vale la
pena. E come scrive Roversi: "Avrò pure diritto / allo sperpero, al mistero
fitto fitto / del desiderio, mio bilanciere, sonno e pudore". Ma è proprio
così?, si chiede chi legge. Paradossalmente, a volercelo trovare per forza,
in questa poesia un senso del tragico c'è, sta lì. In questo cogente riso
sardonico, in questa immanente puntuta vena epigrammatica, che forse
nasconde un dolore. O forse lo sperpera, sperpera la materia stessa di cui
questa poesia è (potrebbe essere) fatta. (g. cerrai)