Giuseppe Samperi - L'ora mora del giorno - Edizioni Novecento, 2018 (edizioninovecento.it)
E' uscito in questi giorni l'ultimo libro dell'amico Giuseppe Samperi, di cui ho scritto la prefazione che pubblico qui. Trovate altri scritti di Samperi QUIe QUI.
LA MISURA DI UNA LUCE MERIDIANA E LEGGERA
Conosco Giuseppe da un po', anche se da lontano, come avviene in questi tempi digitali. Mi piace leggerlo, ne ho scritto altre volte. Mi pare di conoscere le sue inquietudini, il suo bisogno di scrivere, di fare poesia, un'arte - non è il solo a pensarlo - necessaria e inutile. Credo che possiamo considerare quest'ultimo libro di Giuseppe Samperi come un compendio. un tirare le somme, ce ne sono indizi. Compendio di vita e di scrittura, entrambi terreni di una ricerca esistenziale della quale la prima è stata ed è materia, la seconda metafora e strumento, come il negro sèmen dell'Indovinello Veronese. Ricerca insoddisfatta, come sempre, tanto che la vita sembra a volte osservata alla lontana, come dalla porta di casa che dà su una via assolata, mentre la scrittura è perennemente a rischio di essere dismessa, o licenziata, come un aratro non affilato a sufficienza che finiremo per lasciare arrugginire. Nella poesia di Giuseppe le due cose sono sempre andate di pari passo, c'è sempre stato un occhio che osserva contemporaneamente le parole che si vanno tracciando sulla carta e la penna che le traccia, l'oggetto e lo strumento, basta vedere a titolo di esempio tutto l' “inchiostro” che viene evocato in parola e sostanza in un altro suo libro, Il miliardesimo maratoneta, 2011 (“Regalo questo inchiostro, / scolatura che rimane / dagli accurati strappi”). E gli strappi, inutile dirlo, sono dolorosi. Proviene da questi versi, in effetti, l'immagine di un uomo che contempla un flusso, non necessariamente prendendovi parte attiva, a volte anzi come un Diogene che attende immobile una epifania, pur nel convincimento che qualsiasi rivelazione è giusto dietro l'angolo, foss'anche quella del nulla (ma, chiosa Giuseppe, “Quale nulla? Eppure un dio / lo aspettiamo ancora. Io l’aspetto”). Osserva e annota, dalla posizione un po' decentrata di chi è certo che tutto si possa manifestare anche in universi microscopici che semplicemente accadono, e se ne possa trarre qualche insegnamento universale, ancorché dubitoso. Sembrerebbe la posizione del flaneur, per dirla con Baudelaire, se non fosse che in questi versi si percepisce, anche quando non vi è descritta, un'aria insulare, niente affatto urbana, di una insularità certo piena di luce (una luce di cui non ci si sfama mai, dice l'autore) ma che è propria dell'anima (“isolano isolandomi d'inchiostro”, dice - ancora - altrove). E mi pare ci sia, in aggiunta, la consapevolezza dei limiti del luogo in cui fortuitamente si vive, ma anche delle sue risorse, dei legami e delle radici (di cui il ricorso a inserti dialettali è testimonianza), di un certo genius loci a cui Giuseppe appare essere devoto. C'è anche, mi pare di poterlo dire, un che di premoderno, quindi, che non è una questione stilistica (anzi la versificazione qui è contemporanea), ma riguarda semmai proprio questo sguardo da una parte critico sul presente, dall'altra rivolto all'indietro, ad una appartenenza, ad una identità inalienabile, come un ponte tra vecchio e nuovo, tra i vivi e i morti che Giuseppe vuole presidiare, anche quando appare esserne oppresso. E anche ogni volta che si accende una voglia di fuga (“Persiste / la bramosia di un altrove, / l’alcova della gioventù istupidita”), forte quanto frustrata così tanto da ritorcersi spesso nella tentazione di smettere di scrivere, nella disillusione, espressa in diversi punti, che sia “vano. Assolutamente vano / questo scrivere”. Da un'altra prospettiva c'è in questi versi, anche in ragione di quel che s'è detto, qualcosa di domestico (e di familiare per chi legge). Sia chiaro che non c'è niente di riduttivo in questa connotazione (basti pensare a quanto di domestico c'è nella grande poesia latina), è anzi un carattere proprio della poesia di Giuseppe, di un modo tutto suo di cogliere liricità e senso nelle più diverse situazioni. una poesia “domestica”, che esordisce, proprio nella prima poesia, “dal sofà di casa” dove giungono dall'esterno segni e suoni che “sfidano il dio che non parla”, o da altri punti di osservazione (o forse di sentinella) come il caffè abituale, “un’isola magnifica / che mi coccola tra i morti” mentre scorrono in sottofondo notizie di guerra dall'Oriente, il corpo disteso sulla sdraio sotto le nuvole. Niente di idilliaco tuttavia, c'è sempre sullo sfondo qualcosa di allarmato, si tratta di un ambiente tutt'altro che consolante, che sembra un prodromo di quella “balena che ci ingurgita tutti”, compreso il Giona-poeta che qui scrive ma che sembra serbare poche speranze di essere rigettato alla fine, come il profeta, su qualche lido. Ecco, a differenza di altri poeti, in questi versi non c'è un sentimento tragico o ossessivo dello scorrere del tempo, stante che il destino ineluttabile è già nelle cose, in ogni “istante che t'arriva vivido al cuore”. E del resto “Se la giornata è amabile – di buon colorito / il sole, veste fresca l’aria – / stanne certo che la fine è un bluff ”. Inutile misurare il tempo, insomma, a queste latitudini, dove il tempo appartiene alla natura, e si misura semmai con la natura delle cose, come con quei sarmenti che “Divintaru vigna pampinusa / rracina e mustu e vinu / e ppoi lignami di furnu” (in Sarmenti scattiati, 1999). La misura è invece il peso. Non l'usurato generico peso esistenziale, ma quello delle cose e soprattutto delle azioni, o peggio ancora delle non azioni, il peso degli effetti che ne derivano. Non è un caso, credo, che Giuseppe titoli due delle sezioni del libro “sottopeso” e “sovrappeso” , due termini in apparenza mercantili. La vita come prodotto di una serie di atti, qualcosa che si dà o si riceve in eccesso o in difetto, e certamente si paga. E anche un peso reale, un pesocorpo, una soma che si riflette sull'animo (“ci alziamo ogni mattina / con tutta la carne che possiamo”), e insieme un “corpo in libera caduta, / solo quel corpo libero / che salva”. E in qualche modo occorre cadere, poiché “In sovrappeso / è mendicante / chi non aggredisce il fondo”. una caduta leggera, della leggerezza che è tratto saliente di molti di questi versi. Sembrerebbero elucubrazioni dalla provincia, da una estrema periferia percossa da una luce meridiana. Ma tutto il mondo è paese, come suol dirsi. Ecco che l'ultima sezione rappresenta come una precipitazione di questo libro, l'irruzione di eventi più drammatici in questo orizzonte placidamente inquieto. Il peso di cui abbiamo parlato qui si fa piombo. Avevo già letto “Noncuranza” e l'avevo pubblicata sul blog “Imperfetta ellisse” con uno pseudonimo. Ora Samperi se ne fa carico pienamente come autore, assume su di sé il peso di una materia tragica e insieme impietosa affrontando, come scrissi, un tema penoso con parole crude, dicendo cose che forse si pensano, ammettiamolo, ma che non si dicono. Il tema è quello della madre, della sua vecchiezza, dello sfacelo del corpo e delle pene che comporta, della consunzione anche dell'identità, che vale qui (e chi ne ha fatto esperienza lo sa) come messa in crisi degli affetti, dell'etica a cui si è educati, delle risposte da dare, della responsabilità. E che vale nel contempo come realizzazione di una inevitabile inanità, come contemplazione della morte, una visione da cui si vorrebbe fuggire. La “noncuranza”, io credo, va intesa non unicamente come mancanza di cura, ma anche come rassegnata constatazione dell'inutilità di quella cura, quasi un accanimento per cui, dice Samperi, “meglio morire, vecchietta mia stanca, / meglio la morte alla noncuranza”. Questi due versi sono proprio all'inizio del testo che apre la sezione, e sono di certo forti, eppure vale la pena di osservare l'andamento a filastrocca di quella poesia - che non si ripete nelle successive - la musica che ne proviene e l'affettività dibattuta e contrastata che trasporta, come una ninnananna che accompagni un lento chiudersi degli occhi. Mi pare di intravedere insomma un compianto, che i testi successivi, pur nella loro cruda liricità, non riescono né vogliono nascondere. Un apice emotivo che si riscontra, al polo opposto, solo quando Giuseppe in una bellissima poesia parla alla figlia, che dovrebbe educare al mistero del “Rebus insolvente” che è la vita, senza illusioni, senza dare a bere “rosari e droghe mistiche”, senza nascondere l’ineluttabile, uguale per tutti, l’assoluta mancanza di senso, di “soluzioni” dell’esistenza. Una visione laica, forse troppo laica per qualche lettore. Ma ha il grosso pregio di annientare qualsiasi tono elegiaco, ogni scivolamento crepuscolare. In questi versi non c'è nessuna preghiera sottesa, quindi nessun medium, nessuna mediazione, e il dio nominato è sempre un dio minuscolo, come è evidente (mentre, si noti, il Rebus è maiuscolo). C'è sempre in questi versi il tono di chi dice quel che deve dire, la trasparenza franca di quel trobar leu che Giuseppe cita altrove e che mi pare persegua sempre, perfino quando ricorre, in tutto o in parte, alla sua bella lingua siciliana, traforata come un merletto. La franchezza dello scettico che non ha bisogno né vuole ricorrere a un linguaggio ellittico, e che trova nella naturalezza della sua amata-odiata scrittura la sua migliore espressione. (g. cerrai)
Questo libretto mi piace, oltre che per la sua qualità, per ragioni del tutto sentimentali. E non c'è di che vergognarsene. Non c'è molto che accumuna la mia terra a quella di Giuseppe, salvo, almeno in questo caso, una cultura contadina che sarebbe di retroguardia disconoscere, non il contrario, quella che ancora mi fa distinguere un albero da un altro, un tarassaco - se la memoria non mi frega - da una borragine (entrambi buoni da mangiare), e una buona o cattiva stretta di mano. E conosco perfettamente (e ce le ho ancora) quelle forbici da potatura che figurano in copertina, e il suono secco e metallico con cui recidono i tralci di vite. Un libretto che probabilmente non troverete mai, ma non importa. Riflettevo incidentalmente stamattina, cercando inutilmente di trovare una edizione a stampa di un autore francese per così dire di nicchia, che la stampa - specie per opere di poesia di limitata tiratura - a volte è pari a una pietra tombale, un amen irrimediabile. Finisce così per essere proprio internet, pur con la sua volatilità, il luogo in cui sarà ancora possibile leggere certe buone cose. Questa è una delle occasioni possibili di cui approfittare. C'è in questi versi (come in quelli di Tessa, di Loi, di Pierro, di Buttitta e molti altri) un suono, innanzitutto, un suono originario direbbe Pasolini. Sembrerebbe che la poesia lirica (e in questo caso l'elegia) abitasse da sempre nel dialetto. E forse è così, poichè il dialetto oggi è ancora quello che più si avvicina all'origine "cantata" (e arpeggiata) della poesia. C'è poi un aggancio diretto ad una concretezza che si lega proprio a quella origine e forse, se Pasolini aveva ragione (“Il contadino che parla il suo dialetto è padrone di tutta la sua realtà”), sono la realtà oggettuale e il canto dell'esperienza diretta, non immaginata, i caratteri distintivi di questi versi. Al di là di quelli che possono essere i caratteri regressivi, conservativi, politici o "borghesi" che l'autore friulano individuava, aveva certo ragione sul fatto che il dialetto in poesia è scelta totale e totalizzante (rispetto al testo), non strumentale o evocativa come in Gadda o nella narrativa verista. C'è quindi un'immersione nella lingua, una lingua più che madre (anzi, "lingua del latte", secondo la bella espressione del poeta Vito Tartaro), quella dei lares, quella con cui, come in questi testi, si colloquia con il padre morto, perciò lingua esoterica in un certo senso, e insieme lingua familiare e della comunicazione orale. Suono e affezione, quindi, ma gestiti senza patetismi, del tutto assenti in questi testi che mantengono la loro freschezza lirica anche nella versione italiana dello stesso Samperi. Che partendo dalla scelta radicale del dialetto come lingua ponte tra presente e passato, tra vivi e morti, utilizza in forma moderna una melodia che suona malinconicamente antica, anche per chi come me non ha particolare dimestichezza con il dialetto, tenendo d'occhio le buone lezioni del Novecento italiano.
In questi versi di Giuseppe Samperi (che abbiamo già incontrato QUI) persiste ancora, soprattutto in quelli da "Isolandomi di inchiostro", la scrittura o la sua forma o il suo antico emblema,
l'inchiostro, nel senso metaforico di cui avevo già parlato
precedentemente. Aggiungerei, rispetto a quello che avevo detto, che
sembra che Samperi
ami pensare di attraversare la vita versando inchiostro. Il che
peraltro sarebbe già una bella professione di fede. Quindi è naturale
che lui si "tinga" di poesia, che la parola tracciata sia lenitiva come
sciroppo per la tosse, l'inchiostro è cercato, scorre in tubature,
l'inchiostro isola più di quanto possa esserlo
già un isolano. Il tutto sempre in bilico, per dirla con Jakobson, tra
metafora e metonimia (o forse la sineddoche), in breve tra l'ampliamento
del senso per assonanze e somiglianze e la tentazione di fare
dell'emblema (in questo caso l'inchiostro) un totem, una parte per il
tutto. Non so quanto perseguibile ancora, ma fatto salvo quanto avevo
già detto a proposito de "Il miliardesimo maratoneta", comprese le
qualità intrinseche di questa scrittura, a cominciare da suggestione,
sintesi e leggerezza.
Negli altri
testi, quelli tratti da "Vocativi filiali" il discorso è un po' diverso,
trattandosi di poesie differenti per forma e contenuto. La struttura è
più compatta e di diverso peso, la versificazione più canonica e forse
un po' più spigolosa, l'apostrofe (a differenza degli altri brani in cui
scrittura e inchiostro sono immagini di una estensione del sé, di una
ruminazione) è rivolta all'esterno, a un "tu", sia esso la madre o
altri, la poetica è quella di una insistita negazione, una negatività in cui la carta trascolora, gli idiomi tornano oscuri, il segno prende
il sopravvento sul suono, sulla voce. E forse il fido "inchiostro" di
Giuseppe non soccorre a lenire. (g.c.)
Giuseppe Samperi - Il miliardesimo maratoneta - Ed. del Calatino,
2011
Una
poesia sulla scrittura, questa, o meglio una poesia sulla convinzione
che la scrittura, intesa come oggetto o metafora della vita per
eccellenza, possa quasi sostituire il fatto (o rivestirlo poeticamente),
parlando di sé stessa. Quasi una metapoesia. Dico questo perchè i
"protagonisti" principali di questa raccolta appartengono tutti al campo
semantico dello scrivere, quasi tutti i fatti, gli eventi, le
esperienze, gli squarci di paesaggio, quasi tutti i frammenti sono
intinti nell'inchiostro, la maggiore ricorrenza di questo libro. In altri termini, come un indovinello veronese alla rovescia (ricordate? Se pareba boves, alba pratàlia aràba /et albo versòrio teneba, et negro sèmen seminaba).
Così ad esempio avviene che il confronto con il padre, in una delle
sezioni del libro, sia tra vigna e righe, tra le coltivazioni e
"l'incavo profondo del pozzo / dove intingere la stilo", tra la
pigiatura dell'uva e quella della carta, col vanto della "gradazione
alta dell'inchiostro". Analogamente si parla di "risacca del
fondopagina", del "bagnasciuga della pagina", si parla di fogli, di
"spiaggia d'avorio" e così via.
Non vorrei però
dare un'idea limitativa di questa scelta metaforica, che invece va
letta anche più in profondità. Mentre parla di sé (del suo "sè" più
ampio) l'autore parla dell'alta considerazione della scrittura e
viceversa, in una continua osmosi di senso. Il nero dell'inchiostro è
certamente anche quella zona oscura da cui trarre elementi di identità e
campo di ricerca, la pagina è anche orizzonte e limite da valicare,
linea di battigia contro cui si frangono le risacche del vivere e
insieme hortus conclusus rassicurante in cui la scrittura può
svolgere (o si spera che svolga) un suo ruolo salvifico e
giustificatorio, avere una sua ragione. Questo lavorìo è sottrattivo e
contratto, l'alleggerimento linguistico è costante, direi programmatico,
disposto in sintagmi brevi e senza fronzoli che trovano esito in testi
anche molto cortì, di una poesia lapìdea, dal tono a tratti categorico,
aforistico, ma di efficace suggestione, di sintesi però invitante, che assomiglia tanto al carattere isolano. Se c'è un dubbio è che poi la scrittura non basti, possa non
farcela, assomigli - quando c'è sconforto - a "scolatura che rimane /
dagli accurati strappi" o all' "inutile / inchiostro che non aspetta /
che ti si riscaldi il latte", come dice alla madre, come dice a quel
dolore per cui "questo inchiostro non ha / fotogramma d'animo", forse
quindi non ha forza iconica sufficiente. Il dubbio, intendiamoci, è
dell'autore (ma come rinunciare all'unico strumento, seppure con i suoi
limiti, che ha il poeta?), non del lettore. Al lettore semmai rimane la
curiosità o la speranza di vedere Samperi, con questi mezzi, all'opera
anche su testi di più ampio respiro. Da maratoneta, appunto. (g.c.)