Mercoledì, 18 maggio 2011
Cer cherò di essere il più breve possibile,
seguendo il consiglio di Filippo Davòli nella prefazione a questo libro
(Jonata Sabbioni, Al suo vero nome, L'Arcolaio 2010): niente logorroiche disamine introduttive ai testi.
Non
so se, come dice Davòli, Sabbioni appartenga a una "linea marchigiana".
Molto probabilmente la "linea" non esiste, come sosteneva anni fa
Davide Nota (v. QUI), almeno nel senso che probabilmente esiste una
molteplicità di "territori" paralleli, quasi nessuno dei quali ha una
connotazione meramente geografica.
Quella di
Sabbioni è una poesia rivolta a una riflessione spirituale, in cui il
poeta si pone spesso al centro di una pluralità, un "noi" a cui sente di
appartenere. L'attenzione non è tanto rivolta alla realtà circostante,
alle cose, quanto a quella immanenza che traspare dietro di esse, segno
di una presenza a cui Sabbioni accenna timidamente, con semplice
parsimonia (anche linguistica), come se non riuscisse (meglio, non volesse)
rompere la crosta delle parole. Questa riflessione spirituale per la
verità non appare problematica o critica, come ad esempio nel Giuda
di Lorenzo Carlucci (v. QUI), ma più come una serie di piccole
meditazioni in cui lo sguardo supera l'orizzonte mentale, cercando di
scrutare qualcosa di percepibile o un senso, in una lontananza infinita.
A volte è un pensiero del pensiero, se mi si passa il bisticcio. Altre,
si ha l'impressione che l'idea rimbalzi su una superficie
apparentemente penetrabile scivolando altrove, o che paghi un tributo a
un convincimento a priori a cui dare voce poetica. Tuttavia questa è una
poesia che, non ostante la sua semplicità quasi programmatica, richiede
una rilettura immediata, come se ci cogliesse il dubbio di qualche
importante sottinteso. Così il linguaggio semplice a cui allude Davòli
nella prefazione filtra una necessità di trascendenza, di spiritualità
abbastanza inusuale nella cosiddetta poesia giovane, e non possiamo
negare che questo sia uno di quei possibili territori a cui si
accennava prima. Ecco quindi, citando i testi che ho scelto, che anche
semplici constatazioni o memorie (sui luoghi della memoria stanno le pietre), preghiere intime e sommesse (non verbo), la visione di vuoti, insensatezze, solitudini, paesaggi urbani, impermanenze moderne e post moderne (la gente ha dissolto tutto..., alle sponde della luce..., Archeologie, Albergo, solo Dio ci basta...)
poi esprimono poeticamente, con modalità ancora saldamente ancorate in
una rassicurante tradizione (forse Sereni come dice Davòli, forse Luzi)
un percorso, una strategia di avvicinamento "al suo vero nome", forse con l'incertezza e il dubbio di un Tommaso ("La parola è la carne / se ci affondo le dita..."), ma leggera e umana.
Sui luoghi della memoria stanno le pietre come il nostro confine. Sulla strada che si interrompeva prima di arrivare, figure in nero, anfore in velluto, salutano il corteo degli sfuggiti. Le automobili, scaricate con le corde, sono un cargo irrituale per questo porto antico. C'è odore di nafta. E pure di mirto. La frontiera è appena conquistata. Dal belvedere si apre la laguna: la chiglia nera, a sei rematori, porta la vista, in un fondo che ancora non si vede. L’aria, col sale disciolto, avvolge d’ambra le vecchie stazioni e la prima ruga, come pagina chiusa sulla scena della rovina.
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Venerdì, 30 maggio 2008
Ho scritto altrove che la poesia è rottura del silenzio. Ma anche e contemporaneamente rinuncia ad un egoismo, piccolo o grande, tutto particolare: quello che rinchiude in noi stessi una memoria, un'esperienza o un grido che, viceversa, merita di essere comunicato. In questo libriccino, smilzo e leggero e insieme sostanzioso (Gli incendi, Ed. L'Arcolaio, 2008) Filippo Davòli ci rende partecipi della sua storia, ormai conclusa, con i suoi "figli", cioè i minori extracomunitari che ha accolto e accudito, non per mestiere ma per vocazione. "Ad ognuno dei figli - come ci ricorda Lucia Tancredi nella sua affettuosa introduzione - ha insegnato la sua lingua, la bella lingua italiana i cui suoni aperti sembrano risonanti come conchiglie. A chi ha affilato la parlata nel deserto scortecciandola di consonanti, o ai giovani contadini d'Asia che parlano piano e roco come i colombi". E questo dono viene qui restituito, questa lingua dà voce ai ragazzi e si condensa in questi testi che in gran parte Davoli incastona tra virgolette perchè appartengono a loro, limitandosi egli a trascriverli.
Ovviamente non è proprio così, perchè Davoli costruisce un libro poeticamente raffinato, assumendosi semmai un ruolo che potremmo definire di mediatore poetico (o di setaccio: "Gli incendi sono - più che mie poesie - le loro parole che, depositatesi in me, non ne hanno voluto sapere di uscire via"), estraendo e molando la poesia intrinseca nelle parole semplici dei ragazzi, ciò che Davoli in altra sede definisce "una parola innocente, nuda, totale". In questo procedere, tuttavia, non c'è nessun "raffreddamento" di una materia così calda e commovente, anzi. Se la parola dei ragazzi è nuda Filippo la riveste - poeticamente certo - ma di affetto e partecipazione e con un sentimento che non è affatto fuori luogo definire paterno, o forse agape, nel senso pieno del termine. Ne esce un impasto lirico, del lirismo della parola semplice e leggera, ma di una leggerezza buona e in un certo senso "sacra" in quanto profondamente umana, del lirismo come linguaggio e musica, come la migliore canzone italiana che credo Filippo ami tanto. Tra questi testi "altri", Davoli inserisce a chiosa brani di più ampio respiro in cui sedimenta e sublima il dato emozionale, in qualche modo lo fissa in canoni stilistici collaudati e sicuri, lo giustifica e lo salda al dato etico e ideale di fondo che, ci ricorda l'autore, anche religiosamente "ritorna in altri nomi", è possibile "incrociar[lo] nelle cose". Delle altre cose che potremmo dire di questo libro (i richiami, le eco, le radici), almeno una: di come dimostri felicemente quanto su di un ordito tradizionale e amicale per il lettore, si possa impiantare la trama della vita, raccontare le microstorie di questi ragazzi come incendi di "sterpaglie basse" sul ciglio della strada.
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