Lunedì, 16 novembre 2009
Capita a volte che, leggendo e rileggendo, risuonino in testa armonie segrete, sovrapposizioni compatibili come quando succede di ascoltare casualmente canzoni diverse che echeggiano da due diverse stanze. Capita con qualche maggiore frequenza con la poesia, sopratutto se la si legge da anni. Ecco uno dei casi in questione:Da ANGELO CIRCONDATO DA PAYSANS di Wallace Stevens (*)Io sono l’Angelo della realtà,intravisto un istante sulla soglia.Non ho ala di cenere, né di oro stinto,né tepore d’aureola mi riscalda.Non mi seguono stelle in corteo,in me racchiudo l’essere e il conoscere.Sono uno come voi, e ciò che sono e soper me come per voi, è la stessa cosa.Eppure, io sono l’Angelo necessario della terra,poiché chi vede me vede di nuovola terra, libera dai ceppi della mente, dura,caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il cantomonotono levarsi in liquide lentezze e afferrarein sillabe d’acqua; come un significatoche si cerchi per ripetizioni approssimando.O forse io sono soltanto una figura a metà,intravista un istante, un’invenzione della mente,un’apparizione tanto lieve all’apparenzache basta che io volga le spalle,ed eccomi presto, troppo presto, scomparso.FORSE UN MATTINO ANDANDO di Eugenio MontaleForse un mattino andando in un'aria di vetro,arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:il nulla alle mie spalle, il vuoto dietrodi me, con un terrore di ubriaco.Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gittoAlberi case colli per l'inganno consueto.Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zittoTra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
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Giovedì, 18 giugno 2009
Annalisa Cima , pittrice, poetessa, scrittrice, è nota ai più per essere stata l'ultima musa di Eugenio Montale, che aveva incontrato nel 1968, nonchè di essere "erede" e curatrice del "Diario postumo" montaliano, tanto famoso quanto oggetto di critiche e dubbi, sopratutto da parte di D.Isella, studioso storico del poeta ligure, e di altri tra cui Raboni. Come si ricorderà Eugenio Montale, anche per sberleffo nei confronti della critica, aveva scritto e firmato 66 poesie, alcune delle quali dedicate alla stessa Cima. Le aveva poi suddivise in 11 buste disponendo la loro pubblicazione a partire dal quinto anno dopo la sua morte, al ritmo di 6 poesie l'anno. Alla prima pubblicazione, avvenuta nel 1986, vennero però aggiunte alle prime 6 altre 18 poesie rinvenute casualmente da Annalisa Cima. Da questa circostanza partì una aspra polemica, trascinatasi a lungo, circa l'autenticità di questi ulteriori testi attribuiti a Montale, presenti anche nell'edizione definitiva del "Diario", avvenuta nel 1996.
Pubblico qui alcuni testi di Annalisa Cima tratti dal suo primo libro, "Terzo modo", pubblicato da Scheiwiller nel 1969, riguardo al quale Eugenio Montale aveva scritto la presentazione riportata in calce, in cui definiva il libro "inquietante", forse riferendosi proprio alla poesia "Contestato il sistema", piuttosto trasgressiva per l'epoca, e al "terzo modo" sotteso a tutta la raccolta. Scritto nel 1969 e destinato al "Corriere della sera", il testo montaliano era rimasto nel cassetto per richiesta dell'autrice. Verrà inserito solo nella riedizione del libro fatta da Il Melangolo nel 2006. Vale la pena di rileggere alcune di queste poesie che suscitarono l'interesse ma anche la perplessità un pò borghese di Montale, testi di una irruenza giovanile poi sfumata, a mio avviso, nelle raccolte successive della Cima, tranne forse nel suo secondo libro ("La Genesi e altre poesie", Scheiwiller, Milano 1971).
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Sabato, 17 maggio 2008
LEGGENDO GLI OSSI DI SEPPIA: CASA SUL MARE (1)
Jiří Špička (*)
L’ultima sezione degli Ossi di seppia, la terza parte del libro Meriggi e ombre, è quella maggiormente trasformata nel corso delle successive edizioni. Nella prima edizione del 1921 si trovano soltanto tre poesie: Crisalide, Marezzo, e Casa sul mare. Nell’edizione del 1928 questa sezione viene ampliata con I morti, Delta e Incontro. E non è privo d’interesse il fatto che le tre poesie originali si ritroveranno tra due capolavori degli Ossi, cioè tra Incontro, il quale chiude il libro dei Meriggi e ombre, e Arsenio che chiude il terzo libro e precede dunque Crisalide.
Ci troviamo di fronte al gruppo di poesie che, per cronologia e composizione (segue soltanto l’epilogo di Riviere), sono le ultime degli Ossi e nel loro spirito ed espressione già anticipano la poetica delle Occasioni. Il fatto che l’autore abbia tanto fortemente ritoccato proprio l’ultima parte della raccolta ci permette di supporre che egli stesso abbia voluto costruire un ponte tra gli Ossi e le Occasioni. Le modifiche apportate da Montale trasformano quindi in modo non trascurabile lo sviluppo e il significato della raccolta. Particolarmente evidente è l’intenzione di rallentare (dopo Arsenio, il culmine del secondo libro dei Meriggi) il ritmo poetico, calmare il turbamento delle estasi esistenziali nella visione dell’apertura in un altro mondo e conservare la presenza degli abituali motivi con un più o meno leggero cambiamento delle connotazioni.
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Venerdì, 18 aprile 2008
Un testo di difficile interpretazione, tratto da un libro di cui ho già parlato brevemente qui e a cui dà il titolo. Tuttavia è Montale al suo meglio, un brano "notevole, intanto per la tensione e l'ampiezza di un discorso poetico che si distende, con calibrata regolarità e studiate simmetrie, lungo quattro strofe di otto versi tendenzialmente lunghi, fino alla misura del doppio settenario, tutte allacciate dalla rima, o dall'assonanza, dell'ultimo verso; e ricca di una trama di riferimenti intratestuali a una collaudata costellazione di correlativi e di simboli, dallo specchio all'ombra del giglio rosso, dalla bava d'aria nell'afa alle lenti affumicate (Renzo Cremante, Introduzione a "La casa di Olgiate" - Lo Specchio Mondadori)".
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Martedì, 15 aprile 2008
Una serie di associazioni di idee mi ha fatto rammentare un testo che ho studiato secoli fa al liceo, ai tempi in cui l’antologia della letteratura francese era spessa quanto due Meridiani Mondadori, e mi ha fatto ricordare anche la citazione che ne fece Eugenio Montale nel suo discorso in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel nel 1975:
E' stato osservato più volte che il contraccolpo del linguaggio poetico su quello prosastico può essere considerato un colpo di sferza decisivo. Stranamente la Commedia di Dante non ha prodotto una prosa di quell'altezza creativa o lo ha fatto dopo secoli. Ma se studiate la prosa francese prima e dopo la scuola di Ronsard, la Plèiade, vi accorgerete che la prosa francese ha perduto quella mollezza per la quale era giudicata tanto inferiore alle lingue classiche ed ha compiuto un vero salto di maturità. L'effetto è stato curioso. La Plèiade non produce raccolte di poesie omogenee come quelle del Dolce stil nuovo italiano (che è certo una delle sue fonti), ma ci da di tanto in tanto veri « pezzi di antiquariato » che andranno a far parte di un possibile museo immaginario della poesia. Si tratta di un gusto che si direbbe neogreco e che secoli dopo il Parnasse tenterà invano di eguagliare. Ciò prova che la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell'anima umana. Vogliamo rileggere insieme un canto di Joachim Du Bellay. Questo poeta, nato nel 1522 e morto a soli trentacinque anni, era nipote di un cardinale presso il quale visse a Roma qualche anno riportando profondo disgusto per la corruzione della corte pontificia. Du Bellay ha scritto molto, imitando più o meno felicemente i poeti della tradizione petrarchista. Ma la poesia (forse scritta a Roma), ispirata da versi latini del Navagero, che raccomanda la sua fama, è frutto di una dolorosa nostalgia per le campagne della dolce Loira da lui abbandonate. Da Sainte-Beuve fino a Walter Pater, che dedicò a Joachim un profilo memorabile (1), la breve Odelette des vanneurs de blé è entrata nel repertorio della poesia mondiale. Proviamo a rileggerla se questo è possibile, perché si tratta di una poesia in cui l'occhio ha la sua parte.
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Giovedì, 10 aprile 2008
Dedico questa poesia alle mie amiche poetesse isolane, Sandra Palombo, Angèle Paoli, Antonella Pizzo, isole nella corrente...
ISOLE
Al non irraggiungibile orizzonte
Settembre scioglie le foschìe riappare
Livorno consueta e a noi di fronte
La Gorgona posata in mezzo al mare
Ma lenta già riaffonda all'invisibile
L'Elba e con lei Capraia e Capo Corso
E fantasmi di più remote isole
Inghiottite dal cielo sorso a sorso
"Se vuol vederle" squilla "si alzi presto!"
Armata di binocolo la Lina
Al cui sorriso dà allegria più fresco
Il bel poggiolo di prima mattina
La serra, 6-8 settembre 1992
Dice Rodolfo Zucco nell'apparato critico de "I versi della vita" (Mondadori, 2000): 'Isole' testimonia (con Bertoni) come sia "proprietà felice di tutto Giudici quella che relativizza ogni ipotesi di sublime troppo pronunciato, mentre porta alla dimensione di una quotidianità all'apparenza abituale e ripetibile tutte le possibili sfide al senso e all'"orizzonte" del limite".
Inevitabile sottolineare, come fa lo stesso Zucco, il rimando a Montale e al nucleo centrale della sua "Casa sul mare" (Ossi di seppia, 1925), che vale la pena di trascrivere per intero:
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Venerdì, 7 marzo 2008
 Riprendo un post dell’amica Alessandra Sciacca Banti (originariamente qui) che ho trovato interessante, in cui in maniera sintetica e originale (un parallelo anche cronologico) mette a confronto due maniere, quella di Walser e quella di Montale, di vedere il rapporto dell’uomo con la natura, e di utilizzarlo poeticamente. Credo che possa essere un buon spunto di riflessione.
Walser e Montale
La passeggiata di Robert Walser è stata pubblicata in Italia nel 1976 da Adelphi. La traduzione è di Emilio Castellani che scrive anche una post-fazione al racconto da lui tradotto. Walser scrisse una prima versione del racconto nel 1916 che fu pubblicata l’anno successivo. Nello stesso anno 1917 ne scrisse un’altra versione più sorvegliata stilisticamente per un libro intitolato Seeland che comprendeva altre cinque prose scritte nel biennio precedente. Il volume apparve tra il 1919 e il 1920 in un’edizione numerata di 600 esemplari illustrata dal fratello Karl, scenografo. La versione tradotta da Castellani è quella del 1919.
Walser racconta una sua passeggiata con gli incontri che dice di aver fatto, con le osservazioni del reale e della natura in particolare che sono alla base del suo lavoro di scrittore.
La passeggiata è in prosa, ma è una prosa che ha un suo andamento musicale. Nella post-fazione, il traduttore la definisce poesia. L’autore la chiama “fantasia”.
Metto a confronto due passi dal racconto La passeggiata con due di Montale tratti da Ossi di seppia. Ossi di seppia è del 1920 e comprende una poesia intitolata Quasi una fantasia.
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Martedì, 14 novembre 2006
Eccolo che riappare. Proprio quando pensavi di essere riuscito a liberarti di lui, di quella sensazione che hai ogni volta che scrivi un verso e ti ritrovi a pensare a qualcosa che forse ha gia' scritto lui; proprio quando i suoi libri, le belle edizioni dello Specchio, cominciavano a ingiallire dignitosamente sui tuoi scaffali, e la storia editoriale si era fermata, anno piu' anno meno, diciamo al 1984, anno dei suoi monumentali "Meridiani"; e proprio quando gli strati geologici della produzione poetica del Novecento lo avevano incastonato in una sua classicita' da guardare con minor affanno. Sto parlando di Montale e del suo ultimo libro postumo, "La casa di Olgiate", che come un revenant spunta dalle ombre degli archivi. E riecco, insieme al ripetersi del suo ultimo versificare, anche un pizzico del suo stile inconfondibile, che ha pesato come un macigno su tutti quelli che hanno tentato di fare poesia dopo di lui. Incidentalmente, questo fantasma e' la dimostrazione di quello che andavo dicendo nel mio post sulle varianti e sui manoscritti, anche qui stilati su quaderni che continuano a parlarci nel tempo come messaggi in bottiglia.
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