Sabato, 16 dicembre 2017
La parola liberatoria nasce nella nostra coscienza. Si accresce,
ininterrottamente, di epoca i n epoca, per superare i luoghi comuni della
confessione personale e trasformarsi in coralità conoscitiva della materia
linguistica. È la ricerca del vero che muta e (incupisce o illumina?) il
patema di essere vivi nell’estro creativo dell’esistenza. Per questo motivo
occorrono simboli autentici e spontanei per ipotizzare e/o negare esempi
tematici e stilistici. Alcuni autori viventi mantengono valido e saldo
questo assunto senza manifestare il narcisismo di artista, né
manomettere il moralismo. La parola detta di Stefania Di Lino – La Vita
Felice, 2017, ne è testimonianza. Il ricordo, il tempo, la resilienza, si
connettono con la sperimentazione del verso che va oltre il noto e
prevedibile schema novecentesco. La lingua prende forma e definizione in
una tensione narrativa e narrante come una trasformazione genetica: il rigo
contiene l’essenzialità del reciproco senso quotidiano e, nello stesso
tempo, pause/respiri (la punteggiatura ha il suo perché) dettati dal
mistero dell’interiorità e dal suo movimento verso l’esterno. Poesie pregne
di problematiche umane sentite/lette nello stato profondo delle cose, con
impegno etico, con grazia, riconoscenza.
pianta casuale caduta dal cielo / negli interstizi angusti di una crepa
/ tra sassi inerti / depositati tra rotaie / che stringono attorno /
come fosse lapidazione / eppure in alto va / eppur si muove nell’atto
leggero del volare / che non si adegua al passo greve della terra / se
orizzontale è il gesto largo della semina /orizzontale fui io /e mi
feci letto e mi feci sponda / pronta ad accogliere il seme
orizzontale dunque fui / e parallela alla terra /ma verticale è la
pianta nata / che in alto il suo stelo tende / ed è albero che come
mani / in alto allunga i suoi rami / infinita ingenuità c’è nel
crescere / e nel portarsi avanti con la vita / una gentilezza tenera e
sacrale / una proiezione che si nutre del domani / e nel domani crede e
spera,
Stefania Di Lino
nata a Roma, dove vive e lavora. Allieva dello scultore Pericle Fazzini, e
del poeta, critico d’arte Cesare Vivaldi, presso l’Accademia di Belle Arti
di Roma, si specializza alla Calcografia Nazionale del Ministero dei Beni
Culturali e Ambientali, e si abilita all’Insegnamento per i Licei,
occupandosi anche di formazione. è presente da anni in numerose
manifestazioni artistico letterarie, coniugando spesso la parola con
l’immagine in opere di Visual Poetry. Da anni partecipa a reading pubblici
di poesia. Nel 2012 pubblica la sua prima raccolta di poesie Percorsi di vetro (DeComporre Edizioni). è presente in numerose
antologie e riviste letterarie, tra cui I fiori del male (2016). Con un suo
testo critico partecipa al X Festival Mondiale di Poesia, Caracas, in
Venezuela; nel 2014 alcuni suoi testi vengono selezionati dall’unesco di
Torino, per la giornata de «Etica Globale e Pari Opportunità: il contributo
delle donne allo sviluppo dell’Europa e del Mediterraneo», pubblicati e
tradotti in diverse lingue. Nel 2015, nell’ambito del programma dedicato
alla Rassegna Poetica, presso la Galleria Biffi di Piacenza, con il poeta
Franco Di Carlo, partecipa con una sua performance denominata Dialoghi poetici
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Martedì, 7 marzo 2017
Enzo Campi - ex tra sistole (dieci sequenze per un poema irrisolvibile) - Marco Saya Editore 2017
Dieci sequenze per un poema irrisolvibile, dice il sottotitolo di
questo libro. E', fin da qui, la denuncia di un'aspirazione (e di una
ispirazione) tesa alla realizzazione di una completezza organica, di una
struttura (che la forma poema esemplifica); e la consapevolezza della
difficoltà di attingere a qualcosa di concluso, sia in termini formali
sia nel senso dell'esplorazione della materia poetata. Non è un limite,
è - direi - una coscienza. In effetti niente impedisce a questo libro di superare sé stesso, la propria carta, il limes convenzionale
di una pagina finale. Perfino chi legge lo sa, giungendo alla pagina
sessantanove, che tra l'altro termina con un unico punto interrogativo,
acuminato e ultimativo. E ora?, si domanda il lettore. E tuttavia il
viaggio è stato agevole più di quanto avvenga in quasi tutte le opere in
cui si pratica una scrittura genericamente definita di ricerca. Voglio
dire, non si attraversa, almeno non più di tanto, una selva oscura,
aggrottata, superciliosa. C'è anzi in questo libro dell'ironia, a volte
del sarcasmo, e un' infinità di incastri sinaptici, di agganci
mnemonici, di sottili riferimenti culturali, di trasferimenti verbali
per assonanza e consonanza, di metafore cognitive stimolanti e così via.
Ed una accennata architettura teatrale (prologo, parodo, stasimo, coro,
ecc.) che sembra preludere, o meglio suggerire, invitare, a una
fonazione, interiore o palese, a una messa in scena di tutto questo
materiale verbale, nella quale il lettore si potrebbe con qualche
soddisfazione cimentare (e in effetti il suono in questo libro ha una
rilevanza notevole). Certo ha ragione Giorgio Bonacini (nella
postfazione) ad avvertire il lettore che quella di questo libro non è
una lettura comunemente intesa (che cioè, dico io, si può permettere
qualche rilassatezza o disattenzione, tanto poi...), perché necessita di
"pratiche interpretative significanti", anzi "occorre leggere come se
fossimo noi a scrivere". Insomma, dice Bonacini, "se (...) non si fa
questo sforzo benefico di aderire a ogni articolazione, scrutando e
auscultando anche i minimi tratti del testo, l’opera di Enzo Campi la si
può certamente leggere, ma al minimo delle sue potenzialità
semantiche". Mi rendo conto che c'è un'apparente contraddizione con
quanto ho scritto prima, dando forse l'impressione di una facilità di
lettura. Be', questa non c'è, perché bisogna, secondo me, non tanto
mettersi nella testa di Campi ("leggere come se ecc."), quanto cercare
di capire il più possibile il suo sistema metaforico e di pensiero
(compresa la loro reinvenzione), là dove "rimanda perpetuamente ad
altro, ovvero a qualcosa che non appartiene al sistema di riferimento e
di significanza preso di volta in volta in considerazione" (Sonia
Caporossi, nella prefazione).
L'obbiettivo di Campi, proprio nel senso di un centro da attingere
anche con qualcosa di perforante, è certamente il linguaggio. Ma non il
linguaggio come territorio di scorribande, come materiale torcibile a
piacere (per quanto Campi al bisogno non si tiri indietro in questa
pratica), quanto il linguaggio o la lingua come arnese usurato,
centripeto, ricorsivo, discutibile, egolalico, che si autorigenera in
luogo comune, che si autocertifica come dominante e come langue omologa.
Che tende ad un uso "economico", non dispendioso, produttivo e (quindi)
politicamente conservatore. Che perciò, secondo Campi, è intimamente
antipoetico e antiartistico, ontologicamente manierista, incapace di
articolare cioè una definizione del reale che abbia a che fare con la
bellezza. L'obbiettivo è anche il materiale con cui si cerca di
raggiungerlo, unitariamente, la freccia è insieme il bersaglio e chi
scocca (inevitabilmente Campi mette in discussione anche la sua "resistenza" alla lingua, i suoi propri
punti di rottura, soprattutto nella perlustrazione dei limiti, che mai
vuole saggiamente superare, tra dicibile e indicibile, comunicabile e
incomunicabile). E' un abile gioco di equilibrio, un procedere su una
corda tesa di parole, molte delle quali deviate e metamorfizzate in
altre per contiguità, per assonanza, per una eterodossa parentela di
sensi e suoni, per spoliazione di significati, per de-nominazione,
ovvero per rottura dei legami tra parola e oggetto ecc.; e questo
avviene non solo sul singolo vocabolo ma anche, spesso, sulla catena
sintattica, sulla spezzatura (per la verità a volte un po' capziosa)
della frase. C'è poco di "comodo" e di confortevole in questa modalità
espressiva. Il sistema metaforico di Campi a cui alludevo è in realtà
una supermetafora del linguaggio, da una parte come corpaccio che deve
essere purgato con la necessaria "crudeltà" (e qui si rimanda a uno dei
dedicatari del libro, Antonin Artaud. L'altro è, ça va sans dire, Emilio Villa), dall'altra come ouroboros, elemento
primigenio che si consuma ma per la cui rigenerazione è lecito sperare e
lottare. In questo senso il lavoro di Campi sul linguaggio (qui
verbale, ma va da sé applicabile - e in effetti applicato - a qualsiasi
altro linguaggio artistico) non è meramente clastico, frammentante, ma è
plastico, riformante, dato che qui "da ogni disgregazione si forma uno
scarto di senso" (Bonacini, rilevando in realtà uno dei caratteri
"forti" della poesia in genere). Un processo di cui Campi dimostra di
avere una piena coscienza, anche quando sembra svelare (come ricorda
Caporossi) delle meccaniche, "una dichiarazione di poetica e di
metodologia compositiva" come in questo passo "dato un incipit
ricordarne l’ / essenza e usarlo come / collante come / legante ogni
volta che la / scorta di senso diviene / scarto a delinquere”,
domandandosi subito dopo, ironicamente “ah! / è questa la / regola / ?”.
Certo che no, almeno per quanto lo riguarda (mentre per altri forse sì,
e andrebbero verificati i risultati, alla fine). Molto più
probabilmente Campi crede in altro: "la / regola parla chiaro / bisogna /
copulare avec la / barbaque / raspando con / ruvide lime i /
residui di / senso di / messe mai / celebrate e / pure sublimate in /
pomposi baccanali". In altre parole bisogna affondare le mani e il corpo
intero nella carne viva, nella materia bruta, raschiandola all'osso,
rinnovando una non superficiale comunione poetica con essa. E' evidente
la distanza tra la prima e la seconda "dichiarazione": lì il linguaggio
genera le cose e sé stesso (non necessariamente rigenerandosi), qui la
materia genera il linguaggio (quel linguaggio) con cui è
possibile descriverla. Una delle più impegnative dichiarazioni di
intenti che abbia avuto occasione di leggere da un po' di tempo a questa
parte. (g. cerrai)
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Domenica, 17 agosto 2014
Enzo Campi – Ligature - CFR, 2013
È accattivante il ritmo e la sonorità, indiscutibilmente struggente per intensità e contenuto, del poemetto Ligature – CFR, 2013 di Enzo Campi.
Questo lavoro in versi conferma l’assoluta autonomia dell’identità letteraria dell’autore che si impone con una voce disegnata, raffinata, creativa e
innovativa. Tutto il percorso poetico dell’autore, attraverso sillabe scandite metricamente, è composto di reminiscenze, vizi e virtù dell’uomo di ogni
tempo. Leggendo con attenzione percepiamo il pensiero complesso di Campi che si svela, a mano a mano, che condivide con il lettore il perimetro dei suoi
componimenti a cui assegna una motivazione filosofica e un gusto estetico: suono, pausa, sagome stilistiche che anticipano il senso delle metafore.
L’autore, con il suo segno, incarcera, il silenzio improvviso e tutto ciò che è mutevole nella contemporaneità. Enzo Campi sa che alla speranza segue la
disillusione e che alla gioia bisogna aspettarsi l’amarezza, infatti ad ogni seduzione corrisponde la sua contraddizione. Un simile lavoro è una sfida per
la letteratura tradizionale: Campi osserva il mondo da un’angolazione obliqua e si premura di assumersi le responsabilità degli sguardi, dei colori, delle
ipocrisie che sul piano inclinato, vengono fuori dalla tragicità delle combinazioni. Gli squarci di inquietudine gratificano e appagano il senso nostalgico
che il tempo convenzionale porta in sé. I parametri non sono, però, censurati: il poeta si impone di risanare il cattivo gusto con la voce fatale del bello
a cui mescola la necessità del contatto con la memoria, del controcanto ideologico, di cui se ne fa una ragione. L’autore crede nel movimento
della poesia: ecco perché lega alla scrittura poetica il senso delle cose terrene e ripercorre le intuizioni rimpiante come ligature
valoriali, cioè possibili alternative per la libertà dall’ombra. (rita pacilio)
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Sabato, 9 agosto 2014
Dopo Lunetta, Emilio Villa, l'uomo che più di tutti ha tentato di sconfiggere la ma ledizione babelica attraversando linguaggi moderni e remoti. Un importante testo, "vera e propria dichiarazione di poetica in versi", accompagnato da un saggio di Flavio Ermini, entrambi tratti dal libro "Parabol(ich)e dell'ultimo giorno", a cura di Enzo Campi, Le Voci della Luna - Poesia / DotCom Press, 2013, pubblicato in occasione del decennale della morte. Un volume collettivo che raccoglie opere dell'autore, e contributi critici e scritti dedicati di Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giovanni Campi, Biagio Cepollaro, Tiziana Cera Rosco, Andrea Corlellessa, Enrico De Lea, Gerardo de Stefano, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Ivan Fassio, Rita R. Florit, Giovanna Frene, Gian Paolo Guerini, Gian Ruggero Manzoni, Francesco Marotta, Giorgio Moio, Silvia Molesini, Renata Morresi, Giulia Niccolai, Jacopo Ninni, Michele Ortore, Fabio Pedone, Daniele Poletti, Davide Racca, Daniele Ventre, Lello Voce, Giuseppe Zuccarino, Enzo Campi. Insomma un libro di sicuro interesse, non solo per chi persegua una scrittura sperimentale, ma anche per quelli che nella loro scrittura cercano spunti per assumersi qualche rischio, deviando almeno un po' l'ordinario flusso della corrente.
Linguistica
Non c'è più origini. Né. Né si può sapere se.
Se furono le origini e nemmeno.
E nemmeno c'è ragione che nascano
le origini. Né più
la fede, idolo di Amorgos!
chi dici origina le origini nel tocco nell'accento
nel sogno mortale del necessario?
No, non c'è più origini. No.
Ma
il transito provocato delle idee antiche - e degli impulsi.
E qualsivoglia ambiguo che germogli intatto
dalle relazioni
dalle traiettorie
dalle radiazioni
dalle concezioni
luogo senza storie.
Luogo dove tutti.
E dove la coscienza.
E dove il dove.
Per riconoscere l'incommensurabile semenza delle vertigini adombrate
le giunture schioccate nei legami
la trasparenza delle cartilagini
il cieco sgomento dei fogliami
agricoli nelle forze
esteriori, e l'analisi fonda
incisa nel corpo dell'accento.
No.
Non c'è più. Né origini nei rami. né non origini.
Chi arrestava i sintagmi sazi nel sortilegio della consistenza
usava lo spirito senza rimedio nel momento indecisivo
come un compasso disadatto, non esperto, così non si poteva
agire più niente, più, ombra ferita e riferita, proiezione
senza essenza, così che speculare sul comune tedio
un gioco parve, e ogni attimo-fonema
ancora oggigiorno sfiora guerra e tempo consumato, e il peso
corrompe dell'ombra dei tramiti dell'essenza.
E codesta sarebbe. Questa la fine concepibile:
se attraverso l'idea massima del pericolo e dell'indistinto
si curva l'anima estrema nell'attrito di idrogeno e ozono e i giorni
acerbi sommano giorni ai giorni quotidiani nell'araldica
prosodia delle tangenze,
soffocando ogni flusso di infallibile irrealtà in:
i verbi
i neologismi.
Chi le braccia levava saziate di viole nel palpito assortito
oggi paragona ogni rovina paragona allo spirito
immune che popola e corruga a segmenti il nembo
delle testimonianze storiche, delle parabole nel grembo
confuso delle parrocchie e nelle larghe zone
di caccia e pesca e d'altre energiche mansioni culturali.
E non per questo celebro coscientemente il germe
sepolto, al di là,
e celebro l'etimo corroso dalle iridi foniche,
l'etimo immaturo,
l'etimo colto,
l'etimo negli spazi avariati,
nei minimi intervalli,
nelle congiunzioni,
l'etimo della solitudine posseduta,
l'etimo nella sete
e nella sete idonea alle fossili rocce illuminate
dalle fosforescenze idumee, idolo di Amorgos!
Continua a leggere "Emilio Villa - Linguistica"
Venerdì, 15 febbraio 2013
Martina Campi - Estensioni del tempo - Le voci della luna Poesia, 2012
con note di Loredana Magazzeni e Enzo Campi
ISBN 9788896048351
A proposito del tempo, Agostino nelle "Confessioni" osservava " Se
nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi
me ne chiede, non lo so ". E' esattamente quello che accade ai poeti,
potremmo dire, con l'aggiunta molto moderna di una spazialità piena di
buchi, come quei rulli di carta che fanno suonare gli organetti di
Barberia. L'unico problema è che sembra derivarne una disarmonia non
prestabilita, o una poetica dell'elisione, che peraltro può avere i suoi
elementi di interesse. Dunque, tempo e spazio,
che Enzo Campi, nella postfazione, accosta filosoficamente alla poesia
di Martina (che, sia detto per inciso, non è sua parente), in modo che
questo estendersi del primo, come dice il titolo, trovi una sua
giustificazione nel secondo, facendone poeticamente, dico io, un non luogo.
Qualcuno sostiene che siano in realtà tutti (o almeno tempo e spazio)
la stessa cosa, ma il senso di questo oscuro discorso è che il tempo è
un materiale difficile per un poeta, e che una delle caratteristiche
della poesia contemporanea, soprattutto italiana, è la lamentazione (sia
detto nel senso tragico del termine) sul tempo, accompagnata dalla
contemporanea elisione della traccia che esso lascia come una bava di
lumaca, cioè la storia (o la Storia, se preferite). Ne consegue che se
non c'è storia, l'io che è possibile rintracciare in detta poesia è astorico, è chiunque, non è un personaggio, è una
funzione grammaticale. Non si tratta mica di nostalgia per una sorta di
unità aristoteliche riportate a lucido, dobbiamo semplicemente
attenerci al fatto che così' è (e non da ora), almeno su questo versante
della produzione poetica. Direi che è naturale che anche in questo caso
ne consegua una poetica del momento, come se l'estensione del tempo in
cui si vive, di cui è fatta la nostra vita, non fosse che l'ampliamento
del lago in cui il momento stesso annega senza nemmeno smuovere un'onda.
Il momento "è", e qui si torna ad Agostino, e si torna anche all'eterno
presente tanto frequente in poesia quanto (per dirla con Bergson) poco
"cosciente" del fatto che se non sa farsi passato semplicemente non è.
E' naturale perciò che anche il linguaggio, la tessitura sintattica, il
ritmo (esso stesso "tempo") si diradino, si allarghino, si estendano
evidenziando spazi bianchi, marcate interlinee, divisioni strofiche
apparentemente arbitrarie, versi anche di un solo lemma che volgono
rapidamente a capo, in cui il lettore balbettante misura un certa
inanità di sè di fronte a una realtà sfuggente, difficile da comprendere
(ovvero catturare) anche per piccoli frammenti, siano essi di relazioni
amorose, di luoghi, di intuizioni quasi casuali davanti a uno specchio,
di fatti che - semplicemente - accadono. In questi interstizi, in
questi vuoti in cui "il bianco - avverte Wittgenstein in un esergo - è
anche una specie di nero", vive - oggi - il poeta. (g.c.)
Continua a leggere "Martina Campi - Estensioni del tempo"
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