Lunedì, 19 ottobre 2015
Mario Meléndez – La morte ha i giorni contati - Raffaelli Editore, 2013
Tutti, prima o poi, siamo sottoposti alla morte, quel passaggio dalla vita all’abisso in cui la solitudine assume un tempo agghiacciante. Nessuno è
esonerato, nessuno può esentarsi dalla virata dei giorni verso il morire. Ogni religione, molti pensieri filosofici e psicologici si concentrano sulla
visione futura della carne e sulla premonizione di ciò che accadrà dopo, quando la carne sarà spirito. La poesia, molto spesso, si ferma
prima del passaggio, prima dell’interrogazione oscura; si ferma, con il suo pensiero osservante e profondamente sensibile e visionario, in una posizione
prodigiosa e celebrativa della vita. Il poeta sa che la morte è imprigionata nell’esistenza, la rappresenta, le dà pulsione e vigore, sostanza temporale
oltrepassando il concetto di brevità di ogni cosa. Quindi la morte è un’evidente esperienza del tempo vitale che rivela le mille prospettive della
realtà e poco importa se le ombre del dubbio possano sfilacciare le cose e gli slanci del ripartire, del controtempo, del rinascere. Ciò che preme al poeta
è di non lasciarsi inghiottire dalla paura e dal nulla: per questo motivo Mario Meléndez, nella raccolta poetica La morte ha i giorni contati
edita da Raffaelli Editore, 2013, pone in modalità dialogica la morte, la storia e il destino. I richiami alle immagini strazianti della Croce diventano
inevitabile condizione umana, respirano ritmi di concretezza nella vastità cosmica, tanto da ritrovare i personaggi, dal Vecchio Testamento al Gratta e Vinci, come collocati nell’ipertempo, anche in modo ironico, grottesco. Non è facile cogliere l’imperscrutabile legge della
gratuità della flessibilità esistenziale, né il tormento della ricerca di verità: però per il poeta è facile mettersi in ascolto, fino alla fine, fino in
fondo, per toccare ideologicamente la corda d’aria che lega ognuno di noi all’universo. Melendéz, così come afferma Francisco Véjar nella nota
introduttiva, ha composto versi che sono
imprescindibili della poesia ispanoamericana di oggi, dopo molte sperimentazioni in relazione a questo tema che secondo Heidegger riassume tutte le
angustie esistenziali dell’essere umano, in questo libro si genera una svolta essenziale per la sua demistificazione e contingenza. (rita pacilio)
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Mercoledì, 28 gennaio 2015
Emilio Coco - Mi chiamo Emilio Coco (Me llamo Emilio Coco)
le gemme – Collezione di quaderni di poesia a cura di Cinzia Marulli Ramadori
Edizioni Progetto Cultura, 13 - 2014
Ci sono luoghi della poesia che riferiscono in modo netto racconti
complessi e angosce filosofiche dell’intero mondo, infatti tracciano
linee creative semplici, ma con profondità e pienamente, partecipando
alla vita direttamente e attraversando le storie degli uomini e delle
cose. Emilio Coco, poeta di Foggia, autore della plaquette nata per la
collezione le gemme curata da Cinzia Marulli per Edizioni Progetto Cultura, dal titolo Mi chiamo Emilio Coco (Me llamo Emilio Coco)
è, a mio avviso, molto coraggioso a consolidare il reale con i ricordi
in un cammino di visione che diviene argomento letterario e, al tempo
stesso, materia spirituale. In queste preziose forme espressive,
introdotte e tradotte da Marco Antonio Campos, sono evocate densità di
immagini e presenze di creature indimenticabili che percorrono
concertazioni di mondi costituendo la mirabile sintesi della
poetica del novecento. Il soggetto e l’oggetto si identificano nella
conversazione diretta e indiretta con Dio: il destinatario/lettore è
l’attore socialmente vicino all’autore che partecipa in modo intimo
allo status elevato di coloro che fanno esperienza della
proiezione del mondo narrata, rivelata. La fusione è totale, intima,
partecipe. L’autore modula la tonalità e l’intreccio della sua voce, non
solo umana e meccanica, ma, soprattutto, voce poetica/corpus esuberante
e creativa, costantemente mista di filologia e natura,
all’irrefrenabile e marcata grazia della Luce: Ti rendo grazie Signore con tutto il cuore (Salmi, 138 di Davide). Coco uniforma tutta la sua silloge alla comunione ritrovata e possibile con la gioia della vita promessa,
per questo motivo ringrazia il Signore evocandolo quasi come fosse
ventre materno, quiete, preghiera e pace necessaria all’ispirazione e
alla libertà di tutto ciò che apparentemente è imbrigliato nello schema
bruto e orrido della società (distribuiva amore/ai neri e agli sbandati/per il modico prezzo di cinque euro).
Liberandosi da ogni artificio poetico, con immediatezza di espressione,
posa lo sguardo sul quotidiano contemplandone i cambiamenti,
valorizzandone le differenze temporali, le valenze comunicative nella
freddezza della vita di una prostituta o di una commessa, senza mai
giudicare. Il principio della semplicità è la regola che
orienta tutta la forza di questi versi che sanno affrontare il tempo e
lo spazio fuori e dentro la memoria: solo in questo modo è possibile
comprendere quanta promessa possa farci la vita e quanto desiderio possa
essere recuperato e contenuto dall’energia vitale del creato. (rita pacilio)
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Lunedì, 11 luglio 2011
M esi fa, nell'inviarmi il suo bel libro "Piedras al agua" (TusQuets Editores, Barcelona 2010) Antonio Cabrera allegava un biglietto in spagnolo in cui con molta modestia mi scriveva: "Amico Giacomo, sebbene abbia tradotto Vattimo, la mia conoscenza dell'italiano scritto e parlato è meno che elementare. Me ne scuso". Ebbene, anche io devo scusarmi, perchè mi trovo nella stessa situazione con lo spagnolo. Tuttavia, siccome non credo che questo possa inibire del tutto la voglia di ascoltare la voce lirica di Cabrera, con un po' di ausilii e di empatia poetica, ho provato a tradurre qualcosa da questo libro, che certo meriterebbe una versione integrale e accurata per il pubblico italiano. Chiedo venia per eventuali svarioni. Di Antonio Cabrera avevo già pubblicato su Imperfetta Ellisse, nella ottima traduzione di Emilio Coco, versi da "La meditazione del vetro e altre poesie" (v. QUI)
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Lunedì, 21 giugno 2010
Poesia e verità
A Carlos Marzal
Nella natura non c’è niente di malinconico assicurava Coleridge. Sono uscito a guardare tra le nuvole quiete una luce simile alla luce triste che scrivono i poeti. Lo splendore solenne e ripetuto del tramonto al coprire l’aranceto è tutto quel che c’era. Si celava il sole che più volte hanno descritto le poesie che negano quanto sostenne Coleridge, ma il cui profi lo inoffensivo e nobile ho potuto osservare, e non era uno spento cristallo di pena.
Poi ho poggiato i miei occhi sopra alcune più semplici presenze, nel caso vi si trovasse l’alito estinto che offusca le cose essenziali della natura, a cui concede un dono oscuro, una verità ombrosa, già cantata: né nella vegetazione umile, né nelle braccia immobili dell’albero, né nelle pietre —che sono il tempo puro—, né nella casa in rovina dove si annidano gli uccelli, ho visto nel suo dominio la malinconia.
Perciò sono tornato dove ero, persuaso, sereno, e al tempo stesso avvolto interamente nella nuova ignoranza che questa certezza tesse, perché ho visto che nella natura niente è malinconico finché non la pensiamo. Chi la contempla ha, forse come Coleridge, la sola ansia d’essere testimone muto del suo muto fragore, ma nel considerarla, nel trattenerne la luce, si apre lì, irrimediabilmente, nella coscienza, l’esausto fiore mentale della malinconia.
Poesía y verdad
A Carlos Marzal
En la naturaleza no hay nada melancólico, aseguraba Coleridge. He salido a mirar entre las nubes mansas una luz semejante a la luz triste que escriben los poetas. El resplandor solemne y repetido del ocaso cubriendo el naranjal es todo lo que había. Se ocultaba el sol que tantas veces han descrito los poemas que niegan lo que sostuvo Coleridge, pero cuya silueta inofensiva y noble he podido observar, y no era un apagado cristal de pesadumbre.
Luego he puesto mis ojos en algunas presencias más sencillas, por si estuviera en ellas el hálito extinguido que ensombrece las cosas esenciales de la naturaleza, que les otorga un don oscuro, una verdad umbrosa, ya cantada: ni en la vegetación humilde, ni en los brazos inmóviles del árbol, ni en las piedras –que son el tiempo puro–, ni en la casa ruinosa donde anidan los pájaros, he visto en su dominio a la melancolía.
Así que he regresado adonde estaba, persuadido, sereno, y a la vez envuelto enteramente en la nueva ignorancia que esta certeza teje, porque he visto que nada es melancólico en la naturaleza mientras no la pensamos. Quien la contempla tiene, acaso como Coleridge, el sólo afán de ser testigo mudo de su mudo fragor, pero al considerarla, al detener su luz, se abre allí, sin remedio, en la conciencia, la exhausta flor mental de la melancolía.
De "En la estación perpetua" 2000
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