Lunedì, 8 gennaio 2018
Per espresso desiderio dell'autrice, che ringrazio, pubblico con grande piacere, in aggiunta al post del 6 gennaio dedicato a Elia Malagò, il testo completo della plaquette lalange da cui avevo estratto solo due poesie, con la prefazione di Antonio Prete, seguito dall'altra breve raccolta pubblicata sempre da Fuocofuochino nel 2015, dal titolo del disamore, con prefazione di Zena Roncada. Entrambe le plaquettes dovrebbero rientrare, insieme a diversi altri testi, nel prossimo libro a cui Elia sta lavorando con impegno da qualche tempo, un lavoro che personalmente attendo con grande interesse. Con l'occasione ringrazio anche l'editore Afro Somenzari per la sua amichevole disponibilità.
lalange
La poesia di Elia Malagò è resto di una lingua cancellata. Un resto che prende respiro e energia, e sale verso la libertà dell’immagine e verso la parola essenziale e necessaria. In questo movimento, aspro e dolce insieme, la lingua porta con sé un sentire che conosce la ferita, il limite, lo scacco del desiderio. Un sentire che sa sporgersi sul vuoto di senso, sul dolore del mondo, su quel “pianto disseminato” che è poi la storia degli uomini. Con questa nuova lingua – la riconoscibilità del poeta è proprio nell’edificazione di una nuova lingua, quella “langue nouvelle” di cui diceva Rimbaud – la poesia di Elia Malagò può farsi interrogazione del visibile, e allo stesso tempo dialogo con il visibile, con il suo mostrarsi e il suo nascondersi, con il suo distendersi nel paesaggio fluviale e il suo ritrarsi nell’aridità. Un universo stranito, opaco, doloroso prende campo: parvenze di quel che è assente, frammenti di una memoria d’infanzia che non lascia detriti ma corpi e gesti e luoghi vividi nella loro lontananza, sguardo sulle ferite e sulla cenere che il sapere della civiltà ricopre di indifferenza. Il desiderio non cessa di confrontarsi con i suoi orizzonti occlusi o offuscati. Ma in una natura che mostra la sua potenza e talvolta il suo patto con l’apocalissi, si aprono a tratti cieli liberi e fluttuano immagini di forte presenza, di cui “l’estate che correva per mare e scollinava” è quasi emblema. Che sia fosca o limpida la scena, i versi collocano ogni volta il lettore di colpo nel mezzo dell’accadere. Ma tutto accade nella lingua, nel suo prendere luce e vento, suono e respiro, senso e dolore, libertà e vigore. Questo accadere nella lingua è la poesia.
Antonio Prete
lalange
1
ho dimenticato la lingua del pianto
e non so più i sapori che a cascata stanziano sotto il naso insalano le labbra guazzano il mento sbriciolano il silenzio e idioti mescolano muco e arcani vergognandosi
mi vergogno di queste parole liberate sconosciute forsanche blasfeme
2
dico te ma sento me
non ho lingua e preghiera tua che trapassi scorticata e venga fuori a brani gutturi inson miei
3
so che non c’è lingua
cantilena forse di passi d’altri contati in sonni non sognati in notti di prima che il tempo ha sottratto
so che di quella lingua cancellata
da qualche parte resta un chiodo una polvere bluastro il barlume
Nota. lalange è un refuso della memoria di lalangue con cui ciascuno si parla
soglie
ma quante ce ne sono prima che l’oltraggio basti
limiti che la verità buca con una sfrombolata e viaggiano e viaggiano viaggiano findove si spacca la terra si sfalda il muro di tufo precipitano gambe e braccia
i piedi ancora nella sabbia gli occhi già inghiottiti dal sale
quando tutta quest’acqua finirà di sole e vento, comincerà la conta
il margine
non lo aggiusti come ti pare la mattina che s’è placata la tramontana
non è la siepe che togli il dissuasore si apre nonostante le spine
il margine è maestro che si prende corrente garbino piene e rottami conta i passi e le infamità confida nei due gradoni del sottobanca raccoglie confidenze e segreti mulina l’aria di colma e si gonfia di collere indicibili
ma non lo aggiusti non si aggiusta
ti ci devi mettere davanti senza socchiudere gli occhi spegnere
libera
solleva questo piombo di cielo
contro la quarta parete che cade fitta di nubi a frastorno d’aria fogliame e rabbiume
- diciotto anni prima che ancora la luna s’avvicini tanto misure e percentuali calibrate il faccione di matto fisso lì che ci guarda
da qui a diciotto fanno un mazzo di steli l’erica svasata l’estate appena scorsa
l’estate che correva per mare e scollinava senza campo a cercare menta e rosmarino avvitata lì a una menzogna che rabbiosa e cattiva si urlava dentro la sete
la fame
che ha traversato il deserto e succhia le ossa che trova
ogni desiderio spento
te la figuri la notte che non s’accende quando lo scuro incappa il cielo in un sacco di plastica e lo tiene stretto tra stelle scariche e antichi lallalli spersi nel deserto?
che calenda di tempo e sperpero che splendore d’occhi
tutto questo pianto disseminato
Continua a leggere ""
Sabato, 6 gennaio 2018
Elia Malagò - Lalange - Ed. Fuocofuochino, 2017
Eccolo qua, un altro libriccino artigianale, quasi fatto a mano, un'esile
creatura di cinque fogli A4 piegati in due e spillati, stampati dalla "più
povera casa editrice del mondo", messa su da Afro Somenzari in quel di
Viadana ( www.fuocofuochino.it ), con un catalogo che, insomma, mica male. Se nel caso di Viola Amarelli
la tiratura si attestava su 120 esemplari numerati (v. post precedente),
qui siamo all'edizione speciale numerata in venti copie, tutte autenticate
da "un bollo IGE annullato da giduglia stellata che ne comprova
l’originalità". Ma non siamo al minimalismo, né allo snobismo, né al
samizdat. Sono "solo" entità poetiche che amano manifestarsi così ai nostri occhi.
Di Elia Malagò ho già parlato qualche volta (v. QUI), sebbene non quanto avrei voluto e dovuto sia per il suo valore sia per
l'amicizia che mi ha sempre dimostrato. Valore che questo libretto non
smentisce, nella estrema sintesi delle sue sette poesie, nella raffinatezza
del versificare, nella trasparenza della scrittura, sempre costante da
molti libri a questa parte. "Lalange è un refuso della memoria di lalangue con cui ciascuno si parla", scrive Elia in una nota. Sappiamo a cosa
allude: in primis, al di là del rimando culturale, a quel "resto di una
lingua cancellata" di cui parla Antonio Prete nella brevissima
introduzione. Cioè qualcosa che va (come solo poeticamente è possibile
fare) oltre il neologismo di conio lacaniano che, come altre idee dello
psicanalista francese, si presta a interpretazioni ed equivoci che qui non
ci interessano. Il refuso/lapsus in questo contesto prende la sua
rivincita, guarda caso freudianamente verrebbe da dire, sulla "tecnica"
lacaniana (cioè qualcosa che è interno alla disciplina), perché viene da
qualcosa di più profondo e personale che nemmeno avrebbe bisogno di
definizioni, dalla memoria. Niente è per caso. Se lalangue è la lingua preverbale, quella abitata dal corpo e con cui il corpo si
parla, se è l'aspetto primevo e materno della comunicazione, il refuso ci
dice che la poesia ha già agito su di essa, raddolcendola e riportandola al
livello simbolico che è proprio del linguaggio. Qui lallazioni, incertezze,
regressioni non ce ne sono, o almeno non servono come idoli sperimentali. Ci sono eventualmente invenzioni/restauro di parole dai molti echi (frastorno, rabbiume, sfrombolata, calenda, garbino, verbi come guazzano, insalano), cioè - mi pare - recuperi di "antichi lallalli spersi nel deserto". C'è
ancora quello che avevo scritto a proposito di Golena, "è certo che in quanto a parole Elia lascia poco o nulla al caso, la sua
è una scrittura esatta", senza nessun tipo di compiacimento. C'è ancora la
limpidezza dello sguardo con cui Elia osserva le cose, la sua pianura,
sempre presente anche quando non espressamente evocata, e le idee. E
tuttavia la riflessione sulla lingua c'è ed è l'oggetto principale di
questi versi. Ma, a differenza di altri esempi rinvenibili nella poesia
contemporanea, Elia non ne fa metapoesia, cioè non pensa alla sua lingua
concettualmente. È semmai una riflessione radicale, proprio nel senso di
una "liberazione" alla radice della parola, di un suo "etimo" implicito,
perfino di una sua "blasfemia", ovvero di una rottura violenta del canone.
Il punto è che Elia sa, o si domanda, se da qualche parte c'è una lingua
cancellata, un idioma di cui rimane qualche segno, qualche "chiodo". Se
scrive "ho dimenticato la lingua del pianto" non vuole dire che non sa più
descrivere il dolore col linguaggio ma che il linguaggio del pianto non
risuona più a dovere in lei, e c'è necessità di qualcosa che potremmo
definire empatia del sé. La lalangue lacaniana? Forse, ma qui si tratta se permettete del primato della poesia,
come linguaggio specifico. Non si tratta di sciogliere un nodo psicoanalitico, si tratta di
attingere a profondità diverse da quelle meramente psichiche, scendere al
di sotto di certe superfici, recuperare un livello di comunicazione senza
orpelli salvandone nel contempo la carica poetica. La ricreazione di una
nuova lingua "esatta", ciò che ha tutta l'aria di essere un'evoluzione. (g. cerrai)
Continua a leggere ""
Sabato, 28 marzo 2015
Elia Malagò - Golena - Lietocolle 2014
La golena, come sa chiunque viva come me vicino ad un fiume, è un più o
meno vasto terreno di incerta proprietà tra acqua e argine, una specie
di terra contesa spesso occupata "abusivamente" dall'uomo con
piantagioni, orti o costruzioni, e di cui talvolta il fiume si
riappropria con qualche violenza. Ripensavo, leggendo questo bel libro
di Elia Malagò, bello anche come "cosa-oggetto" (parole sue, ed è
vero), che anche la vita, lo spirito, il corpo, i rapporti, hanno le
loro golene, i loro luoghi incerti e tuttavia familiari, di incerta
attribuzione (perché comuni a molti che vi hanno abitato) e tuttavia
popolati di personali ricordi. Un territorio quindi che assume, nella
scrittura, una funzione metaforica senza però allontanarsi troppo da una
concretezza - anche di parole - in cui si possa affondare le mani. Una
specie di cassa di espansione in cui l'esistenza, e il dolore, possano
esondare, trovare un loro spazio di riflessione.
"Le parole sono del 2012" - avverte Elia in una nota - "e sono il
diario di un dolore; le interrompe il terremoto del 20 maggio". Del
dolore, noi lettori, possiamo solo immaginare, pochi sono gli indizi,
sparsi in alcune poesie molto belle, ma dobbiamo - lo dico subito -
tenerne conto, perchè sono "dolori senza nome", che talvolta "ti
impiccano a una parola / che non sale" e vanno, nella lettura,
percepiti per vicinanza, vanno spigolati tra i versi. I dolori inoltre
sono ferita aperta che si ripercuote sul fare poesia, ombre a cui la
poesia senza distinzioni deve trovare un luogo di riposo: "e così ho
conosciuto il mio male / trovare un posto a tutti i dolori con la
rigidità / dell'uguaglianza a prescindere" (in sotterraneo); il
terremoto invece, che nei testi non traspare ed è quello che colpì
l'Emilia, fissa soltanto una data in cui il lavoro si interrompe, forse
quando la terra riporta ad una diversa realtà, più elementare e
immediata. E tuttavia anch'esso rammenta che quella terra padana esiste
ed è parte imprescindibile della poesia di Malagò.
Una terra con cui il rapporto è diretto e non ha niente di strapaesano,
è semmai il luogo degli affetti e dei dolori, e soprattutto il luogo
del mondo in cui ci è stato concesso di essere e di essere stati. E con
la quale nemmeno si ha un rapporto mitico o mistico, cercando piuttosto
di preservarne, pur con la sua ancestralità e non pochi Lares, una
attualità, un "adesso" persistente che li salva. Una attualità
"resistente" che a me pare, almeno in questo libro, distante e diversa
da quanto affermava Maria Grazia Lenisa (ringrazio Marzia Alunni di
questa nota): "Il presente, se pure tutto venga riportato ad esso, anche
nell'uso delle forme verbali, è assente ed è in questa dimensione di
presenza-assenza che si colloca l'atteggiamento poetico di Elia Malagò,
alcuni miti o archetipi: eros- fanciullo di morte, il senso di una morte
ingiusta perchè ingiustificata; il ritorno all'utero materno, causa
dell'inspiegabilità del mondo in cui la donna vive e che è, nello stesso
tempo, una possibile risposta agli interrogativi sollevati appunto
dalla nascita" (in L'alterità immaginata, Forlì 1986). A mio
avviso lì Lenisa individuava un ripiegamento, in questo libro invece mi
pare di intravedere qualcosa di diverso, e non a caso ho parlato di
attualità resistente.
E' chiaro, come dicevo prima, che il territorio, la campagna, il Po
hanno poi un senso tropico, traslato e non sono certo l'unico
costituente del libro, rappresentandone caso mai il canovaccio, l'ordito
(che è anche il titolo di una delle poesie) o se preferite quella
scatola dei ricordi che tutti i ragazzi hanno avuto sotto il letto. E
tuttavia, come dicevo prima, la distanza metaforica non è accentuata,
non è vaga o spostata mai troppo verso il correlativo, sia perchè dalla
visione di Elia di questo territorio, fisico e dell'anima, di questa
natura e di questi accadimenti traspare sempre uno sguardo intimamente
femminile, "materno"; sia perché è il linguaggio stesso ad essere spesso
concreto, materico. Elia possiede una grande capacità di muoversi e
scegliere tra le possibilità retoriche della lingua. Inutile occuparsi
di quante figure Elia riesca a mettere in gioco, articolando il suo
pensiero poetico, ma è certo che in quanto a parole Elia lascia poco o
nulla al caso, la sua è una scrittura esatta, in cui gli oggetti sono
nomi, alcuni dei quali anche arricchiti da una sonora nuance dialettale,
segno di un legame anche con una certa koiné, tra lingua e terroir.
Una scrittura nella quale è agevole trovare un sentiero nel tessuto
delle parole, un filo rosso che attraversi tutto il testo, spesso verso
finali sospensivi, come filari di pioppi che sfumano nella nebbia
padana, appoggiandosi sia alla capacità evocativa, sia a una funzione
emotiva spesso potente (v. ad es, più oltre Meopà). E però una
scrittura non certo tradizionale, anche se appartenente a una
generazione letteraria, della storia, del gusto che parla un linguaggio
forse felicemente alieno (e certo come vedremo più resiliente)
rispetto a certe espressioni poetiche odierne, una scrittura soggetta ad
un lavorio costante, dimostrato anche dalle varianti agli stessi testi
presenti nel libro, come a quel Fondale che pubblicai tempo fa (v. QUI).
Ma certo l'idea più forte di questo libro, l'idea che Elia persegue
anche in altre opere, e che spesso riesce ad afferrare, è quella di una
capacità, anzi di un piccolo potere etico-politico che la poesia ha o
che dovrebbe darsi. Resilienza, una parola che Elia ama molto e che
ogni tanto appare. E' questo il vero nocciolo duro della poetica di
Malagò, nessun velleitario strappo o balzo in avanti, nessuna "ricerca"
che non sia un'ulteriore scoperta di una sfumatura, una piega, qualcosa
che era sfuggito nel ricordo. Resilienza è un termine mutuato dalle
scienze e significa non solo la capacità di un materiale di resistere
alla rottura dinamica, ma anche quella di una società, di un gruppo, di
un ecosistema di recuperare più o meno velocemente le condizioni
sconvolte da un evento. Ma in Malagò, come in pochi altri autori, il
senso vero del termine, come un valore aggiunto, è quello di resistenza,
una resistenza connotata da un atteggiamento di voluntas attiva, una
accanita e gelosa difesa del sé, inteso nel senso più ampio del termine.
Ecco quindi che anche un fiume, un vecchio muro, una golena, un vento
tramontano possono assumere (e qui si torna al valore "tropico",
traslato, delle cose) un significato "esteso" che travalica quello
meramente oggettuale. Resilienza è termine che appare anche nella breve
prosa di apertura, una dichiarazione di poetica utile più di tante
prefazioni. Dice Elia: "la poesia è per me quello che resta delle
lacrime del mollusco per spazzare o avvolgere il granello di sabbia che
gli si conficca dentro (...), un peduncolo sottile che mantiene saldo il legame
con il fondo (...). La conchiglia, alla fine, è il dono che altri, se
vorranno, avvicineranno all'orecchio per sentire restituita la propria
voce forte dell'eco delle parole in attesa (...)". Ecco qua (i
corsivi sono miei), in sintesi: ferita, dolore, risarcimento e cura;
legame (ma anche ancoraggio) a un sostrato di vita fondamento
dell'identità personale; scrittura, rinvenimento e richiamo alla luce
delle "parole per dire", quelle che sopravvivono pazientemente nel
profondo, quelle parole, dice a un certo punto Elia, "legate con la
raffia e silenzi". Sono questi i compiti e insieme le responsabilità che
Malagò assegna alla poesia, la resilienza che essa è capace di
esercitare. Come mi scrisse tempo fa: "dobbiamo solo riprendere le
parole e la loro lezione: la resilienza". E potremmo aggiungere un altro
suo pensiero: "Metto mano a parole così antiche da non esistere quasi
più. (...)La manomissione è ridare l'innocenza alla parola, lo spessore e
il colore e l'ombra che le è stata rubata per togliere l'innocenza a
ciascuno di noi, dal momento che siamo le parole che abbiamo" (da Incauta solitudine, Passigli 2010, libro di cui spero di tornare a parlare).
C'è però, anche per questo lavoro etico e "politico", la necessità e il
coraggio di calarsi, di "affondare" in una materia che non può essere
trattata superficialmente. Si profila allora un'altra idea forte, un
topos ulteriore che mi pare di poter identificare nella poesia di Elia:
l'annegamento, altra parola densa che ricorre. E' quella sospensione del
respiro, quell'apnea che è sfida e tentativo di stabilire un limite di
rottura, cioè - ancora - una resilienza. Anche qui, ovviamente, c'è una
funzione metaforica, un'iperbole di qualcosa che è reale vissuto, parte
del rapporto di Elia col fiume, magari in qualche estate di tuffi: fin
dove possiamo spingergi, a quale profondità, fino a quale soglia del
dolore? Ed anche, fin dove può scandagliare il pensiero che ripercorre
le cose, nell'acqua, nel liquido amniotico (e qui forse Lenisa ha
ragione parlando di utero materno), nell'intimo silenzio liquido rotto
solo dall'acufene, un barotrauma, un disturbo dell'udito, altro termine
che affiora, qualcosa legato strettamente all' "annegamento", all'apnea?
Non è quindi un caso che uno dei testi che contiene questo riferimento
all'annegamento si titoli appunto "resilienza" (V. oltre).
Certo molte altre sarebbero le considerazioni da fare sulla poesia di
Elia Malagò, e spero di averne l'occasione, ma almeno queste due cose
mi pare che siano fondanti e necessarie da avere a mente nella lettura
di questa raccolta che non è solo di poesia ma anche sulla poesia. "Libro-conchiglia", dono da portare all'orecchio, eco di parole in attesa. (g.c.)
Continua a leggere ""
Sabato, 19 aprile 2014
In attesa che i consueti affanni mi diano un po' di fiato per potermi dedicare meglio ad alcuni autori tra cui lei, pubblico qui un inedito di Elia Malagò, che l'autrice mi ha gentilmente inviato e che si aggiunge a quanto già pubblicato QUI nel 2010. E' stato proprio in coda ai commenti a quel vecchio post che Elia mi ha contattato verso la fine dell'anno scorso, superando la grande riservatezza che mi pare di poterle attribuire: "caro Giacomo, so di essere fuori tempo massimo. e forse per questo mi sento libera di dirti che ci sono, e che leggerti mi ha fatto piacere. di più: compagnia. Non credo la poesia possa molto altro, e non è poco. L' umana compagnia sta tutta qui da sempre. dobbiamo solo riprendere le parole e la loro lezione: la resilienza. ciau e grazie. Elia Malagò". In realtà, grazie a Dio, un'altra grande lezione è che il tempo massimo - in poesia - non esiste. Proprio grazie alle parole che prima o poi, anche nel caotico mondo digitale, la loro strada riescono a trovarla. La resilienza è anche questo, la capacità di ricostruire una comunicazione significativa, magari sfruttando una buona dose dell' "azzardo" che troviamo in questo testo (o della fortuna come la intendevano i latini), e forse contro l'azzardo stesso.Diverse suggestioni in questo breve testo, quasi un sonetto "allargato" in entrata. Il fondale del titolo è certamente il marchingegno scenico teatrale a tutti noto, lo sfondo fittizio contro cui la scena si svolge, la mimesi di una realtà, spesso intercambiabile, contro cui i personaggi gettano la loro ombra. Ma è anche, tuttavia, un velo (o velario) che nasconde una parte importante della realtà o della proiezione della nostra psiche sulle cose. E' l'accidente "ingovernabile", l'inciampo fortuito (lo skàndalon) a mettere in crisi il meccanismo, riportando di colpo il sopravvento delle emozioni (il pianto e il riso) sull'ordine razionale dei giorni. Il fondale evocato in premessa si riappalesa così sotto forma di una vecchia coperta, diventa sipario che si apre, o una mappa da percorrere con le dita. La mappa disvela la mancanza di un "rovescio", un'unica faccia della realtà. Quella è la "dote", non altro, l'evidenza. Forse una delusione, forse una conquista. Mi viene da pensare, da una diversa, forse opposta prospettiva, al Montale di "Forse un mattino andando" o all'angelo necessario di Stevens (v. QUI), alla loro diversa "realtà". E mi piace immaginare che il finale, con la sua leggerezza quasi infantile, non sia legato al presente del testo, ma sia un ritorno al passato, il ricordo di una bambina con la sua cerata gialla. (g.c.) Fondale
Un giorno d’afa o gelo o uno di quelli che irrompono ingovernabili sul fondale di cartapesta per un morsetto inceppato dietro le quinte scardinando sequenze e ragioni indifferenti ai tempi del pianto e del riso
smonti la coperta di nonna dal telaio le dita passano sul cotone inciso di orli a giorno e tramature nascoste per la dote et voilà, manca il rovescio:
solo un bosco di salici e robinie figurate dentro una cintura di pioppi baluginanti a riempire il piatto, alzare la posta dell’ azzardo.
Allora indossi la cerata gialla e cammini controvento a braccia aperte fino a che tiene il laccetto delle scarpe ballerine
(2 maggio 2012)
Mercoledì, 19 maggio 2010
Elia Malagò è nata a Felonica Po, in provincia di Mantova nel 1948. Ha vissuto a lungo a Bologna, dove si è laureata con Ezio Raimondi, e attualmente vive a Mantova, impegnata in attività didattiche legate alla poesia e alla scrittura creativa. Ha lavorato per la casa editrice di poesia di Giampaolo Piccari Forum - Quinta generazione dalla fine degli anni Sessanta al 1994, curando, oltre alla rivista, testi e antologie poetiche. E’ consulente di Festivaletteratura. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia tra cui Ci dev'essere un posto (Firenze 1967), Saranno gli altri a testimoniare (Forlì, 1968), I discorsi di sempre (1970) con cui ha ottenuto il Premio Cervia, Una carta di re a cavallo (1971) Premio Città di Vita, Di un'impossibile maturità (1975), Buffa sonagliera (1978), Pita pitela (1982), Pirata dentro (1985) Maree (1986), Soprav(v)ento (1996). Di pari passo con l’attività poetica, ha espresso i temi della memoria, degli affetti originari e della vita contadina nella sua produzione narrativa, tra cui ricordiamo: Dieci racconti - gente del fiume (1968), La casa grande (1975), L’ombra ripresa. Quest'anno è uscito presso Passigli Incauta solitudine, la sua ultima raccolta poetica.
I testi che ripropongo sono tratti da raccolte note e del tutto reperibili in rete. Non è quindi proporre il nuovo che mi interessava, quanto rammentare il lavoro di una autrice di gran rilievo e in piena attività, per quanto estremamente riservata, ed invitare ad andare a rileggersela. Quest'anno è uscito presso Passigli "Incauta solitudine", il suo ultimo lavoro che raccoglie le poesie del decennio 1999-2009, dopo una assenza editoriale di circa quattordici anni da "Soprav(v)ento", uscito presso Gazebo di Firenze nel 1996. Nell'attesa di poter pubblicare (spero) qualcosa dall'ultimo libro, ecco qui testi tratti sia dal citato "Soprav(v)ento", sia da "Pita Pitela", apparso per la prima volta nel 1982 per Forum/Quinta generazione e riproposto da Feaci Edizioni nel 2008. Due libri, aggiungerei, in cui è possibile trovare una rara concentrazione di testi di alto valore poetico, e più strutturati e organici di quanto possa sembrare da questa selezione.
Continua a leggere ""
|