Mercoledì, 21 settembre 2016
Emilio Capaccio - Voce del paesaggio – Kolibris, 2016

Alla mia famiglia
, inizia con una dedica il bel libro di poesie di Emilio Capaccio dal titolo Voce del paesaggio, edito da Kolibris, 2016, e l’incipit … Ma la vita, la vita, la vita, la vita è possibile solo reinventata (Cecília Meireles) definisce quanta realtà è insita nei versi
della raccolta. Se il poeta è il tramite tra la poesia e il misterioso reale, allora qui troviamo numerosi suggerimenti per lo spirito e per la società
intera. Il discorso, sin dalle prime poesie, si fa tensione: dalla parola emerge la nostra storia e le sue ragioni. Le continue guerre, le uccisioni per
nome di un Dio che non porta nome, i valori decapitati dall’opportunismo economico e dai compromessi, sono in rapporto vivo con l’animo dell’autore che non
dimentica di sorprendersi e stupire senza esprimere giudizi moralistici, ma, corrispondendo a ciascuna forma di dolore intimo e sociale. Così la voce di
Capaccio si intreccia con quella delle coscienze dell’umanità rivendicando il diritto di pace e di amore, opponendosi con forza alla tragicità della
realtà. In verità il profondo monito è rivolto al senso di responsabilità e di colpa divenuto sempre più minimo dentro di noi; ecco perché interviene la
poesia. Il poeta ha necessità di indicare a se stesso la via possibile da percorrere, attraverso il linguaggio, per comprendere l’esperienza umana e per
lottare contro di essa al fine di salvarsi dall’abbandono, dal fallimento, dalle solitudini. La poesia non viene prima degli accadimenti, ma all’interno di
essi, nell’attraversamento dei dubbi e dei contrasti, come possibilità di purificazione, come operazione di salvamento. Bisogna partire dalla creazione,
dall’inizio, dalla nascita, per raggiungere l’innocenza, la verginità delle cose sensibili e, la prosa, la narrazione degli antefatti, servono
all’autore per raggiungere lo stato di contraddizione dei luoghi della volontà, più intimi, procedendo verso i labirinti della verità. Accostarsi alla
realtà della parola consente di essere in più luoghi, in più paesaggi e lì trovare le risposte semplici, le più audaci e irrinunciabili. Sono gli intrecci
delle tradizioni e la prospettiva intellettuale della bellezza a illuminare l’autore che si accosta e misura il sublime e il terribile del mondo con
intelligenza e saggezza, unica modalità per sentirsi vivi, consapevoli, pronti nella vita. (rita pacilio)
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Venerdì, 20 novembre 2009
Dal mio punto di osservazione Chiara De Luca si conferma, oltre che attivissima traduttrice e operatrice culturale, anche un utile medium per dare uno sguardo al di là dei confine dell'Italietta poetica, cosa che cerco di fare anche sul versante francofono. Dopo Thomas Kinsella (v. qui) e Werner Lambersy (v. qui), tutti editi da Kolibris, ripropongo John Barnie, poeta gallese che scrive (anche) in inglese, nato nel 1941 a Abergavenny nell'area rurale del sud est del Galles, poeta che "esplora il confine tra la cultura dell'uomo e il mondo della natura", oltre, a quanto si legge qui sotto, ad altri confini. Dice infatti egli stesso in una intervista su questo libro 'Trouble in Heaven": "le poesie di questo libro coprono parecchi temi che mi hanno interessato se non ossessionato per molto tempo: la bellezza e l'orrore del mondo naturale (mi sembra che l'una non possa essere separata dall'altro), e collegato a questo, la natura dell'uomo e cosa noi stiamo facendo al mondo nella nostra spensierata e a volte feroce maniera. Inoltre, la questione della religione. Io sono stato allevato, ma in maniera riluttante, come cristiano, e parecchio di quello che scrivo può essere visto come un dialogo con la cristianità, ma con l'idea di un Dio in cui trovo sia impossibile credere". (g.c.)
Come tutti i libri potenti e necessari, questa raccolta di John Barnie non porta scompiglio soltanto in cielo, bensì anche nelle nostre coscienze, spesso assopite per difesa, o per eccesso di stimoli. Ci troviamo qui di fronte a un mix esplosivo di grande sapienza ritmica e maestria formale, profonda conoscenza delle Sacre Scritture, delle teorie darwiniane e delle tappe geologiche segnate dal nostro pianeta nella sua evoluzione. Il tutto rafforzato da un amore sconfinato per il mondo naturale in ogni suo minimo dettaglio, osservato, colto e restituito al lettore. E agli occhi del lettore che, come chi scrive, sia abituato a scenari urbani – dove la potenza creatrice della natura è domata, tenuta a freno, recintata, dove gli unici uccelli superstiti sono passeri e colombi – la moltitudine e varietà di farfalle, volatili, insetti (attuali e preistorici) descritta, ascoltata, compresa dal poeta, schiude, o meglio, riapre un intero universo soltanto intuito. Ma Tumulto in cielo è anche altissimo e coraggioso grido di protesta contro le guerre, gli orrori, le ingiustizie dell’Umano, contro le dinamiche perverse del potere e le spaventose atrocità che costellano la nostra Storia e le nostre storie, adombrate, alluse o messe esplicitamente a nudo. Ed è un dubbio che s’insinua, rimestando le carte, ridistribuendole, scardinando con ironia intelligente o acuto scetticismo i principi fondanti del cristianesimo. Il “Vecchio Furbone” di Barnie è un Dio fragile, che ricorda le divinità pagane così simili a noi, per difetti, debolezze, fragilità e invidie, così fallibili e vulnerabili. È un Dio assente, per nulla onnipotente, che sbaglia a priori, nel disegnare l’abbozzo della prima cellula. È un Dio che alza le mani, mentre il Figlio invoca un’aspirina e lo Spirito Santo singhiozza. Un Dio che non può salvarci dal Male, perché non è in grado neppure di salvare se stesso. E anche i suoi angeli sono creature fragili, dalle ali sporche e spezzate, minacciati, offesi, caduti, non per colpa né disobbedienza, bensì perché terreni, come agnelli sulla paglia di un fienile. Ma quel che emerge dal tumulto è la fede del poeta in una, seppur remota e nascosta, possibilità che il “partito della bellezza” vinca alle elezioni della nostra anima. La poesia diviene qui la principale artefice della “campagna elettorale”, con una voce priva di promesse e mistificazioni, di retorica e commiserazioni, bensì votata – in ogni sua vibrazione, in ogni suo sussulto, slancio o cedimento – alla ricerca della verità che possiamo carpire, alla celebrazione della realtà che ci è concesso afferrare. Nella mistica del possibile e dell’Umano.
Chiara De Luca
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Giovedì, 27 agosto 2009
Dopo Thomas Kinsella (v. qui), continua la perlustrazione di Chiara De Luca nella poesia europea. E' la volta di Werner Lambersy, belga di nascita e parigino di adozione, uno dei principali poeti belgi di lingua francese, autore di una quarantina di opere poetiche in cui ha sviluppato una personale riflessione sul sè attraverso la scrittura e l'amore fisico e spirituale. Ringrazio Chiara per l'anteprima.
"La bellezza è l´ultimo ostacolo / da opporre alle dittature", scrive Werner Lambersy nella poesia di apertura del Diario, che funge da la iniziale e da dichiarazione di poetica al contempo. Perché la ricerca della bellezza è fine primario della poesia di Lambersy. E con bellezza s´intende qui l´intensità del sentire, sinonimo della verità della parola, con tutte le sue "esorbitanti promesse". Sia che essa descriva il dolore - "di cui so che ha / a che fare con la bellezza" -, la solitudine, l´assenza, la tristezza, sia che essa descriva la gioia, la pienezza per un istante raggiunta, la presenza.
"La libertà è lo spazio che lei [la bellezza] / esige per la sua ambasciata". Libertà dalla pericolosa leggerezza e ipocrisia di una società consacrata all´effimero, in cui si "uccidono vìolano / assassinano continenti"; in cui "un proiettile in testa / è l´argomento dei credenti"; in cui "La fame è l´arma anonima / delle multinazionali". Mentre la poesia "fugge su una navicella spaziale e / guarda il vuoto". Ma il vuoto qui non è sterile, è il luogo in cui ha origine la creazione, è entropia "che ci riporta a quel tutto / in se stesso risolto".
Così mentre "un miliardo di sordi / parlano al computer / a cinque miliardi di muti", mentre "surfiamo, scivoliamo" alla ricerca del momentaneo brivido che chiamiamo "emozione", sentendoci in tal modo dispensati dal pensare, il poeta tenta di restituire alla parola la pericolosa pienezza della sua valenza comunicativa, il potenziale incontrollato che la oppone al silenzio, dove confluisce un inesausto turbinare di voci senza suono.
Il Diario si presenta come una sola grande poesia straordinariamente coesa, i cui singoli componimenti possiedono una propria pregnanza che li rende a se stanti e indipendenti dal tutto, eppure sono al contempo collegati gli uni agli altri in un procedimento dialogico, spesso paradossale, che si nutre del silenzio per dargli voce, che "provvisoriamente" nega dio per collocarlo nel futuro, quale possibilità nascente dall´assenza di dogmi e dalla forza di fedi e ragioni. Dal rifiuto di accettare il Male come necessario.
Allo stesso modo il poeta, nell´intensa Lettera, si rivolge a un padre da sempre assente e distante, cui deve "di essere nato / dal nulla / insolvente per la vita". E lo fa senza cercare "di riconciliare / gli opposti inconciliabili", bensì forte della consapevolezza "che scrivendo a qualcuno / spesso si scrive a se stessi". Ed in questo risiedono la bellezza e lo spavento della poesia. (Chiara De Luca)
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