Domenica, 14 maggio 2017
La visione policroma di Donato Di Poce
Quattro opere poetiche di Donato Di Poce: La zattera delle parole
(Campanotto Editore, 2005) La stanza di Arles (CFR Edizioni, 2014) Ut pictura poesis (com press, 2016) e Rompete le righe
(Campanotto Editore, 2016). Un lungo percorso tra la parola e ogni forma
d’arte per evocare i suggestivi panorami del mondo. Nessun verso è
articolato senza l’incitamento fascinoso di suoni, giochi grammaticali e
rigore intellettuale. Il rapporto tra l’arte visiva e il linguaggio
poetico, non si disgiunge dalla consapevolezza della memoria in cui il
segno e il senso si relazionano con il tempo e il surreale. Lo studio delle
vicende umane sui dipinti segue una selezione rigida e critica che
ripristina le logiche e i frammenti autonomi da salvaguardare.
Un’operazione che prevede attenzione, lettura e ascolto dell’opera che si
ha di fronte al fine di penetrare l’aura misteriosa che la sovrasta. Le
dediche poetiche, gli aforismi, ogni verso ci rimanda a interpretazioni
dell’incontro e del distacco di luoghi e quotidiani perduti, ritrovati,
cambiati e rinnovati dalla ricomposizione visionaria dei fatti. Pagine a
tema, dall’approccio storicistico, rincorrono le attività essenziali
dell’autore che cristallizza i disagi esistenziali e la profondità delle
cose trasformando il ‘nuovo’ in una ennesima devozione. Sembra che Di Poce
oscilli tra lo slancio del divenire e l’incertezza del presente traducibile
esclusivamente attraverso la poesia. La poesia che esplode nella voce e
nell’estetica di cui si arricchisce in modo fecondo e naturale. Quindi, la
funzione della parola diventa centralità e scopo per il ritorno alle forme
ispirate direttamente dalla realtà, quasi a sentirla come metalinguaggio,
per meglio descrivere situazioni contemporanee e panorami postmoderni. La
sensibilità capta ogni suono dall’opera mettendo in contatto stretto
immagine, regole semantiche, conoscenza dei quadri cromici, luce e strati
sincronici a volta celati. (rita pacilio)
Continua a leggere "Donato Di Poce - Poesie, una nota di Rita Pacilio"
Martedì, 21 marzo 2017
Giusi Montali, Luca Rizzatello - Faria - Dot.com Press, 2016
Come dice la nota di apertura, in questo libro a quattro mani - quelle
di Giusi Montali e di Luca Rizzatello - ci sono 14 "testi fonte"
dell'uno e 14 "riscritture" dell'altro, divisi in due sezioni, L'agiografia umana (Rizzatello → Montali) e Il signor klek (Montali
→ Rizzatello); e un paio di regole: che c'è più di un autore ma meno di
due, e che si tratta di letteratura di evasione ma in senso
escapologico, ovvero - come si precisa oltre - come evasione da ogni
preconcetto poetico e da ogni conformismo.
Come si vede le ambizioni ci sono, o forse vanno intese come
dichiarazioni di poetica, che però il lettore, mi pare, non è tenuto più
di tanto a verificare. E basterebbero queste, ma in realtà avvertenze e
raccomandazioni ce ne sono parecchie altre, tanto che complessivamente
finiscono per costituire un tramaglio per chi legge, o un voluto
depistaggio (termine che usa Sergio Rotino nella nota di lettura finale,
ma va considerato - a margine e poi magari ci si torna - che il
depistaggio può essere assunto come artificio retorico/poietico, con
qualche vaga parentela con il détournement di debordiana
memoria). Compreso il titolo sulla cui reale definizione, ci dicono in
quarta di copertina, è meglio non speculare troppo, perché forse il
Faria è quello che subito viene alla mente o forse no. Va aggiunta a
questo, sempre in premessa, la chiave di lettura che viene anch'essa
offerta al lettore, riguardo alle due sezioni del libro: l'agiografia umana
"è un ciclo di immagini...su alcuni fatti storici, condizioni sociali e
aspetti universali...un affresco contemporaneo", tra realtà e
immaginazione; il signor klek invece "è la narrazione di un
tentativo di analisi della realtà da parte di un soggetto e al contempo
uno studio che un altro soggetto fa sul primo", in chiave - anche -
psicologica. Quindi, mi pare di capire, l'uomo nella storia e la storia
nell'uomo, alla luce, come abbiamo visto, di una fonte (cioè un punto di
vista "sorgente", in qualche modo originale) e di uno scolio (meglio
dire una rilettura, forse un rovesciamento).
Come vedete, è un libro molto "spiegato", fin dall'inizio. Si tratta di
accettare o meno queste carte, il gioco poetico che viene proposto.
Andare a vedere, ad esempio, in che modo si realizza la riscrittura, o
in che modo si confrontano e affrontano due scritture non
necessariamente paritarie, che anzi tentano di "dimostrare" sé stesse
appoggiandosi sull'altra, in un contrasto che è certo interessante ma
non sempre, come dire, efficace. Il dialogo è ravvicinato, ma è anche -
talvolta - dialogo tra sordi, stante che anche qui si realizza una certa
incomunicabilità che è nell'ordine dell'umano. Tanto che spesso si
procede per agganci semantici, per echi di parole, per associazioni e
cooptazioni, dato che è il mezzo più agevole per stabilire un contatto,
come del resto in ogni rapporto interlinguistico o, per estensione, in
ogni traduzione. Agganci da cui poi il pensiero svaria, détourne,
costruendo - poieticamente - un altro castello di significanze, non
necessariamente organico al primo. Producendo, scrivono gli autori, "le
ipotetiche conseguenze". Come avverte Rotino, e sono nella sostanza
d'accordo: "Tradire, tradurre, traslare per interpretare mai conoscendo -
e già conoscendo - il pensiero fatto parole dell'altro, rincorrendolo
(...). Un inseguimento circolare, dove ogni rivisitazione del testo, ogni
reinterpretazione del testo, ha bisogno dell'errore quanto della
precisione".
Un concept book, dunque? Sì e no. Sì nel senso di una architettura, di una idea sul come fare
che sta a monte, che è preesistente e in qualche modo autonoma. No,
perché poi la scrittura, almeno nella sua componente profonda e sorgiva,
prende il sopravvento (anche qui in maniera non paritaria, poiché
logicamente diverso è il controllo dei due autori sulla scrittura
stessa, sulla lingua, sullo stile, e le differenze si vedono), scarta, e
segue le sue strade, accantonando il più delle volte la tentazione del
calco o della mera traduzione nel testo a fronte. Forse sta in questa
caratteristica (e nell'altro elemento di "scarto" che dicevo prima) il
motivo principale di interesse di questa prova. La lingua qui (e forse
lo si voleva dimostrare) ha un effetto eco che si riverbera su (o
innesca) la produzione del pensiero poetante, ma - ripeto - non sempre
convergente da (e su) un punto di vista, per così dire, tematico. Come
se lì al centro, dove il libro si spalanca davanti al lettore, nella
dialettica fonte/riscrittura si fronteggiassero due differenti approcci
gnoseologici alla realtà. Dare per esatta questa impressione,
l'impressione di questa vista binoculare - ammettiamolo per un momento -
non implica un giudizio di valore, ma semmai da parte del lettore
l'accettazione di voci plurime, del fatto che la visione del mondo non
può essere univoca né corale, può essere relativa e contemporaneamente
essere una ed essere vera. Perché in fondo questo è,
nel suo complesso e con le sue ovvie discontinuità, un poema sull'uomo
come elemento decentrato e impotente della Storia e insieme come centro e
simbolo della sua propria e altrui umanità. Lo è nella componente
etico-politica della scelta dei temi, e nel loro rovesciamento (o
travaso, o messa in mora), come accennavo prima, da sociale a privato,
da collettivo a individuale, da esteriore a intimo, e viceversa. Una
componente non sempre agevole da trattare, una delle sfide di questo
lavoro, che è possibile superare solo trascendendo il "tema" (in fondo
qualsiasi esso sia e in senso lato) in espressione, e qui allora la
lingua non è solo funzione e strumento fàtico, ma anche protagonista
elemento iconico, immagine, recupero di frammenti culturali (vedo un Sanguineti, ad es.), rappresentazione; un testo/teatro, anche, in
cui i due "attori" rilanciano sé stessi per "farsi doppi e
intercambiabili - ancora Rotino - pur restando distinti e unici". O -
immaginiamo - al limite fino sovrapporsi. (g. cerrai)
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Sabato, 9 agosto 2014
Dopo Lunetta, Emilio Villa, l'uomo che più di tutti ha tentato di sconfiggere la ma ledizione babelica attraversando linguaggi moderni e remoti. Un importante testo, "vera e propria dichiarazione di poetica in versi", accompagnato da un saggio di Flavio Ermini, entrambi tratti dal libro "Parabol(ich)e dell'ultimo giorno", a cura di Enzo Campi, Le Voci della Luna - Poesia / DotCom Press, 2013, pubblicato in occasione del decennale della morte. Un volume collettivo che raccoglie opere dell'autore, e contributi critici e scritti dedicati di Daniele Bellomi, Dome Bulfaro, Giovanni Campi, Biagio Cepollaro, Tiziana Cera Rosco, Andrea Corlellessa, Enrico De Lea, Gerardo de Stefano, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Ivan Fassio, Rita R. Florit, Giovanna Frene, Gian Paolo Guerini, Gian Ruggero Manzoni, Francesco Marotta, Giorgio Moio, Silvia Molesini, Renata Morresi, Giulia Niccolai, Jacopo Ninni, Michele Ortore, Fabio Pedone, Daniele Poletti, Davide Racca, Daniele Ventre, Lello Voce, Giuseppe Zuccarino, Enzo Campi. Insomma un libro di sicuro interesse, non solo per chi persegua una scrittura sperimentale, ma anche per quelli che nella loro scrittura cercano spunti per assumersi qualche rischio, deviando almeno un po' l'ordinario flusso della corrente.
Linguistica
Non c'è più origini. Né. Né si può sapere se.
Se furono le origini e nemmeno.
E nemmeno c'è ragione che nascano
le origini. Né più
la fede, idolo di Amorgos!
chi dici origina le origini nel tocco nell'accento
nel sogno mortale del necessario?
No, non c'è più origini. No.
Ma
il transito provocato delle idee antiche - e degli impulsi.
E qualsivoglia ambiguo che germogli intatto
dalle relazioni
dalle traiettorie
dalle radiazioni
dalle concezioni
luogo senza storie.
Luogo dove tutti.
E dove la coscienza.
E dove il dove.
Per riconoscere l'incommensurabile semenza delle vertigini adombrate
le giunture schioccate nei legami
la trasparenza delle cartilagini
il cieco sgomento dei fogliami
agricoli nelle forze
esteriori, e l'analisi fonda
incisa nel corpo dell'accento.
No.
Non c'è più. Né origini nei rami. né non origini.
Chi arrestava i sintagmi sazi nel sortilegio della consistenza
usava lo spirito senza rimedio nel momento indecisivo
come un compasso disadatto, non esperto, così non si poteva
agire più niente, più, ombra ferita e riferita, proiezione
senza essenza, così che speculare sul comune tedio
un gioco parve, e ogni attimo-fonema
ancora oggigiorno sfiora guerra e tempo consumato, e il peso
corrompe dell'ombra dei tramiti dell'essenza.
E codesta sarebbe. Questa la fine concepibile:
se attraverso l'idea massima del pericolo e dell'indistinto
si curva l'anima estrema nell'attrito di idrogeno e ozono e i giorni
acerbi sommano giorni ai giorni quotidiani nell'araldica
prosodia delle tangenze,
soffocando ogni flusso di infallibile irrealtà in:
i verbi
i neologismi.
Chi le braccia levava saziate di viole nel palpito assortito
oggi paragona ogni rovina paragona allo spirito
immune che popola e corruga a segmenti il nembo
delle testimonianze storiche, delle parabole nel grembo
confuso delle parrocchie e nelle larghe zone
di caccia e pesca e d'altre energiche mansioni culturali.
E non per questo celebro coscientemente il germe
sepolto, al di là,
e celebro l'etimo corroso dalle iridi foniche,
l'etimo immaturo,
l'etimo colto,
l'etimo negli spazi avariati,
nei minimi intervalli,
nelle congiunzioni,
l'etimo della solitudine posseduta,
l'etimo nella sete
e nella sete idonea alle fossili rocce illuminate
dalle fosforescenze idumee, idolo di Amorgos!
Continua a leggere "Emilio Villa - Linguistica"
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