Lunedì, 23 settembre 2013
Il coraggio della poesia totale. Sintesi additiva di Carlotta Pederzani
Nota di Diego Conticello
Qualche tempo fa, nel recensire l’esordio di Carlotta Pederzani (Dare senza chiedere, Lietocolle 2010) avevo parlato di “stupendo martirio”,
ovvero un particolare spirito di sacrificio che consentiva alla sua poesia di «estrarre la bellezza dal nulla», modulando questa capacità con assoluta
disinvoltura commisurata alla giovane età.
Ora nel suo recente Sintesi additiva (La vita felice, 2013), tali abilità ci giungono ancor più rafforzate, ma sempre con la medesima incisività
data soprattutto da uno sviluppo assai incrementato di iconicità e speculazione. Ne risulta un verso pieno, tornito nelle soluzioni formali – anche se
ancora con qualche perdonabile incertezza – ([…] pioggia,/ sui sentieri ardenti/ degli autunni,/ sugli inverni migranti… Donna; […] e il livore
vergognoso/ di un tremito… Inverno; […] il tramonto allunga le sue dita/ tra le rughe della terra… Speranza) e folgorante, intuitivo,
nettamente sbilanciato verso le tematiche ‘universali’, come avviene in Nascondersi, certamente la lirica meglio riuscita dell’intero volume, che
vorrei riportare per intero perché veramente esemplare della poetica ‘manichea’ dell’autrice:
Troppo dolce – il dolore –
per sottrarmi al suo incanto.
Perché chiedere luce,
se rassicurante è il buio?
Cos’è, poi, l’ombra, se non
il dazio che alla luce
impone la materia?
Appariva chiaro sin dalle poche liriche di qualche anno fa che Carlotta avesse scelto la strada impervia – nonché avara di immediate soddisfazioni – della
poesia “difficile”, una poesia che conversa per grandi temi, non avendo timore di parlare del Nulla, dell’Assoluto, dell’Eternità (talmente fondamentali da
meritare sempre la maiuscola): una poesia di stampo filosofico, sebbene ancora acerba, che si nutre dei grandi autori ‘cosmici’ di un favoloso passato
(Leopardi, Cioran, Dickinson, Celan, Holan, Whitman) e che rifugge – cosa ancor più apprezzabile – dai “facilismi” e dai giochini linguistici spacciati per
alti sperimentalismi in cui sguazza invece moltissima poesia giovane e meno giovane. È proprio questo scarto, questo apparente ‘distacco’ che la spinge a
imboccare il sentiero tortuoso (che per alcuni si trasforma in precipizio) della poesia “totale” il quale, mi auguro per lei di tutto cuore, la porterà
quantomeno fuori dalle secche di un provincialismo espressivo che ormai ha fatto il callo nel nostro stivale, per non dire lo “zoccolo duro”.
Non è impresa da poco trascurare la blanda minuteria del quotidiano – con tutti i suoi portati di banalità e autobiografismo – per aspirare a più alte
vette meditative e la giovanissima Carlotta Pederzani ha già percorso più di qualche ripido metro. (Diego Conticello)
Continua a leggere "Carlotta Pederzani - Sintesi additiva, nota di Diego Conticello"
Venerdì, 27 luglio 2012
Un altro articolo di Diego Conticello, che ringrazio, dopo la bella nota dedicata a Lucio Piccolo (v. QUI). Questa volta poetica e testi di Nino De Vita, il poeta siciliano recente vincitore del Premio Viareggio - Repaci.
La natura profonda dell’esistenza.
La poesia di Nino De Vita da Fosse chiti a Òmini
La poesia di Nino De Vita ha la compostezza delle cose immobili, impassibili, sfiorate dagli elementi di una natura non irresistibile e, tuttavia, nemmeno
arcadica, autoritaria e materna in egual misura e – parimenti – lentissima, lontana dai ritmi veloci che contraddistinguono la nostra epoca.
De Vita è un poeta prettamente dialettale ma ha esordito in lingua con le liriche di Fosse Chiti. Questo strano titolo ha il significato
toponomastico di “Fosse Cretose”, una contrada confinante con quella in cui il poeta vive (il termine ‘chiti’ vuol dire appunto ‘di creta’ nello stretto
vernacolo della contrada di Cutusìo).
Nei versi di questa sua prova d’esordio l’autore marsalese descrive, lucrezianamente direi, con assuefacente insistenza questo variegatissimo ecosistema,
quasi lasciando sproloquiare ogni evento che vi si svolga – sia esso maestoso o microscopico – come in una sorta di continuata prosopopea ‘fisica’, dove la
presenza umana è sì contemplata ma, spesso, defilata o del tutto assente.
De Vita sembra annotare il susseguirsi delle stagioni col taccuino del fine botanico/zoologo, in uno sguardo perpetuamente vigile che registra insieme
l’inquadratura fuoricampo e il primissimo piano, l’ampio paesaggio e l’insetto più misero. Animato da uno smisurato slancio che abiura eccessive
sovrastrutture antropiche il poeta, come dice Stefano Jacomuzzi, «sembra voler ricostruire un rapporto antichissimo con le cose della natura, senza che
esso sia deviato e corroso alla base da una forte carica di appropriazione simbolica o di recupero memoriale».
Queste “epigrammatiche micro-parabole” si dipanano lungo il corso ideale delle quattro stagioni, tante sono le sezioni della raccolta, segnando al contempo
una labile traccia di ciclicità, evidente nelle misture meteorologiche di eventi ‘fuori stagione’ («Cade violenta, batte sulle foglie/ ampie delle
zucchine/ la grandine/ e sul sedano,/ sui fusticini eretti/ del peperone…// Il sole,/ spuntato dalle nubi,/ negli angoli la trova/ dell’orto, dei canali,/
nel fosso del concime, immiserita…»).
Il susseguirsi di questo pullulare di accadimenti restituisce il giusto valore a cose altrimenti classificabili – secondo il comune sentire dei giorni
nostri – come ridicole inezie da crudo orizzonte quotidiano. A destare la coscienza del lettore non è dunque l’evento osceno od immorale, quanto
l’accezione mortifera come germe insito anche nella descrizione più serena (« Lisciato legno/ un nodo// anelli tondeggianti,/ striature…// È la vita/ dell’albero/ la morte…»).
L’azione umana in questo ristretto habitat risulta spesso estemporanea o ristagna in voluti marginalismi da ‘sfocato’ fotografico, sotteso al
ritratto ora faunistico ora floreale in rilievo («Buttano con le pale/ il frumento nell’aria.»; o ancora: « Nelle sere/ d’estate/ a conversare/ – nei porticali o sotto le tettoie/ rinverdite –»).
Il tratto versificatorio di De Vita, per Alfonso Lentini, «consiste (tra l’altro) in quella particolarissima capacità di “dare il nome” alle cose facendo
scaturire dal nome un misterioso surplus di significato che in qualche modo, per riflesso, finisce col trasmettersi (arricchendola) anche alla cosa».
Dunque, per una sorta di procedimento analogico rovesciato, il significato pare scaturire dalla cosa in sé, come a sviare il passaggio intellettivo,
emanando dal proprio interno aloni di senso che divengono – ma solo in seconda battuta – metafore di un implicito e nascosto pensiero ch’è dello stesso
poeta («Sono i cerchi, sui fianchi della botte,/ arrugginiti.// Dalle doghe/ il vino/ trapassa in righe oscure/ di muffa fino al bordo/ sul fondo…// Ha
moscerini/ che ronzano e nel foro/ s’infilano/ la spina.»).
Una profonda oculatezza nella cernita della terminologia (stomi, micelio, tramoggia, austori), il gusto insistente per il particolare orrido o
macabro («Sta riversa. Le zampe/ mosse nell’aria, lente; le ali rotte,/ l’addome insanguinato…»), quantunque crudamente realistico, l’eclettica cultura che
spazia su orizzonti alquanto inusitati, potrebbero certamente ascrivere De Vita a quella temperie tutta mediterranea che è la poesia ‘neo-barocca’, di cui
Lucio Piccolo è forse l’esponente siciliano più noto insieme ai transfughi Bartolo Cattafi e Angelo Maria Ripellino. Come per l’estroso ‘pintore’ dei Canti barocchi, la poesia del nostro esponente lilibeo – per dirla con Giovanni Raboni – «vive di una sommessa, incantevole, “inspiegabile”
precisione. Erbe, fiori, insetti sono osservati e salvati con un’impassibilità che nasconde e protegge il battito, il tremore di una sottile febbre
amorosa». De Vita è forse il poeta che in assoluto ha più consonanze col cavaliere di Calanovella, nonostante il rifiuto netto di uno schema compositivo
tradizionalistico (che concepisce la costruzione poetica solo su base rimica e metrica). Entrambi usano trattare diffusamente di gestualità risalenti ad
una cultura contadina ormai in disfacimento inesorabile («
Divorano le foglie/ di gelso/ ai lembi/ i bachi/ da seta// tre larvette/ che si muovono/ lente// muoiono dentro i bozzoli/ agli angoli// e rispuntano/
farfalle// nella piccola/ scatola per le scarpe/ di cartone.
»). Così invece Lucio Piccolo nella lirica La seta: «Fatica nostrana nei giorni involati/ la seta: le veglie all’interno/ tepore, le
foglie del gelso brucate/ dalle torpenti farfalle ai cannicci./ Sospesa alla trave la falce/ d’incanto, il crescente/ e l’aria grave di fiati rurali,/
d’attesa – poi girano i fusi, le spole, la grana…/ ma se la prendi con mano/ che un poco trema/ e la spieghi e la stendi/ è una fontana nel vento e nel
sole.». Con un procedimento di acuta diminutio dai risvolti quasi eufemistici, il poeta riesce a mettere sullo stesso piano l’evento universale e
il particolare più misero («S’infila dalla porta/ del casolare/ l’alba:// impolverate/ vibrano ragnatele/ agli angoli del tetto/ ancora bui…»); e questo particolare assurge a simbolo di una
visione fatalista, quasi gattopardiana dell’esistenza, spesso inerme nei confronti del fluire storico («Melagrana spaccata/ contro il sole/ piccoli cuori
rossi/ le formiche/ che salgono/ dal tronco […]/ in una nube/ d’insetti/ l’odore acre/ della/ marcescenza.»). Ogni evento, anche quello che a prima vista
potrebbe sembrare crudele, l’intemperie che lascia le cose vilipese, viene descritto col fare insieme impassibile ed accorato – esule da rassegnazioni –
lecito solo a chi abbia una profonda conoscenza del corso della natura: così nell’immagine, che ad una superficiale lettura parrebbe asettica, è implicita
invece e sottintesa una pietas: «È lunga lunga/ affonda/ la tromba dalle nubi/ nell’acqua.// E poi si sposta,/ a vortice, solleva/ le barche// dal
canneto/ ricurva al seminato:// è densa l’aria/ carica di terra/ e foglie// un gelso bianco/ e un ulivo gigante/ sradicati.».
Queste descrizioni aperte, fatte di risoluta concisione hanno talvolta, secondo Armando Patti, «la sottile inquietudine delle immagini trasparse da una
liquidità lontana, anche per quella “potenziale enigmaticità del linguaggio chiaro” di daumaliana memoria e, soprattutto, per una sorta di fisica
metafisicità sotto cui si presenta ex abrupto la cosa stagliata nella sua azione silenziosa e immobile, nella lontananza di sé, incisa fino in
fondo, fino alle radici della sua maschera. Fino all’estremo segno di metafora».
La tornitura quasi ossessiva di questo stile così prosciugato s’incentra sul tentativo di far risplendere ogni creatura vivente di luce propria, e tale che
nessun orpello possa mai oscurarla («Una nuvola sola in tutto il cielo/ all’alba: i seni bianchi,/ gonfi…// La faraona/ immobile attraversa/ con l’ombra lo spiazzale/ deserto.»).
La lingua appare sempre in bilico tra il tecnicismo più spinto e il solecismo dialettale: una variegata messe di termini in questa raccolta (“ristoppie”: con forma più vicina al siciliano ‘ristucci’ che all’italiano ‘stoppie’; “coffe”: ‘ceste’, ‘panieri’, usato in lingua col significato di piattaforma sull’albero delle navi; “giummo”: quasi intraducibile, è una
sorta di pendaglio decorativo; le “cianciane” sono una specie di campanelle; “graste”: orci, vasi, dal siciliano ‘rasti’) farà
da nucleo di partenza verso una decisiva virata vernacolare che, a tutt’oggi, pare insostituibile nella produzione posteriore a Fosse Chiti.
Insomma il messaggio di Nino De Vita sta tutto nella sua pacata, intima, totalizzante fusione con la natura, una rigenerazione panica a cui non serve, se
non rarissimamente e in accenti comunque lievissimi, aggiungere presenza umana. L’elemento vitale è sempre lì, pronto a ‘sbocciare’, a impadronirsi d’ogni
anfratto che l’artificio lascia scoperto ed è metafora della resistenza della bellezza in un mondo votato a un gretto utilitarismo («Dalle pietre è
spuntato/ fra le rotaie untuose/ il fiore.// Il vento forte/ del treno lo ripiega:/ spruzza gocce/ d’acqua annerita, sbuffi/ di fumo…// S’allontana/ e s’avvicina l’ape/ che vi posa/ a giri lievi// e penetra,/ lo succhia…»). Ogni verso fa
di questa raccolta un inno esemplare “a proposito della vita”, in cui il poeta riesce a indagare la natura fin nei suoi segreti palpiti, scovando persino
il meraviglioso ritmo dei suoi silenzi.
Adesso con Òmini, nuova raccolta di liriche, nuova solo apparentemente perché formata da decine di poemetti stampati a ciclo continuo dal
Nostro, ma elargiti colla dovuta parsimonia solo pour les amis, De Vita procede ancora sull’ostico sentiero di un vernacolo – ostico forse solo in
termini di visibilità e corposità di pubblico, ma viscerale nell’immaginario del poeta – che, dalle pagine fanciullesche di Cutusìu, passando per
il plurilinguismo favolistico di Cùntura, approda sulla banchina del ricordo per sostarvi intriso di nostalgia e spensieratezza («Mi nn’jia, mi
nn’jia, un vèspiru p’i strati/ ri Palemmu, passiannu,/ nzèmmula cu Nanà./ Avia pizziddichiatu,/ allariatu, nisciutu/ ’u suli; ora accurzava, / eramu â
ntrabbuliata.»). Già è cosa alquanto singolare aver incontrato dal vivo “uomini” della levatura di Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino, Vincenzo Consolo,
Ignazio Buttitta, Enzo Sellerio, Angelo Fiore, ecc., ma poterli chiamare Nanà, Aiddu, Vicenzu, Gnaziu, Enzu, Angilu appartiene solo a quella diafana carezza che è il privilegio di una vera amicizia.
Pertanto non assistiamo più, com’era sovente nelle prime prove, a reiterati sproloqui oggettuali, né ad epigrammatici iconismi verbali, bensì a modulate
narrazioni affioranti dalla reminiscenza, estremo frutto di un’epica del “favoloso quotidiano” vissuta per “fatticeddi” giornalieri, raccontati ritornando,
talvolta con salace ironia, ad una stagione esperita fianco a fianco coi grandi intellettuali del passato storico siciliano: «[…] Nanà e Gucciuni, Aitanu,/
parlanu picca, ’i cosi/ ’i rìcinu mussiànnu./ Bufalinu è ciumara chi nn’acchiappa,/ si fa sèntiri, piaci./ Ma cu è chi futti a tutti/ è Pippinu Liuni./
Cc’è r’arristari nnàbbili,/ allallati, mmiriusi,/ pi ll’avvinturi, a gghèttitu/ - amurusi, si sapi -/ ch’avutu…». Ma, si badi bene, non siamo di fronte
alla solita operazione di ripescaggio della memoria tramite lo strumento della lingua (con tutti i languidi annessi e connessi), al contrario si tratta del
tentativo di recuperare una particolare variante dialettale – quella “cutusiara” – che si sta inesorabilmente sfaldando, appoggiandosi
all’espediente del ricordo.
Insomma è il fuoco del vernacolo a fungere da effettivo protagonista e De Vita è uno degli ultimi guardiani posti a proteggerlo dal vento del progresso, il
quale sferza, oramai da decenni, un patrimonio troppe volte erroneamente classificato come sub-cultura di matrice popolare. E il poeta lo rintuzza
servendosi non più di una sintassi nominale, a cui sostituisce piuttosto una proliferazione verbale composita ma asciutta e fluida nel medesimo tempo:
«Pigghiai ri Birgi annunca l’apparecchiu/ e mi nn’jivi a Palemmu./ Nna valiggia me’ matri/ cci avia nzipatu rrobbi,/ strùcchiuli, liccumì.»; o ancora: «Un
vèspiru mi nn’jivi a Bbaddarò./ L’ariu si rrinfriscava/ e accuminciava ’a ggenti/ a gghìnchiri ’u mircatu.».
Ora ad un lessico di estrazione tecnico-scientifica e ad audaci distorsioni pseudo-dialettali, si sostituiscono termini disusati come zicchiniusi
(stridenti), s’ammurra (si cammina a stento), tunneddu (ripiano, mensola), mparparati (smarriti), stufficusu
(antipatico), zzammatiamu (sguazziamo), sichirénzia (marciume), sciammarroccu (tela di lino), ncufata (golfo), quasatu (agiato, accasato?), mpagghia (possidente), sulità (deserto), azzuni (bambino, bamboccione?), ncuttumi
(pene, dolori), mmuccatuti (fazzoletto, dall’arabo al mucar, cioè asciugare il muco), bbusillisi (latinismo sicilianizzato da busillis), mannara (ovile, stalla), bbuffetta (panca, tavolinetto), cattùppulu (calabrone), rriccabbuluna
(ingordo), pinnulara (ciglia), ncuraddata (arrossata), e potrei citarne ancora a dozzine. Essi paiono appartenere ad una genealogia
ancestrale, quasi primitiva, fatta di commistioni greco-arabo-ispaniche, e chissà cos’altro, che avremmo già irrimediabilmente perduto – e lo abbiamo
fatto, purtroppo, nell’uso quotidiano – se non fosse che armigeri indefessi come Nino De Vita riescono a fermarli non nei cataloghi sterili dei linguisti,
ma ‘ricucendone’ il fragile fascino nella bellezza vertiginosa della poesia.
Ritornare allo splendore del dialetto, alla lingua natìa rifulgente nel marasma frenetico che ci circonda, sembra davvero l’unico “autodafé”
possibile per stanare le proprie radici più interne, per giungere al nucleo più recondito della propria esistenza, al cuore più autentico dell’essere “ òmini”.
Diego Conticello
Continua a leggere "Nino De Vita, la natura profonda dell'esistenza"
Giovedì, 17 maggio 2012
Un'opera prima, anche questa di Diego Conticello, di cui IE ha già pubblicato la bella nota su Lucio Piccolo (v. QUI), autore a cui Diego ha dedicato gran parte dei suoi studi.
Nella
sua breve prefazione, Silvio Ramat pone l'accento su un paio di
evidenze, riguardo a questo libro: l'una riguarda la sintassi poetica
novecentesca (e direi ermetica, come ammette lo stesso autore), cioè per
così dire di un canone rivisitato; l'altra la deformazione del lessico,
il neologismo, a cui l'autore ricorre spessissimo, e forse con una
certa compiacenza. All'incontro delle due, dice Ramat, si crea un
tensione, un vortice in cui le parole si sciolgono "dalla
semi-automatica sistemazione e neutralizzazione entro i codici dei
significati correnti". Ovvero, mi par di capire, è la messa in opera di
una azione di "poetizzazione" di una lingua "comune", altrimenti poco
connotativa o almeno usurata, ma comunque parte dell'identità del poeta.
D'accordo, ci sono tendenze sempre presenti nella poesia italiana, in
relazione al linguaggio, che vanno in direzioni opposte, e Conticello
adotta una di esse, l'innesto di nuovi elementi lessicali. di linguaggi
quotidiani o tecnici o spuri (e nel suo caso anche dialettali) in un
tessuto sostanzialmente tradizionale, seppure "sformato", cioè con una
versificazione del tutto libera.
Ma
aggiungerei qualche altra considerazione, a partire da quelle di Ramat.
Una riguarda un "effetto", per così dire, prospettico. Proprio questo
intersecarsi di piani (uno che potremmo definire verticale, quello della
sintassi novecentesca, l'altro orizzontale della serpeggiante
inquietudine nervosa del lessico) suggerisce, nei testi migliori, un
paesaggio a tratti metafisico, ove elementi perturbanti aprono uno
sguardo, attraverso architetture note, su uno scorcio di "realtà" che
sta dietro le cose. Come, parecchio alla lontana, in un quadro di De
Chirico. Forse l'intenzione non è proprio quella, se Conticello avverte
che la sua ossessione, prioritariamente, sta nel "ricercare originalità
nella parola stessa, dato che ormai in poesia è stato detto tutto".
Tralasciamo il fatto che, se questa ultima affermazione fosse vera, la
poesia sarebbe morta da un pezzo o sarebbe solo estenuante ricerca di
nuove forme di quel "già detto", o l'originalità trovata non
esprimerebbe niente di esprimibile. Ma resta il fatto (positivo) che al
di là delle dichiarazioni di poetica (sempre rischiose e sempre per
molti versi reticenti) negli esiti migliori si realizza poi di fatto un
equilibrio tra mezzi e fini, si raggiunge un ascolto di sé, delle
proprie motivazioni affettive e morali, anche al di là di certi
assiepamenti di (neo)parole o di aggettivi. Per altro, aggiungerei,
compressi - come logica conseguenza di questo lavoro di "riduzione"
della parola - in testi per lo più brevi, quasi una condensazione
(proprio nel senso freudiano del termine) ove elementi diversi magari
anche inconsci riescono a manifestare "una accelerazione del cuore"
(Ramat). E' la condensazione che non sta nel vocabolo "costruito", ma
quella che lo stesso Conticello riconosce nella sedimentazione antica del
dialetto, come nel momento in cui, in "Rreschi amari", lo mette davvero in musica.
Certo qualche riflessione su alcuni punti critici Diego deve averla
fatta. Perchè se il libro presenta discontinuità (immagino che raccolga
testi scritti in tempi e situazioni diverse), qualche ingenuità e
qualche eccesso verbale anche troppo "barocco", gli inediti che è
possibile leggere QUI costituiscono una innegabile maturazione, una maggiore consapevolezza, come ho già scritto, nel rapporto tra realtà e pensiero, tra osservazione e riflessione, ma anche della parola come mezzo ancora "rispettabile", come strumento che ancora offre, se lo si interroga adeguatamente e adeguatamente si controlla, delle grandi opportunità. (g.c.)
Continua a leggere "Diego Conticello - Barocco amorale"
Sabato, 28 aprile 2012
Un articolo di Diego Conticello su Lucio Piccolo, accompagnato da alcuni testi del poeta siciliano, tra cui i quattro "Canti barocchi". Ne ringrazio l'autore.
Agli albori del secolo scorso, in una Palermo trasognata e pomposa dominata dai Florio, nasceva negli agi nobiliari Lucio Piccolo (27 ottobre 1901), figlio di Giuseppe, grande possidente terriero nell’area nebroidea (con antenati crociati) e della contessa Teresa Mastrogiovanni Tasca Filangieri di Cutò (il ramo materno è più blasonato del paterno, annoverava ben tre vicerè di Sicilia ed era arrivato nell’isola al seguito dei Normanni; Teresa era la più giovane di cinque sorelle, tra le quali spiccava per cultura Beatrice, madre del futuro scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Sin da ragazzino, Lucio assorbe tutta quella congerie già gattopardesca ormai immersa nel terribile sfacelo iniziato con l’unità d’Italia e la definitiva cacciata dei Borboni dal meridione. Timidissimo e, a detta di molte testimonianze, eccessivamente attaccato alle gonne dell’autoritaria madre, cresce nell’enorme palazzo di famiglia in via Libertà – poi raso al suolo dalle bombe alleate durante la seconda guerra mondiale – alquanto solitario data la vistosa differenza d’età con i fratelli (Agata Giovanna, la primogenita, era nata ben dieci anni prima, nel 1891, il fratello Casimiro nel 1894). Coltiva precoci interessi musicali e già al ginnasio ‘Garibaldi’, grazie a sensibili ed acutissime capacità interpretative, oltreché ad una duttile intelligenza creativa e ad un’applicazione forse eccessiva, fronteggia gli stessi professori soprattutto in greco e latino (sono state ritrovate alcune pagelle dell’epoca dove i voti altissimi fioccavano a dismisura, peraltro in un periodo morbosamente ‘severo’ in cui anche gli alunni maggiormente meritevoli stentavano a raggiungere la sufficienza). Ancora adolescente gli viene affibbiato il soprannome di ‘musicista-filosofo’, specie nell’ambiente coltissimo del circolo Bellini di Palermo, frequentato spesso anche dal cugino principe Giuseppe Tomasi, che talvolta lo punzecchiava, ma solo per posa, su queste velleità artistiche, soprattutto per quanto riguardava l’arcinota pedanteria e ricercatezza nella composizione musicale: - « mio cugino compone una biscroma al giorno!» soleva ricordare a tutti il futuro autore de Il Gattopardo.
Continua a leggere "L'universo barocco di Lucio Piccolo"
|