Martedì, 17 ottobre 2017
Davide Castiglione - Non di fortuna - Italic 2017
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Ho già scritto qualcosa su Davide Castiglione (v.
QUI
), a proposito del suo Per ogni frazione, uscito per Campanotto
nel 2010. In quell'occasione terminavo l'articolo con una sospensione,
aspettando di "osservare Davide alle prese con qualcosa di più progettato",
dopo aver sottolineato non pochi elementi di interesse in un libro forse un
po' frammentario ma dotato di "una sorta di raffinato understatement
emotivo di discreto effetto".
Credo che un po' delle cose che scrissi allora debbano essere accantonate,
non necessariamente nel senso di "meglio o peggio di". Semplicemente o le
cose cambiano o si assumono come parte dello stile di un autore, di una sua
maniera di vedere poeticamente la faccenda.
La poetica di fondo mi pare infatti che rimanga immutata. Una inquietudine
a volte irrelata, cioè non esattamente definita nelle sue motivazioni, che
si riflette sulla realtà o da essa proviene, mediante una osservazione
bifronte o bidirezionale, non sempre attivamente esercitata, ma semmai
riverberata in uno spleen il più delle volte solitario, una
cogitazione riguardo all'essere lì e in quel momento,
dove però "giustamente è tardi", "tutto è appena", essendo "fuori tempo
massimo". Si ha in effetti, leggendo questo libro, l'impressione di una
ricerca di collocazione nel reale, in cui però il caso, e non la volontà,
abbia una parte preponderante (anche nella fornitura di "occasioni"), e
dove la scrittura cerchi di mettere ordine, cedendo però talvolta alla
tentazione di mimare il disordine stesso del caso. Se si ottiene così un
effetto di scoppio ritardato, Davide ha però ben presente la necessità di
cogliere, in questi nodi, quanto vi è di poetico o di registrare quelle
piccole manifestazioni epifaniche che nel quotidiano (il tempo è quasi
sempre, anche qui, uno scorrevole presente) si incistano. Il problema (e la
necessità) della poesia di questa ispirazione, o con questa linea, sta nel
dilemma tra trovare e cercare il poetico, con una ricerca
che - rispondendo ad un bisogno di deformazione del tangibile "ordinario" -
è affidabile solo al linguaggio, alla sua capacità di trasformare
l'impoetico in poetico (ovvero, secondo un pensiero leopardiano,
nell'illusione che allontana la visione del nulla). Dico questo perché non
sempre è possibile trovare, nel qui e ora - e scriverne -,
un'illuminazione, un simbolo, una parafrasi dell'esistenza, senza, diciamo
così, lasciar fare un po' anche all'immaginazione, andare a vedere cosa c'è
davvero dietro e sotto, o inventarlo. Castiglione ha un
certo talento, per quanto discontinuo, nel fare questo, nel tentativo cioè
di dare una lettura sovrareale alle cose, e mi ricordo di aver parlato, a
proposito del suo libro precedente, di "corti circuiti poetici addirittura
eccellenti", forse in quest'ultimo lavoro un po' più dispersi. E' una
poetica dell'esistente, e quindi di un habitat, da abitare e forse
adattare alla propria sensibilità, nel quale le memorie non si sono ancora
sedimentate, è tutto ancora in divenire, da farsi, un divenire tuttavia in
cui il tempo ci sorpassa, come dicevamo prima, e questo farsi non sembra
implicare una speranza, un investimento nel futuro. E' tutto molto attuale,
da questo punto di vista, e tutto molto individuale, voglio dire
dietro c'è una generazione e insieme non c'è, c'è qualcosa di
critico e non c'è, c'è insomma una solitudine. Da un altro punto
di vista, divergente, in Per ogni frazione mi pareva ci fosse una
diversa aderenza alla realtà così com'è, o più flânerie, proprio
nel senso baudelairiano del termine, uno sguardo su una realtà che però era
forse possibile mutare simbolicamente. Ora la proiezione del tempo in
Davide è decisamente cambiata, mi pare più frantumata e disillusa, per
quanto anche allora lo fosse, vi fosse una questione in sospeso, un punto
interrogativo sotto traccia riguardo alla leggibilità degli accadimenti. In
alcuni testi questa sospensione ripiega in una oscurità del dettato non
sempre traducibile, che a volte prende le mosse da un oggetto, evento,
fatto sfumato o criptico, come una conoscenza esoterica che compete a
pochi. E' vero che a questo concorre una padronanza della lingua notevole,
a volte funambolica, con costruzioni a volte precipitanti, paraipotattiche
e seriali subordinate nelle quali il dubbio, l'interrogazione, la domanda
inevasa nuotano a proprio agio, sfociando non di rado in qualche postura
filosofica. E' pure vero che in questa scrittura capita anche di incontrare
qualche ingenuità, qualche forzatura, qualche jeu de mots palese
che non ti aspetteresti: "a brutta posta", "lo propelle una passione
gelida", "fatto sta che / ma il fatto non sta", "iniziare e frinire",
"commutano: nel senso del fare / avanti e indietro", "confessa chi fa gli
orrori di casa", "l'opera di sapone, soap, / sob", "gli animaletti sbadati
eternati nel bitume". Ma anche questo credo che rientri in una ricerca e ne
sia un po' lo scotto da pagare, Davide è un critico troppo raffinato (altra sua
attività che apprezzo molto) per non saperlo e prendersi qualche rischio.
Assumiamolo semmai come specimen di una qualche pressione sul piatto significante della bilancia espressiva. Sbilanciamento che
tuttavia (generalmente parlando, non solo nel caso di Davide) può
contribuire egregiamente a quella "obliquità" o significanza (superiore
alla informatività del significato) della poesia a cui allude M. Riffaterre
("la poesia esprime i concetti e le cose tramite obliquità. In parole
povere, una poesia dice una cosa e ne significa un’altra"). E' solo un
problema, direbbe un pianista, di pedale.
Di che parla la poesia di Castiglione? Be', in parte l'ho accennato, parla
di star solo sul cuor della terra, ma senza una singolarità che rischi di
farsi massa critica, che sia prodromo di tempi diversi, parla di un "io
immerso nel divano", che "non [sa] scegliere né rinunciare". Il giorno, il
presente di cui ho parlato altre volte, non può che avere la sua
ripetizione come condanna. C'è anche una privatezza, che qui ad esempio
trova la sua espressione nella sezione, appunto, "Privati", che peraltro è
a mio avviso la migliore, forse perché mi pare essere quella in cui di più
Davide parla di sé, più direttamente lega l'esperienza al suo sentire anche
lirico, senza troppe intermediazioni, dove anche il paesaggio urbano,
postindustriale, appare dotato di una sua umanità, per quanto residuale,
perfino di una certa affettività. Ma lo sguardo sulle cose, anche sui
rapporti sociali, sembra non solo disilluso ma volutamente privo di
emotività, come se si fosse ulteriormente allontanato quell'io
"immediatamente al di fuori del cerchio degli accadimenti, a volte un
interessato osservatore esterno, a volte uno che attraversa come un
passante l'area poetica per poi lasciarsela accaduta alle spalle" di cui
parlavo a proposito del libro precedente.
Il versante opposto è in qualche caso anche acribico, uno sguardo gettato
su una realtà microscopica, pixellizzata (e quindi scontornata), dalle
stelle agli acari, quasi che il calarsi nella realtà fosse un
attraversamento di strati e livelli, come in certi film dove il satellite
zoomando si cala nel poro della pelle del protagonista. La realtà cambia se
la si guarda da molto vicino? (ma qui bisognerebbe per l'ennesima volta riaprire
il discorso sul divario tra realtà e reale). Temo di no, temo che sia
troppo complessa per poterla sistematizzare in questo modo. Rimane certo il
grido solitario e cocciuto di fronte al vuoto, non potendo comprendere ciò
di cui si fa parte come minuscolo frammento, come la scheggia di uno
specchio immenso, against the fog but part of it, come recita un
esergo di Sean O'Brien. E non posso fare a meno di trovare, oltre agli
esiti letterari, qualcosa di eroico in questa battaglia perdente, che non è solo di Davide e di altri della sua generazione, ma nella
quale Davide è un buon soldato, con le sue armi, con le sue paure, le sue perlustrazioni in terre di nessuno, le
sue ritirate. (g. cerrai)
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Martedì, 1 marzo 2016
Roberto Minardi - La città che c'entra - Zona Editrice, 2015
Se ci si ferma a riflettere su quanta parte del nostro tempo dedichiamo
(o perdiamo) - negli interstizi dell'azione di vivere, parlo di vivere
attivamente la realtà a cui in qualche modo concorriamo - per osservare o
semplicemente registrare attraverso i nostri sensi il circostante, ci
accorgiamo che in maniera anche inopinata esso diventa parte della
nostra identità: o perché ne siamo invasi e lo subiamo, o perché
cerchiamo di interpretarlo, magari nel tentativo di trarne qualche
fugace illuminazione, o di renderlo semplicemente sopportabile. In ogni
caso è ciò che chiamiamo il "reale".
Accettazione, osservazione, annotazione e interpretazione, è quel che
prova a fare in questo suo ultimo libro Roberto Minardi, italiano
all'estero (vive da anni a Londra), alle prese per lo più (ma non solo)
con una realtà urbana, con una umanità incontrata in modo del tutto
casuale nelle strade, nelle piazze e, naturalmente, sui mezzi di
trasporto. Qualcosa di non dissimile, come materia poetica, da quello
che accade per esempio a chi vive a Milano, un impoetico abbastanza
universale (un non luogo, potremmo dire) che molta poesia contemporanea
si è incaricata di mettere in poesia soprattutto nell'areale "settentrionale", ma non solo lì (v. ad es. Napoli QUI).
Fin dal titolo, quindi, è la città che fa da ambiente centrale, anche
quando di essa e della sua fauna espressamente non si parla, la città
contenitore più che organismo sociale, la città palcoscenico di un
teatro del fortuito o manifestazione di una realtà che si tende a
considerare per accertata, quando invece, magari, nasconde qualcosa
d'altro, qualcosa che vorrebbe suggerire a chi come l'autore "giudica"
(ma in questa parola che Minardi usa non c'è nessuna condanna
implicita). E' forse in questo senso che la città, soprattutto nella
prima sezione "Nel pubblico trasporto", c'entra, è per così
dire parte in causa. Vale la pena di notare, incidentalmente, che il
titolo di questa sezione, con la sua anastrofe, l'inversione dell'ordine
consueto, potrebbe avere un qualche significato, un "trasporto" che
riguarda - anche - qualcosa di affettivo, di empatico, molto più di
quanto riguardi un fatto meramente meccanico. La città c'entra e entra
nel poeta attraverso uno sguardo aperto, non selettivo, in un certo
senso impolitico, cioè scevro da evidenti connotazioni critiche e forse
perfino da sottolineature di un disagio del vivere a cui invece molta
poesia (urbana, postmoderna, o tardonovecentesca, chiamatela come
volete) a torto o a ragione ci ha abituati. In un certo senso per il
poeta non è nemmeno una questione di essere individuo tra gli
individui, individuo/emblema, una voce in nome e per conto, non ha
questa pretesa né arroganza. Giudica ma non critica, poiché - come
scrive D. Castiglione in una sua nota, v. QUI
- ha "un senso del limite che si ferma al di qua del tragico".
Soprattutto in questa sezione di cui stiamo parlando, il suo è un
atteggiamento di moderno flaneur, di fronte (con altri mezzi) ad un mondo più complesso e quindi più illeggibile di quello della Parigi baudelairiana (e certo con molto meno spleen),
ma anche di quello di Pavese o di Frost. Ma sta di fatto che l'occhio è
quello, uno sguardo un po' avido, teso a cogliere un "inutile
dettaglio" (che poi alla fine forse inutile non è), un occhio dietro il
quale c'è un io non tanto defilato quanto mimetico, sia perché
perfettamente consono all'ambiente, sia perché sintonico (termine non
casuale) con i fatti, la gente, i luoghi (e l'autore dice di voler
"mostrare di essere quasi uno qualsiasi", e tralascio di sottolineare
quel "quasi"). Certo che la capacità di cogliere ha un limite
nell'esorbitanza della realtà stessa, che tende a tracimare nell'occhio.
Ecco perciò che nella scrittura essa si sostanzia quasi sempre in un
flusso, in una risacca di onde oggettuali, a volte incerte o
contraddittorie ("come un contrasto che / la dice lunga o forse / non
dice niente"), un flusso anche sintattico, ipotattico per la precisione,
che trova la sua conclusione spesso solo nel punto finale, un flusso
però nel quale le parole sguazzano bene, come pesci a loro agio,
emergono metri classici, allitterazioni, assonanze, echi, una musichetta
interna sic et naturaliter, ed anche qualche ingenuità ("Apro
la porta e in cima alle scale, / perché in effetti ci sono le scale...",
"dalla distanza, allora, si cerca di capire / se è tè o se è caffè.
Per cui ci vuole naso / per catturare questo inutile dettaglio", "Sul
marciapiede, / il luccichio di una buccia d'arancia / offre secondi di
incanto"), o forse ingenuità non è, ma un "delizioso pleonasmo", come
afferma Castiglione. Va da sé che nel flusso c'è un rischio implicito,
cioè quello di trovare o no una misura, come avviene a mio avviso in
alcuni testi dell'ultima sezione, "Prima di diventare padre", anch'essi
gestiti come un (per me troppo) lungo respiro, nei quali osservazioni
oggettuali anche minime e pensieri, gesti del quotidiano e asserzioni,
sembrano affastellarsi. C'è da dire però che certe scelte formali vanno
considerate anche da un punto di vista concettuale, cioè come ipostasi
della complessità, accertamento dell'impossibilità di com-prendere il
tutto, come epifenomeni di una realtà in sostanza disaggregata, e in
questo senso ha ragione Castiglione quando parla di "unico blocco
tipografico, quasi a marcare l'unitarietà del momento" (corsivo
mio - e blocco, aggiungo, è anche blocco difensivo proprio contro
questa complessità disaggregata). E in effetti di momenti si tratta in
questa poesia, di piccoli accadimenti, di oggetti, persone sconosciute e
persone amate, animali, eventi naturali visti nella loro infinitesima
manifestazione, raccolti in una narrazione descrittiva non epifanica,
perché non c'è nessuna rivelazione, perché "è l'eleganza della luce che
conta, lo stupore..." e "del tutto vano è anche sperare di abbracciare /
la somma delle scene che fuggono, respirano, / mentre tentiamo di non
perder l’equilibrio / e ci afferriamo a un palo". Un momento però per
così dire policentrico, in cui gli scarti, le variazioni di direzione
del discorso hanno una grande importanza e certo danno ai testi una loro
capacità di fascinazione impressionistica.
Resta per me importante, in una poesia del contemporaneo, che il poeta
agisca su questo o su un altro tipo di realtà, la torca, la popoli delle
sue idee e della sua visione, la intrida della sua presenza. Se il
luogo in questa poesia ha un'importanza relativa nello sguardo diretto
verso l'esterno, tanto che Londra o Berlino è lo stesso, ciò significa
che certo l'io ha poi la necessità di difendersi, di prendere le
distanze da una patente equazione non luogo/non identità che lo riguarda
non solo come individuo sociale ma anche come poeta. Questo è possibile
solo mettendo in campo, magari anche in forma traslata o metaforica,
il soggetto, il sé, il coinvolgimento affettivo e sentimentale, la
riflessione del proprio io cosciente e sul proprio essere in questo
tempo, qualcosa che non sia solo di "simpatia" con chi, uomo comune tra i
comuni, si incontra nella città, ambiente infine abitabile perché fatto
di uguali o peggio di omologati. E' da questo punto di vista, ad
esempio, che trovo interessanti i testi in cui l'autore mette con
delicatezza in scena la sua vita privata, domestica e affettiva,
anch'essa tratteggiata a partire da elementi minimali ma icastici,
rappresentativi, e spesso con un significativo passaggio dal "fuori" al
"dentro", all'interno (notevole, in questo senso, "Prima di diventare padre", v. sotto). Offrendo così al lettore - immaginandolo come il compagno di
viaggio sul sedile accanto - qualcosa di sè, qualcosa in aggiunta a uno
sguardo, pur meditato e attento, gettato sul caso in una metro in corsa, riguardo alla relazione più profonda tra gli uomini e l'ambiente in cui, anche poeticamente, vivono. (g. cerrai)
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Lunedì, 4 luglio 2011
Libro interessante e maturo, questo di Davide Castiglione (Per ogni frazione,
Campanotto 2010). Partendo da alcuni punti fermi dichiarati (parentele,
ascendenze, debiti letterari sono Sereni in primis, e Ungaretti e De
Angelis e in qualche modo il mio adorato Stevens) Castiglione costruisce
una buona raccolta, in cui per una volta essere giovani e al primo
libro non è una colpa e men che mai un merito. La tradizione è
compulsata e archiviata, senza necessità né di rivoluzioni né di
restaurazioni, ma semmai con un bisogno evidente di affilare un proprio
strumento a partire da essa, facendo nel contempo vedere di essere un
ragazzo che ha studiato. E perciò giustamente Luca Stefanelli, nella
postfazione, dice che "non si ha mai, nella raccolta, l'impressione di
respirare un'aria postuma, di epigonismo". Siamo ancora, comunque, nel
lungo '900, il secolo che non finisce mai. E siamo ancora al centro di
una poetica anch'essa di lungo corso, quella in cui l'individuo accerta
la crisi, osserva la realtà (o le sue frazioni), la verbalizza e non si
àncora ad essa, perchè scorre troppo alla svelta per poterla afferrare a
pieno e caricarla affettivamente (e nemmeno ce ne possiamo distaccare,
una croce). Vorrei evitare di tirare fuori ancora il surmoderno
(Stefanelli accenna a Marc Augé e ai non luoghi, mica a sproposito), ma
la temperie è quella, e sta di fatto che l'espressione artistica,
paradossale ma vero, non scorre altrettanto velocemente, e questo è
tanto più vero per la scrittura creativa. C'è, nelle arti, una specie di
affanno, una rincorsa dei tempi. Non resta quindi che dire bene le cose con i mezzi che abbiamo, in attesa di inventarne di nuovi, o dirle meglio di altri.
Sul piano dell'espressione, in effetti Castiglione
se la cava egregiamente. Ha un solido bagaglio di artifizi, un buon
senso del ritmo e, cosa importantissima, senso del limite di leggibilità,
e anche una certa (per così dire) sensibilità spaziale dei pieni e dei
vuoti sulla pagina scritta. Non gli mancano le parole per dire, il
ventaglio lessicale è articolato e ricco, alcune invenzioni metaforiche o
corti circuiti poetici addirittura eccellenti. Interessante è il
linguaggio senza particolari torsioni, ma semmai sottrattivo, in modo da
lasciare astutamente al lettore dei "fill in the blanks" semantici. Una
modalità non nuovissima (anche qui siamo nel solco) ma comunque
efficace, perchè allarga quella indeterminatezza di cui la poesia si
nutre (anche), a beneficio di una lettura "aperta", attiva. A volte il
linguaggio si strama ulteriormente di proposito, serve da setaccio
rovesciato che filtra le emozioni, le pulsioni, le delusioni cioè i
valori primari e sentimentali, e lascia passare le scorie dell'esistere,
la constatazione di certe inutilità, declinando una sorta di raffinato
understatement emotivo di discreto effetto. Con esso Castiglione cuce le
sue frazioni, siano esse brani di vissuto, bozzetti dal vero,
dichiarazioni di fallimenti, visioni del vento, ma sempre brani di
realtà (non c'è sogno, nè simboli), senza però minimalismi (se non altro
per la densità della parola a cui accennavo) e con una interessante
collocazione dell'autore rispetto al descritto, come se fosse un "io"
immediatamente al di fuori del cerchio degli accadimenti, a volte un
interessato osservatore esterno, a volte uno che attraversa come un
passante l'area poetica per poi lasciarsela accaduta alle spalle. Se la
narrazione è per forza di cose (per l'età, il vissuto dell'autore)
episodica, frammentaria, la compattezza complessiva del libro non ne
risente affatto, perchè appunto il giusto strumento stilistico c'è e il
livello estetico è quasi sempre costante. Se è vero, come mi pare di
aver letto da qualche parte, che il libro è frutto di un lavoro di
qualche anno, sarebbe interessante osservare Davide alle prese con
qualcosa di più "progettato". Staremo a vedere. Intanto leggiamo qualcuna delle sue poesie.
Continua a leggere "Davide Castiglione - Per ogni frazione"
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