Daniele Santoro ha pubblicato sul n. 55 della rivista "I fiori del male" (Maggio - Agosto 2013) una sua lettura della mia piccola raccolta "Camera di condizionamento operante", edito da L'Arca Felice nel 2009. Una recensione precisa e acuta, in cui Daniele, che ringrazio sentitamente, ha colto molti punti essenziali. Ricordo agli amici che seguono Imperfetta Ellisse che è possibile scaricare una copia digitale (in formato epub o pdf) dall'area download (v. barra laterale destra). Non so se l'editore dispone ancora di qualche copia cartacea.
Daniele Santoro - Sulla strada per Leobschütz - La vita felice 2012
Frammenti di Shoah che Daniele Santoro mette in versi,
a partire da fatti, ricordi, documenti, come si evince da note e
bibliografia. L'idea di fondo del libro è dunque questa, un libro di
programma quindi, senza voler togliere nulla alla forte spinta etica di
Daniele o forse alla necessità di ricostituire una memoria o una
identità.
L'affermazione di Adorno, secondo cui "scrivere
una poesia dopo Auschwitz è barbaro e ciò avvelena anche la stessa
consapevolezza del perché è divenuto impossibile scrivere oggi poesie"
è arcinota. Sappiamo peraltro che in seguito Adorno ci ripensò su,
precisando che semmai era meglio affermare che "non ci si può più
immaginare un’arte serena" e non credo che a tutti sia perfettamente
chiaro il suo pieno significato. Sappiamo che più volte detta
affermazione è stata comunque confutata dalla letteratura stessa.
Sappiamo anche che la sopraffazione del dolore, il tentativo di dire
l'indicibile, narrare l'inimmaginabile si è tradotta in difficoltà del
dire (e forse di gettare uno sguardo nell'abisso), in un linguaggio
spezzato e oscuro come quello che Primo Levi (pur amandolo)
"rimproverava" a Paul Celan, quando diceva di "pensare all'oscurità della [sua] poetica come ad un pre-uccidersi, a un non- voler- essere, ad una fuga dal mondo", o ancora a "un riflesso dell'oscurità del destino suo e della sua generazione".
Dunque, si può parlare ancora di quella immane tragedia? Santoro,
classe 1972, ha affrontato la questione. Si chiede il prefatore,
Giuseppe Conte: ci si può documentare per scrivere versi? Lui si
risponde di sì (e parla di sfida). Io invece non lo so, o almeno credo
che non basti, altrimenti potremmo aspettarci da uno dei tanti liceali
che ogni anno salgono sui treni della Memoria che li portano a visitare
Auschwitz o Mauthausen, a parte una auspicabile nuova consapevolezza,
qualcosa di più di un buon tema. Ovvero, c'è un nesso tra esperienza
cognitiva e fatto artistico? Il filtro può essere meramente culturale?
Fino a che punto la cognizione del dolore può essere mutuata prima di
poterne trarre a buon titolo un oggetto poetico? Credo che il punto sia
questo, o almeno uno dei punti. Cioè l'empatia dell'autore, il fare sua
la tragedia, anzi di più, cercare di capire (e far capire al lettore)
le ragioni di una personale scelta, da quale profondità essa provenga.
Per capire cosa intendo forse potremmo rileggere cosa scrissi brevemente
a proposito di "Lettera da Praga" di Francesco Marotta (v. QUI)
E' proprio questa "lontananza", se così si può dire, che permette a
Santoro di affrontare la Storia in maniera postmoderna: il linguaggio
viene chiarificato, reso colloquiale, a tratti "modernizzato", l'indicibile viene "detto" (e gli eventi ricomposti)
per frammenti, come una registrazione, l'autore rinuncia a una epica
del dolore, tiene a bada - credo volutamente - sia l'elegia sia
l'emotività lirica (tranne che in alcuni testi che preferisco, oltre alla secca ma dantesca La distribuzione del pane) ovvero
quei tratti che più consentono quella carica affettiva e empatica a cui
alludevo, quegli elementi di trasfigurazione del dato di realtà che
coinvolgono e contaminano sia autore che lettore, ne mettono in moto la
capacità di percepire quello che non sanno, nemmeno se lo hanno
studiato. Eppure è proprio questa "freddezza" che alla fine di questo
libro che si legge velocemente potrà lasciare il gelo evocativo di una
tragedia su cui non sarà mai possibile dire l'ultima parola, scrivere
l'ultima poesia.
Ho letto le prime cose di Daniele Santoro ("La vellutata luce") su "La dimora del tempo sospeso" di Francesco Marotta (v. qui). Avevo lasciato un piccolo commento. Da quello riparto per alcune brevi considerazioni su questi "Dolori". Là dicevo, con la necessaria sintesi imposta dal mezzo blog, di una visione perseguita con una certa determinazione e coscienza, anche tecnica, di qualcosa che trascende la realtà, con mezzi stilistici che Marotta aveva definito "gli specchi della tradizione", cioè sostanzialmente una prosodia con forti richiami al canone italiano, usati però insieme con consapevolezza e senza soggezione. In questi testi la visione, direi filosofica, resta, ma è orientata verso un orizzonte più terreno (gli dèi sono morti, il dolore è tutto umano, come tutta umana è la violenza verso altri uomini, gli animali, la natura, la parola stessa) in cui la morte è sempre presente, come esito e come condizione ineludibile e la violenza a tratti si scopre di una banalità harendtiana (v. la chiusa de "L'ufficiale di Hiroshima"). Il variare della prospettiva conduce al variare dello stile (che là preferivo), molti meno specchi della tradizione (ma ci sono), più linguaggio narrativo a volte dolente a volte tragicamente ironico, il senso generale di una cronaca (nel senso più antico e meno effimero del termine, e Appiano anche qui non è un caso) con echi da Spoon River ma anche (e alludo alla bella "L'esecuzione", per molti versi sorprendente) del Michel Foucault di "Sorvegliare e punire", se mi si passa questo accostamento un pò funambolico tra il porco e il povero François Damiens. Insomma la Storia, piccola o grande che sia, vera o verosimile, come campo poetico di riflessione sul dolore.