Martedì, 26 giugno 2018
Zhang Dalì, Meta-morphosis
(a Palazzo Fava a Bologna)
E’ una storia di metamorfosi, di transizioni e ri-creazioni quella che
l’artista cinese contemporaneo Zhang Dalì racconta nella mostra attualmente
in corso a Bologna a Palazzo Fava, una storia in cui il senso di
cambiamento è pervasivo e a diversi livelli: politico ed economico nella
Cina globalizzata d’oggi, urbanistico nelle demolizioni e rifacimenti
massici della capitale, poetico nella capacità dell’artista di dare voce e
corpo alla transizione del paese verso una nuova forma di capitalismo
globale con tutti i traumi e contraddizioni che in esso si riflettono. Il
“realismo estremo” di Dalì esprime per l’artista la necessità di guardare
alla realtà d’oggi del suo popolo, del suo paese, e riflettere, esaminare,
dare voce a una coscienza critica, nella frattura anche tra realtà e
individuo perché, come egli afferma: “l’arte ha il dovere di esprimere il
proprio scetticismo verso la brutalità che esiste nel mondo reale”.
“Penso che l’artista contemporaneo senza una presa di posizione netta
non possa creare nessuna grande opera. Deve prendere una posizione che
gli permetta di distinguere tra bene e male e dare un giudizio di
valore. La creazione artistica incarna un’ideologia così come
un’umanità. Se non c’è compassione, amore ma solo l’idea di arte come
giullare di corte allora l’artista sarà uno snob e uno speculatore”[1]
.
L’arte contemporanea in Cina dal suo punto di vista può solo essere un’arte
di ribellione, perché senza tale presa di posizione sarà l’interesse a
condurre il gioco o la pura logica del profitto. L’artista, secondo Dalì, è
colui che riesce a dare una voce, una coscienza critica e espressiva a
quello che sente manifestarsi intorno a sè nel mondo nella società, nella
vita che lo circonda e al quale i molti non possono dare voce. Di qui, la
necessità di comunicare, condividere con la maggior parte o dare visibilità
al massimo grado attraverso la fotografia, l’installazione o i graffiti in
modo da rendere palese una verità o una visione che viene dal profondo
senza incorrere in una mistificazione del reale che conduce a in un’arte
elitaria, complessa o distaccata dalle persone.
“AK-47”, auto-ritratto
Il mio volto è questo ritratto espanso e reso attraverso una miriade di
punti, unità luminose, pixel quasi dell’immagine elettronica nella
litografia stampata. Ricoperto dal marchio indelebile di un nome, logo di
un’arma da fuoco e cancellato dalla medesima come dall’ evidenza esposta di
una violenza innegabile per quanto celata, dissimulata in maniera sottile o
resa invisibile nella società d’oggi. Tuttavia, anche, è uno sguardo che
penetra e attraversa la fitta maglia di questa rete densa e occlusiva per
vedere attraverso e giungere, incisivo come un obiettivo al punto focale
dell’immagine, tale lo sguardo dell’artista sul reale.
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Venerdì, 18 maggio 2018
“Revolutija
”, artisti russi tra avanguardia e rivoluzione (al Mambo di bologna)
“Revolutija” dal titolo della mostra al Mambo di Bologna, è lo spirito
rivoluzionario che travolge e scuote nell’anno tumultuoso del 1917 una
Russia millenaria e zarista nello sguardo di artisti d’eccezione come
Kandinsky, Malevich, Chagall, Tatlin, Replin ecc. E’ ancora il fervore
culturale, lo spirito della modernità, l’anima dell’avanguardia nei suoi
diversi movimenti che tra il 1910 e il 1920 rinnovano profondamente il
volto dell’arte attraverso un’ondata di creatività che come una ventata
violenta e travolgente precorre il rovesciamento politico del paese, lo
esalta e lo condivide. Da un punto di vista artistico assistiamo al
concepimento di “forme creative che maturano attraverso i decenni” e si
inseriscono pur nella loro diversità in quel progetto di rinnovamento
estetico radicale delle avanguardie europee. Politicamente, la rivoluzione
è il centro nodale e l’apice di un pensiero nuovo, marxista e leninista di
ispirazione che sfocerà nel rovesciamento dell’ordine stabilito, la fine di
un mondo e l’inizio, brutale, incerto e imprevedibile di un altro per
giungere più tardi alla sua involuzione totalitarista negli anni ‘30.
Nell’immagine d’apertura “Che vastità” (1905) di Il’ja Repin in maniera
quasi surreale due giovani appaiono sospesi in un turbinio d’onde in mezzo
all’oceano; si lasciano trasportare, il cappello di lei svolazzante
trattenuto a da una mano contro le ondate tempestose e il vorticare
dell’aria marina, lui euforico con le braccia aperte e il torace portato
verso l’avanti come per accogliere o sfidare le forze incontenibili dei
mari e dei venti. Inebriati, quasi sospesi contro il vasto scrosciare delle
onde nel moto tumultuoso dell’oceano appaiono scivolare sulle acque
visibilmente rapiti dall’entusiasmo per la ventata di nuova libertà.
L’uragano spontaneo e travolgente come estasi ai sensi preannuncia un tempo
nuovo, una scintilla accesa nell’oscurità, l’idea di un movimento
sotterraneo se non emerso ancora , che come questi fiotti si approssima
impossibile ad arrestare.
Repin, “17 ottobre 1905”
Volti vividi, realismo e passione, Repin coglie in questo grande affresco
della classe liberare “il carnevale della rivoluzione russa pieno di
follia, colori e beatitudine” mentre si festeggia l’alba di un nuovo
secolo, agli albori di un moto del 1905 che sfocerà dodici anni più tardi
nella rivoluzione d’ottobre. Una folla di volti di diverse età e
provenienze, entusiasti e liberali, nobili o borghesi, studenti, operai e
ufficiali cantano versi rivoluzionari in primo piano nell’affresco di una
società in ebollizione che incarna euforicamente lo spirito del nuovo,
irriverente e vitale alle porte. I volti nitidi ed esuberanti appaiono
rapiti un una sorta di estasi collettiva di cui il fervore politico permea
l’ area e aleggia tra le linee, dietro gli sguardi, ovunque tacito
attraverso la scena.
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Martedì, 27 febbraio 2018
Il “muro” è immagine, traccia dai molteplici sensi e sovra-sensi oppure
architettura data storicamente nello spazio, e ancora metafora
letteraria in testi, canzoni o opere d’arte nella mostra attualmente in
corso a Palazzo Belloni, “The Wall”. Un itinerario per farci riflettere,
una mappa concettuale che dirama come un labirinto e sfalda in molteplici
sfaccettature di pensiero da una sala all’altra, e ancora un viaggio
attraverso il video, le installazioni, i quadri e testi letterari. Perché
in fondo là è la dicotomia del suo essere, su due piani, a due facce, come
ciò che difende ma anche che separa e preclude l’accesso, o ancora la
barriera che qualora blocca lascia intravvedere una possibilità
nell’altrove, e nascondendo rivela se le sue pareti si trasformano in
superfici espressive, iscrizioni d’arte o architetture che dimorano e danno
vita allo spazio.
“Parole sui muri” (installazione gruppo Loup)
Parole come pietre, dense e stratificate si aprono dal loro guscio di
silenzio e incomprensibilità in diverse lingue nella prima sala come
citazioni letterarie da fonti tanto lontane nel tempo quanto ravvicinate
per la loro simbolica evocazione: le pietre sacre in cui fu eretto il
tempio di Gerusalemme nell’Antico Testamento, le mura di Uruk sulle quali
Gilgamesh incise le sue fatiche e riportò le storie del passato narrando
ciò che era segreto, Italo Calvino dalle “rosse mura di Parigi”, infine
E.Dickinson in avanzare è la condizione stessa dell’esistenza e le pietre
tombali solo un ristoro all'eterno fluire del tempo che le rende odiose
all’anima . Parole sacre o di poesia proliferano in caratteri verdi e ocra
fiammanti attraverso i filtri di plastica rossa, ora blu sul piastrellato
bianco e luccicante del fondo.
Se i muri sono da sempre mezzo o tramite attraverso cui i messaggi si
depositano, le parole si scrivono o si proclamano magari abusivamente o
nell’impeto di un momento, essi, da un altro punto di vista, appaiono come
ciò che separa, ostacola e preclude un reale scambio. Ci fanno pensare ai
muri di parole che non arrivano a destinazione, barriere di
incomunicabilità nella profusione dei messaggi inviati o ricevuti, ancora
ai muri virtuali su cui si scrive senza avere nulla da dirsi, infine al
silenzio di fondo che mormora nella sovra-produzione di messaggi, notizie,
cronache o delle parole urlate dai media al quotidiano.
Continua a leggere "The Wall, intorno e attraverso i muri, nota di Elisa Castagnoli"
Giovedì, 6 luglio 2017
Immagini e parole da Joan Miró (partendo da "Sogno e colore" a Bologna
P. Albergati)
“Sogno e colore” a Bologna espone le opere degli ultimi trent’anni
dell’artista catalano Joan Miró, protagonista incondizionato del
surrealismo e del rinnovamento pittorico nel ventesimo secolo con grandi
tele della maturità intimamente legate all’isola di Maiorca dove decide di
stabilire il suo atelier permanente a partire dal 1956. Centrale resta qui
l’ispirazione desunta dalle forme organiche e dal mondo della natura
attraverso gli splendidi paesaggi di Maiorca in una luminosità vivida,
sublimata e riflessa tuttavia, filtrata unicamente in pure intensità di
luce e colore. A partire dagli anni ’60 si assiste infatti a una svolta
pittorica e, insieme, a una metamorfosi plastica della sua opera: Miró
intensifica sempre più il grado di espressività sulle grandi tele e
semplifica progressivamente le linee e i tratti riducendo i motivi
iconografici mentre attinge sempre più a una multipla ricchezza di
linguaggi e tecniche pittoriche tra disegno, collage, scultura ceramica e
l’aggiunta di ogni tipo di materiale: gli “objects-trouvés” più diversi che
riconnettono la pittura alla "non-arte" del quotidiano. All’ insegna della
più totale libertà espressiva, e nella piena autonomia plastica dei segni
un immenso universo poetico si rivela tela dopo tela, fondato su un
linguaggio materico e insieme su un alfabeto di linee essenziali, dai
tratti semplificati e i temi ispirati alla natura. Le immagini oltre
all’apparenza astratta rinviano , tuttavia, sempre più a un sostrato
materico originario, come bagnassero in una sorta di ordito visivo e
magnetico le cui radici affondano nell’ inconscio, nel sogno o nella
visione intuitiva della natura. Tale, la trasmutazione lirica della realtà
per i paesaggi di Maiorca. Le tele di Miró parlano ai sensi e all’
immaginazione evocando libere associazioni di pensiero ma, anche per chi
guarda, la tessitura di un vero e proprio campo visivo; la pittura diviene
soprattutto negli ultimi decenni una forma di scrittura universale,
onnipresente che riassorbe tutto e ogni cosa e la trasforma, la metaforizza
in un alfabeto di segni ora lievi, delicati o minutamente tracciati come
fossero linee di china, ora densi, corposi e materici dati per getti o
pennellate di colore. Le forme naturali appaiono sempre più immerse in un
movimento intrinseco come in una danza di corpi che si muovono in un campo
ritmico e sonoro propri.
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Martedì, 17 gennaio 2017
Frida Kahlo: un universo poetico attraverso l’auto-ritratto ( a Palazzo
Albergati, a Bologna
)
“
Il mio lavoro nel corso di dieci anni è consistito nell’eliminare tutto
quanto non provenisse dalle pulsioni liriche interne che mi spingevano
a dipingere. I miei temi sono stati sempre le mie sensazioni, i miei
stati d’animo e le profonde dinamiche che la vita andava producendo in
me.. rappresentazioni di me stessa che erano quanto di più sincero e
vero potessi fare per esprimere quel che sentivo di me e d’avanti a me
.” (F.Kahlo, lettera a Chavez. 1939)
Basta guardare i ritratti dipinti a partire da un medesimo modello, quello
di Natascha Gelman, collezionista privata della pittura muralista messicana
e prima acquirente insieme al marito delle opere di Frida Kahlo e Diego
Rivera - la collezione privata attualmente esposta a Palazzo Albergati di
Bologna - per rendersi conto dell’abisso stilistico che separa e tiene
insieme i due artisti, allo stesso modo del legame esistenziale e creativo,
spezzato e mai interrotto, al centro della mostra bolognese nella presente
scelta curatoriale . Il ritratto dipinto da Khalo molto più ridotto nelle
dimensioni si vuole intimista e attento al dettaglio, focalizzato in primo
piano sul viso della donna per escludere tutto il resto della figura:
analitico, introspettivo tanto da rappresentare quasi un alter ego della
pittrice assumendone l’intensità e la pregnanza del volto, i tratti
marcati, la medesima fierezza e dignità dello sguardo. La versione dipinta
da Rivera, al contrario, nelle dimensioni molto più imponenti tanto da
occupare un’intera parete, magnifica il modello, la seduzione e la bellezza
del corpo femminile attraverso uno sguardo esterno che rende omaggio alla
donna oggetto di seduzione come presenza iconica, glamour, amplificata
quasi sulla parete in estensione anziché in profondità. Tale la distanza
stilistica che separa la pittura dei due artisti.
Come appare dalla mostra, la pittura della Kahlo è un ritorno ossessivo e
seriale sull’autoritratto nel corso di una vita, ora esorcizzando nella
figurazione di sé momenti o eventi dolorosi, tragici o patologici
dell’esistenza ora, per sublimare una bellezza, un’espressività e uno stile
fuori dall'ordinario. La sua arte si presenta, in ogni caso, come una
pittura dell’interiorità contrassegnata, tuttavia, da una profonda
“americanidad”, quell’appartenenza e impronta all’anima e alla cultura
messicana nelle sue molteplici commistioni indigene, ispaniche e coloniali.
Il lavoro di Frida in stretta sintonia con quello di Rivera si situa
all’interno del movimento di “Rinascita Messicana” tra il 1920 e il 1960,
parte di quel gruppo d’ avanguardisti post-rivoluzionari tra i quali
Rivera, Siqueiros, Orozco ecc.. denominati appunto pittori “muralisti”. Pur
nella sua aperta rivendicazione di un attivismo politico a favore del
rinnovamento del paese e, successivamente di un’ideologia comunista in
Messico, la Kahlo si allontana inesorabilmente dalla concezione di un’arte
pubblica, collettiva e popolare al servizio della rivoluzione che, come
voleva Rivera, svolgesse una funzione politica e sociale di consapevolezza
per tutto il popolo. Perché, la dimensione intorno alla quale si dispiega
tutta l’opera di Frida nel corso di una vita è quella dell’esistenza
stessa, nel suo attaccamento viscerale alla medesima sotto il segno della
sofferenza, dall’infermità fisica e dei ripetuti drammi personali con gli
esiti dolorosi o patologici che ne conseguono. Di qui la pittura è per
Frida dagli esordi carta traslucida e riflettente di adesione e messa a
distanza del sofferente vissuto , mappa figurativa del proprio corpo,
strumento e via privilegiata di “trasmutazione del dolore in bellezza”,
infine un modo per esprimere, dare continuità, o meglio riversare la
densità amorosa e conflittuale della relazione a Rivera in molteplici
figurazione di sé dentro la forma dell’auto-ritratto.
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Giovedì, 3 novembre 2016
Sperimentazioni visive e poetiche: partendo da "Bologna dopo Morandi 1945-2015" (a Palazzo Fava a Bologna)
Dodici stazioni da percorrere come attraverso una serie di tappe o soste obbligate di riflessione e visione nel tragitto stilistico e temporale che segue e
traccia l’evoluzione dell’arte bolognese dal dopoguerra ai giorni nostri nella mostra attualmente in corso a Palazzo Fava, “Bologna dopo Morandi 1945-2015”
curata dal noto critico d’arte Renato Barilli. Una settantina di artisti, l’epicentro di una città o meglio di una zona geografica intorno alla quale
prendono forma differenti esperienze pittoriche e artistiche dal ‘45 al contemporaneo , infine una personalità indiscussa e catalizzatrice, quella di
Giorgio Morandi, dalla quale inevitabilmente dover partire per ridisegnare l’oltre, il post o il dialogo con quel passato. Morandi spartiacque in ogni caso
tra l’arte moderna e contemporanea nel panorama bolognese, limite inglobante da dover oltrepassare o bypassare per andare all’incontro con altre modalità
espressive e personalità artistiche forse meno note, ma anche, punto focale del cammino aperto dall’avanguardia fino ad abbracciare tutte le possibili
evoluzioni e involuzioni del post-moderno per approdare al panorama variegato dell'arte contemporanea.
Cronologicamente si parte dall’influenza post-cubista degli anni ’30, al cui vertice resta la pittura di Sergio Romiti- nature morte dall’eredità
morandiana che sfociano in una forte ispirazione analitica e compositiva- cui fa seguito l’impetuosa ondata, la rivoluzione stilistica attuata
dall’Informale in Italia alla fine degli anni ’50. La voce del critico più noto all’epoca in quest’ambito, Francesco Arcangeli, accompagna la transizione
rilevando criticamente il passaggio dal limite estremo dell’ “ultimo naturalismo” alla nuovo esubero di giovani artisti informali come Ennio Morlotti,
Mattia Moreni, Alberto Burri e Mandelli. L’inevitabile via d’uscita dalla sperimentazione estrema e univoca dell’informale sarà segnata da una nuova
“ricerca della relazione” raccontata da artisti come Concetto Pozzati i cui lavori confluiscono nel clima della pop art e del new-Dada degli anni ’60.
Altre stazioni di rilevo nella mostra sono la Scuola di Palazzo Bentivoglio con i due poli di Arte Povera (Pier Paolo Calzolari) e ribaltamento della
medesima in un clima post-moderno e citazionista con Luigi Ontani. Una sala è ancora dedicata ai fumettisti incentrati attorno alla personalità di Andrea
Pazienza e un’altra sala all’esperienza fotografica sperimentale e solitaria di Nino Migliori. Infine la Nuova Officina Bolognese apre uno spazio di
ricerca nell’ambito della video-arte, dei nuovi media, del digitale e dell’installazione video cui è lasciato il secondo piano della mostra come il punto
più estremo, l’approdo ultimo in cui confluisce il “post-post” della metafisica morandiana.
Continua a leggere "Bologna dopo Morandi - Riflessioni sull'arte di Elisa Castagnoli"
Martedì, 3 marzo 2015

Da "Too early too late", arte contemporanea, Medio-Oriente e modernità (Pinacoteca di Bologna, gennaio-aprile 2015)
“Troppo presto e troppo tardi” già e non ancora, un tempo anacronistico rispetto a quello storico, costantemente fuori dalla temporalità dell’attuale come
il vento d’una rivoluzione mancata o a venire, cominciata troppo presto o che si è tradotta in atto troppo tardi, costantemente traslata su un piano
virtuale, indeterminato, oltre semplicemente come quel tempo dell’a-venire rispetto a ogni presente storico. Così il titolo del film di Jean-Marie Straub e
Danielle Huillet, “Trop tot, trop tard” fa eco all’esposizione alla pinacoteca di Bologna inquadrando nei termini di tale temporalità differita o
metaforica la relazione, per esempio, tra Medio Oriente e modernità in Iran, tra arcaismo e una non riuscita democratizzazione imposta in molti dei paesi
medio-orientali sul modello occidentale, ciò che si è ripercosso a più ampio raggio nel conflitto di civiltà, nella dicotomia aperta e ancora oggi
irrisolta tra islam e occidente dopo la fine del bipolarismo mondiale.
Nel film due temporalità storiche differenti sono messe in parallelo, quella delle lotte contadine nella Francia rivoluzionaria del 1789, poi quella delle
rivolte anticolonialiste egizie nel 1952 sullo sfondo di immagini svuotate, la campagna deserta francese, poi quella egizia scossa invisibilmente dal vento
di eventi accorsi, evocati più che palesemente presentati _ il vento di quei processi rivoluzionari che scuotono alle radici lo stato di cose esistenti_
mentre una voce fuori campo legge la parole di Engels a Karl Kautsky sui lasciti della rivoluzione francese. In tale temporalità dislocata, in tale
orizzonte spazio-temporale aperto sull’area Medio-Orientale si situa lo sguardo scelto dalla mostra, sguardo gettato dall’Occidente europeo al mondo arabo,
caucasico o dell’Asia centrale, dalla Turchia all’Iran dall’Egitto alla Libia, Siria e Palestina partendo da un preciso punto di vista topografico,
l’Italia, nello specifico Bologna al di là d’ogni stereotipo o visione orientalista. La scelta curatoriale di Marco Scotini resta infine quella di mostrare
il lavoro di artisti contemporanei medio - orientali nel loro interfacciarsi allo sguardo d’ artisti e critici occidentali rivolti alla stessa area
geografica: tra i più noti riferimenti il “Taccuino Persiano” di Michel Foucault scritto per il Corriere della Sera durante la rivoluzione iraniana nel
‘79, le fotografie scattate da Gabriele Basilico a Beirut all’indomani della guerra civile negli anni ‘90, i “Sopralluoghi in Palestina” di Pasolini nel
’64, infine il film dei coniugi Straub sulla mancata rivoluzione egizia.
Continua a leggere "Too early too late - Riflessioni sull'arte di Elisa Castagnoli"
Domenica, 6 aprile 2008
L.I.P.S.
Laboratorio Internazionale Poesia Sperimentale
Curatori : Alessandro Ansuini | Matteo Fantuzzi | Luca Paci |
Location: Arteria, Vicolo Broglio 1/e – Bologna
Orario evento: dalle 14pm alle 23pm
Patrocinio: Università di Bologna
Sito Web: http://www.lipsbo.splinder.com/
In collaborazione con: Anarchica | Arteria | Imperfetta Ellisse | Italian Literature | Karpos Factory |
Lauter Niemand | Lobodilattice | Rivista Argo | Università di Bologna | UniversoPoesia |Work Out European Student's Review
Next act : Berlino (ottobre 2008)
Il LIPS (Laboratorio Internazionale di Poesia Sperimentale) nasce dall’esigenza, sempre più urgente nel processo di evoluzione quotidiana subita dai Nuovi Media, di sapere come la Poesia dall’avvento di Internet in avanti venga veicolata e si proponga nel nuovo millennio tra i possibili fruitori. La nascita di Blog poetici, di aggregatori di Blogs, l’approdo dei poeti maggiormente orientati al lavoro sperimentale e di intersezione dei mezzi alla Videopoesia o alla Performance Poetica, unita alle nuove forme di autoproduzione che la tecnologia mette a disposizione e in qualche modo incita a realizzare andando a toccare una necessità che è insita nella sempre più urgente richiesta di superamento del "sistema chiuso" che ha tolto la Poesia dalle piazze per costringerla in poche e fragili mura, ha fatto nascere l’urgenza di creare una piattaforma che funga da laboratorio per lo sviluppo delle nuove linee guida per la diffusione della Poesia in ogni sua forma, e in cui poeti e addetti del settore della progettazione d'eventi dalle diverse nazioni abbiano la possibilità di incontrarsi per scambiarsi idee, informazioni, contatti, e soprattutto testimoniare come venga diffusa la Poesia nel nuovo millennio, in un sistema che finalmente possa dirsi realmente di livello europeo.
Il LIPS si pone l’obiettivo, col patrocinio delle università di Bologna, Londra e Berlino, di creare un evento che preveda allo stesso tempo un'analisi teorica delle questioni centrali per lo sviluppo della Poesia Europea contemporanea tramite Workshop, conferenze e dibattiti e da tenersi nelle Università delle varie città coinvolte, ma che mantenga saldo nel contempo l'aspetto performativo/sperimentale dell'effettuazione poetica tramite concerti, letture, videoproiezioni e ogni altro interscambio artistico possa congiungersi con la Poesia.
Gli eventi, che si terranno tra Londra, Berlino, e Bologna, vogliono fungere da snodo per aumentare esponenzialmente contatti e collaborazioni a livello europeo, mantenendo comunque come oggetto principale dell'attenzione la Poesia, nelle sue continue trasformazioni ed evoluzioni impossibili da non analizzare se non in maniera militante.
Continua a leggere "LIPS Bologna 12 Aprile, programma e info"
Martedì, 8 gennaio 2008
Due o tre notizie, da leggere trasversalmente, sembrano rilanciare in rete una particolare attenzione verso una poesia non solo e non esclusivamente scritta, ma anche giocata sul piano della performance (e quindi con gli strumenti "umani" del corpo e della voce) e della interazione dei mezzi tecnologici (video, audio, multimedialità), entrambi non solo come mezzi di fruibilità immediata, ma anche, in qualche modo, come possibilità editoriali. Sembra insomma che la poesia si appropri di territori che tutto sommato le appartengono, con le integrazioni apportate dal moderno, fin da sempre.
Alessandro Ansuini precisa sul suo blog gli indirizzi dell'incontro di Bologna del 12 aprile: "un Workshop che si terrà al mattino in un’aula dell’università di Bologna di cui presto forniremo i dettagli, teso al dibattito e all’interscambio su quelle che sono le nuove forme di autoproduzione, oltre che di veicolamento della parola poetica. Una sorta di “punto della situazione” di come è possibile farsi e promuoversi un libro nel 2008, a partire dalla rete e non solo. La sera invece sarà dedicata alle esibizioni e avrà come tema “poesia e contaminazione” ossia, tutte le varie forme in cui la poesia si fonde con le altre arti per creare qualcosa di nuovo. Questo vuole dire poesia e musica, videopoesia, poesia sonora, teatropoesia, poesia e danza, e tutto ciò che può venirvi in mente"
Continua a leggere "Poesia in movimento: Bologna in Aprile e non solo..."
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