Barbara Pumhösel - In transitu - Arcipelago Itaca 2016
In transitu
, una qualità o uno stato esistenziale, una constatazione di un carattere apolide di molti accadimenti, piccoli o grandi, minuti o giganteschi (secondo
l'occhio o lo spirito di chi osserva) che sono in divenire. Apolidi perchè nel momento in cui l'osservatore fissa la sua attenzione su di essi sono sospesi
e nello stesso tempo subiscono una metamorfosi intellettuale da chi li osserva; sono partiti e non sono ancora arrivati, sono - per così dire - in mezzo al
mare. Tant'è che, da un punto di vista giuridico, un oggetto venduto non ancora arrivato alla destinazione di chi lo ha acquistato, in transitu
(durante il tragitto) può essere richiamato indietro, in caso di contestazione. E però così non accade nella vita, nei fatti dell'esistenza dico, lo
sappiamo, e questo invece si chiama destino, o caso, o Provvidenza. Naturalmente chi osserva (il poeta) è egli stesso in cammino, coinvolto nel "transito",
ma forse con poca capacità di arbitrio. Le cose, alla fine, vanno come devono andare, secondo un comune schema lineare.
L'idea, certo non nuova, ha sempre il suo fascino, l'idea cioè che si possa assegnare un significato a segnacoli che si incontrano per via, elementi spuri,
frammenti, evidenze, oggetti materiali e immateriali, come se fosse un'aruspicina o raccolta di prove di un reato. Si tratta di vedere come.
Barbara Pumhösel sembra partire, in questo transito, da una ambizione volutamente ridotta, che riguarda sia gli oggetti poetici da prendere in
considerazione, sia il "grado" di scrittura. Sul primo versante mi pare si possa individuare uno sguardo inquieto che si posa sulle cose e se ne distacca
in continuazione, uno sguardo "casuale", che ricalca e si fa specchio di quella casualità di cui si parlava prima, coglie lo spunto da quel che incontra
"per vie trasversali" per farne oggetto di una riflessione poetica sostanzialmente lirica, a volte elegiaca, ma comunque sempre moderatamente esistenziale,
nel senso che, come ha notato qualcuno, "verticalizza" il dato dal terreno del contingente (un oggetto, qualcosa che si è visto, o letto, o ascoltato) alla
mente, per restituirlo a una "trama", alla leggibilità del testo, a un senso comune, "ecumenico" e insieme confortabilmente difensivo. Del resto l'autrice
stessa scrive:
Si perde sempre l’essenziale
dice Borges. A proposito, credo -
guardare l’essenziale è come
guardare l’eclissi. Fa male.
Non si può farlo a lungo. Ci vogliono
occhiali speciali. Meglio
girare intorno, approfondire
i marginalia, tessere trame
con i contorni.
E certo è possibile ricostituire un quadro sensibile da elementi apparentemente disomogenei, ricucendoli insieme in trame. Tanto che non è infrequente
incontrare nel libro parole tra loro isotopiche come cuciture, filo, punti, forbici ecc., che rimandano a questa cura "femminile" e certo affettuosa, con
la quale tenere insieme una "sua friabile e franta discontinuità", come dice la motivazione (la silloge ha vinto un premio nella 1.a edizione Premio
nazionale editoriale di poesia “Arcipelago itaca”) che tuttavia poi alla fine restituisce un impasto poetico complessivamente piacevole.
Sul piano della scrittura invece Pumhösel sceglie (e qui la motivazione ha ragione) un "tono basso e colloquiale", forse mutuato dalla sua attività
principale di scrittrice per bambini, con il quale "verticalizza" come si diceva il suo slancio lirico, un linguaggio a volte piacevolmente assertivo, a
volte aforistico, facilmente parafrasabile, con cui sfiora delicatamente le "occasioni", in teoria infinite, questa e quella, qui e là (e a volte si ha
l'impressione che all'autrice interessi non il cosa, ma il come, cioè la forma poetica, la poesia come fatto necessario e come "urgenza del dire" - potrà
mai mancare questa locuzione nella motivazione di un premio?). Siamo sempre nell'ambito della poetica dello "sguardo corto", di un hortus conclusus privato
e borghese in cui la difficoltà dell'esistenza, con i suoi patemi d'animo, echeggia in lontananza. Come pure l'apolidia insita nella zone d'ombra della
vita, che avrebbe potuto essere uno spunto interessante. (g. cerrai)