Lunedì, 12 giugno 2017
Alcuni testi tratti dalla bella pubblicazione curata e edi ta dal gruppo di [dia°foria nel 2015 (v. QUI), un libro bifronte come Giano, con due autori ma completamente dedicato a Nanni Balestrini. Si tratta (il recto) di " Nanni Balestrini - Contromano", otto testi, di cui uno eponimo, e sei opere visuali, più (il verso) "Fausto Curi - Un’ordinata progettazione del disordine", un interessante saggio dello studioso delle avanguardie italiane sul lavoro di Balestrini, il cui titolo - almeno a me vecchio compulsatore di Gadda - rimanda alla "disarmonia prestabilita" di roscioniana memoria (e credo che l'accostamento sia onorevole, e forse non del tutto peregrino). Vale la pena ricordare che nel 2016, sempre per [dia°foria, Fausto Curi ha pubblicato una raccolta di saggi su Balestrini, compreso il succitato, dal titolo "Nanni Balestrini e la poesia come questione" (v. QUI).
Dice Curi nel suo saggio: "Nella letteratura italiana d'oggi, presa, con qualche eccezione, fra ordine banale e disordine incolto, Balestrini è uno dei pochi che hanno capito che il nuovo nasce da un'ordinata progettazione del disordine (...). Per Balestrini comporre un testo poetico non significa soddisfare un'esigenza espressiva personale, soggettiva. Significa costruire un pezzo di realtà. Ciò non implica, né d'altro canto potrebbe, una totale esclusione del soggetto dall'operazione poetica. Tanto più che questa si avvale sempre di strutture verbali prelevate da altri testi, per lo più giornalistici, e consente quindi spesso un accorto gioco di allusioni e di riferimenti che, per essere indiretti, non sono per questo meno significativi. Che Balestrini parli con parole altrui è diventato quasi un luogo comune delle cronache. Ci si dimentica di solito di precisare che la straordinaria abilità e la non meno straordinaria efficacia con cui l'autore compie le sue scelte ed esegue i prelievi verbali e la costruzione di nuovi testi conferisce al discorso poetico una sorta di impersonalità linguistica che è efficace soprattutto nella misura in cui talvolta assomiglia alla asseverazione indiscutibile di certe epigrafi o di certi detti memorabili. Con questo però di particolare, che alla serietà dell'operazione l'autore non manca mai di congiungere un intento ludico, così da creare un singolare contrasto e da attenuare ma non da spegnere eventuali effetti di solennità, o da provocare un imprevedibile grottesco o un'ironia del tutto oggettiva: "che un'altra storia è possibile", "si propone di migliorare il mondo", "trentanni di storia italiana tagliati a pezzi / posò la gallina per terra", "l'abiura. Spesso preghiamo che Dio ci dia una mano / (un cilindro di carta d'amaretto, dateci fuoco in cima...)", "Un uccello / bianco ogni tanto lacera aquiloni nel sole. TEOREMA: / Francesco Petrarca era forse infelice di non avere il caffè?". Balestrini, insomma, parla di sé e di molte altre cose usando non memorabili parole altrui. Ma quelle parole diventano incontestabilmente sue e acquistano una dissacrata memorabilità per il nuovo assetto che egli conferisce loro. Si noti: quando non è essa stessa il senso, è spesso la struttura a decidere del senso. (...) Quelli che convenzionalmente chiamiamo versi sono delle cellule verbali ossia dei sintagmi che quasi certamente Balestrini preleva dai testi di altri autori, testi non poetici ma giornalistici o scientifici. Ciò non significa che egli si precluda ogni intervento, sia pur minimo, e che pertanto un sintagma - al di là di quanto di soggettivo è già presente nella scelta e nel prelievo - non possa essere modificato a piacere dal nuovo autore. Il punto essenziale è quindi in quale modo un sintagma, o se si preferisce un verso, viene congiunto con il sintagma o verso successivo. Senza affatto escludere possibili errori di interpretazione dell'esegeta, Balestrini sembra procedere alternando due diversi modi: 1) per consecutività o per similarità, fornitegli dal prototesto, o inventate da lui stesso; 2) per contrasto o per alterità, ossia per assenza di connessioni proprie della logica comune". Insomma, continua Curi, "la realtà com'è non piace a Balestrini. Ma non gli piacciono nemmeno i progetti variamente elaborati per la realtà come potrebbe essere, non lo soddisfano, non lo persuadono, perché, nonostante la buona volontà di coloro che li hanno disegnati, corrispondono a idee e immagini della realtà com'è. Come non è un naturalista, così Balestrini non è un utopista. Come non penserebbe mai a riprodurre la realtà com'è, così non lo sollecita fantasticare, immaginare mondi possibili. È un realista deluso, inquieto, eretico, e disperato. Ma è un realista. E un realista deluso dalla realtà e che si rifiuta di rifugiarsi nella fantasia non ha altre risorse che usare la stessa realtà per costruire una realtà diversa. Costruire, si badi, edificare, dare forma, non immaginare, se non per quel tanto di immaginazione che è necessario per dare forma a qualunque oggetto. Quello che cerca Balestrini non lo immagina, lo costruisce".
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Domenica, 12 febbraio 2017
Alcune poesie di Juan Larrea (1895-1980), tratte dal libro "Versione
celeste", pubblicato in Italia da Einaudi nel 1969, con la traduzione e
cura di Vittorio Bodini (1914-1970), forse il massimo interprete della
letteratura spagnola, soprattutto barocca e surrealista. Serve
sottolineare innanzitutto che questa edizione costituisce la prima
mondiale della pubblicazione dell'opera poetica di Larrea. Il poeta è
stato uno dei nomi più nascosti (tanto che per un po' è stato creduto un
eteronimo dell'amico poeta Gerardo Diego) della poesia del Novecento,
non solo iberica, che Bodini aveva già preso in esame nel suo importante
testo "I poeti surrealisti spagnoli", pubblicato nel 1957 sempre per
Einaudi, definendolo "il padre misconosciuto del surrealismo
spagnolo". In realtà Larrea è un surrealista sui generis, perché pur appartenendo alla cosiddetta generazione del '27.
di cui l'avanguardia è componente rilevante, se ne è tenuto appartato,
ed è semmai con la sua permanenza a Parigi (dove insieme all'amico César
Vallejo conosce e frequenta Eluard, Tzara, Aragon, Desnos ed altri)
che entra in contatto con il surrealismo militante. E tuttavia, come
scrive lui stesso, "del movimento ho utilizzato solo quelle tendenze che
mi erano affini, ma non mi compromisi mai con esso. Anelavo anch'io a
trasferirmi in un'altra realtà, ma in maniera differente". In realtà,
mentre altri lo annettono ai cosiddetti "creazionisti" o agli
"ultraisti", è proprio Bodini a volerlo includere nella categoria del
surrealismo, pur ammettendo implicitamente che quello di Larrea è un
linguaggio tipico e personale, tanto che "il suo generico debito verso
Tzara non è maggiore di quello di ogni altro surrealista francese e
europeo". L'acquisto principale di Larrea in Francia è invece la lingua
in cui sono scritte molte delle poesie originali del libro, il francese
"che è la lingua franca della rivolta, il segno linguistico della
categoria del surreale che si fa linguaggio internazionale della
comunità dei poeti, data la sottonazionalità dell'inconscio collettivo.
Ciò che egli cerca è l'estensione dell'io sino ad includere i più remoti
angoli dell'universo, l'annessione dell'altra faccia della vita, sogno e
inconscio, la dislocazione di sé, la moltiplicazione del reale in
ipotesi" (Bodini). Ed è lo stesso Larrea ad affermare: "Non invano avevo
iniziato a svincolarmi dalla Spagna degli anni '20, fino ad arrivare a
comporre i miei testi poetici in francese. Mi ero estraniato dalla
poetica peninsulare, come fecero ugualmente nel loro campo i pittori".
Come scrive ancora Bodini, "Larrea attinge dal subliminale materiali
psichici junghiani carichi di retroscena, di vicende stregate e amabili,
che ci seducono senza conoscerle, ma fra cui nondimeno s'affaccia con
una qualche costanza una serie di cieli capovolti, di un cosmo
ribaltato, ma senza degradazione, con pazienza, nel fondo
dell'individuo, intrecciato ai suoi fili, alle sue relazioni più
personali". Da questi materiali Larrea trae una scrittura che affascina e
stimola, nella quale "i sostantivi nascono simultaneamente coi loro
sorprendenti predicati, e questo è già il segno d'un poeta di razza. Ma i
predicati sono azioni o relazioni fra le cose: la fittissima rete che
vengono a istituire fra di esse fa sì che l'universo di Larrea, unitario
e sensibile, si risponda da una parte all'altra, pronto a registrare
fino alle più insospettate lontananze il più piccolo evento o la più
piccola coincidenza che si verifichi in qualsiasi punto di esso", dice
inoltre Bodini. Che aggiunge: "ribadiamo la convinzione che ciò che
conta nella sua fabbrica poetica non siano gli oggetti ma le relazioni
che si vengono a creare fra di essi e fra essi e il poeta, la
equidistanza che egli riesce a mantenere, il suo andare e venire fra il
cuore e il cosmo nella loro più rigorosa oggettivazione". Se il testo
può apparire difficile (ma mai artefatto o "falso") quindi è perché, mi
sento di aggiungere, il poeta osa operare "tale prodigiosa dislocazione"
di sé, delle relazioni, del linguaggio. Basterebbe questo per
restituirgli il posto che merita nella poesia del Novecento, non solo
spagnola. (g.c)
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Martedì, 29 novembre 2016
Un’influenza senza angoscia: l’ombra lunga di Emilio Villa nei testi di Corrado Costa
[da un intervento al Convegno che ha avuto luogo nelle giornate del 24 e 25 novembre 2016 presso la Scuola Normale Superiore, dal titolo «I Verbovisionari.
L’ “altra avanguardia” tra sperimentazione visiva e sonora»]
Il parallelismo critico tra le figure di Corrado Costa ed Emilio Villa, oltre a poggiare su una solida amicizia personale (testimoniata dal nutrito
carteggio conservato presso l’Archivio «Emilio Villa» di Ivrea), ha prodotto un’interessante collaborazione artistico-letteraria, particolarmente operativa
tra gli anni Sessanta e Ottanta. Ricordo, sinteticamente, tra i testi più noti, ll mignottauro. Phrenodiae quinque de coitu mirabili (scritto a
quattro mani e pubblicato nel 1980) e The Flippant ball-feel (un testo di Emilio Villa composto ad accompagnamento dei tre poemi-flippers di
Corrado Costa e William Xerra, presentati alla Mostra del Mana Market, a Roma, nel 1973).
Per fornire un inquadramento generale dell’approccio di Costa ai testi villiani, occorre partire da alcune specificazioni preliminari: per quanto Villa sia
stato un referente d’elezione per il giovane poeta, Costa è riuscito ad emanciparsi piuttosto brillantemente dal modello villiano, smontandolo nelle sue
componenti fondamentali ed isolando quelle caratteristiche tecniche più utili a fondare una propria avventura sperimentale, felicemente autonoma. Per
questo motivo, si potrebbe parlare di un caso critico-clinico di «influenza senza angoscia», cercando, nel parafrasare e distorcere l’etichetta di Bloom,
di conservare intatto il valore dell’influenza, da cui Costa si svincola ma soltanto dopo aver compiuto un pedinamento serrato dei testi villiani, e
operando una scelta ragionata di prelievi stilistici cui mescolare altre sollecitazioni culturali o apporti personali. Dal canto suo, Emilio Villa ha
l’abitudine di rivolgersi a grandi modelli del passato (dai filosofi presocratici ad Artaud, da Esenin a Eliot), scansando il dialogo diretto con i poeti
contemporanei; pertanto la figura di Costa verrà accettata in veste di compagno di strada (a volte coadiutore in opere a quattro mani), ma senza che la
collaborazione lasci tracce stilistiche o suggestioni tematiche evidenti.
Soprattutto nei testi di Costa elaborati all’interno dell’arco cronologico citato all’inizio (anni sessanta-ottanta), il basso-continuo villiano si impone
come referente preferenziale e quasi “seconda voce” argomentativa nella riflessione del poeta. Se prendiamo, ad esempio, Inferno provvisorio
(uscito nel 1970), oltre a svariate allusioni e citazioni dirette sparse nel corpus testuale, troviamo un sottoparagrafo intitolato proprio «Emilio Villa»,
una sorta di digressione dedicata alla figura-chiave nel percorso di formazione del poeta:
Emilio Villa
. Tutte le tecniche dell’allusione, dell’eufemismo, della sostituzione si assommano. Fanno divenire il testo un GRANDE LAPSUS in una lingua intermedia fra
francese e italiano, che non è né l’una né l’altra, ma conserva di entrambe l’enorme bagaglio culturale, il suono latino, lo spaventoso senso del sacro!
Oltraggiando se stessa la lingua diventa l’epifania dell’Oltraggio, e qualsiasi nome si forma nel suo flusso si corrompe, si guasta, si sfregia
definitivamente. Villa, a bella posta, verifica l’oltraggio fuori dalla poesia per oltraggiare meglio la poesia: presentazioni per pittori, lettere,
telegrammi e altri pretesti. La (d)eclaration, contro la Dea Madre, è dedicata alle opere del pittore Giuseppe Desiato, che a sua volta ha combinato
fotografie di donne nude, abbronzate e bianche nei punti chiave dell’erotismo e su questi ventri, aperti come un libro, ha intercalato violentemente la
scrittura
[C. Costa, Inferno provvisorio, Feltrinelli, Milano 1970, p. 50].
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Lunedì, 29 settembre 2014

Totilogia - Involatura sulla poesia di Gianni Toti - [Dia*foria / Edizioni Cinquemarzo 2014
Dopo molti libri di più o meno esordienti alla
ricerca spesso vana di una originalità difficile da afferrare, è bello sfogliare
questo di (e su) Gianni Toti, dovuto alla passione di un gruppetto che
anima la rivista/sito [Dia*foria, in collaborazione con la Casa Totiana
presieduta da Pia Abelli Toti. Libro in cui l'originalità di Toti
emerge come talento e insieme risultato di una ricerca per sua stessa
natura sempre insoddisfatta (la ricerca è di per sé "incompiuta") ma
costantemente perseguita. E risultato di un lavoro e di una maturazione
intellettuale (voglio dire, l'originalità non è una cosa a cui si può
"puntare", come pretenderebbe qualcuno).
Probabilmente non è facile farsi un'idea
esauriente - solo tramite questo libro - della personalità complessa di
Gianni Toti, del suo multiforme ingegno, della sua curiosità artistica
che spaziava attraverso le forme o le inventava, ricercando sempre.
Basta dare una scorsa alla sua biblio-film-videografia (v. QUI)
per rendersene conto. Ex partigiano ("coSmunista", come si definì in
seguito), amico di molti importanti intellettuali del tempo da Pasolini a
Cortàzar, giornalista per moltissimi anni, romanziere, saggista, poeta,
cineasta, autore teatrale e televisivo e, dagli anno '80, artista poetronico (altra
sua definizione), ovvero ideatore e creatore di videoarte a livello
internazionale, e comunque in ultima e definitiva sintesi, come ha
scritto qualcuno, semplicemente poeta, poeta che amava
sperimentare. Tuttavia questo libro è importante, non solo perchè è la
prima raccolta italiana di lavori totiani. Questo volume nasce
dall'esigenza di mettere insieme una buona antologia delle opere di Toti
(purtroppo, per ovvie ragioni, solo quelle su carta) e una serie di
interventi creativi e critici che illuminano Toti o che da Toti
tributariamente sono irraggiati. L'interesse sta anche qui, nell'idea di
fecondità artistica che si riverbera dalla prima alla seconda parte,
delle possibilità non remote che indica di lavorare su una diversa tradizione
(absit iniuria verbis) su cui costruire dinamicamente. E anche nel
fatto che non storicizza proprio un bel niente (come talvolta è difetto
delle antologie), ma anzi vuole essere una porta lasciata aperta. Come
ogni buon lavoro, non deve essere esaustivo. Deve semmai
accendere una curiosità da soddisfare magari investigando ulteriormente,
della dimensione - pure storica, pure politica, certo - della
produzione artistica di quei decenni che scorreva parallelamente, senza
mai incontrarlo, al cosiddetto mainstream, anche al di là della
singola figura di Toti. Che, dal mio punto di vista, è molto
interessante anche come raro punto di contatto e fusione di forme che
comunemente vivono nel disinteresse dell'una per l'altra, anche a
livello cognitivo o semplicemente culturale, in un sistema oppositivo
che vede solitamente distanti poesia e prosa, letteratura e arti
figurative, media fisici ed elettronici. Questa fusione permette, molto
più di quanto avvenga in altri autori, di scorgere una visione del mondo
e del tempo, un panorama di quegli anni attraversati da molti fermenti,
sia politici che culturali, spesso purtroppo decaduti.
Ma il lavoro fondamentale di Toti, al di là delle
forme, qualsiasi forma, è sul linguaggio, inteso nel senso più ampio del
termine, "in una militanza che pone l'accento sulle giunture del segno,
tanto che si potrebbe parlare di realismo intraverbale finalizzato a
disvelare la rete delle apparenze, le miriadi di circuitazioni da cui il
velo di Maya è pervaso", come afferma Stefano Guglielmin in una nota
contenuta nella seconda parte del libro. Anche utilizzando marchingegni in realtà antichissimi come ossimori, paradossi, metasememi, tutti in grado di cortocircuitare il senso canonico, quel che ci si aspetta. Analogamente nei video l'immagine è manomessa, graffiata, rovesciata, sovrapposta, sporcata, blurred, o semplicemente re-inventata. Spingendosi così nella sua opera
sempre più in là, surrealisticamente: se la realtà non è più dicibile,
anzi se si è "cancellato l'indicibile", se i vecchi arnesi non fungono
più, come dice (metaforicamente) nel testo "Necrologio per la metafora" (v. QUI),
allora "Toti ri-comincia ad inventare il linguaggio, ma questa volta
non sbaragliando e spezzettando i significati, quanto ricomponendo i
significati tramite la ri-metaforizzazione del dicibile, per via
dell'in-venzione che sola potrebbe ridarci un futuro, ossia la
temporalità della coscienza, la verbalizzazione che possa riconnetterci a
un altro o altri" (Peter Carravetta, in un'altra nota qui presente).
Una "titanica, e forse proteica, vocazione alla ricreazione" che
sembrava potenzialmente infinita. (...)
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Giovedì, 19 dicembre 2013
Ieri sera, su RAI5, speciale di "In scena" dedicato ai cinquanta anni del Gruppo 63, d al titolo "63 X 50". Interviste, interventi, brani, letture, clip di performances ecc. di Cepollaro, Angelo Guglielmi, Cortellessa, Balestrini, Bonito Oliva, Niccolai, Giovanni Fontana, Lo Russo, Barilli, Venturiello ecc. ecc. Un po' di spezzatino, ma se per caso ve lo siete perso e vi interessa lo ripropongo qui, una rinfrescata di memoria non fa mai male.
Avvertenze: la connessione con la Rai è un po' lenta, il file è pesante, oltre 50 minuti, ci
vuole pazienza. Vi conviene aspettare che il buffering (in pratica lo scaricamento) vada un po' avanti. Per passare a schermo intero usate il comando a destra
del lettore video (la barra appare passando il mouse o cliccando sullo
schermo). Buona visione.
Link diretto alle Teche RAI QUI
Martedì, 29 aprile 2008
Con la mostra a lui dedicata in questi giorni a Reggio Emilia sembra riaccendersi l'interesse su uno dei maggiori "soggetti artistici non identificati" della cultura italiana, Emilio Villa, già oggetto di una mostra nel 1996 al Museo Pecci di Prato. Ripesco da La Repubblica e riporto qui sotto un articolo scritto da Francesco Erbani pochi giorni dopo la morte dell'artista (ma non so se questa definizione gli sarebbe piaciuta) avvenuta nel gennaio del 2003. Segnalo anche su Nazione Indiana il post di Fabio Pedone dedicato alla mostra (v. qui)
Emilio Villa l'inafferrabile di Francesco Erbani
(da La Repubblica del 14 febbraio 2003)
Emilio Villa è morto il 14 gennaio scorso, in una casa di cura nei pressi di Rieti. Soltanto alcuni giornali hanno dato la notizia. Un silenzio colpevole, ma in qualche modo inevitabile. Villa, che aveva ottantanove anni, era un gigante appartato, un personaggio che ha seguito strade accessorie, ma avventurose nella cultura del Novecento, un eccentrico, un poeta sperimentale, antesignano della neoavanguardia. Scriveva versi in latino, greco antico, portoghese e francese, e quando lo faceva in italiano avvolgeva il suo lessico in formule enigmatiche. Aveva nascosto se stesso in una dispersa, vastissima quantità di sedi, ancora oggi in parte irreperibili, inedite o addirittura ignote. Villa era anche un critico d' arte, meglio, un suggeritore d' arte, compagno di strada di grandi personaggi, i "romani" Mafai, Scialoja e Consagra e poi Burri e Rothko, Fontana e Pollock: i suoi versi illustrano cataloghi o preziosissime plaquettes che fanno felici gli antiquari che le posseggono. E infine era un cultore di lingue morte - il sumero, l' assiro, l' ugaritico, il fenicio - che lo immersero nell' indagine di antiche civiltà mediterranee e che lo tennero per mano in un' impresa non solo filologica, la traduzione integrale della Bibbia, una specie di viaggio alle origini del pensiero mitico. Villa è morto solo. Quindici anni fa era stato colpito da un ictus che gli aveva inibito la parola e bloccato il braccio destro. Il suo isolamento era diventato segregazione nella piccola casa seminterrata in una palazzina del quartiere romano dei Parioli (la moglie Nelda è morta nell' aprile scorso, i due figli vivono all' estero). Non aveva editori che potessero diffondere la notizia della sua morte. E così alla sua sepoltura, in un piccolo cimitero toscano, assistevano solo tre amici. Negli ultimi trent' anni gli è stato molto vicino Aldo Tagliaferri che, editor di Feltrinelli, pubblicò nel 1969 il suo Attributi dell' arte odierna, una raccolta di saggi su Cagli, Burri, Matta, Fontana, Manzoni e altri. Da allora in poi Tagliaferri lo ha accudito, come avrebbe fatto un figlio adottivo. Ne ha curato traduzioni e raccolte di poesie. E, nonostante lui fosse «un orso aggrottato», nonostante parlasse di sé e della propria vita solo «per squarci lirici», poco a poco ne ha scoperto i lati nascosti - quelli che Villa aveva sepolto o che aveva camuffato in una specie di caccia al tesoro il cui bottino era la cancellazione di sé. Come era accaduto per il soggiorno in Brasile, nei primi anni Cinquanta. Incontro Tagliaferri nella casa romana di Villa, dove è venuto a riordinare libri, a riempire e vuotare scatoloni. «Emilio parlava spesso di un viaggio in Brasile, di una donna, ma poi confondeva le tracce, mitizzava e molti si domandavano se quella del Brasile non fosse una favola», racconta Tagliaferri. «Dopo che si ammalò, andai a San Paolo e feci delle ricerche. Villa aveva lavorato per un anno e mezzo al Museu de Arte. Parlai con molte persone che lo avevano incontrato. Aveva svolto un lavoro importante. Ma non amava le posizioni sicure e coltivava l' idea di un' arte che viveva nella libertà assoluta e che non si conciliava con il museo. E così se ne tornò in Italia, alla sua vita di espedienti». Di espedienti Villa visse quasi fino alla fine. «Un po' di soldi li recuperava vendendo i quadri che gli regalavano i suoi amici pittori», racconta Tagliaferri. «Molti di loro lo sapevano, ma Burri si arrabbiò tantissimo quando lo scoprì. Non vendeva solo quadri, ma anche le sue poesie. Emilio non aveva alcuna misura del denaro, appena ne possedeva lo spendeva. Amava mangiar bene e bere». Villa proviene da una famiglia operaia. E' nato ad Affori, in provincia di Milano, dove il parroco, ammirandone l' intelligenza precoce e la duttilità per le lingue, lo indirizza in seminario. Fra i 16 e i 17 anni impara l' aramaico e il fenicio ed è in grado di sostenere conversazioni in greco e in latino. E' allora che inizia a tradurre le Sacre scritture, decidendo di proseguire gli studi al Pontificio Istituto Biblico di Roma, la massima cattedra dell' esegesi. Villa legge la Bibbia senza filtri cattolici e, volgendola in italiano, applica criteri non confessionali, strumenti filologici e non teologici, considerandola un prodotto letterario, anzi il grande repertorio in cui rintracciare le origini della cultura occidentale. (La traduzione è integrale ed è contenuta in numerosi quaderni, in parte dattiloscritti, in parte manoscritti: il materiale è stipato in uno scatolone che Tagliaferri mostra maneggiandolo come una porcellana di Meissen). A Roma, sul finire degli anni Trenta, Villa si occupa di arte, frequenta Mafai, De Libero, Sinisgalli e i più giovani Scialoja, Consagra e Scarpitta. Nel ' 40, racconta Giuseppe Appella, è redattore di Beltempo, almanacco della Cometa. Articoli di Villa compaiono su Corrente, Convivium, Il Bargello e Letteratura. Poi inizia una fase convulsa. Durante la guerra Villa torna in Lombardia, ma all' ingiunzione di arruolarsi nella Repubblica di Salò risponde dandosi alla macchia. Frequenta i partigiani, ma non combatte, fino a un altro "squarcio lirico" ricostruito da Tagliaferri: Villa che imbraccia un fucile in Piazzale Loreto, davanti al corpo di Mussolini. Nel dopoguerra, a Roma e a Milano, è ancora il mondo dell' arte che lo assorbe. Fontana e Burri sono le figure centrali di questo periodo. Esce nel 1947 un suo libro, Oramai che reca come sottotitolo «Pezzi, composizioni, antifone» e raccoglie testi e versi composti fra il ' 36 e il ' 45. Tornato dal Brasile, lavora ad Arti visive favorendo la conoscenza in Italia degli espressionisti astratti americani. In quegli anni corre impetuoso il fiume sotterraneo della poesia, che va sempre più perdendo nessi logici e grammaticali. E' una poesia le cui sorgenti, secondo Tagliaferri, si possono rintracciare «nelle tormentate chiose che un' antica arte interpretativa aveva accumulato intorno ai testi sacri». Gli stravolgimenti sintattici, la passione per la polisemia, il plurilinguismo dei suoi versi, ripropongono alcuni processi di scomposizione e di ricomposizione della lingua ebraica, segnala Tagliaferri. E lo stesso accade per i giochi allitterativi, per gli arabeschi di cui si nutre un lessico poetico dirompente ed eversivo. Ma dietro la frantumazione della parola, la sua corsa verso il nulla, Villa alimenta il tono di una poesia che echeggia la voce degli antichi profeti, «riscoprendo il linguaggio dei miti e catturando un senso primordiale della sacralità». I versi di Villa si disseminano in numerose riviste. L' editoria è sorda, ma la voce di Villa non si fa ascoltare (solo nel 1989 esce da Coliseum il primo volume, rimasto unico, delle sue opere; nel 2000 Empirìa ha pubblicato la raccolta Zodiaco). Neanche il sostegno di Bobi Bazlen, negli anni Cinquanta, riesce a sfondare il diaframma. E anzi si frantuma persino il loro rapporto di amicizia per l' accusa di Villa - infondata, secondo Tagliaferri - che sia stato proprio Bazlen la causa del fallimento. E' dalla rivista Ex, negli anni fra il ' 61 e il ' 65, che Villa parla alla nascente avanguardia, assumendo da subito un tono risentito, quasi avvertisse che gli veniva negata ogni primogenitura. «Si sentiva scalzato dalle nostre sperimentazioni», racconta Alfredo Giuliani, poeta e teorico di punta del Gruppo 63. «Una sera a casa di amici fui quasi aggredito da lui: l' isolamento lo rendeva rabbioso». Migliori rapporti, che negli anni diventano stretta amicizia, Villa intrattiene con Nanni Balestrini. Scorbutiche sono le relazioni con Edoardo Sanguineti. Gli ultimi anni di Villa consumano l' edificazione «di un destino di fallimento e di autoemarginazione», dice Tagliaferri. E nel mutismo Villa si spegne, lontano da tutti.
Giovedì, 20 dicembre 2007
Torno su Adriano Spatola, nel tentativo di dare un'idea un pò più ampia delle sue attività poetiche, pubblicando qui (file pdf) quattro "zeroglifici" non presenti tra quelli reperibili in rete perchè digitalizzati direttamente dalla rivista Tam Tam, che Spatola fondò con Giulia Niccolai nel 1972. Qui la parola (che c'è ancora, da qualche parte, forse in qualche improbabile recesso della mente del "lettore") viene "affettata" ma non per domandarne la ricomposizione al fruitore, che sarebbe un'irrisione, bensì per innescare una "disseminazione del senso" quasi di stampo decostruzionista. Dice S. Guglielmin: "Zeroglyphics di A. Spatola uscì nel 1966, per la The Red Hill Press di Los Angeles. I caratteri sacri degli antichi, la loro capacità di decifrare i segni del divino nel presente, viene meno. Nella civiltà della comunicazione di massa, il segno ha infatti un valore metafisico uguale a zero, essendo soltanto superficie, residuo di una forma ch'era stata sostanza, da cui ricavare altri, infiniti, residui. Residui di residui, scarti degli scarti: zeroglifici, appunto. (da Blanc de ta nuque). E dice Spatola, in una dichiarazione di poetica comparsa nel libro Zeroglifico (Sampietro, Bologna 1966): "L’obbiettivo della poesia concreta è la ristrutturazione sistematica dei metodi di creazione poetica, mediante la ricerca sperimentale di nuove forme di disponibilità eteronoma del fare poetico e la costruzione di modelli di comportamento inediti all’interno dell’attività creativa. Le esperienze svolte nell’ambito della poesia concreta sono caratterizzate dalla provocazione controllata di aperture semantiche a largo raggio, i cui risultati si presentano come dati preliminari di operazioni successive intese all’analisi delle possibilità “attive” della parola, sulla base del postulato che la parola non è l’oggetto amorfo ma il centro vitale di forze in continua trasformazione. La poesia concreta (effetto ottico + valore semantico) muovendosi nel più vasto contesto della poesia sperimentale analizza le tecniche di interazione tra i vari livelli di significato, agendo per mezzo di metamorfosi morfologiche, fonologiche o sintattiche, e di declinazioni o sostituzioni sillabiche. Arte essenzialmente tecnica, la poesia concreta è poesia razionale, fondata non più soltanto sulle leggi estetiche ma anche su quelle statistiche, e rappresenta un passo decisivo verso il rinnovamento radicale dell’immaginazione." (da Tellusfolio).
Consiglio anche di dare un'occhiata a "Il mondo è stato riconsiderato", sito antologia a cura di studenti e docenti di italiano delle Università ungheresi, in cui è possibile reperire parecchie cose interessanti sulla poesia d'avanguardia, concreta, sonora, lineare e visiva.
Giovedì, 6 dicembre 2007
Scelta, ammetto, parziale e che non può rendere conto della vasta gamma esp ressiva, di modi e di mezzi, di Adriano Spatola. Parziale e in parte acritica, se volete, proprio perchè dettata da quella "preferenza" che è diritto del semplice lettore, come in questo caso. Alfiere della poesia "totale" intesa in tutte le sue forme e oltre, della poesia in altre parole semplicemente totalmente "vissuta" come arte e mestiere in senso quasi rinascimentale, Spatola ha percorso tutti o quasi i media che avesse all'epoca a portata di mano, scrittura, poesia visiva, sonora, performance, contaminazioni e incroci con la musica, collages di parole, voce recitante, e affascina l'idea, come mi diceva pochi giorni fa un amico, di quello che avrebbe potuto fare con mezzi come il web, il virtuale e la multimedialità che tutti hanno oggi a disposizione senza magari sapere che farne. Certo molti lavori, analogamente a molte espressioni dell'arte moderna d'avanguardia e sperimentale, sono difficili da proteggere e salvare, proprio per la loro intrinseca "volatilità", ma anche perchè, come notava qualcuno, non si è mai formato un lettore "nuovo" quanto la nuova poesia. Ma forse sono proprio questi lavori che più dimostrano, a mio avviso, la convinzione di Spatola di una poesia capace di trascendere sè stessa, di liberarsi di certi codici linguistici e comunicativi. Eppure anche nella poesia scritta, come questi testi tratti da "Diversi accorgimenti" (che tuttavia andrebbero almeno letti a voce alta, recitati, urlati), ce n'è abbastanza di Spatola del suo pensare e ripensare, anche ritornando sui suoi passi, la poesia. Dice Luciano Anceschi di essi: "Tutte le esperienze fatte, dalle prime e giovanili post-ermetiche, al parasurrealismo, alla nuova avanguardia, alla visual poetry...sono come sedimentate, e messe tra parentesi, se non proprio rimosse. E una poesia fatta per esorcizzare la disperazione della poesia sta prendendo figura e corpo in un tentativo non involutivo di ricostruzione, di ritrovamento, di rinnovazione delle strutture. (...) Adriano ha avuto la forza di ricominciare nel deserto, di ritrovare gli elementi costitutivi o semplici di un discorso attivo, e ha ridato fiato a strumenti delicati che sembravano costretti per sempre al museo. (...) Rinasce liberamente la sintassi, si rinnovano alle radici i processi d'associazione: la realtà si è fatta diversa, con un nuovo, laico, aperto, non concluso mistero; e così la poesia ritrova, alla fine, sè stessa in un senso non consueto, e con fertilissima estraniazione rinasce come dalle ceneri, e scopre una segreta, indiretta, non pacifica, e non usata possibilità di messaggio". Anceschi coglie perfettamente il senso di questi testi. In altre parole coglie la capacità del vero poeta di riconsiderare senza sosta il proprio lavoro, di creare una sua propria tradizione e di ri-creare da essa in maniera innovativa, investigando un "senso non consueto" della realtà (g.c.).
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