Domenica, 21 settembre 2014Appunti di lettura (ad alta voce) Parto dall'esperienza di giovedì scorso a Milano, in occasione della
presentazione del libro antologia "Totilogia - involatura sulla poesia
di Gianni Toti" (libro di cui spero di parlare a breve), durante la
quale ho letto due o tre testi di Toti, e li ho letti come mi andava di
leggerli. L'esperienza in sè, divertente e positiva, è qui solo
l'occasione per qualche breve riflessione, un po' a ruota libera, sul dire, leggere, recitare (che sarebbe già un bel titolo per un saggetto). E leggere altri da sé stessi, soprattutto, testi di autori che non siamo noi.
Diamo per scontato che solo l'autore sa come andrebbe letto un suo
testo, e forse nemmeno lui, dato che, come credo, il testo poetico può
sempre essere soggetto ad "illuminazioni" di senso (e anche di suono)
anche per l'autore stesso. In genere l'autore ha comunque un'idea
precisa sul da farsi. Credo ad esempio che Ungaretti avrebbe letto "I
miei fiumi" cento volte allo stesso modo che in questa registrazione,
piuttosto nota. Penso anche che sarebbe difficile, avendo sotto mano
questo documento, darne una versione molto diversa, a meno che non se ne
voglia fare una cover rap o una citazione intertestuale. E che dire di Ghérasim Luca e della sua ancora oggi sconvolgente Passionnément?
Ma mettiamo il caso di non avere l'autore sotto mano, perché assente,
distante, non documentato o semplicemente morto. Purtroppo (o per
fortuna, da un'altra prospettiva) il testo poetico non è una partitura
musicale, in cui gli accenti, le misure, le pause ecc. sono più o meno
chiaramente identificati. Se questa "mancanza" lascia spazio a un certo
margine di autonomia interpretativa, tuttavia sapere come
leggere un testo di un altro è, in via generale, una presunzione, e
questo vale ovviamente anche per me. Perciò affermazioni del tipo che la
poesia (quale? tutta?) andrebbe letta lentamente, staccando con ampi
vuoti come questi le parole in modo che
l'ascoltatore possa intendere e
gustare a pieno il senso delle parole, mi
lasciano qualche perplessità, se non altro perché la poesia non è fatta
solo di parole ma di molte altre cose. Come del resto mi lasciano un po'
dubbioso le "scuole" in cui viene insegnato a dire la poesia e gli slam
nei quali la spettacolarizzazione scenica della lettura fornisce
talvolta una fin troppo comoda mascheratura alle carenze qualitative del
testo (in questo caso il proprio, quindi lasciamo perdere). Forse -
ecco, appunto - oltre al dire bisognerebbe anche insegnare il capire criticamente il testo (o autocriticamente, se si tratta di roba propria).
Un buon punto di partenza resta a mio avviso la sensibilità personale
del lettore, per quanto possa apparire fumoso questo concetto. Se uno
parte dalla tecnica probabilmente restituisce all'ascoltatore la
tecnica, non so se mi spiego. Se uno parte dall'empatia, dal
riconoscimento delle percezioni anche emotive che il testo gli ha già
dato prima, privatamente, può anche darsi che riesca a
restituirle a chi ascolta (tra l'altro sono sempre stato convinto che la
poesia andrebbe sempre letta a voce alta, anche nel chiuso della
propria cameretta, e questo rimane un buon inizio). Sensibilità e
occhio. Perchè l'autore, a parziale correzione di quanto dicevo
all'inizio, qualche segnale di "partitura" o di sotto testo, per dirla
in termini teatrali, lo dà. Credo sia utile, a mio avviso, considerare
la punteggiatura se c'è (nei testi contemporanei sempre più assente), le
interlinee, i rientri le indentazioni e gli allineamenti al margine
destro, che raramente un autore mette lì a caso, ed altri arnesi come
gli enjambement. Tutta roba che serve a dare un ritmo, le sospensioni, i
silenzi. Ma soprattutto credo che sia necessario intendere il tono del
componimento, se sia di modo maggiore o minore, se sia ad esempio grave
o ironico, se contenga un'ossessione o una liberazione. Lo so, sono
cose ovvie, ma forse non tanto a giudicare da quello che sento in giro.
Dovendo fare un esempio, citerei intanto una delle poesie di Toti che
ho letto a Milano, tratta dal libro. Ironia e critica di certi artifizi
lirici, con un pizzico di surrealismo che però dichiara un principio di
realtà assoluto:
(NECROLOGIO PER LA METAFORA)
non paragonava più niente a nessuno / non diceva più alla sua donna che era come una rosa / che era una rosa / non ripeteva neppure più alla sua rosa che era come la sua donna / che era la sua donna / ma quando lei arrivava sei come te ripeteva e quando aspirava una rosa sei come una rosa constatava e gli veniva quasi da piangere perché // la sua donna era solo la sua donna le rose erano le rose e tutte le donne del mondo tutte le rose il come era abolito nessuno lo sapeva più distinguere tra il volto e lo specchio / finalmente …
Gli slash (/) sono sospensioni, quelli doppi (//) una sospensione
allungata prima della conclusione, i grassetti i punti che a mio avviso
in lettura andrebbero enfatizzati, proprio dove il poeta mette in
discussione l'usurato "come" della metafora, annullandolo. Mi sembra
abbastanza intuitivo, tutto sommato, ma naturalmente non definitivo,
perchè in qualche modo la lettura è sempre una forma di prevaricazione
del testo.
Anche se possiamo non essere completamente d'accordo con U. Eco quando
afferma: "un testo vuole lasciare al lettore l'iniziativa
interpretativa, anche se di solito desidera essere interpretato con un
margine sufficiente di univocità", è indubbio che in quel margine
risiede il diritto creativo e inalienabile dell'autore, di cui chi
legge, più o meno professionalmente, deve tener conto.
Concluderei invitando alla lettura di una poesia che amo molto, tratta da "Variazioni" di Amelia Rosselli:
Tutto il mondo è vedovo se è vero che tu cammini ancora
tutto il mondo è vedovo se è vero! Tutto il mondo è vero se è vero che tu cammini ancora, tutto il mondo è vedovo se tu non muori ! Tutto il mondo è mio se è vero che tu non sei vivo ma solo una lanterna per i miei occhi obliqui. Cieca rimasi dalla tua nascita e l'importanza del nuovo giorno non è che notte per la tua distanza. Cieca sono che tu cammini ancora ! cieca sono che tu cammini e il mondo è vedovo e il mondo è cieco se tu cammini ancora aggrappato ai miei occhi celestiali.
E' evidente il meccanismo di ripetizione, reiterazione, circolarità, di
isolamento della parola, di verso costruito sul fiato, un testo in cui,
come in altri "l'idea non era più nel poema intero [...] ma si
straziava in scalinate lente, e rintracciabile era soltanto in fine, o
da nessuna parte" (Rosselli, in "Spazi metrici"). E' in funzione di
questo, del suo precipitare di parole-pietre e altro ancora che
bisognerebbe pensare la sua lettura, probabilmente. E' un terreno
aperto. Voi come la leggereste?
Martedì, 9 luglio 2013Lorenzo Calogero - Altre poesieTorno volentieri su Lorenzo Calogero e sulla sua poesia, dopo il post dello scorso Aprile (v. QUI), segnalando nel contempo che la rivista "Poesia", nel numero di Giugno 2013, dedica a Calogero un articolo, con un saggio di Amelia Rosselli e un inedito, "Avaro nel tuo pensiero" (che tuttavia A. Rosselli aveva in parte già pubblicato in "Tabula" n.3-4, Marzo 1980, e che trovate anche qui parzialmente riprodotto). La sua poesia, sviluppatasi lungo trent'anni di incessante scrittura, sempre più era andata caratterizzandosi come luogo di negazione e antitesi del reale. L'operazione calogeriana è in tal senso "totale risoluzione della biografia nel testo" (R. Jacobbi), ovvero redenzione del proprio silenzio di vita in luogo di parola, della propria sconfitta biografica in felicità creativa. Più la sua vita assume il senso della chiusura e dell'isolamento, più la sua poesia ambisce a uno statuto di assolutezza, apertura, viaggio metafisico. L'universo che essa definisce è puramente linguistico; il suo tema unico e ossessivo è il sogno, la scrittura, l'altrove, testualizzati in un complesso e per nulla arbitrario - come qualcuno ha detto - sistema di analogie e metafore. La poesia calogeriana si nega ad ogni referenzialità, tematizzando se stessa in una fitta trama di stilemi ritornanti e di simboli codificabili. "Città fantastica", "sogno", "favola", "meraviglia", "lontananza", essa si delinea in un geometrismo evanescente in continuo movimento, secondo la rappresentazione visiva dell'arabesco. Le essenze che la abitano sono "fili", "raggi", "larve", "voli", "lampi". Il suo tempo corrisponde all'effimero, all'infinitesimo ("e dell'uragano nulla resta"); tutto è "paurosa fuga", "viavai", "marea di larve". Non solo vi è negato il permanere, la traccia, la consistenza, ma anche la visibilità: solo "chi ebbe cigli chiusi e alla brezza / fu sveglio", può accedervi: Forse sono in sonno e in sonno sonoro: una città che naviga a stormo e di là non vede nessuno (Op. poetiche, I, 344) È un universo metafisico, abitato da suoni che deambulano in una allucinata vaganza — il movimento che ha come fine se stesso, il proprio smarrirsi: e tremano vane le onde, le parole il tuo regno e per questa salsedine sulla siepe acquatica. (Op. poetiche, I, 379) Le parole, i suoni, le essenze del linguaggio, sono ricondotte ad uno statuto di passaggio, non riempiono il vuoto, non incidono sul reale, sono totalmente e irredimibilmente immateriali : Io dico che questa voce, la voce della poesia, si ripete per questi chiari spazi stellari e riempie di sé questo firmamento delle cose. (Parole del tempo, pag. 69) Gli estri, le cose esatte le monotone cose poi, ma questo puoi estendere alle nuvole, quando, rarefatto il tempo, il vuoto è un rudere di passaggio. (Op. poetiche, II, 78) La dolorosa separatezza di questo universo linguistico che è la poesia di Calogero, va approfondendosi nel corso della diacronia delle opere. Un libro centrale come Sogno più non ricordo, scritto dal 1956 al 1958, sancisce la perdita anche dell'ultimo referente di questa poesia, la memoria, dematerializzante ed orfica; il sogno è ormai definitivamente autopropulsivo: Dopo la meraviglia passò simile a se stesso un misterioso accordo un ricordo. (Op. poetiche, I, 305) A partire da Come in dittici, l'universo onirico viene ad essere simbolizzato da una evanescente figura femminile, che motiva una nuova frequenza allocutoria, un serrato e impossibile tentativo dialogico, una intensa problematica della duplicità. L'io tenta di risolversi nella scrittura, di completare la propria derealizzazione. L'ultima opera, i Quaderni di Villa Nuccia, segna l'approdo di questo processo di azzeramento del reale e ipertrofia del linguaggio, di annullamento dell'io empirico e assolutizzazione dell'io poetico: ma forse perduto nel limo mi basta quest'aria che s'arroventa ai cirri di settembre. Con che rotondo occhio la luna mi guarda! (Op. poetiche, I, 397) (...) Ma ora liquido non posso non posso camminare (Op.poetiche, I, 347) Le stesse modalità della scrittura poetica calogeriana conferiscono al testo una valenza di vanificazione. La poesia di Calogero, secondo una propria ascendenza nella koiné orfica novecentesca, privilegia il livello della fonicità, tanto che spesso la selezione lessicale avviene per "verbigenerazione", ovvero per geminazione e suggestione fonetica. Ad essa sottostà anche la sintassi, tipicamente accumulativa e ridondante, ipotattica e labirintica. La stessa regola metrica viene sacrificata alle ragioni ritmiche, alla necessità di creare, attraverso allitterazioni, accenti, vuoti, onomatopee, un'area di vaganza fonetica che vanifichi ogni referenzialità. Così questo calogeriano "gioco dell'oscurità" viene ad essere semantizzato, individuato come intima necessità di una poesia di inaudita radicalità e modernità. (da una nota di Caterina Verbaro) Continua a leggere "Lorenzo Calogero - Altre poesie" Mercoledì, 4 agosto 2010Amelia Rosselli - poesie e traduzioni da SleepTorno spesso, nelle mie riletture, su Amelia Rosselli. Una autrice che trovo fondamentale nel Novecento italiano per la carica innovativa, l'uso della lingua (o delle lingue), il contributo, in gran parte inconsapevole, che ha dato per una visione un pò meno provinciale della poesia nostrana. Ripropongo qui alcune poesie da "Sleep", la raccolta in inglese che Rosselli scrisse tra il 1953 e il 1966 e che trovò una prima pubblicazione nel 1989 a cura e con traduzioni di Antonio Porta presso Rossi e Spera e una successiva nel 1992 presso Garzanti a cura di Emmanuela Tandello. I testi attingono a queste due edizioni e offrono l'opportunità di confrontare anche due diverse modalità traduttive, quella più poetica e inventiva di Porta e quella più "letterale" della Tandello, oltre ad alcune di "prima mano" della stessa autrice. Interessanti a questo proposito le osservazioni che la Rosselli fece in una intervista del 1990, nella quale tra l'altro accennava a idee contenute nel suo noto saggio "Spazi metrici":Confrontando le versioni da Sleep di Emmanuela Tandello, tue e di Antonio Porta, gli esiti a tratti divergono. Come consideri i diversi criteri interpretativi? Non ci sono mille modi di tradurre ma di atteggiarsi verso l'originale. Se sono intervenuta sul lavoro di Porta è stato solo su particolari e non per alterarne il risultato complessivo. Non ho mai forzato la sua impostazione fino al punto di pretendere il rispetto per gli enjambements. Mi piaceva l'energia delle sue invenzioni, però faticavo nella lettura perdendomi ritmicamente. Avrei voluto parlargliene: sarebbe stato interessante ascoltare la sua opinione. Purtroppo non riuscimmo ad incontrarci. Emmanuela Tandello ha invece un'idea piuttosto letterale della traduzione. Per il grosso pubblico è bene semplificare fin quanto è possibile, senza raggiungere naturalmente una pura e prosastica letteralità. Rispettando gli enjambements si semplifica, e nonostante l'italiano sia due volte più lento dell'inglese si rispetta il ritmo. Dal 1958 uso questo sistema: l'ho suggerito alla Tandello e mi è parso che le sue versioni guadagnassero in velocità. Che problemi hai incontrato nel tradurre i tuoi testi? Da principio la traduzione era letterale e poi si è andata affinando. L'inglese è una lingua più fluida dove è essenziale l'enjambement, che in italiano si può eseguire o meno. Ma per me è una lingua acquisita. Non mi considero un'eccellente traduttrice dall'inglese. Ho provato dallo spagnolo e mi è risultato facilissimo. Non uso dizionari di sinonimi. Magari sono troppo pignola e attenta al significato letterale. E un andare controcorrente perché oggi piace il rifacimento. Mi incuriosiscono sia l'equivalenza dei termini che la corrispondenza complessiva. Sento di più il ritmo e la fonetica che la ricchezza del vocabolo, più che altro inconscia e direi sofferta. Occorre rinunciare all'attenzione alla metrica per non porsi un problema ulteriore. Non mi interessa riprodurre un'impostazione metrica. Seguendo l'enjambement si riproduce invece il tono generale, la ritmica generale. Di sicuro non voglio distorcere il senso. Anche in certe poesie che possono sembrare caotiche, perché scritte in piena libertà, per gioco e divertimento e senza la preoccupazione di pubblicare, non meno essenziale è l'aderenza al significato. Continua a leggere "Amelia Rosselli - poesie e traduzioni da Sleep" Lunedì, 18 gennaio 2010Uscire dal sonno: il fallimento odierno e il necessario passo indietro“L'arte non ripete le cose visibili, ma rende visibile” Paul Klee, Confessione creatrice e altri scritti, Abscondita, 2004 I principali scritti contro un realismo chiaramente desueto sono stati sviluppati da artisti figurativi. Questo perché la pittura e la scultura hanno abbondantemente superato il dato reale e l'artista si è trovato, in prima persona, a dover difendere la sua visione dagli attacchi di una cultura a base e limitazione classica dove, con classica, s'intende un'arte legata al realismo, al dato naturale rappresentato fedelmente. Il primo a pagare la sua pittura è stato Van Gogh che ha stravolto, in un mondo culturalmente ancora non pronto, la forma degli oggetti, i cari paesaggi e i volti facendo emergere in essi se stesso, la forza pulsante di un'interiorità creativa. Come tutti gli artisti che, con la loro espressione, hanno anticipato il clima storico in cui sono vissuti, anche Van Gogh pagò la sua innovazione: in vita vendette un solo quadro, comprato dal fratello Theo.Klee, Kandinsky, Haring accompagnarono le loro produzioni con interventi atti a ribadire e a rendere ferma la loro posizione artistica, necessari per difendere una pittura di rottura in anticipo rispetto all'abitudine culturale in cui si sviluppò. Scritti fondamentali per capire il processo creativo e comprendere come la pittura sia riuscita a inventare nuovi linguaggi, paesaggi stravolti dall'interiorità, espressioni al passo con il procedere della storia e che danno, al percorso dell'arte figurativa, una storia progressiva e lineare che procede, dall'imitazione del gesto quotidiano, come nelle pitture rupestri, al dilagare dell'interiorità sul dato verosimile. Questo sviluppo per tappe consequenziali e lineari manca alla scrittura creativa. L'analisi delle produzioni nel tempo rivela l'incapacità di superare il puro impatto oculare e il tentativo di trasformare, citando liberamente Paul Klee, la vista in visione, rimane abortito. Molti pittori considerarono benevolmente il fallimento nel cammino della scrittura riconducendolo alla tangibilità del grafema, alla sua concretezza intrinseca, a una duttilità molto inferiore nel materiale. Ma l'obiezione non può portare a una facile resa e non può essere considerata esaustiva a prescindere. Fatto sta che la scrittura creativa, la poesia in particolare, si è fermata, non ha saputo seguire la linea espressiva dell'arte figurativa, non si è rinnovata e, a un certo punto, dopo le ben auguranti avanguardie del '900, si è riavvolta su se stessa in preda a quella che sembra una preoccupante mistura di ignoranza, faciloneria e vuoto ideativo. Non solo non si è giunti all'astrattismo e neanche lontanamente avvicinati al cubismo ma, la cultura scritta, si è riavvolta su se stessa arrivando, nei momenti attuali di particolare sconforto, a ricollocarsi sulle posizioni di partenza: descrizione del gesto quotidiano, rappresentazione primitiva dell'intorno. La sua attenzione preponderante, sia concettuale che espressiva, è la cosa, oggetto o azione che sia, vissuto nella sua funzionalità basilare, pragmatica e non come punto di partenza per una trasfigurazione personale. Una limitazione a tutto tondo, dilagante fino al buon senso che attribuisce a modeste vedute sui propri dintorni, intenzioni superiori fino al fraintendimento fra proposta di una realtà, la propria, e definizione di realtà assoluta. Una volta per tutte è necessario dire che la realtà in quanto dato oggettivo è negata, impossibile. Tutto ciò che viene proposto in questa direzione è un punto di vista soggettivo. Scendendo a un livello basilare nella spiegazione: due persone litigano, il resoconto di una delle due diventa una poesia, in questo testo le colpe sono date all'altro. Questa non è la realtà, è un punto di vista, è il resoconto di come una delle parti ha vissuto una situazione ma non è possibile definire oggettivamente la scena neanche da una voce super partes! Ora, sfogliando una rivista di poesia, i testi presentati sono elencazione di eventi resi con uno stile che deve inchinarsi e riconoscere il suo debito all'ottocento. Autori nati negli anni ottanta esplicitano la loro non necessità parlando di Odisseo/Ulisse e Narciso, si inchinano alla cultura greca; autori nati negli anni settanta non inventano, non creano ma si appigliano a un sociale relativo per giustificare l'atto di devastare l'occhio del lettore con punti di vista buonisti su fatti personali o di cronaca. Il tutto alla luce della più bieca e disarmante retorica a cui l'acculturato della domenica assocerà il buon, inconsapevole Sereni. Come è possibile questo stato narcolettico che ha saltato tutto? da Zanzotto a Porta, dalla Rosselli a Pound, da Ginsberg a Sanguineti a Spatola? Ognuno darà una sua risposta al grande fallimento della poesia odierna. Personalmente ritengo sia necessario ripartire dagli ultimi autori che hanno avuto una spinta creativa e che sono associabili ai movimenti degli anni sessanta. Recuperarli, leggerli, conoscerli per cercare di dare un senso (forse una riduzione?) alla produzione poetica dell'oggi in cui sembra auspicabile una scrittura che banchetta sul cadavere ideativo del secondo novecento piuttosto che una scrittura che clona l'eterna perpetuazione classica del reale-relativo. (Maeba Sciutti) 1 Dunque, va bene, pazienza per le nostre anime i mari freddi, sopr'ì nostri colli nudi tremanti. Mangeremo dalla nostra mano vuota sorridendo vanitosamente. La teiera d'argento è sbattuta; ci siamo liberati subito dalla noia, in un attimo- corsa. Tentacoli di passione corrono come fanno le rose come fiammanti colate di opaca lava rossa. La nostra anima si lacera con passione, suo cammino. Il vento grida uffa! e se ne va. Fummo lasciati soli con nostra sorella ombelico. Bene, dunque impareremo a stuprarla. Sola. Parole nella loro fucina. 11 Gli occhi crudeli dei pochi fortunati erano una benedizione per la bassa moltitudine. Forse hai smarrito il mio cuore, lei pensava quando lui montò il suo corpo, senza il ringraziamento di un sorriso. Intra le scarpe che battono sul suo cuore è il fiume gelato che scorre sotto la tua anima. Un fiume tempestoso ha diviso i loro cuori e un mostro, dagli occhi crudeli, li ha generati e li ha traditi. Chiamata dalla polizia corse a casa lasciò la festa dei pochi schiamazzanti. Porta con te la borsetta gridò il suo guardiano ciònonostante un'altra occasione generò anche lei. 12 Come senza valore era il suo itinerario alla fama lei collassò all'improvviso dentro la specchiata cornice che fu la storia sordida della resistenza dei pochi al massacro del mondo. Collassa tra e braccia del fratello lungo la spina impeccabile di guai! Così una fanciulla stanca tremava esile tra braccia più soffici di quelle del fratello, le sue forze, scivolose come il pianto del cavallo, le sue speranze tremanti di guadagno collassarono d'un tratto in un nuovo contratto indicibile. 14 tanto varrebbe che tu pensassi una cosa o l'altra di me; io non sto alla mercé della misericordia, né voglio la tua interpretazione, non avendone nessuna io stessa che potesse sopraffarmi. Ti ritiri dentro la tua cella febbricitante, come un angelo microscopico impegni battaglia con i miei pensieri, come fossero al mio rivoluzionario cuore, un campanello promiscuo. L'inferno stesso è quello che vuoi: un ago nella necessità, prevedendo che no sarò meglio di quello che tu mi vuoi. 15 Azioni nel mio cervello: questi verbi, la cui celerità resiste ad ogni dolore. La tenerezza stessa è pericolosa quando fuori diritto; uccelli agili questi verbi reclamano ignoranza. Il ramo nero del pensiero non lascia vita al pensiero; resiste ad ogni gioco con astuzia, spezie, desideri noiosi e cerca, nella sua maniera nera, di non morire. Spezie troppo insipide per qualsiasi cervello si trattengono dal rabberciare l'affare: un sollievo per le calde membra. Amelia Rosselli nella traduzione di Antonio Porta, Sonno - Sleep, San Marco dei Giustiniani, 2003 Martedì, 17 febbraio 2009Amelia Rosselli: traduzione in francese da Variazioni belliche
Riprendo qui da “Terres de femmes” alcune traduzioni in francese di testi tratti da “Variazioni belliche” di Amelia Rosselli, libro che è totalmente inedito in Francia, non ostante che l’interesse dei francesi per A.R. sia a mio avviso costantemente in ascesa, cosa che per altro queste stesse versioni dimostrano. La traduzione è dovuta a Marie Fabre, già allieva della École normale supérieure (Lettres et Sciences humaines) e docente aggregato di italiano. Dopo un master di secondo livello all’Università di Bologna su Italo Calvino e Elio Vittorini, sta attualmente curando presso l’Université Stendhal – Grenoble 3 una tesi di dottorato sui rapporti tra utopia e letteratura negli stessi autori. Ringrazio Angèle Paoli e Marie Fabre per la loro cortese disponibilità.EXTRAITS DE VARIAZIONI d’AMELIA ROSSELLI
Continua a leggere "Amelia Rosselli: traduzione in francese da Variazioni belliche" Mercoledì, 22 ottobre 2008
Per ragioni del tutto casuali, credo, a parte un universale interesse per l'autrice, la mia traduzione di testi in francese di Amelia Rosselli, tratti dalla raccolta giovanile "Adolescence", ha portato alla ripresa di due di essi sul blog "Terres de femmes" di Angèle Paoli, nonchè, a seguito di quello, alla traduzione degli stessi in lingua còrsa. L'autore della traduzione è il poeta Norbert (Norbertu) Paganelli, una delle voci più impegnate nella difesa della identità culturale della sua isola (http://invistita.fr), autore di raccolte di poesie sia in francese che in còrso.
Continua a leggere "" Sabato, 11 ottobre 2008Su Terres de femmes due traduzioni da Rosselli
Ringrazio Angèle Paoli che ha riproposto sul suo blog "Terres de femmes", insieme ai testi originali in francese, due delle mie traduzioni "amatoriali" di poesie tratte da "Adolescence - exercises poétiques 1954-1961" di Amelia Rosselli (v. qui). Il post è bello e documentato, come sempre avviene nel blog di Angèle, uno dei più interessanti in circolazione, che consiglio di frequentare abitualmente. Trovate il resto delle mie traduzioni qui, e poesie di Angèle Paoli, da me tradotte anch'esse, qui e qui.
Lunedì, 18 agosto 2008Traduzioni da Adolescence di Amelia Rosselli
Una traduzione, che vuole essere un semplice omaggio a una grande poetessa, di cinque delle nove poesie in francese di Amelia Rosselli, contenute in Adolescence (exercises poétiques 1954-1961), già pubblicate in Primi scritti (Guanda 1980), ora in A.R., Le poesie, pref. di G. Giudici, Garzanti 1997 e 2007.
Mercoledì, 22 febbraio 2006Amelia & Sylvia
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