fiori acuti posati sulle dita come sorrisi incerti:
«Vieni a vedere… Ho ritrovato, qui, abiti antichi
da respirare…»
*
Tenue, così, come uno sguardo
labile, magro;
dunque abbàssati nel sonno breve,
l’allegrezza verrà,
non pronunciata, come un esatto,
docile bisbiglio.
Dunque tu accogli questi solenni doni:
pazientemente qui bisogna
rilegarli nella notte dell’ascolto,
nell’alluminio delle superbe luci.
Rileggere la propria esistenza a partire dai suoi momenti elementari e dalle pulsioni più semplici, semiautomatiche. Esplorando il gran territorio che il fenomenologo chiama mondo della vita o precategoriale. Nel quale il lettore ritrova il lato nascosto dell’essere, quello destinato a rimanere in basso, male illuminato e sottotraccia. Perché i versi di Mario Fresa questo intendono fare: portare alla luce il fondo vitale pressato dalla (cosiddetta) realtà e dunque sottomesso a omissioni, cancellazioni, rimozioni. Dove non si distingue ancora cosa è sogno, desiderio, vita desta, ricordo opaco della vita desta. Dove le presenze in carne ed ossa rimangono appena accennate, affiorano, svaniscono e si confondono con i loro doppi e i loro fantasmi. Dove domina una strana mistura, un coacervo indistinto di sensi e memoria, quasi che Fresa voglia alludere a cosa è (o è stata) la percezione prima che la ratio illuminante intervenga a discernere quanto viene afferrato “qui ed ora” da quanto ritorna, risale dal passato.
Uno stato radicalmente confuso e caotico, dunque. Per esplorarlo, bisogna scordare e dismettere le abituali categorie regolative, le coordinate con le quali ci orientiamo nel mondo. Il quale, allora, appare come un territorio sotterraneo, un altrove ancora informe, confuso, instabile e sorprendente.
Tutto procede, si muove come in un caleidoscopio: il quadro globale si evolve attraverso giochi di somiglianze, analogie sottili o palesi. E rimane ostinatamente irrisolto l’interrogativo cruciale: siamo precipitati dentro una vita anteriore o stiamo passando in una reverie infinita? Sta lavorando la memoria o l’immaginazione? Eppure, è proprio questa ambiguità a costituire l’elemento di più alta originalità e inquietudine delle poesie di Fresa, forse la nota che attraversa l’intera raccolta, la cifra dominante e caratteristica. La bussola letteraria più vistosa sarebbe, allora, il Mario Luzi autore di Nel Magma, di Su fondamenti invisibili. Ma è un Luzi ricordato in chiave decisamente claustrofobica.
È un dato, tuttavia, che in questo panorama alcune (chiamiamole così) scene ostinate, alcune situazioni si fissano o, quantomeno, sembrano tendere alla stabilità, acquistare spessore. Come se certe figure aspirassero alla consistenza. Qui, la scrittura di Fresa pare concedersi una sorta di respiro narrativo e il verso evolversi a misure prosastiche. Ma è un falso movimento, un errore di prospettiva, forse una illusione della sua stessa memoria.
Il passaggio nell’evanescenza e nell’instabilità prosegue ad interim, il caleidoscopio non si è mai arrestato. Il viaggiatore si è spostato, questo lo avverte con chiarezza, a volte. Ma ignora e ignorerà se è andato avanti, o è retrocesso ancora più indietro. Non interviene una luce liberatoria o risolutiva, mai.
Insisto: il momento forte di Fresa sta nel suo trattenersi sospeso tra io e inconscio, tra materia e apparenza della materia, vita e apparenza della vita. Tra buio e aspirazione frustrata alla luminosità.
Chiuso il libro e in attesa di riaprirlo (accadrà spesso, ai lettori), resta la domanda: dove siamo stati, dove ci ha accompagnato, Mario Fresa?
Forse, nella caverna di Platone. Dove gli effetti della luce riflessa venivano scambiati per realtà, le ombre per figure viventi. Da dove, in verità, Fresa non è mai uscito. (Mario Santagostini, prefazione)
Mario Fresa è nato nel 1973. Ha pubblicato due libri di poesia: Liaison (introduzione di Maurizio Cucchi, 2002, Premio Giusti Opera Prima, terna Premio Gatto) e L’uomo che sogna (2004, Premio Capoverso – Città di Bisignano). Suoi testi poetici sono apparsi sulle riviste «Paragone», «Gradiva» (con una nota critica di Maurizio Cucchi), «Caffè Michelangiolo», «Semicerchio», «La Mosca di Milano», «Specchio della Stampa», «Il Monte Analogo», «Erba d’Arno», «La clessidra», «L’area di Broca», «L’Ortica», «Le voci della luna» (con una nota critica di Matteo Fantuzzi), «Il Banco di Lettura» e «Vico Acitillo 124».
È presente in varie antologie, tra le quali Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2004) e Il corpo segreto (LietoColle, 2008).
Altri testi di Mario Fresasul blog di Francesco Marotta“La dimora del tempo perduto" (v. qui)
Ringrazio molto Alessandro del suo denso giudizio. Colgo l'occasione per invitare Giacomo e gli altri lettori a conoscere un bel volume antologico, uscito di recente, dedicato al grande poeta argentino Hugo Mujica, tradotto e curato - con la solita perizia - proprio da Ghignoli.