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    <title>Old Imperfetta Ellisse - Archivio di imperfettaellisse.it - Libri ricevuti</title>
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    <description>ARCHIVIO STORICO 2005 - 2018</description>
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    <title>Nicola Grato - Inventario per il macellaio</title>
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            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;h5 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;Nicola Grato - &lt;em&gt;INVENTARIO PER IL MACELLAIO&lt;/em&gt; - Interno Poesia
        2018
    &lt;!-- s9ymdb:896 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/grato_inventario.jpg&quot; title=&quot;Nicola Grato - INVENTARIO PER IL MACELLAIO - Interno Poesia 2018&quot; alt=&quot;Nicola Grato - INVENTARIO PER IL MACELLAIO - Interno Poesia 2018&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;304&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h5&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    E&#039; difficile dire qualcosa di questo libro prescindendo dal suo titolo. Un
    titolo è importante, lo dico con qualche cognizione di causa. Nei libri di
    poesia è quasi sempre campato in aria, o ripete un verso disperso
nell&#039;opera, ecc., a parte certi titoli memorabili, come    &lt;em&gt;Allegria di naufragi&lt;/em&gt;, per citarne uno. Ma quello di questo libro
    dà l&#039;impressione di essere, per dirla con Genette, un titolo tematico.
    Insomma, un titolo forte, che dà una robusta indicazione. Perciò è con una
    certa sorpresa che poi, leggendo, ci si ritrova in una atmosfera che non ha
    l&#039;odore del sangue né l&#039;ossessione tragica di dare un ordine inventariale
    alle cose.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Le cose, certo, ci sono, e appartengono anche nel caso di Nicola Grato a
    quello che più volte ho chiamato un &lt;em&gt;universo ristretto.&lt;/em&gt; Ovvero
    qualcosa di insieme concentrato e &amp;quot;vero&amp;quot; (vero per chi scrive), di
    universale e insieme strettamente privato, di condivisibile e insieme
    inconoscibile per chi legge. E&#039; il mondo visto da una prospettiva
    personale, una vera &amp;quot;soggettiva&amp;quot; in senso cinematografico su una realtà
    essenzialmente domestica. Va da sé che &lt;em&gt;ogni poesia&lt;/em&gt; è soggettiva,
    anche quando chi scrive fa di tutto per defilarsi. Si tratta di vedere
    quali, quanti e di che qualità sono viceversa gli oggetti poetici, gli
    elementi affettivi, emozionali, estetici che passano.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Questo è fondamentalmente un libro che un giovane dedica alla memoria, a
    una memoria che riguarda i morti, certo, ma anche una memoria come valore
    etico, come elemento sociale, come eredità ed identità e magari, infine,
    come debito ancestrale, verso un luogo circoscritto, che forse la maggior
    parte dei giovani abbandonerebbe. Insomma una memoria che rammemora sé
    stessa. Sintomaticamente tutto questo è anche memoria della forma, sotto
    diversi aspetti che si riflettono soprattutto sulle scelte stilistiche e
    prosodiche di Grato, e debito culturale, stante che la versificazione di
    Nicola è quanto di più aderente ad una tradizione si possa immaginare. Già
    i testi di esordio della raccolta (ed è per questo il senso di straniamento
    di cui parlavo sopra) ci spediscono proprio in quell&#039;universo circoscritto
    tanto lontano da qualsiasi ipotesi &amp;quot;forte&amp;quot; [anche vaghissimamente
    grandguignolesca o tragica] quanto può esserlo un salotto gozzaniano.
    Infatti è proprio Gozzano l&#039;autore che più spesso viene alla mente,
    soprattutto per le piccole cose, gli oggetti che vengono quasi enumerati,
    le molte &amp;quot;cianfrusaglie di tante vite, / cose da poco, monili / perciati
    destinati al fuoco&amp;quot;. Eppure questi ambienti sono scenari di morte, una o
    più, e stratificazioni di un dolore che però sembra rattratto, un po&#039;
    frenato, trasferito subito su una malinconia elegiaca che è già - anche
    prima di una ipotetica funzione catartica della poesia - elaborazione e
    accettazione. Come un bighellonare col pensiero in un villaggio che siamo
    rassegnati ad abitare, e che quindi non può nemmeno alimentare una
    nostalgia, un ritorno alle origini, visto che siamo già qui. La cifra
    complessiva è proprio questa e ruota intorno alla perdita (della madre si
    suppone, del padre) però come dicevo già in gran parte metabolizzata
    proprio per via poetica. Soprattutto attraverso il fattore poetico per
    eccellenza, in una poesia di questo tipo, e cioè il ricordo, uno sguardo
    che indugia molto, poi, sugli elementi totemici del ricordare stesso, le
    cose, gli oggetti che popolano le stanze, che intermediano tra presenti e
    assenti, ne sono - e questo è importante da capire - le spoglie in qualche
    modo &amp;quot;animate&amp;quot;. Chi scrive è come immobile al centro di questa
    perlustrazione dell&#039;ambiente quale contenitore dei ricordi. Il tempo è
    fermo al momento degli eventi, privandosi di ogni dopo, come in ogni lutto
    che si rispetti. I calendari sono fermi &amp;quot;da una vita a dicembre&amp;quot;, gli
    orologi sono fermi, le foto, ovviamente, sono congelate in eterno, come la
    luce, &amp;quot;una luce / di vetro il giorno chè morto / mio padre in dicembre  /
    mia madre in aprile&amp;quot;. Il legame con tutto questo è forte, si ha quasi
    l&#039;impressione che Grato lo viva come impossibilità di distacco, anzi con
    una qual soggezione, un &amp;quot;riguardo&amp;quot; che trova qualche riflesso anche nella
    lingua, con qualche accento dialettale (settimanile, perciati, cunto,
    azolo, balata) che però Nicola non usa in senso pittorico o espressionista,
    ma come esornazione o come elemento &amp;quot;nomade&amp;quot; (all&#039;interno dell&#039;italiano) di
    un rimpianto.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Le cose migliori, alcune delle quali ho riproposto qui, Grato le esprime
    proprio quando si allontana un po&#039; dal memoriale elegiaco per volgere lo
    sguardo all&#039;intorno, per osservare con occhio meno privato ma non meno
    dolente la vita, per riflettere su quanto di più universale il pensiero può
    cogliere anche all&#039;interno di un mondo circoscritto, come ad esempio nella
sezione &lt;em&gt;Sommario dell&#039;abbandono&lt;/em&gt; o in parte anche in    &lt;em&gt;Un paese di persone in volo&lt;/em&gt;. Si intravede qui quello che forse
    intravede, poeticamente parlando, l&#039;autore. Cioè l&#039;esaurimento di una
    tematica, come ultima elaborazione del ricordo malinconico, o del rimpianto
    (e non potrebbe essere altrimenti), e il passaggio verso altre domande su
    cui esercitare forse anche un diverso linguaggio o addirittura altre forme.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Insomma, una raccolta in cui forse Grato avrebbe potuto, con i mezzi e la
    materia che ha, tentare di andare un po&#039; più a fondo, magari contrastando o
    arricchendo il dato memoriale, la massa oggettiva delle &amp;quot;cose&amp;quot; con uno
    scatto immaginativo, imponendo alle cose stesse il suo intimo,
    trasfigurandole. Ma va detto, a parte queste considerazioni che, come
    ricordo sempre, sono solo un punto di vista, che quella di Grato è
    complessivamente una poesia piuttosto buona, proprio nel suo essere
    tradizionale, anzi crepuscolare, con un orecchio stilistico particolare per
    musica e metro, assonanze e rimandi, rime interne e consonanze, insomma con
    una cura della lingua che si fa notare. Come dicevo sopra, i mezzi ci sono,
    e anche la materia, forse non sfruttata (o aggredita) come avrebbe dovuto.
    Immagino che Nicola vorrà mettersi alla prova con altri temi, con altri e
    più ampi orizzonti. &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/959-Nicola-Grato-Inventario-per-il-macellaio.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Nicola Grato - Inventario per il macellaio&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Wed, 14 Nov 2018 18:43:00 +0100</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>interno poesia editore</category>
<category>inventario per il macellaio</category>
<category>nicola grato</category>
<category>poesia italiana</category>
<category>recensioni</category>

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    <title>Gabriele Galloni - Creatura breve</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/958-Gabriele-Galloni-Creatura-breve.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;div&gt; 
&lt;h5 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;!-- s9ymdb:895 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/gallonicreatura.jpg&quot; title=&quot;Gabriele Galloni - Creatura breve - Edizioni Ensemble, 2018&quot; alt=&quot;Gabriele Galloni - Creatura breve - Edizioni Ensemble, 2018&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;317&quot; /&gt;Gabriele Galloni - Creatura breve - Edizioni Ensemble, 2018
        &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h5&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Sarò breve. Galloni è già stato ampiamente recensito, forse il più
    recensito degli ultimi tempi, senza contare la sua presenza in rete e sui
    social, che ha assicurato una generosa offerta di estratti e riproposte dei
    suoi scritti. Perciò quello che mi interessa in questo momento è limitarmi
a registrare qui alcuni appunti di lettura di questo suo    &lt;em&gt;Creatura breve&lt;/em&gt;. La brevità di questa creatura, intesa come opera,
    è la brevità della maggior parte dei suoi testi, alcuni dei quali sono al
    limite dell&#039;aforisma pro-verbiale (v. più avanti) o del frammento in sé
    consistente, &amp;quot;chiuso&amp;quot;, che cioè non mi pare una tessera di qualcosa d&#039;altro
    se non di una visione appunto frazionaria e forse impressionista di quello
    che è a portata di mano (o del mondo, se vogliamo), di una realtà come
    stimolo (non proprio come &lt;em&gt;ispirazione&lt;/em&gt;) di sintetiche
    considerazioni esistenziali (*). La sintesi è tuttavia uno dei pregi della
    scrittura di Galloni, poiché non è soltanto semplificazione del dettato ma
    anche condensazione di pensiero, o di un grumo di riflessione sull&#039;
    &amp;quot;incidente&amp;quot; (con quanto di &amp;quot;occasionale&amp;quot; questo comporta). Una buona
    scrittura, in breve, nutrita di parecchie letture soprattutto del Novecento
    italiano, ben filtrate, sia detto a suo merito. Come a suo merito va
    ascritta la scelta stilistica, complessiva e senza patemi d&#039;animo, della
    modernizzazione di accenti lirici e/o elegiaci (come ho notato anche
    nell&#039;altro suo libro &lt;em&gt;In che luce cadranno&lt;/em&gt;, che da quel poco che ho
    letto mi pare senza alcun dubbio migliore di questo), giocata molto sulla
    sottrazione del superfluo verbale, tanto per fare un esempio. Con poeti
    come Galloni è inutile e peregrina, se non truista, qualsiasi iscrizione
    d&#039;ufficio al &amp;quot;tradizionale&amp;quot;. Semplicemente così è. Galloni appartiene a
    quel gruppo di giovani autori (ce ne sono altri e molto diversi da lui) in
    cerca di focalizzazione (ma lui è già parecchio maturo) di una realtà che è
    vasta ma che appare comunque governabile, se la si prende in dosi
    omeopatiche: se la si guarda in superficie, come un lago relativamente
    calmo; se la si analizza con mezzi rinnovati ma collaudati; se la si vive
    con un po&#039; di ironia e di sensualità, o con il paradosso (nel senso di
    contraddizione del comune) e con quella distanza, anche anagrafica, dal
    &amp;quot;naufragio&amp;quot; di cui parla Hans Blumenberg citando Lucrezio. Inutile cercarvi
    un senso del tragico, non può esserci, almeno in questo tipo di poesia.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Sarebbe semplice, per i testi più brevi, parlare anche nel caso di Galloni
    di piccole epifanie (v. ad es. &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/374-Giovanni-Catalano,-losservatore-scientifico-Nota-su-Immaginate-la-ragazza.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; o &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/506-Massimo-Barbaro-Nei-giardini-degli-scettici.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt; o &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/557-Marco-Bini-Conoscenza-del-vento.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;). In realtà mi
    pare che qui non ci sia proprio &amp;quot;rivelazione&amp;quot; e decifrazione poetica di
    essa, c&#039;è piuttosto il poeta che sembra defilato come &amp;quot;io&amp;quot; (c&#039;è spesso una
    terza persona singolare, e al passato) ma che ci fa sapere tra le righe che
    è lui ad illuminare e in qualche modo nobilitare quella parcella di realtà
    con i suoi versi. Nei quali non posso fare a meno di rinvenire, per quanto
    molto volatile, un elemento narcisistico, una specie di ammicco, a sé e a
    chi legge, un &amp;quot;gesto&amp;quot; poetico ben scritto, non c&#039;è dubbio, ma che secondo
    me ha ancora bisogno di un supplemento di indagine (soprattutto da parte
    dell&#039;autore stesso sul suo materiale poetico).La sintesi del reale per
    frammentazione, se così si può dire per ossimoro, è poi un tratto di molta
    poesia attuale, in sé naturalmente rapsodica, con cui bisogna fare i conti,
    accettandolo o rigettandolo con qualche motivazione.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    La creatura breve invece intesa come simbolo è l&#039;uomo medesimo. Come si
    legge in &lt;em&gt;Pro Verbis #4&lt;/em&gt; &amp;quot;E saremo lImmagine delluomo. / Non la
    creatura breve, ma la traccia&amp;quot; (questo l&#039;intero testo). Inversione dei
    ruoli, non si può essere a immagine e somiglianza di nessun dio ma solo di
    sé stessi, in sé o come traccia memoriale di uomini. E&#039; uno dei temi di
    Galloni, trattato in maniera del tutto agnostica, anzi se c&#039;è una presenza
    &amp;quot;mistica&amp;quot; è un angelo irrumante nella bocca di qualcuno, e va bene così
    perché anche in questo consiste l&#039;uomo ad immagine d&#039;uomo, e non credo che
    ci sia nessun borghese che si lasci &lt;em&gt;épater &lt;/em&gt;per questo. Un altro
    tema, importante e correlato, è quello della morte e dei morti - intesi
    come categoria quasi filosofica ipostatizzante, o come simbolo dialogico in
    conversari o sibilline parabole tra l&#039;onirico e il fantastico - presente
soprattutto e con maggiore coerenza, mi pare, in    &lt;em&gt;In che luce cadranno.&lt;/em&gt; La morte è un topos in poesia e da quel che
    ricordo Gabriele ne ha qualche esperienza diretta, per via delle sue
    interviste a malati terminali pubblicate su Pangea. Un materiale
    importante, quindi, e doloroso, che Galloni sceglie di &amp;quot;distanziare&amp;quot; con
    l&#039;ironia, di declassare, almeno in questo libro, a un territorio parallelo
    popolato di deuteragonisti colloquiali per la sua particolare visione del
    mondo. Il che ha sicuramente un certo interesse, soprattutto per l&#039;abile
    manipolazione, la resa scrittoria di queste &amp;quot;fabule&amp;quot;, forse la parte più
    sostanziosa di questo piccolo libro.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Insomma, se la domanda è: è bravo Galloni? la risposta è sì, con riserva.
    Per quanto mi riguarda un lavoro che avrebbe potuto apparire più organico,
    più conclusivo, perfino più azzardato. Ma anch&#039;io, come mi pare tutti,
credo che Galloni abbia la stoffa, e anche il carattere, per farsi valere.    &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    (*) dopo aver scritto queste parole ho trovato questa interessante - ma per
    un certo verso ovvia - risposta, tratta da un&#039;intervista di Michele
    Paoletti al poeta (v.
    &lt;a href=&quot;http://www.laboratoripoesia.it/gabriele-galloni/&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ):
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;em&gt;Come nascono le tue poesie?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Di solito parto da unimmagine, un fotogramma di vicenda, una situazione 
    la narrativa non mi abbandona mai. Cerco di misurare e limare quello che
    voglio dire; lo costringo nella melodia della metrica, che mi permette di
    consumare il consumabile nel modo migliore possibile  cioè puntando
    allessenziale e senza sprechi linguistici. Altre volte invece mi visita
    improvviso un verso, undici sillabe perfette, e da lì continuo sviluppando
    o riducendo, mutilando. Sono molto puntiglioso in questo.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/958-Gabriele-Galloni-Creatura-breve.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Gabriele Galloni - Creatura breve&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Tue, 06 Nov 2018 12:28:00 +0100</pubDate>
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    <category>creatura breve</category>
<category>critica</category>
<category>edizioni ensemble</category>
<category>gabriele galloni</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title>Federico Federici - MROGN</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/957-Federico-Federici-MROGN.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;h5 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;strong&gt;Federico Federici - &lt;em&gt;MROGN &lt;/em&gt;- Editrice Zona, 2017&lt;!-- s9ymdb:894 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/federicimrogn.jpg&quot; title=&quot;Federico Federici - MROGN - Editrice Zona, 2017&quot; alt=&quot;Federico Federici - MROGN - Editrice Zona, 2017&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;296&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h5&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Non incrociavo &lt;strong&gt;Federico Federici&lt;/strong&gt; da anni, almeno da quando
    circa dieci anni fa avevo pubblicato qualche testo della sua bella
    traduzione dal russo di Nika Turbina (&lt;em&gt;Sono pesi queste mie poesie&lt;/em&gt;,
    v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/312-Nika-Turbina-Quattro-inediti,-con-una-nota-di-F.Federici.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
) e soprattutto avevo brevemente annotato la sua raccolta    &lt;em&gt;L&#039;opera racchiusa&lt;/em&gt; (v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/341-Federico-Federici-Lopera-racchiusa.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ), con cui aveva vinto il Montano 2009 (e qualcuno lo ricorderà anche come
    autore con l&#039;eteronimo di Antonio Diavoli). Ora, cioè qualche tempo fa, mi
    manda il suo &lt;strong&gt;&lt;em&gt;Mrogn&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, uscito per Zona alla fine del
    2017, premio Pagliarani 2016 per la raccolta inedita.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Mrogn è un luogo preciso, da qualche parte dell&#039;Appennino Ligure, designato
    da un toponimo dialettale di cui sfugge il senso. Mrogn è un luogo
    immaginato, ambientazione e set di accadimenti misteriosi e insieme
    ineludibili. Mrogn è la coincidenza, anzi la tangenza di presenza umana e
    natura, entrambi su un confine invisibile tra dimensioni diverse e tuttavia
    intrecciate. Mrogn è una metafora, e quindi un coagulo di senso, non
    necessariamente esplicito ma, forse proprio per quello, necessariamente
    esplorabile. Mrogn è, probabilmente, un viaggio per il quale la lingua è il
    principale passaporto, anzi un viatico, in un&#039;oscurità la cui dissipazione
    è una sfida, forse perdente. Infine, e proprio per tutto ciò, Mrogn è un
    poema, con quel che ciò significa in termini di spazio e tempo, di respiro
    e unità di intenti, di indagine ed epos dell&#039; &amp;quot;evento&amp;quot;.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Qualcosa accade o è accaduto, lassù. Sì, forse indagine è la parola giusta,
    basta non perdere mai di vista il fatto che non è la soluzione che conta, e
    nemmeno la &lt;em&gt;concretezza &lt;/em&gt;di qualsiasi fatto. Anzi, è chiaro fin
dall&#039;inizio che è l&#039;incerto, l&#039;indefinito, il probabile    &lt;em&gt;non provabile&lt;/em&gt;, questi ed altri gli elementi da cui principalmente
    è composta questa scrittura. L&#039;accaduto, qualsiasi cosa esso sia, ha un
    valore traslato poiché non è che un frammento su cui si esercita un
    tentativo di &lt;em&gt;penetrazione &lt;/em&gt;della realtà, intesa - in ultima analisi
    - in senso astratto. Va notato subito però che, trattandosi di un poema,
    qui non c&#039;è, non può esserci niente di frammentario o rapsodico, insomma ho
    fatto riferimento a spazio e tempo per qualche ragione. Se i testi sono
brevi o brevissimi è perché hanno, devono avere, l&#039;essenzialità dell&#039;    &lt;em&gt;indizio&lt;/em&gt;, fissando in esso una porzione di accaduto, e a ciascuno
    ne segue un altro, una serie, una sequenza che compone il macrotesto, se
    posso usare questo termine improprio. Si arriva alla fine del libro, lo
    dico subito, senza soluzioni del &amp;quot;dramma&amp;quot;, perché - va detto anche questo -
    il dramma, inteso in senso teatrale, è in realtà un &lt;em&gt;presentimento&lt;/em&gt;,
    forse una leggenda, o una paura, privata o collettiva.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    C&#039;è in effetti una dimensione che potremmo definire teatrale, una possibile
    interpretazione a più voci, voci indefinite, anch&#039;esse forse metafora di un
    indistinto popolo che vive, forse scrive, forse legge, la vicenda poetica.
    Sono essenziali qui, in cima ad ogni testo, degli exerga didascalici, delle
    indicazioni quasi di scena, di teatro o cinema, che avviano (ma non
    conducono, quello è affar suo) il lettore. Facciamo qualche esempio:
    &lt;em&gt;
        (sottovoce  corsivo a verbale); (altri rilievi, anatomie di scena);
        (esterno: notte); (primo testimone: un sacrestano)
    &lt;/em&gt;
    , e così via. E&#039; chiaro che tutto concorre ad un tono di indefinito
    mistero. I &amp;quot;reperti&amp;quot; disseminati come testi apparentemente in sé conclusi
    non portano nemmeno a definire che esista un &amp;quot;fatto&amp;quot;. Ed è questo, io
    credo, uno dei temi del lavoro, se non il principale: una verità
    irrealizzabile come vera, perché relativa, intersezione e contaminazione di
    parole e punti di osservazione, in un certo senso &amp;quot;privata&amp;quot; di ciascun
    osservatore. Esattamente, se vogliamo, come la verità dell&#039;artista, nel
    momento stesso in cui si manifesta. Il vero si possiede forse con il suo
    &amp;quot;nome&amp;quot; (&amp;quot;l&#039;ha raggiunto il nome, / preso&amp;quot;; &amp;quot;non avrà altro nome / al di
    fuori di sé&amp;quot;; &amp;quot;lo scomparso ha nome?&amp;quot;; &amp;quot;Non si può affermare / che sapremo
    il nome / dentro cui è morto&amp;quot;; &amp;quot;Lasciateci da soli / a cercare il nome&amp;quot;;
    &amp;quot;si ripete in bocca della preda / il nome, quasi s&#039;avverasse / in quello&amp;quot;;
    &amp;quot;lascia perdere / il bersaglio / - è il nome&amp;quot;; &amp;quot;Si sentiva minacciato / nel
    suo nome&amp;quot; ecc.). In definitiva, con la parola che identifica e tenta di
    organizzare il reale.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Lassù su quel colle, si diceva, qualcosa c&#039;è o c&#039;è stato, esiste o è
    esistito. Una scomparsa, o una morte. Come anticipa il risvolto di
    copertina: &amp;quot;Chi è morto? Un animale, si direbbe. Chi è scomparso? Un uomo,
    si direbbe - se non che anche l&#039;uomo è un animale&amp;quot;. Va bene, ma questo è
    avvenuto &lt;em&gt;prima&lt;/em&gt;, per paradosso possiamo dire prima ancora che il
    libro venisse scritto. Il libro viene in un certo qual modo dopo, in
    risposta a quelle domande e ad altre che inevitabilmente seguono. Come
quella di cosa sia &lt;em&gt;realmente &lt;/em&gt;l&#039;oggetto della caccia/indagine, una    &lt;em&gt;caccia metafisica&lt;/em&gt;, come sottolinea la motivazione del Premio
    Pagliarani, ricordando giustamente la caccia allegorica del caproniano
    Conte di Kevenhüller (là alla Bestia, qui all&#039; &amp;quot;altra cosa&amp;quot;). Il luogo è
    essenziale, non tanto nella sua dimensione fisica quanto soprattutto nella
    sua essenza simbolica. Simbolica è la sua oscurità, simbolico è il suo
intrico. Il luogo è il bosco (e &lt;em&gt;bosco &lt;/em&gt;è una di quelle parole -    &lt;em&gt;nome&lt;/em&gt;, &lt;em&gt;animale&lt;/em&gt;, ecc - che ricorrono nel libro, come
    segnavia), un luogo senza confini istituiti (&amp;quot;Non esiste il punto / dove il
    fiume penetra / nel bosco, né / le vene il corpo&amp;quot; e &amp;quot;sulla carta non esiste
    bosco&amp;quot;), nel quale addentrarsi è cedere una parte di sè o paradossalmente
    acquistarne, segno che la ricerca (di verità, di risposte) è un valore nel
    suo svolgersi, è &lt;em&gt;formazione&lt;/em&gt;. E&#039;, in altre parole, trasformazione,
    forse metamorfosi (&amp;quot;Non si penetra nell&#039;ombra. / Entra in noi l&#039;ombra del
    bosco&amp;quot;). Le cose, nella caccia, evolvono. E non è un caso che dei testi
abbiano un carattere sapienziale, che ricorda certe &amp;quot;sentenze&amp;quot; dell&#039;    &lt;em&gt;I Qing&lt;/em&gt;, il Libro dei Mutamenti: &amp;quot;Lo scomparso ha nome? / L&#039;animale
    un&#039;orma, un verso? / Chi cercò nel bosco un varco / è perso&amp;quot;. Ma evolvono
    come enumerazioni di oggetti o come evidenze di una incapacità di dissipare
    per sempre l&#039;oscurità del bosco e l&#039;opacità della verità che si suppone
    esso contenga. E forse come metafora della lotta - spesso perdente ma
    sempre necessaria - della parola per essere &amp;quot;definitiva&amp;quot; sulle cose e sulla
    realtà, specie su una realtà in schegge, sulle tracce di essa (&amp;quot;Che parola
    mise sulle tracce, / o che parole erano le tracce? / Chi parlò, / senza
    coprirsi di silenzio?&amp;quot;). E&#039; un nobile tentativo, come sempre è la
    scrittura, di gettare l&#039;ombra al di fuori di noi.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    L&#039;indagine alla fine non ha esito, ma lo sappiamo già, perché un &amp;quot;rapporto&amp;quot;
    proprio all&#039;inizio del libro ci informa:
&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; 
&lt;blockquote&gt; 
&lt;div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
        Non è stato possibile giungere oltre l&#039;evidenza dei fatti. I reperti
        (pezzi di roccia, cortecce incise, piume, peluria e schegge d&#039;osso), i
        rilievi (foto, tracciati, filmati), il sonoro (spifferi d&#039;aria, fischi
        di serpi, legna spaccata e parlate in dialetto) sono oggi archiviati al
        museo contadino di *. Qualcuno ogni tanto li studia.
    &lt;/font&gt;&lt;/div&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
        La gente del luogo, arrivando l&#039;inverno, ha paura.
        &lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
        L&#039;uomo è sepolto nel bosco. Il bosco nell&#039;uomo.
        &lt;/font&gt;&lt;br /&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;em&gt;Mrogn, 7 ottobre 2012&lt;/em&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;/blockquote&gt; 
&lt;div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt; 
&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
Ma non è nemmeno una sconfitta, è la stessa ricerca il    &lt;em&gt;segno e il significato&lt;/em&gt; del lavoro, come dicevamo all&#039;inizio, la
    compenetrazione di indagine e oggetto indagato, come abbiamo appena letto.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Un libro di fascino, indubbiamente, stilisticamente imperioso e tuttavia
    aperto all&#039;immaginazione anche visiva del lettore, nelle ampie radure (del
    bosco, del testo) lasciate a chi legge, negli spazi bianchi, come innevati, tra i versi. E il cui principale interesse sta in una ricerca non solo
    sulla lingua, peraltro mantenuta a un livello strutturale semplice e
    ordinato, anche in funzione della natura volutamente frammentata del testo,
    ma comunque sempre serrata (&amp;quot;Taglio per taglio, rima per rima, la caccia
    alla lingua è proiettata in cabina di montaggio&amp;quot;, ci rammenta Fabio Zinelli
    nella motivazione al premio); ma ricerca anche sui temi, sulle cose da
    dire, sui livelli espressivi, sulla &amp;quot;storia&amp;quot;, su tutto ciò che poi
    sostanzia e incarna quella lingua, non lasciandola mai mero strumento privo
    di suggestioni. Un linguaggio franto e sincopato, e volutamente antilirico,
    non emotivo, che consegue l&#039;ossimoro di una &lt;em&gt;trasparenza &lt;/em&gt;
    dell&#039;incerta e brumosa oscurità del mistero.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Infine, al di là di ciò che può scrivere il recensore, una cosa che ama
    pensare il lettore: che a volere un po&#039; tirare le cose per il bavero, mi
    piacerebbe leggere qui anche forse una metafora politica, di quel timore,
    di quella paura di un nemico misterioso, di quella incertezza che pervade i
    nostri tempi. Insomma mi piace pensare che la poesia, ancora e ancora,
    assorba e restituisca il suo tempo. &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/957-Federico-Federici-MROGN.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Federico Federici - MROGN&quot;&lt;/a&gt;
    </content:encoded>

    <pubDate>Fri, 19 Oct 2018 19:04:00 +0200</pubDate>
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    <category>antonio diavoli</category>
<category>crtitica</category>
<category>federico federici</category>
<category>mrogn</category>
<category>poesia italiana</category>
<category>premio pagliarani</category>
<category>zona editrice</category>

</item>
<item>
    <title></title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/956-LA-PAROLA-INFORME-esplorazioni-e-nuove-scritture-dellultracontemporaneita,-a-cura-di-SONIA-CAPOROSSI.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;p&gt; &lt;br /&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;LA PAROLA INFORME&lt;/strong&gt; - esplorazioni e nuove scritture dellultracontemporaneità&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;a cura di SONIA CAPOROSSI - Marco Saya ed., 2018&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/p&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;!-- s9ymdb:893 --&gt;&lt;!-- s9ymdb:893 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/parolainforme.jpg&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;277&quot; alt=&quot;&quot;  /&gt;Ricordo che diversi anni fa si parlava di mappature della poesia. Ah,
    quanto se ne parlava! La linea lombarda, la linea marchigiana, la
    generazione entrante, quella uscente, i territori paralleli...Sebbene già
    allora le mappe non portassero in alcun luogo - con una certa soddisfazione
    dei più borgesiani - oggi più che mai mi pare che l&#039;orientamento sia
    un&#039;arte difficile, se non appoggiandosi, ancora, a categorie o
    denominatori. (e poi, orientarsi in cosa? nella poesia in sé? nel reale ivi
    (se) riconoscibile? nel fenomeno osservato? nell&#039;osservatore?) etc. Se
    l&#039;orientamento è difficile non lo è tanto perché la poesia sia una giungla,
    quanto perché la si vuole spesso e quasi di necessità collocare e
    ri-collocare - spesso arbitrariamente - in ambiti e/o codici, meglio se
    impermeabili tra loro, e questo crea problemi, se non proprio di dissidio e
    opposizione, almeno di prospettiva e focalizzazione. Una opacità a cui si
    potrebbe porre qualche rimedio se intanto si considerasse la produzione
    poetica come una serie di oggetti (insiemi) intersecabili, un&#039;ottica che
    almeno (forse) consentirebbe di capire non tanto la realtà di &lt;em&gt;uno &lt;/em&gt;
    (o nessuno), quanto il punto di vista sul mondo di &lt;em&gt;alcuni &lt;/em&gt;(o
    molti) anche diversi, e quindi analizzarne in maniera feconda le
    intersezioni e le osmosi, i problemi e le soluzioni adottabili e/o
    sviluppabili. Non sto parlando di ecumenismo, e nemmeno di una diversa
    antologia (&lt;a href=&quot;#_edn1&quot; name=&quot;_ednref1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;). Sto parlando
    della necessità di ricostituire il &lt;em&gt;peso &lt;/em&gt;della poesia (il peso
    anche sociale e politico se volete) come strumento/funzione di indagine e
    comprensione del presente.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Perché nel frattempo, come in ogni &amp;quot;litigio&amp;quot; o dissidio che si rispetti, il
    terzo gode. Ecco, questo sì che è un problema interessante. Cioè chi/cosa
    possa essere, nell&#039;articolazione del presente (o dell&#039;ultracontemporaneo,
    per dirla con Sonia) questo &lt;em&gt;tertium&lt;/em&gt;. Sarei orientato a pensare che
esso sia lo sfuggente convitato di pietra, quel camaleonte che però&lt;strong&gt;non si mimetizza ma &lt;/strong&gt;&lt;em&gt;&lt;strong&gt;viene mimetizzato&lt;/strong&gt;&lt;/em&gt; &lt;strong&gt; proprio da chi lo osserva&lt;/strong&gt;, con uno strano fenomeno
    ottico. Sto parlando del &lt;strong&gt;reale complesso&lt;/strong&gt;, di quella
    complessità che è un problema seriamente percepito da qualcuno (ad esempio
    da uno almeno degli autori qui presenti) ma che è ben lungi dal trovare una
    soluzione &amp;quot;artistica&amp;quot;. E che allo stato attuale produce - spesso - un
    intenso lavorio sul &amp;quot;come&amp;quot;, soprattutto sul linguaggio come copia e
    manifestazione iconica dell&#039;indicibile, una neolingua come pallida
    rappresentazione di un mondo/potere di comunicazioni verticali. Il
    rapporto, per fare un esempio brutale, mi pare - qualche volta - quello tra
    un bambino con le sue lallazioni e un mondo di adulti che impartiscono
    ordini. C&#039;è insomma un po&#039; (molto) meno attività sul &amp;quot;cosa&amp;quot; si aggira (al
    di là del &lt;em&gt;groan &lt;/em&gt;individuale, anche se spacciato per lamento
    collettivo/generazionale) all&#039;interno dell&#039;odierno reale complesso, che è
davvero, esso sì, ultracontemporaneo, perché in ultra-divenire(    &lt;a href=&quot;#_edn2&quot; name=&quot;_ednref2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt;).
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
Il linguaggio, oggi, mi pare abbia (ed è qualcosa che riguarda anche la    &lt;em&gt;polis&lt;/em&gt;) due direzioni principali, una di &lt;em&gt;informazione&lt;/em&gt;,
    l&#039;altra di &lt;em&gt;deformazione&lt;/em&gt;. Una dicotomia che va spiegata, a
    cominciare dal primo braccio, la cui aria &amp;quot;positiva&amp;quot; non deve trarci in
inganno. La prima direzione, infatti, è quella della semplificazione, della    &lt;em&gt;reductio ad unum&lt;/em&gt;, dello slogan, ed è soprattutto politica, ed ha
    la caratteristica di essere &lt;em&gt;in-formante&lt;/em&gt;, non necessariamente in
    aderenza alla realtà, anzi come&lt;em&gt; riscrittura funzionale&lt;/em&gt; della
    medesima, e con funzione estetica nulla. Paradossalmente è ciò che più si
    avvicina al grado zero di Barthes, alla &lt;em&gt;scrittura bianca, &lt;/em&gt;non
    ovviamente quella di Camus a cui il filosofo francese faceva riferimento,
    ma una scrittura in cui la riduzione della forma si combina, ancora una
    volta paradossalmente, con l&#039;instaurazione di un mito. Una scrittura
    insomma non tanto astorica quanto alogica. L&#039;altra direzione, restando nel
    campo di questo libro, è quella della complessità, nel senso a cui
    accennavo prima. Ma qui, nel momento in cui, di fronte al complesso,
    l&#039;esperienza individuale si restringe e arretra (cioè quando e perché non
    riesce a diventare &lt;em&gt;esemplare &lt;/em&gt;e - quindi -&lt;em&gt; letteraria)&lt;/em&gt;,
    emerge una &amp;quot;inclinazione alla deformazione &lt;em&gt;poietica &lt;/em&gt;del
    dicibile... un concetto comune di &lt;em&gt;parola informe&lt;/em&gt;&amp;quot; (Caporossi,
    corsivi dell&#039;autrice). Già, il dicibile. Io prima ho parlato di
    &amp;quot;indicibile&amp;quot;, e mi viene il dubbio che siano sinonimi, in questo contesto.
    E che siano entrambi sinonimi di &amp;quot;infinito&amp;quot;, ovvero un ammasso stellare di
    materia che può o non può essere detta in poesia (se restiamo in questo
    campo), in entrambi i casi fino alla noia. Un materiale poetico atomizzato,
    in cui ogni frammento percepibile può essere potenzialmente una scintilla
    testuale, un mini-bang espansivo, basta che l&#039;artista trovi, magari una
    volta per tutte, il suo &lt;em&gt;modus&lt;/em&gt;, o la sua &amp;quot;forma informe&amp;quot;, o come si
    diceva una volta il suo stile. Ora, la buona notizia è quando - nella
    migliore congiuntura - riesce a verificarsi quella &amp;quot;intuizione aurorale&amp;quot; a
    cui si riferisce Caporossi nella sua prefazione, ovvero &amp;quot;la presa di
    coscienza del paradosso sorgente dalle multiformi modificazioni del nesso
    tra segno e significato, propria dellesperienza poetica per eccellenza&amp;quot;
    (appunto quella aurorale). Tralasciamo il carattere &amp;quot;raro&amp;quot; e empirico che
    promana da questa definizione che richiama alla mente Benjamin (e
    Baudelaire ancor prima), ma capisco bene e apprezzo l&#039;intento critico (e la
    proposta) di Sonia di ricondurre, ove si verifichi, il carattere (l&#039;alloro)
    di unicità (l&#039;aura di Benjamin, quindi) dal capo dell&#039;opera all&#039;intuizione
    del poeta (è l&#039;idea, il &lt;em&gt;concetto&lt;/em&gt;, del poeta che viene ad assumere
    la sua unicità &lt;em&gt;prima &lt;/em&gt;dell&#039;opera). La cosa importante, sotto questa
    prospettiva, è che, forse proprio per il suo empirismo, il risultato può
    essere - davvero - &amp;quot;sperimentale&amp;quot;. Il che, in parole poverissime, significa
    davvero spostare in avanti certi limiti (espressivi, comunicativi,
    interpretativi) che sono gli stessi, fondamentali, della poesia e
    dell&#039;agire artistico in genere.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    La notizia meno buona è quando (in alcuni casi) ci coglie la sensazione che
    la parola informe da una parte sia - per usare un paradosso - una &amp;quot;facile
    via difficile&amp;quot;. Ne ho già parlato brevemente, ma voglio essere più preciso.
    Parlo di metodo, di modalità e/o maniera, anche autoalimentata; di estetica
    del multiplo, di cliché come arte ecc. (a margine: il cliché come arte è
    (sarebbe) già un buon approccio al complesso, se non si limita ad essere un
    atto artigianale (o puramente concettualizzato) con cui si prende un
    qualsiasi frammento del reale - soggetto quindi di/a &lt;em&gt;casualità &lt;/em&gt;- e
    lo si pone in un frame [stampo, forma, &lt;em&gt;cast&lt;/em&gt;] pre-parato). Parlo di
    una postura, o del rischio di essa. Una cosa che nessun poeta ammetterà
    mai, ma è la riproducibilità (sempre per restare a Benjamin) della forma
    (per quanto informe), la collocazione in un confortevole punto di quiete,
    una cosa che Sonia può comprendere perché non dissimile da una malattia che
    lei chiama &amp;quot;esordismo&amp;quot;, &lt;em&gt;c&#039;est à dire&lt;/em&gt; la riproduzione dei temi e
    moduli uguali a sé stessi, per una sorta di confortante conformità a
    qualcosa di primevo che - aggiungo - sembri aver raggiunto una propria
    &amp;quot;economia&amp;quot; funzionale.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Oppure, dall&#039;altra parte, come dicevo all&#039;inizio, che l&#039;informale mimetizzi
    l&#039;indicibile (o quel che si può dire di esso) confondendolo con il suo
    essere &amp;quot;naturalmente&amp;quot; oscuro (che è in sé una categoria nobile - e
    indagabile), (ri)calcandone il gradiente di impenetrabilità ecc., che sia
    quindi una parola - certo involontariamente - &amp;quot;organica&amp;quot;, come si diceva
    una volta, a un contemporaneo (ultra o meno) la cui complessità non è certo
    governata dal poeta ma che il poeta, a mio avviso, deve tentare di
    penetrare, senza rimbalzarci sopra come un sasso su uno stagno. Cosa, lo
    ammetto, non facile, ma che rappresenta una sfida per il futuro.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Inutile dire a questo punto che questo libro antologia prende le mosse da
    un assunto implicito, che cioè il punto di partenza (di questa mappa o di
    altri itinerari) sia la poesia di ricerca o sperimentale - per quanto qui
    solo nella sua veste semica e lineare - in ragione del suo accreditamento
    di &lt;em&gt;stato dell&#039;arte avanzato&lt;/em&gt; della poesia (un accreditamento, per
    inciso, a volte un po&#039; &amp;quot;auto-&amp;quot;) e per conseguenza più aderente al
    contemporaneo &amp;quot;ultimissimo&amp;quot; o &amp;quot;iperattuale&amp;quot; (Caporossi) di riferimento. E
    forse questo libro può apparire come un &lt;em&gt;repertoire&lt;/em&gt; linguistico e
    di competenze, di fatto centrato su uno specifico. Ma l&#039;assunto della
    curatrice deve essere accettato, pur con i suoi rischi e i suo punti
    critici. Non solo perché della poesia di ricerca non c&#039;è, come invece
    sostiene qualcuno, una egemonia perfino ridicola da supporre e pertanto
    essa non può che essere considerata un territorio &amp;quot;coltivabile&amp;quot; al pari di
    altri, soprattutto se si cominciano a respingere rigidità di canoni,
    codici, paradigmi; ma anche per il fatto che, al di là di tutte le
    considerazioni fin qui fatte, questo libro è prezioso e meritorio, perché
    offre non pochi spunti di dibattito (ce n&#039;è un gran bisogno) e perché mi
    pare non voglia affatto essere un punto di arrivo. Ma soprattutto perché ci
    leggo una ambizione di fondo, che è quella che dovrebbe avere una critica
    seria. Ovvero ciò che credo la critica oggi, se ancora ha una funzione,
    debba fare: concorrere ad identificare non linee ma percorsi conoscitivi od
    estetici (che in arte è lo stesso), arrogarsi il diritto di &amp;quot;inventare&amp;quot; o
    imporre scoperte, argomentandole e difendendole, ma soprattutto di
    rinvenire snodi, punti di frizione, articolazioni, percorsi non battuti,
    indicando sentieri apparentemente invisibili. In questo sì &amp;quot;impura&amp;quot;, o al
    contrario totalmente pura perché il suo lavoro non è più trovare il
    &amp;quot;buono&amp;quot;, o giustificazioni plausibili al lavoro di questo o quello
    scrittore specie se &amp;quot;difficile&amp;quot;, o &amp;quot;nuove ontologie&amp;quot;, che è una cosa che fa
    ridere i polli. E&#039; semmai quello di trovare idee, o &amp;quot;concetti&amp;quot;, (e quindi
    fare un &amp;quot;atto di creazione&amp;quot; per dirla con Deleuze). Mi pare che Caporossi
    sia decisamente orientata in questo senso.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    E tuttavia, se il legante è quello che individua Sonia, ovvero di un
    &amp;quot;potere autonomo e autotelico della parola&amp;quot; che può svolgersi fino al
    &amp;quot;raggiungimento del livello &lt;em&gt;informe &lt;/em&gt;della parola (stessa),
    condizione fluttuante in cui il senso si concede alla comprensione, di
    volta in volta, nellatto del suo stesso farsi&amp;quot;, non so se questo può
    bastare. E&#039; in primis quella &amp;quot;condizione fluttuante&amp;quot; che mi fa pensare che
    racchiuda in sé un&#039;alea e che mi fa temere una scrittura/guscio di noce
    alle mercé di una brutale corrente, per dirla con Shakespeare. E poi forse
    si tratta - forse - di un problema categoriale, un ambito in cui si possono
    far confluire anche troppe esperienze, anche decisamente contraddittorie,
    come è successo nelle arti plastiche e figurative con l&#039;informale, che
    comunque possiamo considerare morto già alla fine degli anni Novanta.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    E tuttavia, ancora, questo lavoro ha in sé un elemento fecondo ulteriore
    (ma non involontario, ultroneo). In realtà, cioè, questa antologia, i cui
    autori - come annota Caporossi - sono &amp;quot;ondeggianti sul filo pericoloso che
    separa la natura crassamente lirica della poesia dal filone sperimentale o
    di ricerca&amp;quot;, potrebbe con qualche giovamento essere osservata da una
    prospettiva verticale [longitudinale] che però non costituisce
    necessariamente un confine, secondo il concetto che dicevo all&#039;inizio, tra
aree in cui la parola informe è sì - per una parte rilevante - forma e    &lt;em&gt;medium&lt;/em&gt;, ma che poi veicola, a me pare, &lt;em&gt;cose diverse, &lt;/em&gt;che
    mi sembra evidenzino, almeno qui, almeno due direzioni, ed è questo che mi
    interessa. Perché a un certo punto bisogna pur chiedersi, criticamente, in
    relazione al loro rapporto con la realtà, a &lt;em&gt;cosa pensano davvero&lt;/em&gt; i
    poeti, qual è la loro spinta iconica/eidetica ad esempio, cosa immaginano
    davvero che io (anche come lettore-critico o anche empirico) legga o creda
    di leggere. Insomma che cosa vogliono &lt;em&gt;dire&lt;/em&gt;. Giacché si tende,
    succede anche a me, ad accettare l&#039;offerta linguistica dell&#039;autore, specie
    se sub specie &#039;oscura/difficile&#039;, come l&#039;oggetto [prodotto] &amp;quot;finito&amp;quot; del
    suo lavoro. Ma se si va ad analizzare davvero il &lt;em&gt;precipitato, &lt;/em&gt;se
    si comincia a vedere cosa c&#039;è &lt;em&gt;dentro&lt;/em&gt;, le cose che ci sono dentro,
    allora appare evidente che in quella &amp;quot;oscillazione&amp;quot; citata (e che forse
    Sonia non ha voluto approfondire) c&#039;è un punto nodale. Da una parte, in
    questo libro, c&#039;è l&#039;informe in cui davvero abita e agisce il &amp;quot;potere
    autonomo e autotelico della parola&amp;quot;, ma nel senso che tende ad arrogarsi
    non tanto un potere di interpretazione (o forse di invenzione) del reale
    costituendolo con il verbo, quanto il diritto di contemplazione di sé, nel
    proprio farsi. Il quale farsi non è detto che sia regolato, come dice
    Sonia, dall&#039;analogia intesa come &amp;quot;capacità logica (e ancor prima,
    prelogica) di porre nessi metaforici tra limmagine poetica e la semiosfera
    esperienziale di riferimento&amp;quot;. Rimane infatti il problema, tanto per
    capirci, di chi debba avere questa capacità logica, se l&#039;autore, il lettore
    o entrambi. Come precondizione, immagino.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Dall&#039;altra parte di questo libro la parola informe (il cui grado di
    &amp;quot;informità&amp;quot; andrebbe comunque stimato, perché variante) mi pare che sia
    materiale plastico di rappresentazione, cioè ambisca quanto meno a
    rappresentare &amp;quot;ad arte&amp;quot; &lt;em&gt;qualcosa &lt;/em&gt;che non sia solo la propria
    deformazione (seppure come imago di un reale difficile da penetrare). Cioè
    ambisca ad usare il linguaggio non solo in senso &amp;quot;strumentale&amp;quot; (come uno
    strumento risonante [autopoietico]) ma anche (o soprattutto) come mezzo
    conoscitivo o cognitivo, pur nel suo &amp;quot;farsi&amp;quot; dinamico (che vuol dire
    tendere a una innovazione della capacità espressiva della lingua). Su
    questo versante, a grattare un po&#039; l&#039;informe, poi il lettore trova la sua
    &amp;quot;soddisfazione&amp;quot;, ammesso che in questo sistema il lettore sia contemplato
    (sia detto senza ironia: ad es. in molta arte contemporanea il fruitore,
    specie se passivo, non è affatto considerato come &amp;quot;variabile&amp;quot; componente
    del processo). Il &lt;em&gt;qualcosa &lt;/em&gt;che sembra emergere a questa
    &amp;quot;longitudine&amp;quot; è un frammento di quella realtà (tralasciamo per il momento
    se complessa o meno), una parcella che possiamo meglio ascrivere ad una
    &amp;quot;semiosfera esperienziale&amp;quot;, che però includa, perché no?, chi legge. Per
    capire meglio basta accostare i testi di autori - per fare qualche nome -
    come Bellomi e De Francesco, o Scarpa e Garrapa, o Porsia e Leonessa, o
    Tripodi e Riviello. Con le relative sfaccettature e con la cautela del
    caso, mi pare che lo sguardo, l&#039;attenzione creativa siano orientati in due
    diverse direzioni, che all&#039;inizio in sintesi avevo definito del &amp;quot;come&amp;quot; e
    del &amp;quot;cosa&amp;quot;, ma che sono più propriamente prospettive, del linguaggio sul
    linguaggio e della lingua sulle cose. Che non sono necessariamente in
    contrasto, né, è ovvio, decisamente separabili (ammesso che debbano
    esserlo). Sono, nella migliore delle ipotesi, due campi di lavoro (ma non
    sempre entrambi di indagine). Il limite del linguaggio risiede in quello
    che dice: possiamo deformarlo alla ricerca di un senso aurale che
    confidiamo esista indipendentemente da noi e che sia di per sé in una
    qualche relazione con la realtà, ma credo che poi - senza farne una
    sovrastruttura - dobbiamo decidere in che direzione, verso quale indagine,
    su quali &amp;quot;oggetti&amp;quot; orientarlo, con tutta la &amp;quot;indisciplina&amp;quot; - per rovesciare
    un concetto foucaultiano - che compete all&#039;arte. Poiché
    l&#039;ultracontemporaneo, inteso come individuo oltre che come tangenza del
    presente, non può , al di là della sua definizione, che essere contenuto
    con quel reale complesso con cui anche come poeti dovremmo fare i conti.
Come se fosse un enorme ipertesto. Io credo che la direzione sia quella.    &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;br clear=&quot;all&quot; /&gt;&lt;/font&gt; &lt;hr width=&quot;33%&quot; size=&quot;1&quot; /&gt; 
&lt;div id=&quot;edn1&quot;&gt; 
&lt;p&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#_ednref1&quot; name=&quot;_edn1&quot;&gt;[1]&lt;/a&gt;
            Parlerei - più che di mappe o se preferite di antologie - di
            campionamento, anzi proprio lo suggerisco ai prossimi curatori di
            raccolte. Campionamento di &lt;strong&gt;molte cose&lt;/strong&gt;, se volete
            anche nel senso sonoro e/o musicale del termine, anche in ragione
            di una sempre maggiore smarginalizzazione del fare poesia (ammesso
            che un margine esista) in territori, come quello della poesia
            orale, nei quali il testo si smaterializza e ri-materializza nella
            voce e dove il &lt;em&gt;sample&lt;/em&gt;, specie testuale, non è infrequente.
            (diciamo anche che il testo perde un po&#039; il suo statuto, non solo a
            favore della voce ma anche del gesto - e non sempre la poesia ci
            guadagna). In margine: fluidità della poesia, digeribilità della
            poesia (ammesso che sia un passo avanti), contro rigidità del mezzo
            testuale, per sua natura poco &lt;em&gt;spettacolare&lt;/em&gt;. Ma l&#039;esempio
            che ho fatto non deve essere limitante, anzi è solo un aspetto, uno
            tra molti, della questione.
        &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;/div&gt; 
&lt;div id=&quot;edn2&quot;&gt; 
&lt;p&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;a href=&quot;#_ednref2&quot; name=&quot;_edn2&quot;&gt;[2]&lt;/a&gt;
            Definire lultracontemporaneo acquisterebbe maggior significato se
            indicasse anche una svolta, oltre che una semplice fotografia del
(ultra)presente. E poi, ultrac. in relazione a cosa? Che poi un            &lt;em&gt;point de repère&lt;/em&gt;, un rapporto col tempo, se vogliamo uscire
            dalla riserva della (in)comprensione del reale, dovremmo pure
            avercelo. Lultracontemporaneo è destinato ad essere passabilmente
            [il] presente, per poi diventare semplicemente moderno, nella
            migliore delle ipotesi (e mi pare di essere daccordo con I. Testa,
            citato in prefazione). E tuttavia è molto utile, se aiuta almeno a
            comprendere il presente [l&#039;attuale], l&#039;aria che tira. E se
            l&#039;analisi dell&#039;ultrac. evita la secca di somigliare troppo a quei
            prodotti open source che vengono forniti &amp;quot;as-is&amp;quot;, cioè come sono,
            senza alcuna garanzia o ipotesi di sviluppo (to-be). Ma è evidente
            che bisognerà ancorare l&#039;analisi a qualcosa d&#039;altro, che non sia
            legato al transeunte. Per esempio ai fenomeni che scuotono l&#039;oggi,
            che come sappiamo in Italia non riescono a trovare gran spazio
            (preciso: &lt;strong&gt;non&lt;/strong&gt; sto parlando della cosiddetta poesia
            civile).
        &lt;/font&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;/div&gt; 
&lt;/div&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/956-LA-PAROLA-INFORME-esplorazioni-e-nuove-scritture-dellultracontemporaneita,-a-cura-di-SONIA-CAPOROSSI.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;&quot;&lt;/a&gt;
    </content:encoded>

    <pubDate>Thu, 11 Oct 2018 18:48:00 +0200</pubDate>
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    <category>antologia</category>
<category>critica</category>
<category>la parla informe</category>
<category>marco saya editore</category>
<category>poesia italiana</category>
<category>poesia italiana contemporanea</category>
<category>sonia caporossi</category>

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<item>
    <title>Danilo Mandolini - Anamorfiche</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/954-Danilo-Mandolini-Anamorfiche.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;!-- s9ymdb:891 --&gt;&lt;!-- s9ymdb:891 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/mandolinianamorfiche.jpg&quot; title=&quot;Danilo Mandolini - Anamorfiche&quot; alt=&quot;Danilo Mandolini - Anamorfiche&quot; width=&quot;280&quot; height=&quot;200&quot; /&gt;Danilo Mandolini - &lt;em&gt;Anamorfiche&lt;/em&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;- Arcipelago Itaca, 2018
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Di Danilo Mandolini avevo già detto qualcosa circa tre anni fa, per una
    raccolta antologica della sua produzione tra il 2010 e il 1985, che si
    intitolava per l&#039;appunto &lt;em&gt;A ritroso&lt;/em&gt; (v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/808-Danilo-Mandolini-A-ritroso.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ). In questa nuova raccolta si ritrovano i tratti essenziali della sua
    scrittura che avevo allora rilevato, a cominciare dagli elementi per così
    dire strutturali del suo lavoro, che peraltro si riflettono sul modus,
    sulla lingua, sull&#039;espressione e in ultima analisi sulla costruzione del
    suo mondo poetico: una certa dose di astrattezza riflessiva, che però non
    preclude il senso né diventa linguaggio autoriferito, ma spinge semmai
    verso più profonde considerazioni; un arretramento o decentramento del
    soggetto (cosa diversa dall&#039;io poetante) che corrisponde ad un allontanarsi
    dal mondo per osservarlo nel suo manifestarsi, anche metaforico, da una
    giusta distanza, come da un eremitaggio; un conseguente riferirsi alla
    realtà come poco oggettuale, poco popolata di &amp;quot;cose&amp;quot; e più di parole che
    tentano di descriverla, e men che mai di presenze umane, una realtà per
    così dire metafisica (e citavo a mo&#039; di esempio De Chirico - ma rimando
    comunque a quella nota).
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Certo, in questo nuovo libro mi pare ci si ritrovino quegli elementi. Ma ci
    si rinviene anche un diverso approccio alle cose da dire, qualcosa di più
    concettuale, in un certo senso di più sperimentale (prendendo il termine
    con cautela). Questo dipende forse dal fatto che in &lt;em&gt;A ritroso&lt;/em&gt;
    c&#039;era anche ancora presente il bagaglio delle poesie più giovani, ora non
    disconosciuto ma diciamo acquisito agli atti, introiettato.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Anamorfiche, dice il titolo. Ovvero il restringimento dello sguardo, del
    punto di prospettiva, del luogo e del modo, quelli e non altri, in cui
    porsi per avere una visione &amp;quot;giusta&amp;quot; delle cose. Anamorfismo è questo, il
    punto di disvelamento di qualcosa di recondito ma significativo, una
    epifania, una metafora assoluta, che può anche rovesciare l&#039;illusione,
    l&#039;idillio. Suggerisco, per capirci meglio, di dare un&#039;occhiata all&#039;esempio
    più noto: &amp;quot;Gli ambasciatori&amp;quot; di Hans Holbein il Giovane (v.
    &lt;a href=&quot;https://it.wikipedia.org/wiki/Ambasciatori_(Holbein_il_Giovane)&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ).
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Questo restringimento dello sguardo, questo punto eletto di osservazione
    pongono già qualche questione (o sfida, per il lettore). Una riguarda mi
    pare la concentrazione dell&#039;attenzione poetica - così come avviene nelle
    belle immagini scattate dall&#039;autore che corredano il libro - sul dettaglio,
    sulla parcella di realtà, intesi però come significanti o almeno come
    indizi o sintomi di altro, di una porzione più ampia della realtà stessa,
    sia essa interna e quindi intima del poeta, sia essa una parte di ciò che
    il poeta percepisce del mondo all&#039;intorno (e di cui inevitabilmente fa
    parte).
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    L&#039;altra concerne il fatto che questo restringimento dello sguardo o della
    prospettiva (che paradossalmente moltiplica il particolare, offrendo al
    poeta un repertorio sterminato di frammenti) accentua il focus personale
    dell&#039;autore sulle cose, che si riversa sulla scrittura e la forma, e la
    sfida per il lettore, peraltro affascinante, è di ricostruire o reinventare
    quella immagine o una radiazione il cui spettro può non essere percepibile
    a tutti. Quella immagine cioè che è innesco di quella medesima scrittura.
    E&#039; evidentemente da parte del poeta un approccio per così dire sineddotico
    (la parte per il tutto), di cui come lettori occorre prendere atto,
    facendoci condurre. Ma è - in ultima analisi e in relazione a quello - una
    interessante visione metonimica della realtà, almeno di quella che
    interessa Mandolini. Ovvero una scelta coraggiosa e rischiosa, perché
    l&#039;autore (Danilo o chiunque altro) scrivendo deve costantemente chiedersi
    se l&#039;immagine che va formando lascia un sufficiente margine di suggestione
    - interpretativa o emotiva - a chi legge. E chiedersi - contemporaneamente
    - se la contemplazione del particolare non nasconda un sotterranea fuga dal
    tutto, dalla complessità ingovernabile della vita (che è invariabilmente il
    tema centrale di questa poesia). Una scelta, torno a dire, in qualche
    misura eremitica, una posizione da dove &amp;quot;è cogliendo e osservando / questa
    minima dinamica / che si può vedere il tempo / nel lampo breve...&amp;quot;,
    qualcosa di infinitesimo e ineffabile che sta &amp;quot;tra ciò che ascolterò / e
    ciò che scorgerò sopravvivendo / nelle pieghe immateriali, / nelle
    increspature che non vedo - / ora, qui - / degli attimi a venire&amp;quot;. E&#039;
    questo l&#039;anamorfismo. Come in Holbein, è solo accogliendo l&#039;invito
    dell&#039;artista a porci in quel luogo/tempo poetico (e accettandone anche
    l&#039;indeterminatezza) che è possibile forse intuire l&#039;ammonimento, il senso
    di ciò che in primo acchito è indistinto come una macchia. Il tentativo -
    morfico, prospettico - è quello di uscire, almeno per il momento in cui si
realizza, dalla visione canonica. Un buon esempio è la sezione    &lt;em&gt;Crocivia (quindici blasfemie in loop)&lt;/em&gt;, una delle migliori, dove
    alla messa in scena di &amp;quot;un ipotetico dialogo degli uomini con il divino&amp;quot;
    concorrono linguaggio e sguardo, in una interrogazione eterodossa e
    impellente (e quindi, se volete, anamorfica, o - forse - &amp;quot;blasfema&amp;quot;), molto
    umana (&amp;quot;[mio dio noi / ci pentiamo e ci dogliamo con tutto il cuore / dei
    nostri peccati perché...Perché abbiamo peccato ma / tu...Tu dichiarati,
    manifestati, pronunciati, / rivelati, almeno, come si rivelerebbe una bava
    di vento...&amp;quot;).
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Un tentativo, quello operato da Danilo in questo libro, a cui la scrittura
    concorre come può, con i suoi limiti oggettivi, facendo leva soprattutto
    sulla capacità della lingua di astrazione, di simbolizzazione, di
    &amp;quot;smaterializzazione&amp;quot; del concreto e viceversa di concretizzazione di quelle
    &amp;quot;pieghe immateriali&amp;quot; in parole. Un approccio creativo che ha una sua
    indubbia forza, perché non ha niente di crepuscolare o remissivo, è
    piuttosto dettato - mi pare - dalla personale convinzione di Danilo che il
    poetico, come un pneuma, risieda in insospettate insenature, il cui
    rinvenimento è sostanzialmente un &amp;quot;dono&amp;quot;; e che quello che si riesce ad
    afferrare della realtà è &lt;em&gt;quel che si è,&lt;/em&gt; o almeno è quello che si è
    come uomini/artisti. Il risultato è insieme rarefatto e affilato, con
    l&#039;eccezione forse di una sezione che sento in qualche misura &amp;quot;diversa&amp;quot;
dalla natura generale della raccolta. Alludo a    &lt;em&gt;Offertorio speciale (nove bizzarrie impoetiche)&lt;/em&gt; nella quale
    Mandolini più che lo sguardo appunta il dito contro certi fenomeni
    consumistici, fa una critica socio/politica del contemporaneo e di certe
    sue bizzarrie, temi difficili da trasferire (come spesso in una poesia
    &amp;quot;civile&amp;quot;) dalla loro (dichiarata) impoeticità ai piani più alti che la
    scrittura di Danilo frequenta. Un aspetto tuttavia marginale rispetto al
livello qualitativo ed estetico complessivo di questa raccolta.    &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/954-Danilo-Mandolini-Anamorfiche.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Danilo Mandolini - Anamorfiche&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Thu, 20 Sep 2018 19:08:00 +0200</pubDate>
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    <category>anamorfiche</category>
<category>arcipelago itaca</category>
<category>critica</category>
<category>danilo mandolini</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title>Ivano Mugnaini - La creta indocile</title>
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            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;Ivano Mugnaini - &lt;em&gt;La creta indocile&lt;/em&gt; - Oèdipus, 2018
    &lt;!-- s9ymdb:888 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/mugnainicretaindocile.jpg&quot; title=&quot;Ivano Mugnaini - La creta indocile - Oèdipus, 2018&quot; alt=&quot;Ivano Mugnaini - La creta indocile - Oèdipus, 2018&quot; width=&quot;220&quot; height=&quot;328&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Avevo già cominciato a parlare brevemente di questo libro, o almeno di ciò
    che sarebbe diventato, quando Mugnaini mi mandò alcuni inediti che di
    questa raccolta avrebbero dovuto far parte (v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/883-Ivano-Mugnaini-Poesie-inedite.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ). Il titolo era in pratica definitivo, ed in stampa è stato confermato;
    mentre solo cinque delle quattordici poesie che avevo letto hanno trovato
    la loro collocazione definitiva. Non è più tempo di farne un discorso
    filologico, nell&#039;era del digitale, della videoscrittura, di varianti
    disperse in qualche hard disk, ma qualcosa vorrà dire di certo. Quanto meno
    della cura e della disciplina con cui Ivano tratta la sua materia poetica,
    e con essa il discorso che vuole portare avanti. E di quanto sia fedele
    alla sua idea di fare poesia che tende innanzitutto a stabilire una
    continuità di stile e di tonalità che è parte integrante di quanto intende
    comunicare, in altre parole del suo &amp;quot;carattere&amp;quot;, anzi - meglio - del
    carattere &lt;em&gt;persuasivo &lt;/em&gt;della sua scrittura. Riguardo al quale
    confermo quanto scrissi riguardo sia a quanto avevo letto degli inediti sia
    al suo libro del 2010, &lt;em&gt;Il tempo salvato&lt;/em&gt;, (v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/706-Ivano-Mugnaini-Il-tempo-salvato.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ). Che cioè consiste, il suo convincere placidamente, non solo nel trovare
    la parola &lt;em&gt;ancora serena,&lt;/em&gt; come ricorda Ivan Fedeli nella
    postfazione, ovvero la continua ricerca di un livello comunicativo &amp;quot;medio&amp;quot;
    (ma non mediocre) con poco da parafrasare e quindi confortante per il
    lettore; ma anche nel riportare il suo mondo complessamente semplice
    all&#039;interno di una cerchia per così dire &amp;quot;domestica&amp;quot;, e quindi comune
    all&#039;uomo, e perciò capace di creare un &lt;em&gt;genius loci&lt;/em&gt;, un ambiente
    quasi esorcizzante il mondo stesso. Che è semplice e complesso nello stesso
tempo, come si diceva, fatto di quella    &lt;em&gt;creta indocile dell&#039;esistere&lt;/em&gt; che Ivano tenta di plasmare ad arte,
    in sé complessa, ma che si manifesta per fenomeni, oggetti, evenienze in sé
    semplici, linguisticamente decifrabili per quanto possibile, e tuttavia
    pregni di un&#039;altra e diversa dimensione su cui il poeta è chiamato a
    riflettere, e da cui parte in riprese che a tratti mi rammentano Montale e
    altri (&amp;quot;Allora, felice di aver capito senza avere / compreso...&amp;quot;, &amp;quot;Eppure
    non tutto è perfetto, c&#039;è un brandello...&amp;quot;). Riflettere e sviluppare un
    pensiero pacatamente, partendo da una salda fiducia nelle scrittura e nelle
    radici anche culturali, stilistiche, robustamente novecentesche di essa
    (*); è questo il registro principale di Mugnaini, una osservazione anche
    dolorosa ma senza drammi (niente di esistenzialista) a cui il poeta
    fornisce una trama dialettica nella quale gli accadimenti, i sentimenti, lo
    scambio con la natura, la ricerca delle affettività trovano una
    giustificazione di senso, non solo loro ma anche di quel &lt;em&gt;esserci &lt;/em&gt;
    dell&#039;uomo. A questo si aggiunge un sentimento del tempo, generalmente
    inteso, quel tempo che già avevo chiamato &amp;quot;il non domesticabile per
    eccellenza&amp;quot;, il tempo lineare in cui ogni momento, trascorrendo, diventa
    subito memoria e quindi identità del vissuto. Mugnaini è poeta che parla
    molto del tempo e - in un certo senso - fuori dal tempo si pone, in quelle
    parcelle di tempo &amp;quot;salvato&amp;quot; - che poi è la poesia stessa al suo meglio -
    che gli assicurano, come avevo scritto, &amp;quot;un&#039;enclave psicologica e di
    ethos&amp;quot;. Nella quale il mondo si affaccia ed è nello stesso tempo escluso, o
    almeno tenuto alla distanza, o forse non combattuto perché inutile farlo,
    perché &amp;quot;è muto l&#039;alfabeto del mondo&amp;quot;, perché tanto le cose che contano, ci
    dice Ivano, sono veramente poche ed essenziali, come ad esempio l&#039;amore di
    cui scrive pur sapendo che &amp;quot;scrivere d&#039;amore non è più possibile, non ora,
    / non qui&amp;quot; se son si affronta, di questo tempo/mondo, &amp;quot;il niente (...) che
    lasciamo trionfare, becero, sguaiato&amp;quot;, e magari &amp;quot;la salvezza è nel riso
    rubato alla ragione&amp;quot;, il mondo è esorcizzabile &amp;quot;lasciando che il sole /
    entri negli occhi e nella mente a petto nudo&amp;quot;. C&#039;è in Ivano spesso un
    richiamo a puri elementi naturali che lo riconnettono con la naturalità
della vita, c&#039;è un elemento spirituale, come avevo già detto, una    &lt;em&gt;pietas &lt;/em&gt;anche autoriferita che tende a superare, poeticamente,
    anche inevitabili contraddizioni, ad esempio tra il mondo muto e il mondo
    decifrabile che parla attraverso sprazzi di sole, visioni di donne, colori
    , incontri, oggetti o &amp;quot;cose&amp;quot; tuttavia non inanimati, che sono lì per
    &amp;quot;qualcosa&amp;quot;. In molti sensi la realtà di Ivano è tutt&#039;altro che complessa, e
    se c&#039;è un dolore alla fine è quello basico, fondamentale e quindi
    &amp;quot;semplice&amp;quot; ma insidioso del pavesiano mestiere di vivere. Contro il quale
    Mugnaini non grida, ma sul quale medita, non escludendo niente in verità di
    quello che è concesso osservare, e quindi vivere con in fondo una certa
gratitudine, come scrissi, verso la plastica indocilità di quella creta.    &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    (*) Cultura non esibita, con quella certa timidezza che, conoscendolo, gli
    somiglia ma non lo condiziona. Un indizio: la mancanza di note al testo,
    pur essendo diversi i richiami. Una specie di ritrosia a mostrare cultura
(ad es. un insospettato, insolito, Alfredo Giuliani dei    &lt;em&gt;Versi e non versi&lt;/em&gt; in &lt;em&gt;Un&#039;altra siepe di spine&lt;/em&gt;)
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/951-Ivano-Mugnaini-La-creta-indocile.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Ivano Mugnaini - La creta indocile&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Sat, 18 Aug 2018 19:04:00 +0200</pubDate>
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<category>edizioni oèdipus</category>
<category>ivano mugnaini</category>
<category>la creta indocile</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title>Giuseppe Samperi - L'ora mora del giorno</title>
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            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
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    &lt;p&gt; &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;strong&gt;&lt;!-- s9ymdb:887 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/samperioramora.jpg&quot; title=&quot;Giuseppe Samperi - L&#039;ora mora del giorno - Edizioni Novecento&quot; alt=&quot;Giuseppe Samperi - L&#039;ora mora del giorno - Edizioni Novecento&quot; width=&quot;181&quot; height=&quot;247&quot; /&gt;Giuseppe Samperi - &lt;em&gt;L&#039;ora mora del giorno - &lt;/em&gt;Edizioni Novecento, 2018 (edizioninovecento.it)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;em&gt;E&#039; uscito in questi giorni l&#039;ultimo libro dell&#039;amico &lt;strong&gt;Giuseppe Samperi&lt;/strong&gt;, di cui ho&amp;#160; scritto la &lt;strong&gt;prefazione &lt;/strong&gt;che pubblico qui. Trovate altri scritti di Samperi &lt;strong&gt;&lt;a href=&quot;http://ellisse.altervista.org/index.php?/plugin/tag/giuseppe+samperi&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;QUI&lt;/a&gt; &lt;/strong&gt;e &lt;a href=&quot;http://ellisse.altervista.org/index.php?/archives/855-Giovanni-Di-Livio-Noncuranza.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt;&lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt;&lt;/a&gt;. &lt;/em&gt;&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;LA MISURA DI UNA LUCE MERIDIANA E LEGGERA
&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
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    Conosco Giuseppe da un po&#039;, anche se da lontano, come avviene in questi tempi digitali. Mi piace leggerlo, ne ho scritto altre volte. Mi pare di conoscere le sue inquietudini, il suo bisogno di scrivere, di fare poesia, un&#039;arte - non è il solo a pensarlo - necessaria e inutile.&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160; Credo che possiamo considerare quest&#039;ultimo libro di Giuseppe Samperi come un compendio. un tirare le somme, ce ne sono indizi. Compendio di vita e di scrittura, entrambi terreni di una ricerca esistenziale della quale la prima è stata ed è materia, la seconda metafora e strumento, come il&lt;em&gt; negro sèmen&lt;/em&gt; dell&#039;Indovinello Veronese. Ricerca insoddisfatta, come sempre, tanto che la vita sembra a volte osservata alla lontana, come dalla porta di casa che dà su una via assolata, mentre la scrittura è perennemente a rischio di essere dismessa, o licenziata, come un aratro non affilato a sufficienza che finiremo per lasciare arrugginire. Nella poesia di Giuseppe le due cose sono sempre andate di pari passo, c&#039;è sempre stato un occhio che osserva contemporaneamente le parole che si vanno tracciando sulla carta e la penna che le traccia, l&#039;oggetto e lo strumento, basta vedere a titolo di esempio tutto l&#039; inchiostro che viene evocato in parola e sostanza in un altro suo libro, &lt;em&gt;Il miliardesimo maratoneta&lt;/em&gt;, 2011 (Regalo questo inchiostro, / scolatura che rimane / dagli accurati strappi). E gli strappi, inutile dirlo, sono dolorosi. &lt;br /&gt;Proviene da questi versi, in effetti, l&#039;immagine di un uomo che contempla un flusso, non necessariamente prendendovi parte attiva, a volte anzi come un Diogene che attende immobile una epifania, pur nel convincimento che qualsiasi rivelazione è giusto dietro l&#039;angolo,&amp;#160; foss&#039;anche quella del nulla (ma, chiosa Giuseppe, Quale nulla? Eppure un dio / lo aspettiamo ancora. Io laspetto). Osserva e annota, dalla posizione un po&#039; decentrata di chi è certo che tutto si possa manifestare anche in universi microscopici che semplicemente accadono, e se ne possa trarre qualche insegnamento universale, ancorché dubitoso. &lt;br /&gt;Sembrerebbe la posizione del &lt;em&gt;flaneur&lt;/em&gt;, per dirla con Baudelaire, se non fosse che in questi versi si percepisce, anche quando non vi è descritta, un&#039;aria insulare, niente affatto urbana, di una insularità certo piena di luce (una luce di cui non ci si sfama mai, dice l&#039;autore) ma che è propria dell&#039;anima (isolano isolandomi d&#039;inchiostro, dice - ancora - altrove). E mi pare ci sia, in aggiunta, la consapevolezza dei limiti del luogo in cui fortuitamente si vive, ma anche delle sue risorse, dei&amp;#160; legami e delle radici (di cui il ricorso a inserti dialettali&amp;#160; è testimonianza), di un certo&lt;em&gt; genius loci&lt;/em&gt; a cui Giuseppe appare essere devoto. C&#039;è anche, mi pare di poterlo dire, un che di premoderno, quindi, che non è una questione stilistica (anzi la versificazione qui è contemporanea), ma riguarda semmai proprio questo sguardo da&amp;#160; una parte critico sul presente, dall&#039;altra rivolto all&#039;indietro,&amp;#160; ad una appartenenza, ad una identità inalienabile, come un ponte tra vecchio e nuovo, tra i vivi e i morti che Giuseppe vuole presidiare, anche quando appare&amp;#160; esserne oppresso. E anche ogni volta che si accende una voglia di fuga (Persiste / la bramosia di un altrove, / lalcova della gioventù istupidita), forte quanto frustrata così tanto da ritorcersi spesso nella tentazione di smettere di scrivere, nella disillusione, espressa in diversi punti, che sia vano. Assolutamente vano / questo scrivere. &lt;br /&gt;Da un&#039;altra prospettiva c&#039;è in questi versi, anche in ragione di quel che s&#039;è detto, qualcosa di domestico (e di familiare per chi legge). Sia chiaro che non c&#039;è niente di riduttivo in questa connotazione (basti pensare a quanto di domestico c&#039;è nella grande poesia latina), è anzi un carattere proprio della poesia di Giuseppe, di un modo tutto suo di cogliere liricità e senso nelle più diverse situazioni. una poesia domestica, che esordisce, proprio nella prima poesia, dal sofà di casa dove giungono dall&#039;esterno segni e suoni che sfidano il dio che non parla, o da altri punti di osservazione (o forse di sentinella) come il caffè abituale, unisola magnifica / che mi coccola tra i morti mentre scorrono in sottofondo notizie di guerra dall&#039;Oriente, il corpo disteso sulla sdraio sotto le nuvole. Niente di idilliaco tuttavia, c&#039;è sempre sullo sfondo qualcosa di allarmato, si tratta di un ambiente tutt&#039;altro che consolante, che sembra un prodromo di quella balena che ci ingurgita tutti, compreso il Giona-poeta che qui scrive ma che sembra serbare poche speranze di essere rigettato alla fine, come il profeta, su qualche lido. Ecco, a differenza di altri poeti, in questi versi non c&#039;è un sentimento tragico o ossessivo dello scorrere del tempo, stante che il destino ineluttabile è già nelle cose, in ogni istante che t&#039;arriva vivido al cuore. E del resto Se la giornata è amabile  di buon colorito / il sole, veste fresca laria  / stanne certo che la fine è un bluff . &lt;br /&gt;Inutile misurare il tempo, insomma, a queste latitudini, dove il tempo appartiene alla natura, e si misura semmai con la natura delle cose, come con quei sarmenti che Divintaru vigna pampinusa / rracina e mustu e vinu / e ppoi lignami di furnu (in &lt;em&gt;Sarmenti scattiati&lt;/em&gt;, 1999). La misura è invece il peso. Non l&#039;usurato generico peso&amp;#160; esistenziale, ma quello delle cose e soprattutto delle&amp;#160; azioni, o peggio ancora delle non azioni, il peso degli effetti che ne derivano. Non è un caso, credo, che Giuseppe titoli due delle sezioni del libro sottopeso e sovrappeso , due termini in apparenza mercantili. La vita come prodotto di una serie di atti, qualcosa che si dà o si riceve in eccesso o in difetto, e certamente si paga. E anche un peso reale, un pesocorpo, una soma che si riflette sull&#039;animo (ci alziamo ogni mattina / con tutta la carne che possiamo), e insieme un corpo in libera caduta, / solo quel corpo&amp;#160; libero / che salva. E in qualche modo occorre cadere, poiché In sovrappeso / è mendicante / chi non aggredisce il fondo. una caduta leggera, della leggerezza che è tratto saliente di molti di questi versi. &lt;br /&gt;Sembrerebbero elucubrazioni dalla provincia, da una estrema periferia percossa da una luce meridiana. Ma tutto il mondo è paese, come suol dirsi. Ecco che l&#039;ultima sezione rappresenta come una precipitazione di questo libro, l&#039;irruzione di eventi più drammatici in questo orizzonte placidamente inquieto. Il peso di cui abbiamo parlato qui si fa piombo. &lt;br /&gt;Avevo già letto Noncuranza e l&#039;avevo pubblicata sul blog Imperfetta ellisse con uno pseudonimo. Ora Samperi se ne fa carico pienamente come autore, assume su di sé il peso di una materia tragica e insieme impietosa affrontando, come scrissi, un tema penoso con parole crude, dicendo cose che forse si pensano, ammettiamolo, ma che non si dicono. Il tema è quello della madre, della sua vecchiezza, dello sfacelo del corpo e delle pene che comporta, della consunzione anche dell&#039;identità, che vale qui (e chi ne ha fatto esperienza lo sa) come messa in crisi degli affetti, dell&#039;etica a cui si è educati, delle risposte da dare, della &lt;em&gt;responsabilità&lt;/em&gt;. E che vale nel contempo come realizzazione di una inevitabile inanità, come contemplazione della morte, una visione da cui si vorrebbe fuggire. La noncuranza, io credo, va intesa non unicamente come mancanza di cura, ma anche come rassegnata constatazione dell&#039;&lt;em&gt;inutilità &lt;/em&gt;di quella cura, quasi un accanimento per cui, dice Samperi, meglio morire, vecchietta mia stanca, / meglio la morte alla noncuranza. Questi due versi sono proprio all&#039;inizio del testo che apre la sezione, e sono di certo forti, eppure vale la pena di osservare l&#039;andamento a filastrocca di quella poesia - che non si ripete nelle successive - la musica che ne proviene e l&#039;affettività dibattuta e contrastata che trasporta, come una ninnananna che accompagni un lento chiudersi degli occhi. Mi pare di intravedere insomma un compianto, che i testi successivi, pur nella loro cruda liricità, non riescono né vogliono nascondere. Un apice emotivo che si riscontra, al polo opposto, solo quando Giuseppe in una bellissima poesia parla alla figlia, che dovrebbe educare al mistero del Rebus insolvente che è la vita, senza illusioni, senza dare a bere rosari e droghe mistiche, senza nascondere lineluttabile, uguale per tutti, lassoluta mancanza di senso, di soluzioni dellesistenza. &lt;br /&gt;Una visione laica, forse troppo laica per qualche lettore. Ma ha il grosso pregio di annientare qualsiasi tono elegiaco, ogni scivolamento crepuscolare. In questi versi non c&#039;è nessuna preghiera sottesa, quindi nessun medium, nessuna mediazione, e il dio nominato è sempre un dio minuscolo, come è evidente (mentre, si noti, il Rebus è maiuscolo). C&#039;è sempre in questi versi il tono di chi dice quel che deve dire, la trasparenza franca di quel &lt;em&gt;trobar leu&lt;/em&gt; che Giuseppe cita altrove e che mi pare persegua sempre, perfino quando ricorre, in tutto o in parte, alla sua bella lingua siciliana, traforata come un merletto. La franchezza dello scettico che non ha bisogno né vuole ricorrere a un linguaggio ellittico, e che trova nella naturalezza della sua amata-odiata scrittura la sua migliore espressione.&lt;em&gt; (g. cerrai)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/p&gt; 
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&lt;/div&gt; 
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&lt;/div&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/950-Giuseppe-Samperi-Lora-mora-del-giorno.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Giuseppe Samperi - L&#039;ora mora del giorno&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Tue, 31 Jul 2018 19:07:00 +0200</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>giuseppe samperi</category>
<category>l'ora mora del giorno. edizioni novecento</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title>Pietro Roversi - I pinguini dei tropici</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/947-Pietro-Roversi-I-pinguini-dei-tropici.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;Pietro Roversi - &lt;em&gt;I pinguini dei tropici&lt;/em&gt; - Arcipelago Itaca,
        2017
    &lt;!-- s9ymdb:884 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/roversipinguini.jpg&quot; title=&quot;Pietro Roversi - I pinguini dei tropici - Arcipelago Itaca, 2017&quot; alt=&quot;Pietro Roversi - I pinguini dei tropici - Arcipelago Itaca, 2017&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;289&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Un libro singolare, questa quarta raccolta di Pietro Roversi, che offre al
    lettore un&#039;esperienza abbastanza inusuale. Che deriva innanzitutto da una
    visione delle cose e del mondo parecchio metaforizzata, traslata in una
    dimensione insieme altra e insieme &amp;quot;regolata&amp;quot;, ovvero con un suo ordine
    accettabile, cioè in ultima analisi di una realtà quindi sopportabile.
    Voglio dire, intellettualmente sopportabile, una realtà su cui agiscono
    cultura, capacità espressiva, primazia del linguaggio, addomesticandola. Le
    cose (usiamo ancora questo termine generico su cui il prefatore Davide
    Castiglione ha detto in passato la sua) non sono &lt;em&gt;solo &lt;/em&gt;quello che
    sono, ma anche e soprattutto quello che il linguaggio le fa diventare,
    relazionandole all&#039;uomo che le osserva e ad altri significati. Naturalmente
    quando si parla di linguaggio si intendono messi in campo non unicamente i
    mezzi strutturali, sintattici etc., ma anche e di più tutti gli arnesi
    retorici e espressivi, a cominciare da una raffinata ironia che si affaccia
    molto spesso tra i versi. E alla quale concorre un uso anche estensivo di
    rime interne ed esterne e di un ritmo ben articolato ma a bella posta
    zoppo, dall&#039;aria non di rado canzonatoria.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Il linguaggio stesso è metaforizzato (e non solo metaforico in senso
    stretto, non è quello l&#039;importante), nel senso che non esprime tanto
    l&#039;accostamento o la distanza con le cose, quanto - anche per via lessicale
    - la sua distanza da una visione ordinaria di esse, come se i fenomeni
    registrabili, i pensieri, i concetti o anche le impressioni fossero in
    larga misura oltre che descrivibili soprattutto &lt;em&gt;riscrivibili, &lt;/em&gt;o
    latori, a saperle vedere, di altre e diverse informazioni. In questo senso
opera anche una continua dislocazione semantica, con un uso    &lt;em&gt;fusion &lt;/em&gt;di linguaggi specializzati, scientifici o settoriali che
    porta con sé una diversa prospettiva, insieme per forza di cose a una
    irrinunciabile, ancora, traccia ironica. Va da sé che in questo operare c&#039;è
    un rischio implicito, che consiste qualche volta in un &amp;quot;innamoramento&amp;quot;
    autotelico delle parole, del gioco a volte insistito di esse, a discapito -
    diciamo per semplificare - del contenuto.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Già il titolo, come è stato notato, è un ossimoro. Il che non vuol dire che
    non possa rientrare nel campo delle possibilità, o almeno, cosa più
    importante, dei desideri, anzi dell&#039;immaginazione desiderante. Dire questo
    significa dire, tra le altre cose, che il poeta (Roversi come altri) ha il
    potere di riorganizzare il suo dettato come vuole, soprattutto in direzione
    del simbolo (cosa ci fa, ad esempio, come giusto si domanda Castiglione, ai
    tropici un uccello inetto al volo e adatto al freddo? sarà immagine, si
    suppone, di chi è costretto a migrare). La poesia di Roversi si nutre molto
    (e molto restituisce) di questi salti di potenziale e delle risposte
    implicite che offre al lettore disposto a vederle. Direi anzi che si
    istituisce in gran parte su questo tipo di spostamento tra non mediato e
    allegorico, tra reale e sur-reale. Si tratta anche, in relazione a quanto
    si diceva sul linguaggio, di cercare e superare certi limiti, una vena
    sperimentale che non riguarda quanto si intende con questo termine in
    letteratura, bensì un atteggiamento mentale e culturale (l&#039;autore è
    ricercatore biologo) di messa in discussione dell&#039;acquisito, provando e
    riprovando, per dirla con il motto dell&#039;Accademia del Cimento. Per
    descrivere temi alti e bassi e anche, ma sì, filosofici: la vastità dello
    spazio, il tempo, l&#039;inesplorato, certe dinamiche della società, il luogo
    comune, i rapporti sessuali o sentimentali o semplicemente il vivere,
    magari quotidiano, il proprio esistere (specie nella sezione che titola il
    libro). Cosa tutt&#039;altro che semplice, ma Roversi ci mette una certa stoffa.
    Il tutto è scosso da una domanda semi-serissima e insieme disillusa/elusa:
    che cosa e come ci stiamo a fare qui, di certo noi, ma io personalmente? La
    risposta è spesso, specie per via di quel monotonale basso continuo
    satirico a cui allude anche Castiglione e che non sempre è diretto
    all&#039;esterno: non prendiamoci troppo sul serio, perché forse non ne vale la
    pena. E come scrive Roversi: &amp;quot;Avrò pure diritto / allo sperpero, al mistero
    fitto fitto / del desiderio, mio bilanciere, sonno e pudore&amp;quot;. Ma è proprio
    così?, si chiede chi legge. Paradossalmente, a volercelo trovare per forza,
    in questa poesia un senso del tragico c&#039;è, sta lì. In questo cogente riso
    sardonico, in questa immanente puntuta vena epigrammatica, che forse
    nasconde un dolore. O forse lo sperpera, sperpera la materia stessa di cui
    questa poesia è (potrebbe essere) fatta. &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/947-Pietro-Roversi-I-pinguini-dei-tropici.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Pietro Roversi - I pinguini dei tropici&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Tue, 03 Jul 2018 19:26:00 +0200</pubDate>
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    <category>arcipelago itaca</category>
<category>critica</category>
<category>i pinguini dei tropici</category>
<category>pietro roversi</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title></title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/944-Joan-Josep-Barcelo-i-Bauca-Collegamenti-covalenti.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;h4 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;Joan Josep Barceló i Bauçà - &lt;em&gt;Collegamenti covalenti&lt;/em&gt; - Aletti
        editore, 2017
    &lt;!-- s9ymdb:874 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/barcelo.jpg&quot; title=&quot;Joan Josep Barceló i Bauçà - Collegamenti covalenti &quot; alt=&quot;Joan Josep Barceló i Bauçà - Collegamenti covalenti &quot; width=&quot;190&quot; height=&quot;310&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h4&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; 
&lt;div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Joan Josep Barceló è un poeta catalano, anzi per la precisione
        maiorchino, che ha intensi e frequenti rapporti con l&#039;Italia e la sua
        poesia. L&#039;ho incontrato di recente a Bologna, dove era uno dei
        finalisti del Premio &amp;quot;Bologna in lettere&amp;quot; per l&#039;opera inedita. Ho
        ascoltato le sue poesie in italiano, ho chiesto che le rileggesse nella
        loro versione originale, in catalano. Lo scopo era ottenere proprio
        quello che mi aspettavo, un senso/suono, una musica appunto
        &amp;quot;originale&amp;quot;, cioè qualcosa che filtra in chi legge o ascolta ad un
        livello un po&#039; più sub-limen, più vicino all&#039;atto di creazione. La
        poesia è anche questo.
    &lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div&gt;&lt;font size=&quot;3&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
        In questo libro, tradotto in italiano (anzi riscritto, non vi è testo a
        fronte) dallo stesso autore, ritrovo senso, suono e liricità di quelle
        poche poesie ascoltate. La conferma di uno stile, di una disposizione
        poetica che mi erano piaciuti, una poesia che sfuma le cose, le
        percezioni, le esperienze, le avvolge in una atmosfera vagamente
        surreale che le agita. Liriche soprattutto, sì, voci di un io molto
        presente però non particolarmente egotico, capace di muoversi abilmente
        tra altezze diverse, diciamo tra una terra tangibile, amorosa e
        sensuale, e quindi grata e vitale (una &amp;quot;esegesi terrosa che crea la
        vita&amp;quot;), e un cielo dove insieme collocare e da cui trarre la parte
        volatile, la dimensione extrareale dei nostri pensieri, forse delle
        nostre angosce o dubbi circa l&#039;esistere. Come i legami covalenti a cui
        allude il titolo (una proprietà chimica, una sovrapposizione, anzi una
        comunione di atomi che annoda elementi) gli elementi materiali e
        immateriali (come ad es. lo sperma e l&#039;aura sentimentale delle
        relazioni amorose) della poesia di Barceló si fondono, creano un
        diverso o più forte oggetto. Non è tanto da dove si muove, questa
        poesia, quanto dove giunge, dove si realizza - anche velocemente (i
        testi sono tutti relativamente brevi), anche semplicemente se si vuole
        - &amp;quot;l&#039;artificio che gioca con l&#039;aria&amp;quot;. Mi pare che ci sia nella poesia
        di Barceló una fiducia sia nel potere evocativo del suo particolare
        linguaggio poetico, che per l&#039;autore appare essere tanto più forte
        quanto più esso è sfumato, o - come si diceva - &amp;quot;semplice&amp;quot;; sia nel
        manifestarsi, con altrettanta immediatezza, dell&#039; &lt;em&gt;avvenimento &lt;/em&gt;
        poetico in ogni momento, come un fatto &lt;em&gt;naturale &lt;/em&gt;su cui
        costruire il suo testo. Cioè per Barceló la poesia è ovunque e ovunque
        determinata, per quanto molto di essa ruoti intorno a un centro in cui
        l&#039;io, poetico e autoriale, si colloca stabilmente. &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/944-Joan-Josep-Barcelo-i-Bauca-Collegamenti-covalenti.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Fri, 08 Jun 2018 19:39:00 +0200</pubDate>
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    <category>aletti editore</category>
<category>collegamenti covalenti</category>
<category>joan josep barceló i bauçà</category>
<category>poesia catalana. critica</category>
<category>poesia spagnola</category>

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    <title>Luigi D'Alessio - Louis</title>
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            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
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    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;strong&gt;Luigi D&#039;Alessio - &lt;em&gt;Louis &lt;/em&gt;- RPLibri 2017&lt;!-- s9ymdb:873 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/dalessiolouis.jpg&quot; title=&quot;Luigi D&#039;Alessio - Louis - RPLibri 2017&quot; alt=&quot;Luigi D&#039;Alessio - Louis - RPLibri 2017&quot; width=&quot;200&quot; height=&quot;284&quot; /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt; &lt;/font&gt;&lt;/p&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Chi è Louis e che cosa cerca? E&#039; una battuta ma
    anche una domanda legittima, poiché Louis non è solo il titolo di questo
    libro (esordio promettente della collana Poesia di RPLibri), ma è
    soprattutto la presenza percussiva che si affaccia da ogni singolo testo di
    questo libro e ogni volta si presenta indirettamente come personaggio
    (&amp;quot;Louis una sera...&amp;quot;) o viene presentato (&amp;quot;Louis mi disse...&amp;quot;). E una delle
    prime conseguenze per il lettore è che, essendo Louis sempre in scena,
    perde di importanza il prima e il dopo nella sequenza delle cose e dei
    testi medesimi, e non è un caso che come struttura questo libro non
    presenti alcuna ripartizione in sezioni. Se da una parte, paradossalmente,
    questo facilita le cose al lettore, libero da ogni sequenza, dall&#039;altra
    sembra calare le evenienze, gli avvenimenti ecc. in un tempo
    indifferenziato nel quale gli eventi si manifestano come puri accidenti
    incastonati in quel tempo medesimo, dal quale peraltro sono impossibilitati
    a sfuggire. Accidenti che però &amp;quot;significano&amp;quot; e che, verso dopo verso,
    finiscono per costruire, per punti e linee, un quadro, un insieme organico,
    e quindi a tutti gli effetti un poema. Ed anche una storia, se si prendono
    in considerazione sia l&#039;uso costante di tempi verbali al passato che
    determinano la &amp;quot;chiusura&amp;quot; e il sigillo degli eventi, sia il ricorso ad una
    brevità aforistica dei testi che non concede margini né repliche e che dà
    al tutto un&#039;aria vagamente mitica. Così è, insomma, come una vita marcata
    non tanto da epifanie, ovvero rivelazioni o agnizioni, quanto da conferme,
    capisaldi, elaborazioni di evidenze guardate con occhio intellettualmente
    smagato e forse un po&#039; autotelico (c&#039;è dietro questa scrittura una cultura
    non indifferente e cosciente di sé che si esplica e si annota). La
    registrazione del passato tuttavia, poiché disposto in frammenti, non è
    necessariamente lineare, né impedisce, almeno come affascinante ipotesi, la
    riscrittura e forse la revisione della storia stessa.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Louis e Luigi sono la stessa persona? Sì e no, ovviamente. Da una parte c&#039;è
l&#039;artificio di un non dichiarato eteronimo (in effetti non sappiamo    &lt;em&gt;davvero &lt;/em&gt;se e chi), dall&#039;altra c&#039;è la messa in gioco
    dell&#039;immaginazione, senza la quale nessuna opera d&#039;arte è data. Possiamo
    definire Louis un deuteragonista di un Luigi che passivamente ascolta o
    registra, ma è più probabile che sia uno stratagemma, un camouflage
    dell&#039;io, un io forse antilirico e defilato e tuttavia abbastanza lontano
    dal &amp;quot;tu&amp;quot; impersonale e proiettato su una parete che si trova in tanta
    poesia nostrana, e questa distanza lo dota di una notevole originalità. Uno
    scambio tra &lt;em&gt;personae &lt;/em&gt;che alla fine, a pensarci bene, risulta
    essere un io aumentato, un super io capace di scendere a maggiori
    profondità. E che non è, per stabilire un confine, un &lt;em&gt;doppelgänger&lt;/em&gt;
    , un altro da sé di diversa polarità, il &lt;em&gt;villain &lt;/em&gt;che dice cose che
    Luigi non direbbe, anche se Louis talvolta prende il sopravvento, una
    specie di superiorità intellettuale, di acribia (&amp;quot;Louis pronunciò quella
    parola / spiegando la differenza / tra maiuscolo e minuscolo. / Come fossi
    scemo scrisse Tempo e accanto tempo&amp;quot;). D&#039;Alessio, che certo ha letto Borges (che vi si ritrova in certe circolarità labirintiche)&amp;#160;
    e anche Pessoa, deve aver ragionato sulla questione dell&#039;eteronimo,
    ritenendola insoddisfacente (&amp;quot;Louis cercò lungamente / - ma Louis disse a
    lungo / un eteronomo. / Non lo trovò. / Louis si convinse di aver perso /
    una opzione della morte&amp;quot;) e Valentino Fossati, nella post fazione, afferma
    che Louis &amp;quot;non è un alter ego in senso stretto...ed è limitante definirlo
    escamotage e finzione&amp;quot;. Lasciamo la questione aperta, ma diciamo di
    inquadrare Louis almeno come deus ex machina, o macchina soltanto, inteso
    come macchina teatrale. Su un paio di cose direi di essere d&#039;accordo con
    quanto dice Fossati più o meno esplicitamente: una riguarda il rapporto
    diciamo psicologico tra l&#039;io che scrive (non necessariamente
    l&#039;io/personaggio) e il personaggio Louis il quale permette di superare &amp;quot;il
    pudore dell&#039;abbandonarsi, del rivelarsi, ma anche del proprio stesso
    (confessabile) narcisismo&amp;quot;. E forse soprattutto, aggiungerei, di allargare
    il campo dell&#039;immaginazione e della fantasia/fantasticheria (si vedano gli
    incontri/citazione di personaggi noti). L&#039;altra annotazione riguarda un
    elemento anche per me interessante, ovvero una doppietà diegetica (una voce
    &amp;quot;dentro&amp;quot; e una voce &amp;quot;fuori&amp;quot;, dislocazione di episodi, ecc.), e anche una
    struttura a flash o scene brevi di una certa somiglianza con il linguaggio
    per immagini cinematografico (Fossati a titolo di esempio cita
    opportunamente Tarkovskij), qui riferibile soprattutto a &amp;quot;frammenti di
    pensiero [che] sovrapponendosi, assemblandosi, diventano intercambiabili&amp;quot;.
    Si tratta, tutto sommato, di un atto di semplificazione, di semplificazione
    della complessità, proprio a partire dal linguaggio, diretto, privo di
    fronzoli.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Ma di che cosa parla Louis? Diciamo che parla principalmente del suo essere
    al mondo, delle ragioni del suo essere al mondo, in altre parole di
    esistere, di una sua autonomia rispetto alle stesse ragioni della sua
    &amp;quot;invenzione&amp;quot;. Attraverso il dialogo, peraltro molto sbilanciato a favore di
    Louis rispetto all&#039;io che qualche volta si affaccia, Louis racconta a
    Luigi, a volta con toni surreali, i suoi pensieri, le sue considerazioni, i
    suoi incontri intellettuali, i suoi amori, le sue &amp;quot;fissazioni&amp;quot; (&amp;quot;Louis
    fotografava porte. / Più di una volta Louis / intraprendeva viaggi / per
    fotografare porte&amp;quot;) che a loro volta generano nuclei di pensiero, &amp;quot;schegge&amp;quot;
    papiniane o aforismi peraltro spesso lasciati &amp;quot;aperti&amp;quot; in finali (o
    &amp;quot;inattese uscite&amp;quot;) che sembrano saltare qualche step di senso rimandando a
    significati &amp;quot;altri&amp;quot; (&amp;quot;A Louis poi gli parlarono / dei neuroni specchio.
    Così / Louis si convinse / di poter amare pure senza Dio&amp;quot;) o a tautologie che nascondono &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; una fascinazione logica: &amp;quot;L&#039;ultima volta che vidi Louis / fu l&#039;ultima volta che ci vedemmo&amp;quot;&lt;/font&gt;. Testi insomma
    che traggono molta della loro forza da brevità e sublimazione,
    condensazione e spostamento, e da una scrittura lieve e robusta insieme. In
    essi, e nella loro duplicità, si manifesta, si consuma e si esaurisce
    soprattutto una serrata schermaglia con l&#039;esistenza e il suo epilogo, con
    la morte quasi mai nominata (se c&#039;è somiglia a un indeterminato svanire, come
    quello di Louis alla fine del libro: &amp;quot;alla fine Louis alla fine / era come
    uno sperso Valéry&amp;quot;; &amp;quot;Louis alla fine ricordo mi disse / Louis non mi disse
    niente&amp;quot;). Il doppio, comunque lo si voglia definire, è anche la possibilità (potestà)&amp;#160;
    autoriale del sacrificio, un agnello Louis da condannare al silenzio al
    posto di Luigi.&amp;#160; (&lt;em&gt;g. cerrai&lt;/em&gt;)
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/943-Luigi-DAlessio-Louis.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Luigi D&#039;Alessio - Louis&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Wed, 30 May 2018 19:24:00 +0200</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>louis</category>
<category>luigi d'alessio</category>
<category>poesia italiana</category>
<category>rplibri</category>

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    <title>Alessandro Silva - L'adatto vocabolario di ogni specie</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/937-Alessandro-Silva-Ladatto-vocabolario-di-ogni-specie.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;!-- s9ymdb:860 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/silva.jpg&quot; title=&quot;Alessandro Silva - L&#039;adatto vocabolario di ogni specie&quot; alt=&quot;Alessandro Silva - L&#039;adatto vocabolario di ogni specie&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;294&quot; /&gt;Alessandro Silva - &lt;em&gt;L&#039;adatto vocabolario di ogni specie&lt;/em&gt; -
        Edizioni Pietre Vive, 2016 - Illustrazioni di Giovanni Munari
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Ogni tanto si parla di poesia civile, che non è una cosa che amo
    particolarmente, perché secondo me è una non categoria, perché spesso
    semmai è un concetto che tende ad giustificare un approccio retorico non
    all&#039;altezza della materia che tratta, perché come sviluppo delle tematiche
    tende altrettanto spesso a prendere un andamento stilistico tra l&#039;epico e
    l&#039;elegiaco un po&#039; da ballata. Ciò non toglie tuttavia che ci possa essere
    una tensione verso una scrittura politica, oppure &amp;quot;sociale&amp;quot;, nella quale
    l&#039;autore si fa portavoce di problemi o tensioni di cui può anche non essere
    protagonista diretto, ma magari spettatore sensibile, e comunque informato
    dei fatti. Insomma, in parole povere, la poesia civile, come la scrittura
    sociale a cui questo libro si riferisce, non è una cosa facile da fare,
    soprattutto senza rinnovarla un po&#039;, come linguaggio e forse, perché no,
    come prospettiva ideale e politica (nonchè umanista) dello stesso scrivere,
    al di là dei temi specifici. (Rimando volentieri a questo proposito a un
    autore che ha punti in comune e differenze con Silva, Fabio Orecchini - v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/plugin/tag/fabio+orecchini&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    )
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;&lt;em&gt;L&#039;adatto vocabolario di ogni specie&lt;/em&gt;
    , tra l&#039;altro opera prima di&lt;strong&gt; Alessandro Silva&lt;/strong&gt;, parmense,
    classe 1976, prende in esame un tema del tutto particolare, tentando di
    farne un poema: si tratta dell&#039;Ilva di Taranto e di ciò che vi ruota
    intorno, drammi, dolori, lavoro duro, malattia, morte. Un tema, per dirla
    tutta, quanto mai ambizioso, e certo coraggioso, tanto più se lo si vuole
    rendere in poesia. Silva chiarisce subito i termini per così dire
    cronachistici della vicenda, e lo fa per sommi capi nelle prime pagine in
    prosa, una forma di giornalismo poetico dei fatti dal 1980 al 2014 circa,
    che illumina lo sfondo su cui si muovono gli attori della successiva parte
    in versi del libro, che è la sostanza del lavoro. Di corredo le belle
    tavole di Giovanni Munari, che fungono un po&#039; da storyboard, tendendo,
nell&#039;intenzione degli autori, verso la graphic novel (mentre la    &lt;em&gt;Light Poetry&lt;/em&gt;, citata nel risvolto, mi pare che sia un&#039;altra cosa).
    A parte queste considerazioni marginali, il valore del libro (ma di opere
    in genere mosse da una spinta di tipo etico) sta nella capacità, ove si
    verifica, di universalizzare la narrazione e il dramma che descrive,
    renderlo dolorosamente umano senza tuttavia - diciamo - omologarlo,
    mantenendolo cioè unico ed eminente, quindi &lt;em&gt;esemplare&lt;/em&gt;, nel vero
    senso della parola. La sorte di Marcello (un operaio morto sul lavoro) è
    sua ma è di tutti e viceversa, ed è appunto qualcosa di destinale a cui chi
    legge per una serie fortunata di circostanze (il qui, l&#039;ora ecc.) è
    sfuggito, senza però poter sfuggire ad una coscienza a cui è richiamato, ad
    una intima consapevolezza.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Silva ci riesce in varie occasioni, usando bene registri diversi che si
    danno la voce all&#039;interno di una struttura in versi sciolti privi di metro
    e spezzati a volte bruscamente, e quindi sostanzialmente narrativa ma
    divisa in episodi brevi (i testi in genere non vanno oltre la pagina), con
    tratti discorsivi che qualcuno ha accostato a Pavese, ma senza il suo
    ipermetro di derivazione anglosassone. Registri e tonalità che spesso e
    saggiamente fanno ricorso al pedale emozionale e affettivo, sostenuto da un
    tono complessivo tra il lirico e l&#039;elegiaco, ma sempre evitando qualsiasi
    accento retorico. Non so se la materia che Silva si è scelto derivi o meno
    da una esperienza diretta, ma certo tutto il lavoro trasmette un impegno
    (anche di studio, immagino) e una notevole sensibilità. E c&#039;è anche, in più
    di un testo, un interessante io/personaggio, c&#039;è un io che però è del tutto
    narrativo, o immaginativo se preferite (questo sì pavesiano), cioè &amp;quot;altro&amp;quot;
    da quello dell&#039;autore, e perciò finalizzato ad allargare il cerchio di
    vicinanza empatica verso le vicende descritte. Che naturalmente non sono
    solo quelle dell&#039;individuo di fronte al lavoro, alla sua durezza e al
    tragico che nel lavoro pesante è connaturato, ma anche al peso che il
    lavoro stesso ha, la presa che ha e che non molla, sulla vita al fi fuori
    della fabbrica, sugli affetti, su chi sta accanto. Sono forse le cose che
    più hanno luce in questo libro, che più esprimono una vena intimamente
    lirica che dà forza epica alla storia, che forse soffrono meno, se mai ce
    n&#039;è, di qualche vaga traccia di didascalismo, o di qualche &amp;quot;distanza&amp;quot; là
    dove il linguaggio aderisce, volutamente credo, più al &amp;quot;vero&amp;quot; anche
    cronachistico che ad una trasfigurazione metaforica di esso, o simbolica di
    una situazione sociale più vasta, di un cancro più esteso; o che meno vanno
    alla consapevole ricerca del &amp;quot;poetico&amp;quot;.
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt;
    Direi, per chiudere questi appunti, che il libro/progetto, l&#039;idea
    ambiziosa di cui parlavo all&#039;inizio, di costruire&amp;#160; qualcosa
    di organico e strutturato attorno ad un tema forte, mi pare che sia
    approdato ad un esito maturo e interessante, una sorta di &amp;quot;poema della catastrofe&amp;quot;, certamente con i suoi pregi e i suoi (pochi) difetti ma una poesia di cui si deve tener conto. Un esito che lascia aperte diverse
    aspettative riguardo a Silva e alle sue eventuali opere &amp;quot;seconde&amp;quot;, spero
    altrettanto feconde e coraggiose. Staremo a vedere. &lt;em&gt;(g.cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;2&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/937-Alessandro-Silva-Ladatto-vocabolario-di-ogni-specie.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Alessandro Silva - L&#039;adatto vocabolario di ogni specie&quot;&lt;/a&gt;
    </content:encoded>

    <pubDate>Sat, 28 Apr 2018 08:33:00 +0200</pubDate>
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    <category>alessandro silva</category>
<category>critica</category>
<category>edizioni pietre vive</category>
<category>l'adatto vocabolario di ogni specie</category>
<category>poesia italiana</category>

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    <title>John Taylor - L'oscuro splendore</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/935-John-Taylor-Loscuro-splendore.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt; 
&lt;h5 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;!-- s9ymdb:858 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/Loscuro-splendore-cover-e1521729638328.jpg&quot; title=&quot;John Taylor - L&#039;oscuro splendore&quot; alt=&quot;John Taylor - L&#039;oscuro splendore&quot; width=&quot;196&quot; height=&quot;288&quot; /&gt;John Taylor - &lt;em&gt;L&#039;oscuro splendore&lt;/em&gt; - Mimesis Edizioni, collana
        Hebenon
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h5&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Secondo libro di poesie, questo di &lt;strong&gt;John Taylor&lt;/strong&gt;, tradotto
    in italiano dopo &lt;em&gt;Gli Arazzi dell&#039;Apocalisse,&lt;/em&gt; a parte il libro di
    prose brevi &lt;em&gt;Se cade la notte&lt;/em&gt; (Joker Edizioni), tutti nella
    versione di &lt;strong&gt;Marco Morello&lt;/strong&gt;. Bisogna ricordare brevemente, per chi non lo
    conoscesse, che John pur essendo nato negli States è uno scrittore molto
    europeo, non solo perché vive in Francia dal 1977 ma soprattutto perché ha
    con la cultura europea un rapporto strettissimo e profondo, che non è
    azzardato definire di vero amore. Traduttore di autori francesi o
    francofoni come Jaccottet, Dupin, Perros, Jourdan, Calaferte e altri,
    Taylor ha anche un forte interesse per la poesia italiana, che negli ultimi
    anni si è concretizzato in due eccellenti volumi antologici in inglese
dedicati a &lt;strong&gt;Alfredo de Palchi&lt;/strong&gt; (    &lt;em&gt;Paradigm: New and selected poems, &lt;/em&gt;2013 - v. anche
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/746-Alfredo-De-Palchi-poesie-da-Paradigm.html&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
) e &lt;strong&gt;Lorenzo Calogero&lt;/strong&gt; (    &lt;em&gt;An Orchid shining in the Hand: Selected poems 1932-1960, &lt;/em&gt;2015),
    entrambi Chelsea Editions. Da ricordare anche nella bibliografia di Taylor,
    sempre in riferimento al suo legame con la cultura europea, i suoi
    importanti lavori &lt;em&gt;Paths to Contemporary French Literature&lt;/em&gt;, in tre
    volumi, e &lt;em&gt;Into the Heart of European Poetry&lt;/em&gt;, tutti pubblicati da
Transaction, oltre al più recente    &lt;em&gt;A Little Tour through European Poetry&lt;/em&gt; (2015).
&lt;/font&gt;&lt;/div&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Dunque come si vede John è davvero, sotto molti aspetti, uno scrittore
    europeo. E non solo per i suoi studi, ovviamente, o perché vive in Europa
    da lungo tempo, ma anche perchè quella cultura e quelle frequentazioni
    letterarie le ha accolte, quegli stimoli li ha fatti permeare nella sua
    scrittura creativa. Questa raccolta ne è una buona testimonianza, poiché mi
    pare vi si possa rilevare per prima cosa, almeno ad una prima lettura, una
    distanza dalla poesia contemporanea americana (per quanto essa sia una
    categoria troppo generica) non minore di quella che c&#039;è tra le due sponde
    dell&#039;Atlantico. Naturalmente questa affermazione va presa con una certa
    cautela, poiché John, al di là delle suggestioni culturali, elabora in
    questi versi una sua personale idea di poesia, una sua visione delle cose
    che certo trasmettono nei versi anche le sue origini (&amp;quot;frammenti di patria
    sbiadita&amp;quot;) e i suoi studi, ma indubbiamente accoglie in pieno (poiché la
    ama) la lezione soprattutto dei suoi prediletti autori francesi. Una
    influenza che è sostanzialmente lirica e forse, sullo sfondo, simbolista,
    orientata a gettare sul suo personale mondo uno sguardo attento ma
    sufficientemente disilluso, che non guarda tanto gli &amp;quot;oggetti&amp;quot; quanto
    l&#039;atmosfera, anche interiore, nella quale essi e l&#039;autore sono immersi e si
    trovano ad esistere. Manca qui, tornando a quanto appena detto, quella
    &amp;quot;concretezza&amp;quot; anche un po&#039; pragmatica che si ritrova in tanta poesia
    americana, quel confronto dell&#039;uomo con la natura e l&#039;ambiente, sia esso
    quello dei vasti spazi o quello urbano delle strade di New York (e tuttavia
    nelle &amp;quot;cose&amp;quot; - things - che qui troviamo c&#039;è un pizzico di imagismo
    statunitense). L&#039;uomo europeo, e con lui Taylor, guarda soprattutto dentro
    sé stesso, anche per tradizione filosofica e, per tradizione letteraria,
    almeno fin da Baudelaire e dai suoi eredi. In Taylor ci sono certo queste
    suggestioni e potremmo ritrovare anche molta della leggerezza malinconica e
    venata di ombre di Paul Verlaine, trasfusa in un linguaggio trasparente e
    aereo (talvolta un &amp;quot;verso scarno&amp;quot;, come lo chiama Marco Morello) che ben
    trasmette inquietudini e interrogativi sospesi, alla ricerca di qualcosa
    che penetri l&#039; &amp;quot;oscuro splendore&amp;quot;. In questo ossimoro si cela il mistero
    stesso dell&#039;esistenza di ciascuno, sempre esposta ad un imperscrutabile
    destino o al caso, al calare di una notte anche in pieno giorno, di una
    &amp;quot;luce striata di nero&amp;quot;, che tuttavia, portando appunto in sé un arcano, non
    può che essere splendida per la mente del&#039;uomo, e ineludibile per
    l&#039;artista. Una dimensione crepuscolare (ma non nel senso letterario del
    termine, o non solo) in cui è presente la coscienza &amp;quot;che questo crepuscolo
    sarà oscurità / alla fine // un&#039;assenza di luce // non questa mezza luce
    consolante / sopra la neve&amp;quot;. C&#039;è spesso nella poesia di John uno sguardo
    che tenta di penetrare l&#039;incerto, trapassare una foschia reale o
    metaforica, andare oltre una marea che svela e nasconde fondali o scogli
    anch&#039;essi simbolici, giungere fino a decifrare &amp;quot;iscrizioni / sul fondo del
    lago deserto&amp;quot; (&lt;em&gt;Il fondo del lago&lt;/em&gt; è la sezione principale del
    libro) che ha sommerso &amp;quot;qualcosa che era prezioso // i suoi bordi incerti
    smussati / dall&#039;acqua&amp;quot;. Come in un cerchio creativo, quell&#039; &amp;quot;incerto&amp;quot;
    nebuloso (che è in ultima istanza ricerca di senso) che John cerca di
    diradare con i suoi versi, è lui stesso che lo tratteggia per mezzo di una
    scelta appropriata di termini &amp;quot;blurred&amp;quot;, sfumati, deittici &amp;quot;vaghi&amp;quot;
    (qualcosa, talvolta, forse, tutto questo, come se solo allora) o interi
    versi (&amp;quot;eppure le onde // sono questo / e quello // e nessuno dei due // e
    uniche // anche se / vengono / e vanno&amp;quot;; &amp;quot;o semplice ombra // o miraggio // cosa si trova oltre // ma è difficile da guardare&amp;quot;) che concorrono a dipingere questo
    &amp;quot;incerto&amp;quot; (vago, indefinito) e che, soprattutto a un lettore italiano,
    richiamano inevitabilmente certi stilemi, questi sì, del decadentismo, che
    tuttavia devono essere ricompresi in una matrice simbolista a cui tutta la
    poesia francese e europea attinge. C&#039;è da dire che nella traduzione
    italiana questo senso di indeterminatezza viene in qualche minima misura
    accentuato, sia per una naturale scelta di termini legati alla cultura di
    chi traduce, sia - per fare un piccolissimo esempio - per l&#039;eliminazione di
    elementi determinativi come gli articoli o i pronomi soggetto, in inglese
    sempre presenti. Ma, al di là di queste marginali considerazioni, la cosa
    importante è che il verso tayloriano derivante da tutto ciò è assai
    suggestivo, limpido, efficace nell&#039;espressione e tutt&#039;altro che incerto sui
    suoi obbiettivi, anzi perfettamente consapevole riguardo a ciò che intende
    dire a chi legge. Qualità che da un certo punto di vista risultano ancora
più evidenti nei testi in prosa poetica, come John aveva già dimostrato ne    &lt;em&gt;Gli Arazzi dell&#039;Apocalisse &lt;/em&gt;dove erano una gran parte, o nei
frammenti (qui presenti nelle sezioni &lt;em&gt;Il boschetto&lt;/em&gt; e    &lt;em&gt;Il recinto&lt;/em&gt;), brevi aforistici lampi illuminanti nei quali con
    grande piacere ho ritrovato echi e suggestioni di Pierre-Albert Jourdan, un
grande autore a cui Taylor ha dedicato molto del suo lavoro (    &lt;em&gt;The Straw Sandals: Selected Prose and Poetry&lt;/em&gt; - Chelsea Editions,
    2011). Testi nei quali, potremmo dire per concludere, John trova una&lt;em&gt; &lt;/em&gt;intensa rarefazione&lt;em&gt;. (g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/div&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/935-John-Taylor-Loscuro-splendore.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;John Taylor - L&#039;oscuro splendore&quot;&lt;/a&gt;
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 09 Apr 2018 18:48:00 +0200</pubDate>
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    <category>collana hebenon</category>
<category>critica</category>
<category>john taylor</category>
<category>l'oscuro splendore</category>
<category>marco morello</category>
<category>mimesis edizioni</category>
<category>poesia americana</category>
<category>traduzioni</category>

</item>
<item>
    <title>Luigi Fontanella - Lo scialle rosso</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/932-Luigi-Fontanella-Lo-scialle-rosso.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;h5 align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;!-- s9ymdb:855 --&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_left&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/fontanellascialle.jpg&quot; title=&quot;Luigi Fontanella - Lo scialle rosso&quot; alt=&quot;Luigi Fontanella - Lo scialle rosso&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;299&quot; /&gt;Luigi Fontanella - &lt;em&gt;Lo scialle rosso&lt;/em&gt; - Moretti e Vitali, 2017
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/h5&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Nove poemetti o racconti in versi, scritti tra il 1999 e il 2014, ci dice
in una nota lo stesso autore. Con una buona misura di anglosassone    &lt;em&gt;understatement&lt;/em&gt;, direi. E in effetti la prima cosa che salta agli
    occhi alla lettura di questi ampi testi lirici è come una necessità non
    solo di narrare una serie di eventi ma anche quella di fissarli, prima,
    come sopra una lastra e piegarli poi, modificarli e in sostanza gettarli
    sotto una nuova luce. Come si sa, infatti, ogni fenomeno varia e si
    modifica sotto l&#039;occhio, magari innamorato, del suo osservatore. E&#039; quello
che fa sempre la poesia, la poesia buona, come atto di ricezione di ogni    &lt;em&gt;accidente&lt;/em&gt;, di ogni brandello di vita: diventare qualcosa d&#039;altro,
    se non addirittura qualcosa di &lt;em&gt;altri&lt;/em&gt;. Niente, per un poeta,
    trascorre inutilmente. Vige insomma, come scrive Paolo Lagazzi nella
    prefazione al libro, una &amp;quot;intermittente, appassionata, tenace memoria&amp;quot;.
    Ricordare che sono tutte connotazioni che ci rimandano tra diversi altri a
    Montale è pleonastico, tanto più per Fontanella, tra le altre cose
    professore di Letteratura italiana alla New York State University (Lagazzi
    cita anche Savinio e Landolfi). Insomma, è la sua materia ed ogni eco non è
    altro che un indizio culturale scevro da qualsiasi epigonismo, uno
    strumento che si adatta perfettamente allo scopo. Come anche naturale, mi
    pare, è la vicinanza di Fontanella ad una consolidata tradizione letteraria
    non solo novecentesca, lirica soprattutto, ma che tiene ben presenti tutti
    gli sviluppi stilistici, appunto anche in senso narrativo e di aderenza al
    quotidiano, che soprattutto nel Novecento sono avvenuti.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Se i richiami, più o meno soffusi, possono essere quelli che abbiamo detto,
    [tuttavia] qui non c&#039;è molto di &amp;quot;occasionale&amp;quot; e non solo per la dimensione
    testuale delle poesie, che denota una articolata elaborazione del materiale
    poetico di partenza, ma anche perché questa poesia nell&#039;evento non si
    conclude, non diventa epifenomeno di qualcosa che ha colpito l&#039;autore,
    dirottando magari verso un esercizio di stile, è decisamente antirapsodica,
    come se esplicitasse la convinzione che l&#039;occasione, se vi è, contiene una
    &amp;quot;storia&amp;quot; (statica, diciamo) e un seme (dinamico), in altre parole rimanda
    ad altre e ben diverse considerazioni, non necessariamente soltanto
    &amp;quot;poetiche&amp;quot;. Per quanto la memoria, in tutto il libro, sia elemento naturale
fondamentale, essa non è pura rimembranza, sia per l&#039;apporto della    &lt;em&gt;rêverie&lt;/em&gt;, come annota Lagazzi, in costante dialogo con una realtà
    oggettuale, sia perché Fontanella ha chiari i suoi obbiettivi poetici. Che
    mi pare siano quelli di evidenziare una dimensione spirituale degli eventi,
    per quanto eminentemente laica, e un loro &lt;em&gt;ethos&lt;/em&gt;, cioè,
    letteralmente, un luogo in cui vivere, in altre parole (e non è certo un
    truismo) la vita medesima. Per cui il fatto, nella dimensione poetica,
    diventa qualcosa di &lt;em&gt;rizomatoso&lt;/em&gt;, per dirla con Deleuze, il fatto,
    per sua definizione &amp;quot;passato&amp;quot; e tuttavia non muto, rivive di un&#039;altra vita.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    A me pare che si tratti di qualcosa di diverso dall&#039;epifania,
    dall&#039;agnizione o da un momento meramente ispirativo. Non è qualcosa di cui
    l&#039;autore dice ah, bene, ecco un frammento di vita di cui può valere la pena
    scrivere, o non soltanto. Mi pare che questa scrittura diffusa, così
    fortemente fàtica, che descrive le cose nel loro aspetto sensibile e in
    quello meno evidente, sia un tentativo di ridefinire certi confini, che
    sono soprattutto tra la vita stessa (vissuta e - scrivendo - rivissuta) e
    la morte come luogo in cui non è più possibile dire. Potremmo definire
    tutto ciò semmai come una rivelazione, un disvelamento di implicazioni che
    però non provengono da nessun iperuranio, o da un&#039;&#039;ispirazione di tipo
    romantico. Semplicemente &lt;em&gt;già c&#039;erano,&lt;/em&gt; sotto lo sguardo niente
    affatto passivo del poeta, che è facile che magari impropriamente ci ricordi, nel suo peregrinare per le strade di Firenze o New York, una&amp;#160; certa &lt;em&gt;flânerie &lt;/em&gt;baudelairiana. Uno sguardo inoltre che in molti di questi
    componimenti è condiviso, non solo con il lettore ma anche con chi, quasi
    sempre, è testimone dell&#039;evento insieme all&#039;autore. E se non ci sono
    testimoni, in queste narrazioni, ci sono personaggi letterari, gente
    incontrata per strada, amici e colleghi citati, exerga e rimandi letterari,
    che concorrono ad ampliare lo sguardo sulle cose. Sotto questo punto di
    vista potremmo dire che in questi testi non c&#039;è una visione strettamente
    &amp;quot;privata&amp;quot;, poiché mi pare che Fontanella non vi cerchi una catarsi
    personale, o una purificazione dell&#039;esperienza dal prosaico a beneficio di
    un ipotetico lettore, ma che dia voce, per tutti, al &lt;em&gt;possibile&lt;/em&gt;,
    soprattutto al possibile significato delle cose. In altre e diverse parole,
    non estetizza il suo materiale, e questa è una delle caratteristiche del
    suo stile.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font size=&quot;2&quot; face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;
    Il poemetto eponimo, &lt;em&gt;Lo scialle rosso, &lt;/em&gt;è emblematico
    dell&#039;approccio di Fontanella alla sua materia. In una piovosa e ventosa
    giornata di fine Aprile, lo scialle rosso della accompagnatrice del poeta
    vola giù da un ponte di Ottawa. L&#039;accadimento si esaurisce subito, lo
    scialle rosso scompare dalla scena, per fare posto in sostanza ad un
    sentire, a un &lt;em&gt;sentimento del tempo&lt;/em&gt; che poi lo scialle, che
    riappare negli ultimi versi, avvolgerà simbolicamente, proteggendolo e
    chiudendo il cerchio. In mezzo Fontanella sviluppa una canzone sulla
    fragilità, rispetto al caso, al mondo o all&#039;essere altrove, la fragilità
    individuale, e tuttavia la resistenza, della poesia soprattutto, come
    emblema di un nucleo forte dell&#039;uomo. Le intemperie, anche simbolicamente
    intese, sul ponte di Ottawa &amp;quot;sbriciolano&amp;quot; il gruppetto di amici poeti (e
    testimoni, si diceva), lì presenti, come Davide Rondoni, Plinio Perilli,
    Irene Marchegiani, e scomparsi, come Giovanna Sicari, e lontane evocazione
    italiane. Ma sappiamo che tutti, o almeno la poesia che rappresentano, si
    ritroveranno. Lo scialle rosso quindi appare essere, come dicevo, non tanto
    un elemento epifanico e nemmeno un correlativo, quanto un potente marcatore
    mnemonico, in più carico dei segni del colore e del volo, da cui l&#039;autore
    procede a costruire il suo impasto di narrazione e sogno. Nel quale la
    memoria non si esaurisce ma si rinnova come rappresentazione e
    immaginazione (lo stesso Fontanella rammenta, in una nota, il &amp;quot;connubio,
    che mi è caro, oscillante tra immaginazione e memoria, così come ne parla
    André Breton nel saggio &lt;em&gt;Situazione surrealista dell&#039;oggetto&lt;/em&gt;&amp;quot;), pur
    essendo questa poesia, va detto, ben lontana da territori surrealisti o
    anche simbolisti. Naturalmente questo registro, che si ripresenta anche in
altri poemetti importanti come &lt;em&gt;Dittico praghese&lt;/em&gt; e    &lt;em&gt;The old town,&lt;/em&gt; non è l&#039;unico di cui dispone l&#039;autore. In altri
testi, che per alcuni aspetti preferisco, come &lt;em&gt;Lettere al padre &lt;/em&gt;e    &lt;em&gt;Canto del distacco,&lt;/em&gt; il tono è più eminentemente lirico/elegiaco, o
    forse nervaliano come dice Fontanella, ma certo più venato di un intimo e
    privato sentimento di rimpianto, una affettività che in un certo senso ci
    avvicina maggiormente al poeta, testi in cui si allenta un poco la vena
    descrittiva, meno assiepati di &amp;quot;oggetti&amp;quot; e di nomi, un linguaggio che non
    ha necessità di articolarsi in narrazione o di dire &amp;quot;tutto&amp;quot; (come ad
    esempio in &lt;em&gt;Old Town&lt;/em&gt; e &lt;em&gt;Efemeridos&lt;/em&gt;) perché lavora sul piano
    di una percezione &lt;em&gt;pura&lt;/em&gt;&lt;em&gt; &lt;/em&gt;o se volete di un&#039;empatia in cui
    gioca più il cuore che l&#039;intelletto.&lt;em&gt; (g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/p&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/932-Luigi-Fontanella-Lo-scialle-rosso.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;Luigi Fontanella - Lo scialle rosso&quot;&lt;/a&gt;
    </content:encoded>

    <pubDate>Mon, 12 Mar 2018 12:48:00 +0100</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>lo scialle rosso</category>
<category>luigi fontanella</category>
<category>moretti e vitali editori</category>
<category>poesia italiana</category>

</item>
<item>
    <title>norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre</title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/928-norbert-c.-kaser-rancore-mi-cresce-nel-ventre.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
    <comments>https://old.imperfettaellisse.it/archives/928-norbert-c.-kaser-rancore-mi-cresce-nel-ventre.html#comments</comments>
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt; &lt;strong&gt; &lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;norbert c. kaser - &lt;em&gt;rancore mi cresce nel ventre&lt;/em&gt; - Edizioni
&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/kaserrancorecover.jpg&quot; title=&quot;norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre&quot; alt=&quot;norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;310&quot; /&gt;&lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;strong&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;        alpha beta Verlag, Meran/Merano,&lt;!-- s9ymdb:852 --&gt; 2017&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/font&gt;&lt;/strong&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;
    Ci sono coni d&#039;ombra, nella poesia italiana, zone in cui il lettore arriva
    con grande difficoltà o per caso, paludi di oblio che spesso corrispondono
    ad areali linguistici minoritari ma a cui non sfuggono nemmeno altri, se
    non interessano all&#039;accademia o all&#039;editoria, un&#039;ombra che a volte si
    illumina per caso. Mi è successo, per fare un esempio, con Roberta Dapunt
    (v.
    &lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/index.php?/archives/267-Roberta-Dapunt-Poesie.html&quot; target=&quot;_blank&quot;&gt; &lt;strong&gt;QUI&lt;/strong&gt; &lt;/a&gt;
    ). Ed ecco, ringrazio per questo Francesca Corrias, un altro poeta che non
    conoscevo. &lt;strong&gt;norbert c. kaser &lt;/strong&gt;(sì, proprio così, tutto
    minuscolo, come lui preferiva) è un caso del tutto particolare, che trova
    in questa ottima pubblicazione (a cura di Toni Colleselli, traduzioni di
    Werner Menapace, introduzione di Lorenza Rega) la collocazione antologica
    che merita. Poeta e scrittore altoatesino bilingue, nato a Bressanone nel
    1947 e morto a Brunico nel 1978, &lt;strong&gt;kaser &lt;/strong&gt;ha avuto una breve
    vita travagliata, vissuta in condizioni disagiate e solitarie, con vari
    tentativi frustrati di essere e sentirsi parte di qualcosa, fosse la
    religione cattolica (un anno in un convento dei Cappuccini), o la politica,
    nel sindacato prima e nel partito comunista poi, oppure l&#039;università,
    abbandonata nel 1971. E poi vari lavori precari per sbarcare il lunario,
    compreso quello di maestro di montagna, e il ricorso all&#039;alcool, che ha
    avuto una parte rilevante nella sua salute e nella sua morte. In mezzo una
    presenza di polemista, di attivista politico, di feroce critico di un
    rigido establishment sociale e letterario di cui soffrivano
    indifferentemente artisti tedeschi e italiani (a questo proposito va
    ricordato che &lt;strong&gt;kaser&lt;/strong&gt;, al di là delle note vicende
separatiste dell&#039;epoca, ha sempre sottolineato la sua italianità). Come    &lt;strong&gt;kaser &lt;/strong&gt;ebbe a dire (citato da Lorenza Rega): Lentamente
    svaniscono i pregiudizi nei nostri confronti. A noi spetta la parola! Qui
    dalle nostre parti si aggirano ancora così tante vacche sacre che non si
    riesce a vedere niente al di fuori di questa mandria. Ma la festa dopo il
    macello sarà imponente. E vi parteciperanno anche gli italiani. Anchessi
    hanno una mandria di vacche sacre. I macellai hanno allincirca la mia età.
    Il Sud tirolo avrà finalmente la sua letteratura e di un valore e
importanza tali che nessuno può oggi immaginarseli. Il rancore che    &lt;strong&gt;kaser &lt;/strong&gt;sentiva crescere nel ventre aveva anche queste
    dimensioni, che forse possono apparire tra l&#039;incendiario e il futurista, ma
    che danno un&#039;idea di una potente rivolta culturale, e che se
    contestualizzate rispetto alla realtà altoatesina del tempo possono fare
    affermare, anche a uno studioso attento come Claudio Magris, &amp;quot;atteggiamenti
    letterari che in un contesto culturale diverso sarebbero puberali o
    patetici, in Alto Adige hanno ancora un valore contestativo (cit. da Toni
    Colleselli). Il che, in un certo qual modo, è un giudizio parziale,
    riduttivo, perché rischia di confinare &lt;strong&gt;kaser &lt;/strong&gt;in una
    posizione decentrata, locale, o appunto contestativa, mentre stile, temi,
    qualità della scrittura e anche ricerca linguistica trascendono le
    &amp;quot;occasioni&amp;quot; che hanno generato il suo lavoro.
&lt;/font&gt;&lt;/p&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;p align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;
    Il libro, un corpus di 175 testi in versi e in prosa (le poesie sono 140 di
    cui 15 scritte direttamente in italiano), ci restituisce un poeta di
    assoluto valore, a cui non è difficile riconoscere la qualifica che gli
    assegna Toni Colleselli di &amp;quot;maggior poeta italiano di lingua tedesca&amp;quot;,
    tutt&#039;altro che un poeta a cui affibbiare quella specie di apolidia che si
associa alla letteratura di &amp;quot;confine&amp;quot;. I temi sono molteplici, e certo    &lt;strong&gt;kaser &lt;/strong&gt;ha sempre in sé il concetto di &lt;em&gt;heimat&lt;/em&gt;,
    fondamentale in tutta la letteratura germanofona, portatore di un legame
    non necessariamente costrittivo, ma anzi fecondo, con la tradizione; c&#039;è
    certamente il continuo rimando alla realtà anche locale, alla cronaca, a un
    sentire politico e sociale, al paesaggio della sua terra spesso
    interpretato come grande correlativo oggettivo di un inquieto sentimento
    dell&#039;esistenza; c&#039;è una visione disincantata e certo pessimista della vita,
    c&#039;è l&#039;amore, c&#039;è un sotterraneo dialogo con Dio, c&#039;è la visione poetica
    delle città e dei luoghi visitati fuori dal Tirolo, c&#039;è il gioco
    linguistico e l&#039;invenzione fiabesca nei testi che scriveva per i bambini a
    cui insegnava. Ma quello che più colpisce in queste poesie è un rapporto
    con il mondo forse pessimistico come si diceva ma non domo, non difensivo,
    non ripiegato su di sé, non autocommiserativo, c&#039;è semmai una pretesa di
    risposte a molte domande, l&#039;inesausto tentativo di superare una situazione
    di &amp;quot;inceppamento&amp;quot; (Magris) culturale, sociale, generazionale. Anche se,
aggiungo, chiudendo il libro resta un finale drammatico senso di    &lt;em&gt;cupio dissolvi&lt;/em&gt;. C&#039;è in questa voce, come giustamente nota Roberto
    Galaverni in una nota apparsa su &lt;em&gt;La lettura&lt;/em&gt; nell&#039;ottobre 2017,
    &amp;quot;qualcosa di duro e d&#039;irrisolto, qualcosa come un&#039;indignazione
    fondamentale, come un&#039;impossibilità di tregua [che] attraversano
    dall&#039;inizio alla fine i versi di questo poeta, tanto da porsi come il suo
    carattere più distintivo e qualificante&amp;quot;. E&#039; questo carattere ad imporsi
    sulla scrittura stessa, che può apparire alla prima con tratti
    sperimentali, per aspetti visivi e linguistici, scrittura invece &amp;quot;motivata
    da ragioni niente affatto letterarie ma immediatamente storiche ed
    esistenziali&amp;quot; (ancora Galaverni). Un libro di così alto valore che, a
    differenza di altre mie letture, c&#039;è davvero l&#039;imbarazzo della scelta (comunque sempre arbitraria e ingenerosa) nel
    selezionare qualche testo esemplare da proporre qui. &lt;em&gt;(g. cerrai)&lt;/em&gt;&lt;/font&gt; &lt;/p&gt; &lt;br /&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/928-norbert-c.-kaser-rancore-mi-cresce-nel-ventre.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;norbert c. kaser - rancore mi cresce nel ventre&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Thu, 25 Jan 2018 18:02:00 +0100</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>edizioni alpha beta verlag</category>
<category>norbert c. kaser</category>
<category>poesia italiana</category>
<category>poesia italiana di lingua tedesca</category>
<category>rancore mi cresce nel ventre</category>

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    <title></title>
    <link>https://old.imperfettaellisse.it/archives/926-Elia-Malago,-due-plaquettes-Addendum-a-Lalange.html</link>
            <category>Libri ricevuti</category>
    
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    <author>nospam@example.com (G.Cerrai)</author>
    <content:encoded>
    &lt;br /&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;Per espresso desiderio dell&#039;autrice, che ringrazio, pubblico con&lt;/font&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;&lt;img class=&quot;serendipity_image_right&quot; src=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/uploads/Image/Elia-Malag.jpg&quot; title=&quot;Elia Malagò&quot; alt=&quot;Elia Malagò&quot; width=&quot;210&quot; height=&quot;210&quot; /&gt;&lt;/font&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt; grande piacere, in&lt;/font&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt; aggiunta al post del 6 gennaio&lt;!-- s9ymdb:623 --&gt;&lt;!-- s9ymdb:623 --&gt; dedicato a &lt;strong&gt;Elia Malagò&lt;/strong&gt;, il testo completo della plaquette &lt;strong&gt;&lt;em&gt;lalange&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt; da cui avevo estratto solo due poesie, con la prefazione di Antonio Prete, seguito dall&#039;altra breve raccolta pubblicata sempre da Fuocofuochino nel 2015, dal titolo &lt;strong&gt;&lt;em&gt;del disamore&lt;/em&gt;&lt;/strong&gt;, con prefazione di Zena Roncada. Entrambe le plaquettes dovrebbero rientrare, insieme a diversi altri testi, nel prossimo libro a cui Elia sta lavorando con impegno da qualche tempo, un lavoro che personalmente attendo con grande interesse. Con l&#039;occasione ringrazio anche l&#039;editore Afro Somenzari per la sua amichevole disponibilità.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;lalange&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/strong&gt;&lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;justify&quot;&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;La poesia di Elia Malagò è resto di una lingua cancellata. Un resto&lt;/font&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt; &lt;font size=&quot;3&quot;&gt;che prende respiro e energia, e sale verso la libertà dellimmagine e &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;verso la parola essenziale e necessaria. In questo movimento, aspro &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;e dolce insieme, la lingua porta con sé un sentire che conosce la &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;ferita, il limite, lo scacco del desiderio. Un sentire che sa sporgersi&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;sul vuoto di senso, sul dolore del mondo, su quel pianto &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;disseminato che è poi la storia degli uomini. Con questa nuova &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;lingua  la riconoscibilità del poeta è proprio nelledificazione di &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;una nuova lingua, quella langue nouvelle di cui diceva Rimbaud &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt; la poesia di Elia Malagò può farsi interrogazione del visibile, e &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;allo stesso tempo dialogo con il visibile, con il suo mostrarsi e il suo &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;nascondersi, con il suo distendersi nel paesaggio fluviale e il suo &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;ritrarsi nellaridità. Un universo stranito, opaco, doloroso prende &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;campo: parvenze di quel che è assente, frammenti di una memoria &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;dinfanzia che non lascia detriti ma corpi e gesti e luoghi vividi &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;nella loro lontananza, sguardo sulle ferite e sulla cenere che il &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;sapere della civiltà ricopre di indifferenza. Il desiderio non cessa di &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;confrontarsi con i suoi orizzonti occlusi o offuscati. Ma in una &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;natura che mostra la sua potenza e talvolta il suo patto con &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;lapocalissi, si aprono a tratti cieli liberi e fluttuano immagini di &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;forte presenza, di cui lestate che correva per mare e scollinava è &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;quasi emblema. Che sia fosca o limpida la scena, i versi collocano&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;ogni volta il lettore di colpo nel mezzo dellaccadere. Ma tutto &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;accade nella lingua, nel suo prendere luce e vento, suono e respiro, &lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;senso e dolore, libertà e vigore. Questo accadere nella lingua &lt;em&gt;è la &lt;/em&gt;&lt;/font&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;&lt;em&gt;poesia&lt;/em&gt;.&lt;/font&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt; 
&lt;div align=&quot;right&quot;&gt;&lt;em&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;font size=&quot;3&quot;&gt;Antonio Prete&lt;/font&gt;&lt;/font&gt;&lt;/em&gt;&lt;br /&gt;&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot;&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt; &lt;/font&gt; 
&lt;/div&gt;&lt;font face=&quot;georgia,times new roman,times,serif&quot; size=&quot;3&quot;&gt;&lt;strong&gt;lalange&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ho dimenticato la lingua del pianto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;e non so più&lt;br /&gt;i sapori che a cascata stanziano sotto il naso&lt;br /&gt;insalano le labbra guazzano il mento&lt;br /&gt;sbriciolano il silenzio e&lt;br /&gt;idioti&lt;br /&gt;mescolano muco e arcani&lt;br /&gt;vergognandosi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;mi vergogno di queste parole&lt;br /&gt;liberate&lt;br /&gt;sconosciute&lt;br /&gt;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160; forsanche blasfeme&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;dico te ma sento me&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;non ho lingua e preghiera tua&lt;br /&gt;che trapassi scorticata&lt;br /&gt;e venga fuori a brani&lt;br /&gt;gutturi&lt;br /&gt;inson&lt;br /&gt;miei&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;so che non cè lingua&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;cantilena forse&lt;br /&gt;di passi daltri&lt;br /&gt;contati in sonni non sognati&lt;br /&gt;in notti di prima&lt;br /&gt;che il tempo ha sottratto&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;so che di quella lingua&lt;br /&gt;cancellata&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da qualche parte&lt;br /&gt;resta un chiodo&lt;br /&gt;una polvere&lt;br /&gt;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160; bluastro il barlume&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nota. &lt;em&gt;lalange &lt;/em&gt;è un refuso della memoria di&lt;em&gt; lalangue&lt;/em&gt; con cui ciascuno si parla&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;soglie&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ma quante ce ne sono prima che loltraggio basti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;limiti che la verità buca con una sfrombolata&lt;br /&gt;e viaggiano e viaggiano&lt;br /&gt;viaggiano findove si spacca la terra&lt;br /&gt;si sfalda il muro di tufo&lt;br /&gt;precipitano gambe e braccia&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;i piedi ancora nella sabbia&lt;br /&gt;gli occhi già inghiottiti dal sale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;quando tutta questacqua finirà di sole&lt;br /&gt;e vento, comincerà la conta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;il margine&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;non lo aggiusti come ti pare la mattina&lt;br /&gt;che sè placata la tramontana&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;non è la siepe che togli il dissuasore&lt;br /&gt;si apre nonostante le spine&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;il margine è maestro che si prende corrente&lt;br /&gt;garbino piene e rottami&lt;br /&gt;conta i passi e le infamità&lt;br /&gt;confida nei due gradoni del sottobanca&lt;br /&gt;raccoglie confidenze e segreti&lt;br /&gt;mulina laria di colma e si gonfia di collere indicibili&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ma non lo aggiusti&lt;br /&gt;non si aggiusta&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ti ci devi mettere davanti&lt;br /&gt;senza socchiudere gli occhi&lt;br /&gt;spegnere&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;libera&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;solleva questo piombo di cielo&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;contro la quarta parete che cade fitta&lt;br /&gt;di nubi a frastorno daria fogliame&lt;br /&gt;e rabbiume&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;- diciotto anni prima che ancora la luna&lt;br /&gt;savvicini tanto&lt;br /&gt;misure e percentuali calibrate&lt;br /&gt;il faccione di matto fisso&lt;br /&gt;lì che ci guarda&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;da qui a diciotto fanno un mazzo di steli&lt;br /&gt;lerica svasata lestate appena scorsa&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;lestate che correva per mare e scollinava&lt;br /&gt;senza campo a cercare menta e rosmarino&lt;br /&gt;avvitata lì&lt;br /&gt;a una menzogna che rabbiosa e cattiva&lt;br /&gt;si urlava dentro la sete&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;la fame&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che ha traversato il deserto&lt;br /&gt;e succhia le ossa che trova&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;strong&gt;ogni desiderio spento&lt;/strong&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;te la figuri la notte che non saccende&lt;br /&gt;quando lo scuro incappa il cielo in un sacco di plastica&lt;br /&gt;e lo tiene stretto tra stelle scariche e antichi lallalli&lt;br /&gt;spersi nel deserto?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;che calenda di tempo e sperpero&lt;br /&gt;che splendore docchi&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160;&amp;#160; tutto questo pianto disseminato&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/font&gt;&lt;br /&gt; 
&lt;/div&gt; &lt;br /&gt;&lt;a href=&quot;https://old.imperfettaellisse.it/archives/926-Elia-Malago,-due-plaquettes-Addendum-a-Lalange.html#extended&quot;&gt;Continua a leggere &quot;&quot;&lt;/a&gt;
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    <pubDate>Mon, 08 Jan 2018 19:09:00 +0100</pubDate>
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    <category>critica</category>
<category>del disamore</category>
<category>elia malagò</category>
<category>fuocofuochino editrice</category>
<category>lalange</category>
<category>poesia italiana</category>

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