Giovedì, 30 luglio 2015Poesie d'estate - Otto poeti letti da Rita Pacilio Il tocco abarico del dubbio – Angela Caccia – Fara Editore, 2015
Molta poesia ha interesse a trasformarsi in un dialogo vivo e profondo tra le persone e le cose attingendo alla natura e ai valori esistenziali. I
contenuti, quindi, diventano fatti tangibili che rievocano la memoria cogliendo sentimenti e necessità. Alcuni testi poetici passano dalla riflessione alla
narrazione in modo ininterrotto così come accade per Il tocco abarico di Angela Caccia. Il contributo ideologico della silloge, divisa nelle
cinque sezioni, approda in un universo poetico che sfida le tendenze creative, ma mira a evidenziare la propria fedele visione del mondo/poesia con
l’utilizzo armonioso e intimista della voce ritmata/musicale. La scelta del racconto, in quanto movimento, consente a chi versifica di avere una locazione
di privilegio rispetto a chi legge: infatti l’autrice cristallizza ciò che è mutevole nel nostro tempo, affinché tutto possa essere accessibile all’essere
umano moderno. Tutto è incarnabile: le forme comunicative del dubbio corteggiano il grave peso del silenzio e della solitudine esistenziale e molto spesso
ciò accade perché l’essere umano vive l’orfanità o l’abbandono del Mistero.
Fantasie Lo stesso copione: piove. È un tempo che strina a puntino le piume e poi le tarpa serrate le porte che il dolore non vada oltre. Su di lui come sciacalli un girotondo di mosche. Lo sguardo su una cartolina profana il reticolo di falso mi perdo nel notturno di un paesaggio una carezza la colatura della sera – quant’è quieta la luce di una finestra accesa! – sono io quell’orma nel vicolo cieco? io l’ammasso di venti senza scampo? Anche qui ulula un randagio prega la sua luna resta la notte. * E non è la mia pena a mia madre C’è un paese in me che non conosci periferia fessure di cielo si dimena un vento di conchiglia che maledice le sbarre. Dove cadi nelle tue secche, cosa popola la mente limosa, difficile raggiungerti esserti mano voce sguardo si scioglie il grumo – l’ultimo che ti tempesta – e non è questa la mia pena. Sei il verso già scritto che ritorna, un’ossessione la mia compagna di viaggio ma non è la mia pena. Nell’ultima stesura del racconto la tua penna scrive a tratti, nel solco bianco le piume di un’aquila che muore e non è la mia pena chi reggerà fino a lì il tuo passo? * Scemerà il vento non riempirai più la finestra cadranno le mie sbarre sarai altro altrove nell’incavo di mani più grandi (Angela Caccia è nata e vice a Cutro (KR). Tra i concorsi vinti: Piazzetta (Salerno), Siracusa, Feile Filiochta Internationale Poetry Competition 2003 (Dublino), Fiurlini (Olanda), Colapesce 2012 (Messina), medaglia Presidente Repubblica al premio Insanamente 2012 (Rimini), Convivio 2012 (Giardini Naxos). Nel Fruscio Feroce degli ulivi (Fra 2013, prefato da Davide Rondoni, ha vinto il Premio Massa Città fiabesca e il Concorso Città di parole Firenze; II class. al Premio Pascoli Barga; III class. ai Premi Di Liegro 2013 e Camposampiero 2014). Poesie della fame e della sete – Francesco Iannone – Ladolfi Editore 2014
Un buon libro di poesia non ha età perché dialoga continuamente con il passato e con il presente e sicuramente anche con il futuro. Un buon libro di poesia
ha diverse esistenze perché riesce a delineare differenti tratti di generazioni e sopravvive alle idee, alle immagini. Ecco cosa accade quando la poesia è
viva, sorprende, è forza espressiva della parola, è ‘un’operazione interiore’ (C. Mitosz). Francesco Iannone nel suo libro dal titolo Poesie della fame e della sete – Landolfi Editore 2014, impiega robusta immaginazione per narrare il mondo. L’autore tratta la quotidianità
domestica e gli accadimenti familiari con meditazione e vitalità stilistica ora surreale, ora sacrale, quasi in modo fanciullesco, ma non puerile, come a
voler entrare in contatto intimo con lo stupore, con la polpa più pura delle cose, così come solo la nervatura dell’animo del poeta può fare. Le intuizioni
estetiche, i guizzi poetici, il verso essenziale hanno il potere di far trasformare gli oggetti e le persone: noi stessi diventiamo materia primaria del segreto, della visione che lavora nella mente del poeta. In quest’opera prima, l’arte realizza le proprie premesse e le svolge nella maniera più
vera, piena.
Perché solo non morire conta in quest’aria provvisoria d’autunno che accarezza gli alberi e poi li spoglia come fossero una donna bella.
La resistenza al nulla è una lotta che lascia ferite e tagli è un labbro squarciato da un pugno è un figlio espulso da un utero contuso.
Ci sono case che accolgono chiunque e finestre che restano chiuse per sempre. Imito il crollo di un tetto sconfitto dal peso il laccio del vento stretto intorno al collo delle foglie imito il sole disceso a far meno freddo l’inverno a vegliarlo in silenzio nel sonno.
Tremare è utile, dici, conviene, lo documentano le cose tutte contratte in attesa dell’estate.
*
Ma qui, in questa vita, dimmi se il colpire del vento significa qualcosa se il volteggiare di un uccello nell’aria indica una via e il sanguinare di quell’albero ferito da un auto all’improvviso perché non lo sana questo primo sole estivo?
Dimmi, ti prego, se infine tutti insieme partiremo e nei sedili stretti ci terremo le mani come a stringere un patto un fiore morto che riprende a respirare da solo.
* Chissà se per sempre avremo la disponibilità dell’erba a accettare un peso la gioia dell’uccello sceso a baciare la terra mentre piroetta in cerca di cibo.
E poi chissà se un giorno guariremo da questo male che non placa, non perdona, se ancora con le unghie gratteremo le ferite vecchie fino a farle sanguinare di nuovo se pure ascolteremo gli alberi cantare e i gerani dai colori vari sorridere a primavera.
Chissà cosa genera un seme e poi perché quel fiore muore, così, senza un motivo, senza una ragione?
(Francesco Iannone è nato a Salerno nel 1985. Suoi testi sono apparsi su numerose riviste, fra cuiClanDestino, La Clessidra, Italian Poetry Review e Gradiva. È incluso nell’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni ottanta (Ladolfi, 2011, a cura di Matteo Fantuzzi, nota critica di Massimo Morasso). Ha pubblicato
la silloge Pietra Lavica sulla rivista Poesia, introduzione di Maria Grazia Calandrone. Poesie della fame e della sete (Ladolfi,
2011, 2012, 2014, premio L’Aquila opera prima, finalista premi Beppe Manfredi e Penne) è il suo primo libro. Collabora con la rivista Atelier). Un’ombra lunga – Giovanni D’Amiano – Kaleidos Edizioni, 2005
La poesia ha anche il faticoso e meraviglioso compito di sollecitare il percettibile così da far riaffiorare alla coscienza, ciò che la ragione ha
disdegnato. Giovanni D’Amiano nel suo lavoro poetico dal titolo Un’ombra lunga, Kaleidos Edizioni, senza utilizzare scorciatoie retoriche, senza
pietismi, trascrive in poesia la voce/tensione estrema del mondo atterrito di fronte all’evento drammatico dell’aborto. Qui è il grido della coscienza di
tutti gli uomini che urla. Si fa poesia il precipizio, la scelta, lo smarrimento dell’afflato paterno che è in ognuno di noi: il padre che procrea, che
semina e che poi decide di rimuovere la vita in via di germoglio. Diventa poesia il disgusto di ciascuno di noi e la pietas liberatoria, catartica che ci
libera e ci redime dal giudizio, dalla condanna, dall’orfanità a cui figli e poi padri siamo tutti destinati. Solo attraverso il lungo percorso del
perdono, della rassegnazione lucida e meditata possiamo alleviare la convivenza con l’immaginario futuro a cui, necessariamente, siamo proiettati
beneficiando e accogliendo i progetti che saranno, comunque.
Se, almeno, potessi un fiore portare sulla tua tomba, dove una piccola croce indicasse il tuo nome … Niente di più dolce per il mio vecchio cuore.
Ma è sconto che il mio dolore non merita, poiché nemmeno ti ho concesso una zolla brulla, una croce, un fiore, il miele delle lacrime.
Chissà dove, abbandonato e sperduto, il tuo corpicino, senza pace. Per sempre, preda di randagi.
* Potevi essere acqua di torrente, che precipita, gaia, dalle cime; potevi essere vento di maestrale, che gonfia cuore e vele ai marinai; potevi essere arcobaleno o mareggiata, carichi di energia e di stupore.
Avevi diritto d’essere mio figlio, gratificato da favori e attese della più generosa sorte.
Invece, proprio per mio diniego, non sei stato nessuna di queste cose, e tante altre, di cui ti avevo favoleggiato.
* Figlio mai nato, figlio desiderato, e rifiutato; figlio senza bara, figlio senz’acqua santa, figlio senza loculo, senza nicchia e senza croce, nel camposanto.
Per volontà del padre, feroce.
Figlio, non cercarlo. Figlio, non perdonarlo. Figlio, non chiamarlo, mai, papà.
(Giovanni D’Amiano è nato a Volla di San Sebastiano al Vesuvio (NA) e vive a Torre del Greco.Ha esercitato la professione di medico pediatra, e si è interessato di pittura e di poesia, esponendo in mostre personali e collettive, e partecipando a numerosi concorsi di poesia. Ha pubblicato: Più del pane alla bocca (1981); Occhi arrossati (1997); Un’ombra lunga (2005); L’anguria (2009); ’E pprete ‘e casa mia (2013). È presente nel volume collettaneo di poesie in vernacolo napoletano ’N’anticchia ’e Napule (1997); in alcune antologie: Poeti napoletani; Echi di poeti dialettali; Keffyieh, intelligenze per la pace; Ritratti; nella Rivista Poeti e Poesia. Partecipa attivamente a Reading di poesia). I ricordi dovuti – Antonietta Gnerre – le gemme, Edizioni Progetto Cu I ricordi dovuti
di Antonietta Gnerre, Edizioni Progetto Cultura (Le Gemme, Collezione di quaderni di poesia curata da Cinzia Marulli) ci immergono nel fertile terreno
della poesia. Senza memoria o percorso consolidato alle spalle, infatti, non ci potrebbe essere conoscenza, frammento o ipotesi di rilevazione, giudizio,
distinzione, confronto, dibattito o, addirittura, disappunto. L’autrice si confronta in modo interrogativo e materno con il mondo; il verso libero si
scioglie, molto spesso, in prosa poetica, la quale disvela varie figure retoriche per ridimensionare espressioni simboleggianti la fede nell’inatteso,
nell’imprevedibile, nell’indomabile. Ecco perché il ricordo diventa l’ancora, il rifugio, l’esempio, la preghiera, il naufragio, l’impatto da cui farsi
entusiasmare per la ripartenza. Di fronte alle scelte e alle difficoltà, la memoria diventa un processo rieducativo, anzi oserei dire, la metafora
consuntiva per il futuro, l’appello. La forza della natura, passionale e irrequieta, pone chi scrive nella prospettiva del cambiamento e Antonietta Gnerre
sa bene che ciò che nel mondo produce scompiglio è la mancanza d’amore, il paradosso tra reale e irreale.
C’è una strada
(Antonietta Gnerre, giornalista pubblicista, poeta, scrittrice, critica letteraria e studiosa della poesia religiosa. Ha pubblicato le sillogi poetiche: Il Silenzio della Luna (Menna,1994); Anime di Foglie (Delta 3, 1996); Fiori di Vetro- Restauri di Solitudine ( Fara, 2007); Salici di Seta- Il viaggio del Silenzio nei Poeti irpini (Il Silenzio della Poesia, Fara, 2008); Preghiere di una Poetessa (Lo Spirito della Poesia, Fara, 2008); il Saggio: Meditazione poetica e Teologica in Mario Luzi (Delta 3, 2008); Ultimo sogno- Pianeta Terra (Poeti Profeti, Fara, 2009); PigmenTi ( Edizioni L’Arca Felice, 2010); Come un Albero di Gòfer, Strada Statale Ofantina Bis (Salvezza e impegno, Fara, 2010); Cristina Campo – Il viaggio silenzioso e spirituale, Il silenzio del diritto, saggi di Diritto e Letteratura, a cura di Felice Casucci (ESI, Napoli, 2013).
Qualcuno ha scritto che la poesia è una febbre e questa espressione mi porta alla mente Klaus Kinski e forse anche molti lettori pensano alla
famosa opera giovanile Diario di un lebbroso. Leggendo le venti poesie della raffinatissima plaquette di Giulio Mafii dal titolo Misinabì
, Marco Saya Edizioni, 2014 ho pensato che è vero, la poesia è febbre, una febbre altissima, un picco in cui il genio poetico urla improvvisamente, senza
preavviso. Questa esperienza, per quanto umana e quindi ipoteticamente condivisibile, non è permessa a chiunque. Solamente al poeta accade che l’io
biologico ha necessità di fondersi all’io poetico che si contrappone e/o converge di fronte ai tentativi di convivenza/confronto. Riuscire ad aderire
all’intensità meditativa dialogando con i personaggi del mito e riconoscendosi nei luoghi mitologici consente all’autore di riprodurre immagini sospese tra
mondi e vite, affinché possano continuare ricerche, unità e culture. La morte, tematica/traino di tutto il percorso in versi, non deve apparire lacerante
separazione, ma possibile ricongiunzione, interrogazione e spiegazione per ritrovarsi e riconoscersi oltre la ferita corporea insanabile. La simbologia
della saga ha profonde radici e comprende la complessità dell’animo dell’autore che sottende più mondi, più sensibilità, più avvenimenti. La poesia qui ci
permette di osservare e ascoltare in modo differente: essa acuisce la nostra percezione delle cose e agisce come un linguaggio comune capace di riflettere
sulla contemporaneità attraverso simboli e cicli vitali, assonanze e metafore. È davvero importante soffermarsi sulla privazione, sulla mancanza, sul
precetto, sulla nostra evoluzione materica e spirituale: credo che troveremo sempre dimora nel mondo fino a quando ci sarà chi avrà cura di svelarlo con
tanta sincerità e visione!
I
Scendemmo poi
II
Quanta accortezza nel dividere
VIII
Ci adoravano i leoni e i leopardi
XVIII
Quindi il godimento rovinoso
(Giulio Maffii ha diretto la collana di poesia contemporanea e plaquette per le Edizioni Il Foglio esvolge opera di traduzione poetica.
E`statouno degli organizzatori italiani del
festival mondiale Palabra en elmundo. Collabora con la rivista “Carteggi Letterari”.
Ha all`attivo diverse pubblicazioni tra
cui“L`umiltà del poco” (2010 Akkuaria) e “L’odore amaro delle felci” (2012 Ed.dellaMeridiana) con cui ha vinto il premio Sandro Penna per
l`inedito e “Agli zigomi delle finestre” (2013 E.P.C). Nella sua produzione c’è anche la raccolta di racconti “La caduta del tempo” (2008Il Foglio). Suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo, inglese e romeno. Nel 2013 è uscito per Marco Saya Edizioni il saggio breve “Le mucche non leggono Montale”, una corrosiva visione del mondo poetico. Nel 2014 dopo aver vinto il
Premio Castelfiorentino con “Arischerasse – Novella di guerra-”, poemetto sulla guerra tratto da una storia vera, ha pubblicato sempre perMarco Saya Edizioni “Misinabì”sua ultima opera poetica. Sempre nel 2014 un suo saggio “ L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali: orazionpicciola sulla parabola dell’epos” è stato pubblicato da Bonanno Editore
nel volume “Con gli occhi di Giano. Narrazioni e unità delle scienza umane”, a cura dell’antropologo Paolo Chiozzi, di cui
Maffii è stato allievo e collaboratore).
Dove si posa il bianco - Floriana Porta – Sillabe di Sale Editore, 2014
La poesia può accadere anche come aspirazione e struggimento di desiderio, come risposta ai grandi temi: per questo parla di sentimento, di vita, di morte,
di riscatto esistenziale o di presa di coscienza. Nessun’arte può nascondere azioni ed eventi, perché l’arte articola il suo pensiero attraverso la sua
stessa azione e il proprio linguaggio. Questo afflato poetico accade nel libro di Floriana Porta, Dove si posa il bianco - Sillabe di Sale Editore, 2014, in cui l’autrice, in modo fresco e con scampoli romantici, descrive gli amori e lo stupore
di ciò che si muove intorno all’esistenza.
E PIÙ OLTRE Sovrapporsi, immaginando parole perdendoci nel nulla. Respirandone l’odore e il piacere taciturno fuori campo, abbracciandosi a perpendicolare sul vento e più oltre.
* DOVE SI POSA IL BIANCO Ragnatele di luci ingialliscono ai due estremi di una preghiera. Con lo sfiorare l’inverno fuori di noi, dove si posa il bianco.
* QUI, DOVE IL VERDE NON PARLA Sei una corolla recisa che marcia nel vento densa d’echi reciproci. Una dea lunare che agisce di nascosto nella luce sempre viva, in una terra di verità piena di passi. Qui, tra le belve e gli alberi, dove il verde non parla.
*
Tempo pulsante, nell’orbita di fiori. Sguardo immenso. --- Piove, fa scuro. Mille solitudini chiamate strade. --- In ogni luogo universi smarriti, ingarbugliati.
(Floriana Porta è poetessa, fotografa e pittrice. Le sue poesie sono apparse in diverse antologie e hanno avuto riconoscimenti in premi
letterari nazionali. Ha pubblicato due sillogi di poesie e haiku: Verso altri cieli
(Digital Book - Edizioni REI, 2013) Quando sorride il mare (AG Book Publishing, 2014) Dal 2011 è membro della giuria del prestigioso Concorso
Internazionale di Poesia Haiku promosso dall’Associazione culturale Cascina Macondo).
Quattro passi nel buio – Guglielmo Marino – La Vita Felice, 2015
Le vicende umane, tutto ciò che appartiene al mondo, non è proprietà esclusiva della bellezza e del sentimento. C’è uno spazio umano/sociale circoscritto
da un perimetro buio, preoccupante, le cui immagini/istanze sono regolate da colori forti o da suoni sincopati. Immergerci, mediante l’immaginazione
visionaria, negli interrogativi o nei moniti dei Quattro passi nel buio – Guglielmo Marino – La Vita Felice, 2015, ci consente di incunearci in
una territorio pensante in cui prende spessore l’ontologia del reale e la dimostrazione materica del senso della vita, del suo ciclo, del necessario
compito del detto in riferimento al non detto. La poesia è ulteriore strumento per descrivere e denunciare, contraddire, urlare:
camminare nel buio, nei frammenti infelici, nella solitudine, per disegnarne un nuovo itinerario possibile.
Sublimo l’ora felice del divenire
(Guglielmo Marino è nato a Milano nel 1971. Cura ed è curato dalla sua chitarra, dai bonsai e dalla poesia. Assieme a quest’ultima, esordisce con l’opera prima Quattro passi nel buio). L’alba dei papaveri – Adua Biagioli Spadi – La Vita Felice, 2015
L’intenzione poetica si accosta, in alcuni casi, a correnti intimistiche facendo prevalere contenuti introspettivi e contemplativi. La ricerca e le
tensioni, così come avviene per il simbolismo francese, per il modernismo spagnolo o per i crepuscolari italiani, confluisce nella meditazione del mistero
della vita. Adua Biagioli Spadi nella silloge L’alba dei papaveri –– La Vita Felice, 2015 mette a confronto la propria esistenza con la
sostanza della poesia che è nelle cose dell’universo. Compie un gesto di comunione e approda, senza porsi limiti e confini, in spazi e verità, per porsi in
ascolto del prodigio e dei ritmi vitali. L’autrice non cade in moralismi o in materia intellettuale quando peregrina per i territori fragili della realtà.
Non si lascia travolgere da esperienze malinconiche che pur segnano il suo passaggio negli anni in cui dipinge e declama gli intrecci e le intermittenze
dell’animo puro e combattuto. Il suo spirito libero si rivela passionale e generoso, e sembra rifugiarsi in un mondo del ricordo, dell’attesa in cui solo
la parola d’amore può sconvolgere il vero su cui si riversa.
Rosso
(Adua Biagioli Spadi (1972, Pistoia).
Maestra d’arte frequenta il corso di laurea in Lettere moderne presso l’università degli Studi di Firenze e, qualificata Operatrice culturale dal 1995, si
dedica alla scrittura e alla poesia
Suoi testi sono presenti in numerose antologie e hanno ricevuto interessanti premi e riconoscimenti.
L'alba dei papaveri
è la sua opera prima).
Scritto da G.Cerrai
at
10:54
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