Lunedì, 30 settembre 2013
Torno sul lavoro di Stefano Lorefic e "Frontenotte" (Transeuropa, 2011)
con l'occasione di vederlo da un'altra prospettiva, partendo sempre da
quello che scrissi a suo tempo (v. QUI),
almeno per quanto riguarda i testi. E partendo anche da una
constatazione, o forse solo una percezione, di un diffuso sentimento, in
molti autori, di una certa qual limitatezza della scrittura poetica, di
una specie di esaurimento delle sue capacità iconiche o narrative o
evocative, sentimento che a volte porta a risultati detti, didascalici
("diciamolo meglio"), a volte a percosse e torsioni del linguaggio
insignificanti, nel senso etimologico del termine. E' indubbio che molti
abbiano sentito la necessità di sperimentare altre strade o altri
mezzi, senza tuttavia rinunciare a definire e sentire il proprio lavoro
come "poetico", talvolta recuperando una oralità o vocalità della poesia
che si era persa nel tempo (magari affermando, come nel caso di Lello
Voce, che è l'unica maniera "vera" di poetare), altre volte tentando
delle sinergie con altri linguaggi creativi, sentiti come più moderni, o
escludendo del tutto la parola dal "testo" poetico, dandola in un certo
senso come sottintesa.
Bisogna vedere se queste interazioni sono stampelle, fumo negli occhi,
mascheramento di difetti, ipostasi oppure valori aggiunti. Ma certo la
ricerca in quella direzione ha diritto di cittadinanza (e spesso
consegue ottimi risultati), e la fotografia resta uno dei mezzi migliori
in tal senso. Del resto sono convinto che se "ogni fotografia è un
certificato di presenza" (R. Barthes, in "La camera chiara"), anche la
poesia lo è. Presenza, va da sé, dell'autore dello "scatto".
Nell'osservare le fotografie qui pubblicate, opera di un alter ego (o
eteronimo) di Stefano, e nel leggere i suoi testi, si ha il vantaggio
che in entrambi è certificata la stessa presenza, e aggiungerei la
stessa poetica. Che è quella, come scrivevo a suo tempo, della
osservazione sociale disincantata e insieme dolente, della constatazione
della progressiva riduzione dell'uomo a nullità identitaria isolata,
della stramatura di un tessuto per lo più urbano in cui l'indifferenza
dei più è temperata per quanto possibile dall'occhio (e dalla voce)
cosciente dell'autore, che in qualche modo la interpreta. Le immagini,
in questa occasione, danno forza e sostanza ai testi, aggiungono una
ulteriore significazione, una specie di sinestesia. Pur non essendo
stati pensati insieme, i testi e le foto, a ben vedere, hanno lo stesso
bianco e nero, le stesse sfumature di grigio, lo stesso contrasto. La
grana, in entrambi, è quella che il compianto Seamus Heaney chiamava la
"grana delle cose", la venatura, la fibra stessa del mondo, così come
s'è ridotto. Il limite tra il nero e le alte luci è confine fortemente
simbolico, difficilmente attraversabile. Per la verità, le foto sono più
disabitate, per così dire, di quanto non lo siano le poesie. O meglio
sono abitate da ombre, che proiettate sui muri hanno la consistenza
delle ombre di una Hiroshima surmoderna. Ombre che a loro volta abitano
la notte e l'asfalto, luoghi deputati di un aggirarsi di individui
indistinguibili, in cui perfino i monumenti hanno un incombere sociale,
segnano la differenza di ceto tra chi li costruì e chi li percorre
oggi, e le stazioni non sono più luoghi in cui si arriva o si parte ma
in cui piuttosto forse si aspetta qualcosa in maniera del tutto
irrelata. Dunque qui c'è un'altra certificazione di presenza, la
presenza dell'indeterminato, dell'irrappresentabile anche politicamente,
della massa anonima senza peso per "i lupi / dell’unica democrazia /
che conosciamo". Qui lo spectrum barthesiano, cioè il soggetto
che la fotografia fissa per sempre, è davvero l'ombra, lo spettro degli
"uomini nulli" di cui parla Lorefice nei suoi versi. (g.c.)
dalla sezione "Confine estremo del rumore"
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qui c’è esposizione di corpi ordine preciso da predatori un’unica grande generazione che non ha le domande e sa poco dell’idraulica che ci va a far capitare un temporale
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Se ne sta lì inebetita/raccolta, donna sommaria svuotata/avvolta nel vestito rimasto. L’hanno trovata così, sotto il cavalcavia della tangenziale, e qualcuno subito dice ch’è immorale una violenza carnale con questa umidità. La pioggia le scende precisa sulla faccia. Aerea nel suo respirare la donna non risponde.
(Periferia nord di Milano – Novembre 200 7)
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era in fila con gli altri della specie, quella rumorosa dei vivi in città, nello sforzo finale di spegnere la sigaretta, prima del piatto caldo dovuto per misericordia a tutti, s’è capito che nel sistema s’arrangiava pure lui: c’erano una tovaglia, piatti di plastica, profumo di pane ed una minima coda laterale; roba di sale, olio e spezie, tutti valori contabili della fame
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prima o poi ci sarà da rendere conto del disastro e il carico delle stirpi confuso senza essere mai nominato avanzerà frontale contro tutto quello che siamo, verrà preciso a chiederci indietro l’ultima zona di libertà, a quel punto andremo sotto in apnea col ventre secco asciutto, privo di quell’elasticità necessaria a sopportare le acque
senza fiato arriveranno inquadrati i lupi dell’unica democrazia che conosciamo
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arriva il momento delle ronde notturne, della differenza umorale del buono dal buono e di tutte quelle facce peste e schifose da uomini nulli, confraternite da poco, nascoste dietro alle voci-insieme, che se venisse la vera pioggia se li porterebbe via tutti questi contabili della miseria
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lungo le vie dei tram sgangherati ne vengono alcuni con i biglietti e le bocche storte per fame, poco della pioggia che scende sopportano, ma sono insieme, stretti sull’asfalto che non ha dio da seguire e comunque rinsalda, asciuga le pozze; vengono stanchi e tengono alte le mani pulite per gusto e moda d’esistere, bisbigliando fra loro che anche questo viale prima o poi finirà, anche questa città, è sicuro, prima o poi finirà
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Tracciato: Ott 04, 01:59