Giovedì, 25 luglio 2013
Gerritt Kouwenaar, nato ad Amsterdam il 9 ago sto 1923, è uno dei maggiori poeti e scrittori olandesi, vincitore di numerosi premi letterari nel corso di una lunga carriera iniziata pubblicando in clandestinità durante l'occupazione nazista. E' inoltre traduttore, soprattutto di opere teatrali di autori come Brecht, Weiss, Sartre, Tennessee Williams, Osborne, Pinter. I testi qui pubblicati sono
nella traduzione di Karin van Ingen Schenau e Maurizio Cucchi. I
testi originali sono stati omessi per difficoltà tipografiche, ma sono a
disposizione di chiunque li richieda.
Tre meno un quarto: l'ideale
Tre meno un quarto: occorre essere ancora più sottile, persino ciò che accarezza il naso in qualche luogo puzza in parole
bussare per pane è chiaro, masticare la morte è chiaro, la nebbia che rinvia e ritira il respiro è chiara
l'acqua lenta che ruggisce attraverso la crepa nella strada d'asfalto è mortale nonsenso è mondo lontano stranamente chiara
il viaggiatore è sulla strada, la lontananza non è in nessun luogo è dappertutto pensabile, egli fa qualche passo, nessuna parola, non riesce a passarci, egli la calma -
Una parola
la morte in realtà non fu mai qui o quasi qui e ora un momento
nessuna sillaba tocca in profondo, nessun angelo s'inventa qualcosa di assassinio qui
si scrive dunque a vita spinto nell'angolo di un cerchio
dunque nonsenso, annidarsi in calligrafia, migliarino in caccia grossa
nessuna possibilità percettiva, nessuna prospettiva, il giardino è sul tavolo, nessuna sillaba lascia uno sgorbio
Il presente superfluo
Da quando tu ti travestivi la fame da quando tu ti travestivi la fame da fame
da quando scioglievi il freddo dal freddo nascondevi la tua fame in carne
da quando il tuo coltello per il pane tagliava la carne accendevi il campo di grano da quando
annotavi il nome dell'autore da quando cancellavi l'autore
da quando impagliato riponevi nella dispensa cauto l'idea di una provvista
da quando sempre più magro più interno in questi ultimi due versi
che si uccidono a vicenda sordi spaccati -
Apri quella porta
Apri quella porta apri pure quella porta chiusa
togli pure quella cordicella da quel grosso pacco di pane
apri la terra apri la luce l'occhio prova a vedere dove è il nero
sollevare la mano spiegare il pugno spezzare un dito
prova il tuo sangue chiama la bocca prova a sciogliere la matassa a dire come è il tuo gusto, il tuo giusto sapore
chiudi in altre parole quella porta chiudi pure in fine una volta per tutte quella porta aperta -
Nel giardino annebbiato
Pioveva a rovesci un istante, nel giardino annebbiato si sciamava poi alla corda corta della notte, ancora
una goccia infatti sul naso eccitato, e nell'orecchio un batter d'ali, puro fino al silenzio
una sosta che vuol essere bianca quando tutti i coltelli celesti sopra la sua sdraia diventano invece una cosa seria
no, non è serio, solo lentamente più tardi la luna conta i bicchieri fino al tramonto, fino a quando si ridiventa di carne: resta
quell'odore di gioventù quando l'erba era bagnata, qualcosa da leccare, e poi si giace un attimo del tutto assorto su se stesso
in questo cliché nebbioso, svelto svelto, schiarito fino alla gola, totalmente due -
Il capolavoro: luna rosa chiaro, piena
Per la prima volta da anni pende la luna di nuovo come un frutto nel cielo dove si è stati tutto quel tempo cosa si è fatto altrove e meglio questa notte snaturare l'arte e giacere sulla terra basta dunque come un cieco con una mano sorda all'organo di senso affamato mollato si divorano le cicale il vento notturno il mondo; non si immagina, nessuna immagine sano e fresco nella buccia sotto luna rosa chiaro, piena mente vuota perfetta immangiabile pesca -
Paesaggio abbandonato
Anche il tuo paesaggio è invecchiato, persino la fortuna di essere immangiabile si è consumata
hai messo anche il piede in fallo su una farfalla e ciò che è stato è stato, a casa un angelo ti è caduto dal nome e la bocca ti è uscito dal labbro, macchie d'inchiostro e vecce sopra tutto
a casa dalla caccia, terra molto vecchia al tuo corpo, stavi nel tuo muro come una finestra
guardavi sui tuoi campi più lenti, letto che ti faceva immortale una giornata ti dava abitudine alla morte
poesia che recitava se stessa, brillante nelle tue finestre finché luce ci fosse stata
più nulla da scrivere, tutto di ferro, tutto irrigidito dal tempo
la tua sola via sfugge la fine, nulla rimanga qui
sul tuo paesaggio lo stesso paesaggio, mano imballata nel proprio guanto, ovunque buchi dov'era chiusa poesia
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