SENZA UGUALI
a M. L.
Ti preferisco quasi-rima; rima
è quasi troppo, meglio, molto meglio
un minimo intoppo, un niente che incrini
l’esatta identità. Non uno sbaglio,
ma piuttosto, ecco, uno scarto dell’occhio
dal centro al limite, dove può stare,
se la misura è perfetta, una modica
cifra, diciamo, di autenticità.
Non so dirti, però, mio giglio puro,
se più giovi pensarti consonante
arcata che trasporta ma non dura,
o isola di stasi dove il canto
fi orisce nel richiamo di vocali.
Resto in dubbio, mia rima senza pari.
GINESTRA FUORI CAMPO
Spesso penso a quell’attimo fissato
Dall’autoscatto: noi due sorridenti
E abbracciati tra le ombre radenti
Degli arbusti, nel meriggio inoltrato
Ma ancora pieno di luce, macchiato
Di ginestre. Ti dissi (o pensai?): senti
Lieve nell’aria l’aroma di eventi
Ancora informi, privi di passato,
Vivi di pura possibilità...
Ma seguì un altro palpito di lampo,
Bruciò quell’arco breve, chiuso ora
nel ricordo. Mi chiedo dove sta
La ginestra rimasta fuori campo.
Perduta per sempre, come quell’ora?
DA UNA TORRE
Le porte son serrate,
che mai sarà?
da Ponte, Le nozze di Figaro
Assente suono di te
pioggia di novembre
perché non so distinguere
tra “una volta” e “sempre”?
[...]
Alle chiarità invernali
trattenute dal sommo della torre
nei colli di lontananze azzurrati e
precìpiti
sulla pianura
− gelida domenica di gennaio e sole −
nel quasi invisibile
punto
della tua nascita
alle aspre congetturali musiche
di magredi e torrenti
l’incredibile amore s’apprende
e fa
la terra mia mio sangue da sempre.
[...]
Se la voce di caduta in caduta
si affina
le alte sentite virtù
ancora oltre sospinte
non più
innervano parole
che dicano
− che dicano facilmente −
Questo il mio dolore di sempre.
PIENO E VUOTO
Quanto decide il simbolo nel tempo
del sentire, sino a quale limite
il fluìre è un linguaggio e la gioia
un senso malinteso appena infranto?
Penso a un giorno di gennaio, a Trieste
limpida di vento, al cormorano
inabissato che non riappare
sul mare di metallo, poi al prato
di San Giusto abbacinante di luce
col dopo che deflagra nel cervello.
Pieno e vuoto si conciliano a poco
a poco. C’è chi si salva l’anima
piegando l’oltrelimite al canto.
Chiaramente non si tratta di un vanto.
ORA SENZA DOLORE
Di notte, tra le calli,
per errore, dicendo
a me: – “amore”. Un lampo,
e ne ridemmo entrambi
in complice allegria.
***
Accadde ancora, ma
con minore sorpresa.
***
La notte, ad intervalli,
distilla la tua essenza.
Ora è un’ala distesa,
torna senza dolore,
brilla di nostalgia.
LA VERITÀ SARÀ SEMPRE
(Oh le infinite potenzialità
dell’albero spoglio, foglie future
tremule nel vento!)
Non voglio il tempo
in quest’alba senza cielo, non voglio
il gelo che attanaglia le radici
del non detto.
(Sulle mie ali ferite
fioriscono canti. Sfiorano il tuo
viso, ricadono subito infranti.)
Tornerà per noi il presente, per noi
perduti in un sorriso che ci supera,
lacerate le nubi, verso l’alto,
il non-tempo finalmente raggiunto,
la semplicità?
(Soltanto la maschera
è canto, soltanto maschera è il canto,
solo così non ti perdo, non piango)
***
La verità sarà sempre più in là
di questo inquieto ingabbiato ritessere
parole.
(Oh se tu
... E IN UN BATTER D’ALI...
Le quattro del mattino.
Le mani.
Fu mai così vicina
la persuasione?
..................................
Dentro l’assenza vani
tutti i segni, i fiori.
Una costellazione
diversa, altri colori.
LIMITE
1.
Nelle estati della mia adolescenza
le isole del Quarnero
sono un’avventura di libertà
Il sale sulla pelle
notti piene di stelle
senza vergogna di nudità
Bellezza essenziale
nemica di ogni limite
2.
Notte di vento caldo
tra ginestre sfiorite
Non è il ricordo di Villa Borghese
che accelera il ritmo delle parole
il battito del cuore
Un dono a metà
per lei perduta
raggiunto un limite
ALLEGORIA DEL MARE
Contemplo dagli scogli il tuo fermento.
Adesso ormai lo so: se getto un poco
del segreto che ho nel cuore al tuo gioco
vibrante vario infinito, non sento
rumore alcuno − sono troppo vasti
i tuoi spazi, divino indifferente,
ed è nulla il mio sangue perché basti
a tingerti di rosso le correnti.
Il mio segreto affonda muto. Tu
lo doni a una Sirena. Lo comprende
a metà. Guarda, sorride, lo rende
alle tue onde. A me è negata la sua
semplicità. Vorrei essere un delfino
o un corallo nel tuo abbraccio salino.
ATTRAVERSO LO SPECCHIO
Daresbury
Il calore percepito nel volo
obliquo degli uccelli, le colonne
di fumo alte sugli alberi, gli assoli
dei velivoli, l’acre insidia al sonno
delle campanule, e al suolo il veloce
avanzare del silenzio. Anche questa
−a mille miglia da qui− una Voce
tua tra le altre. Dell’incendio mi resta
una metafora: vita che accende
infiniti fuochi e rapida scorre
di ramo in ramo, vita che difende
un centro fragile sapendo opporre
al tempo la brace che muore a piano.
Due vite che si tengono per mano.
UN FIORE GIALLO
Anima rappresa in pietre e radici
nella quiete della terra, ora cerchi
la neve a crestare i rami già fradici
di sole e di pioggia, vuoi tempo a cerchi
lenti di albe e notti, tempo di vaste
ellissi nell’incanto delle sere;
ora più ti attira e quasi ti basta
il puro volo, il puro prima, il vero
di lacrima in lacrima, di sorriso
in sorriso più chiaro. La passione
immutata non s’inchina agli elisi
falsi del possibile, le stagioni
non contano più. La tua forza è un fiore
giallo tra le pietre, ebbro di colore.
(la finestra)
La norma è il buio, ma − che questo accada:
nell’umida compattezza del muro,
una finestra dalla grata rada
e obliqua, una disfatta dell’oscuro,
− e oltre il varco un vigore di pura
luce − luce inattesa sulle giade
del giardino, sulla docile cura
dell’ape messa alla dalia, su strade
di polline e profumo − è questo il dono,
il miracolo minimo, precario.
Luce che levi nel balzo il gemmato
unicorno, e sul torbido acquario
di carpe accendi ninfee, fendi il lato
dell’ombra, non concederle perdono.
biomolecole
Ha giorni noirs, gli càpitano, e allora
il tecnico dell’anima ritocca
la sua decostruzione dell’objet.
Chiarisce, richiarifica,
non mente, demistifica,
riconduce segreti a secrezioni,
Amour
-Passion a sesso,
sesso a selezionatissimi ormoni
e a meri impulsi elettrici
più o meno convulsi.
Nel mentre l’Anima, l’Alta, Ah, l’Ideale
vieppiù si sente flebilissima eco.
Eppure incanta, ferisce, commuove
questo folle cercarsi, questo amore
di biomolecole.
tigli
La compattezza lucida, l’aerea
defi nizione dei tigli nell’ariasole
del maggio, verde più scuro più
verdibianche brattee, appena prossime
a dischiudersi ali, ma non ancora
non ancora
pronte all’inaugurazione del pieno
fi ore, allo scialo di odore che sarà
– unter dem Lindenbaum – nel canto
di sirena il fi ato per uno legato
male a una malvoluta scrivania
dalla grande fi nestra guardo e aspetto.
Aspetto tra impazienza e timore
come si attende l’onda alta seduti
sugli scogli, sapendo di avere
la giusta sapienza in corpo e nella mente
per resisterle, ma col rischio sempre
possibile di essere strappati
via in un vortice di bolle e di graffi
e di niente.
A ONOR DEL VERO
a T.
C’è stato un porto vero nell’infanzia.
Corona di calcare e di coralli,
schiudeva all’inquietudine del mare.
Ora non più. Ordinata la vita
ticchetta senza fine. Sartie e vele
sono segni nei libri d’avventura.
Eppure pulsa al fondo ancora il mare
vero, nel vero scandagliando esatto
che trema sul fondale della pagina.
Inspiegabilmente accade: che sia
l’esperienza sapere inesorabile,
fiocina che infilza nel falso il vero.
Lo porta ancora vivo in superficie.
Così si annoda memoria a speranza −
verranno spiagge invisibili ora.
L’INFINITÀ DEL CIELO
a T.
Araldi dell’azzurro irresistibile
Il gheppio spalancato arcangelo
Di forti remiganti maculate
E l’arco di delfino su un mare di satin
Liberi entro i limiti della loro libertà di specie
Se più rigida o più vera della tua chiedendoti
Tra il nero dell’acqua di sotto
E il nero in alto dove sfuma l’atmosfera
Ricordi che è illusoria
L’infinità del cielo azzurro
Fragilissimo guscio
Sottilissimo velo
Nota: il titolo del libro fa riferimento alla pianta che cresce (o cresceva) presso la tomba di Ezra Pound sull'isola di San Michele a Venezia. Inutile qui rammentare tutta la simbologia che all'alloro pertiene.
Mauro Sambi è nato a Pola il 21 maggio 1968. Ha trascorso gli anni dell’infanzia e dell’adolescenza nella città natale. Nel 1987 si è trasferito a Padova, dove ha conseguito la laure in chimica e il dottorato di ricerca in scienze chimiche. È ricercatore presso il Dipartimento di Scienze Chimiche dell’Università patavina. Ma oltre alla sua attività scientifica, per la quale ha ottenuto numerosi riconoscimenti, il suo nome si è affermato anche in campo culturale, tanto che diversi critici ritengono il Sambi una delle voci poetiche più interessanti dell’istroquarnerino. Il suo primo incontro con il mondo letterario avviene circa 25 anni fa, quando nel 1985 ottiene il terzo premio nella sezione Ragazzi del Concorso “Comisso” di Trevisto. Nel 1998 vince ex aequo il Concorso nazionale biennale di poesia “Città di San Vito al Tagliamento” e le sue liriche, raccolte nella silloge “Di molte quinte vuote”, vengono pubblicate nell’Antologia dei vincitori (“Di molte il limite l’umiltade”, Campanotto, Udine 1998). Altre sue liriche sono state pubblicate sulla rivista culturale “La battana” (EDIT, Fiume), sul mensile torinese “Il foglio” e in alcune antologie edite in Italia e in Croazia.
Gabriella Musetti è nata a Genova ma vive da anni a
Trieste. Si occupa di scrittura per la scuola e di scrittura delle
donne. A Trieste organizza ogni anno "Residenze Estive - Incontri
internazionali di poesiae scrittura". Dirige la collana poetica
“Sillabario in versi” dell’editore Il Ramo d’Oro e coordina la redazione
della rivista "Almanacco del Ramo d’Oro". Ha pubblicato le raccolte
poetiche E poi, sono una donna (L’Autore Libri Editore, Firenze 1992), Divergenze (En Plein Officina, Milano 2002), Mie care (Campanotto, Udine 2002) e Obliquo resta il tempo (LietoColle, Como 2005).