Giovedì, 14 ottobre 2010
Questo libro di Marco Furia (Pentagrammi, Ed. L'Arca Felice, 2009) si presenta compatto, senza divisioni in sezioni o capitoli, come una silloge
serrata, di una musicalità percussiva, di canone (in senso musicale) o di bolero (ma nella prefazione si cita giustamente Debussy). Linguaggio depurato dai suoi connettivi e anche, cosa molto importante, dai verbi. Cioè dalle azioni, dalla temporalità che il verbo è chiamato ad
esprimere, sia esso un passato più o meno recente, o il presente ininterrotto che caratterizza tanta poesia contemporanea. Quello che c'è è una
martellante presenza di participi passati in funzione aggettivante o di infiniti, cioè quanto di più spersonalizzato nella funzione verbale. E' una
scelta, di un prosciugamento del linguaggio in segni, questi sì, effettivamente, adatti a inscriversi in pentagrammi, in partiture di lettura ed
esecuzione. Va da sè che se ci fosse un io in questi testi, esso sarebbe pietrificato nel corpo del testo, come in un blocco di marna asciugato dal
sole. Non è un caso quindi che Mario Fresa, nella prefazione, parli di "istante infinito della parola" e di "coordinate spaziali e temporali (..)
radicalmente azzerate e ricostruite secondo immagini coraggiosamente libere dalla gabbia del nome e dell'identità".
La costruzione è quindi massiccia, come si diceva, perfino squadrata, con i suoi venti testi di trenta linee ciascuno. Se un rischio c'è in questa scrittura è l'effetto eco o l'ipnosi, il sogno, il déjà lu, la ripetizione di un modus trovato e riconosciuto soddisfacente al sé, e quindi una auto maniera, ma forse, anzi sicuramente, c'è un
modus in rebus, una modalità insita nella cosa linguaggio, nel tipo di linguaggio selezionato, che (cito ancora Fresa) è "felicemente dimentico di quel rapporto
basso,
utilitaristico, secondo il quale la parole deve coincidere col senso e il senso deve identificarsi con ciò che si mostra". Da qui una sua particolare efficacia, di
onda piuttosto consistente che si frange sul lettore e, viceversa, lo scuote.
Invisibile tempo clandestina manifesta sequenza zitta voce ovunque indenne traccia sparse trame né leggère, né grevi d'incolori ma cromatici tratti illimitato sì ritmico succedersi (concreti silenti pentagrammi melodiosa incorporea materia?) accorto modo di cronometro succube canzone nulla musica, regola misura né rapida, né tarda insonni frasi proferite giammai (ribelle schiavo attimo dopo attimo? Clessidra pur sottomessa sabbia?) indugi d'eco tacite prosodie franche, leali.
Turgidi globi minimi caduche non cromatiche stille (qual colore d'acquea ed aerea pioggia?) dense nubi enfi, plumbei coaguli sì bui atmosferici tratti foschi, grevi (solare ormai bisbiglio fioco), tetro iconico presagio di boato fratto segmento, lampo sobrio, schiva fulgida freccia, effimero fugace elettrico riverbero baleno oltraggio, squarcio, ingiuria poi già tregua lucenti veli, garbo repentino ricurva grazia, sprazzi armonia chiara policroma lucerna iride, assolo incanto, meraviglia tenue gioia.
Indefiniti margini di vaghi barbagli, incanto labile qual muta armonia subitanea aeree, schive effimere fattezze fiochi lumi dispersa, zitta traccia tenue, chiaro esordio, cenni pallidi caduche impalpabili scaglie fluida trama affiorante lucerna melodiosi taciti pentagrammi non baleno silenti, integri ritmi foggia lieve annuncio, avversi a tenebra leggeri roridi, incerti raggi sciolto buio meraviglia difforme pur affine a vinta notte, fievole frontiera giammai nitido tratto, umida aurora.
Limpidi nembi, insolite consuete burrascose fattezze tersi, cupi atmosferici tratti (forse buia nitida, lustra tenebra? Baleno eterno sprazzo?), labili tenaci dissolti, umidi ritmi passeggere subitanee, perenni aeree squame silenti melodie giammai idioma d'arida, secca pioggia sciolta, lieve inodore fragranza avverso, amico lento, perpetuo lampo ignavo, pigra flemmatica tempesta fosca, chiara scintilla, squarcio, traccia algido lume ferita, crepa, graffio poi effuso qual tacito boato, zitto tuono.
Quali caduche gemme aeree, schive enfie, gravide stille (pioggia: voce atmosferica, liquida?) bagliori labili perle (umido parlare nullo, ma assiduo?), fitti zuppi indugi melodia gocciolante non canzone pur ritmo, squarcio brusco sprazzo, tregua infranto, plumbeo nembo scaglia muta effimera, turchese già baleni dardi, fulmini taciti poi cupo boato (momentaneo fosco idioma di tempesta?), riflesso fluido assolo aromatico attimo improvviso effluvio, meraviglia tenue frase fuggevole fragranza, sciolta eco.
Inconsueto, sì d'arco aereo, lieve insolito tratteggio repentine fattezze, estemporanei non più muti percepibili cenni né illusione né lusinga, né sogno pur figura già melodico canto tenue, vaga precaria grazia, effimero leggiadro ritmico pentagramma foschi appena policromi cristalli gemme, gioie di fulgidi riflessi tersa, opaca tacita meraviglia lustra nube iride, zitta musica di schivi lineamenti, dissimile inusuale acustica maniera silenziosa fisionomia d'eufonici colori.
Ovunque sparsi tratti d'alba schiva tenui barbagli, umido chiarore effimeri riverberi sì brume momentanee, cromatici solari fievoli indizi, sintomo presago zitto bisbiglio ottico sottili a dissolversi tese scaglie opache mai fulgida sembianza annunciatrice pausa, margine labile non buio né chiare luci sciolta notte (aromi percepibili? Nulli?) incerta, fioca di tenebre sconfitta non loquela timidi esordi, fluido ritmo, vaga tacita melodia (sobria?), rosati attimi pigri, tardo incanto breve.
Asprigno, zuccherino d'incolori pur cromatiche tenebre profumo acre delicatezza (assurdo grido melodioso gorgheggio?) musicale tacito tocco, zitta insonne eco disdicevole garbo assidua, amara sì dolce metamorfosi assopita desta onirica immagine caduchi insoliti riflessi (gocce gaie arcobaleno?), integra loquela impulso subitaneo poi già ambiguo pentagramma discorde lampo, frase pigro fulmine, ritmo insorto stile torbida trasparenza foschi idiomi incerte, vaghe impronte: in tutto buie?
Marco Furia è nato a Genova nel 1952. Già collaboratore di Adriano Spatola, ha pubblicato: Effemeride (Tam Tam, 1984); Mappaluna (Tam Tam, 1985); Arrivano i nostri (in «Fermenti letterari 1988», Oceania Edizioni, 1988); Efelidi (Anterem, 1989); Bouquet (Anterem, 1992); Minime topografie (Anterem, 1997); Forma di vita (Anterem, 1998); Menzioni (Anterem, 2002); Impressi stili (Anterem, 2005). Sue poesie sono apparse su riviste e antologie italiane e straniere. Svolge intensa attività critica e saggistica. Ha partecipato a numerose manifestazioni con lettura di propri versi, per alcuni dei quali sono state composte partiture da Francesco Bellomi e Roberto Gianotti. Silente meraviglia, plaquette con pensiero visivo di Bruno Conte, è stata pubblicata dalle edizioni L'Arca Felice all'inizio del 2009. Sue poesie visive eseguite al computer sono apparse sui siti www.tellusfolio.it e www.anteremedizioni.it, altre sono state inserite in rassegne internazionali. È redattore di «Anterem».
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