Una serie di associazioni di idee mi ha fatto rammentare un testo che ho studiato secoli fa al liceo, ai tempi in cui l’antologia della letteratura francese era spessa quanto due Meridiani Mondadori, e mi ha fatto ricordare anche la citazione che ne fece Eugenio Montale nel suo discorso in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel nel 1975:
E' stato osservato più volte che il contraccolpo del linguaggio poetico su quello prosastico può essere considerato un colpo di sferza decisivo. Stranamente la Commedia di Dante non ha prodotto una prosa di quell'altezza creativa o lo ha fatto dopo secoli. Ma se studiate la prosa francese prima e dopo la scuola di Ronsard, la Plèiade, vi accorgerete che la prosa francese ha perduto quella mollezza per la quale era giudicata tanto inferiore alle lingue classiche ed ha compiuto un vero salto di maturità. L'effetto è stato curioso. La Plèiade non produce raccolte di poesie omogenee come quelle del Dolce stil nuovo italiano (che è certo una delle sue fonti), ma ci da di tanto in tanto veri « pezzi di antiquariato » che andranno a far parte di un possibile museo immaginario della poesia. Si tratta di un gusto che si direbbe neogreco e che secoli dopo il Parnasse tenterà invano di eguagliare. Ciò prova che la grande lirica può morire, rinascere, rimorire, ma resterà sempre una delle vette dell'anima umana. Vogliamo rileggere insieme un canto di Joachim Du Bellay. Questo poeta, nato nel 1522 e morto a soli trentacinque anni, era nipote di un cardinale presso il quale visse a Roma qualche anno riportando profondo disgusto per la corruzione della corte pontificia. Du Bellay ha scritto molto, imitando più o meno felicemente i poeti della tradizione petrarchista. Ma la poesia (forse scritta a Roma), ispirata da versi latini del Navagero, che raccomanda la sua fama, è frutto di una dolorosa nostalgia per le campagne della dolce Loira da lui abbandonate. Da Sainte-Beuve fino a Walter Pater, che dedicò a Joachim un profilo memorabile (1), la breve Odelette des vanneurs de blé è entrata nel repertorio della poesia mondiale. Proviamo a rileggerla se questo è possibile, perché si tratta di una poesia in cui l'occhio ha la sua parte.
A vous troppe legere,
qui d'aele passagere
par le monde volez,
et d'un sifflant murmure
l'ombrageuse verdure
doulcement esbranlez,
j'offre ces violettes,
ces lis et ces fleurettes,
et ces roses icy,
ces vermeillettes roses,
tout freschement écloses,
et ces oeilletz aussi
De vostre doulce halaine
eventez ceste plaine,
eventez ce sejour,
ce pendant que j'ahanne
a mon blé, que je vanne
a la chaleur du jour. (2)
Non so se questa Odelette sia stata scritta a Roma come intermezzo nel disbrigo di noiose pratiche d'ufficio. Essa deve a Pater la sua attuale sopravvivenza. A distanza di secoli una poesia può trovare il suo interprete. (la lecture, compreso il file audio, è reperibile per intero qui)
Note e traduzione
(1) Dai maestosi scorci di Roma i suoi pensieri tornavano continuamente alla Francia, ai camini fumanti del suo piccolo villaggio, il più lungo crepuscolo del Nord, il dolce clima dell’Anjou – la douceur angevine; non tanto tuttavia alla Francia reale, possiamo esser sicuri, con le sue strade buie e i tetti di ardesia sbozzata rozzamente, quanto a quell’altro paese dalle snelle torri, e fiumi più serpeggianti e alberi come fiori, e con più tiepidi raggi di sole su campi e sentieri più graziosamente proporzionati, che la fantasia dell’esilio, e del pellegrino, e dello scolaro lontano da casa, o di quelli costretti in un posto contro volontà dovunque costruisce intorno a loro. Alla fine tornò a casa, attraverso i Grigioni, in lente tappe; e là, nella fresca aria della sua terra natale, sotto i suoi cieli di un blu lattiginoso, il fiore più tenero del suo genio sbocciò. Ci sono stati poeti la cui intera fama è fondata su una sola poesia, come quella di Gray su L’elegia in un cimitero campestre, o come pensano molti critici, quella di Ronsard sui diciotto versi di una sola famosa ode (*). Du Bellay quasi è stato un poeta di una sola poesia; e questa unica poesia è un prodotto italiano trapiantato nella verde campagna dell’Anjou; dai versi latini di Andrea Navagero al francese. Ma è una composizione in cui la materia è pressochè niente, e la forma pressochè tutto; e la forma della poesia stessa, scritta in francese arcaico, è tutta Du Bellay. E’ una canzone che si immagina che i mietitori cantino mentre battono il frumento, e invocano i venti che trascorrano con leggerezza sul grano. Che ha, al massimo grado, le qualità, il valore della scuola della Pleiade, dell’intera fase del gusto da cui quella scuola deriva – una certa grazia argentina dell’immaginazione, quasi tutto il piacere della quale sta nella sorpresa di fronte al felice e abile modo in cui una cosa inconsistente in sé stessa è manipolata. La sua leggiadria non è certo raggiunta schiacciandola, come se spremeste erbe selvatiche per scoprire il loro profumo. Sembra di sentire il movimento misurato dei setacci, con il piacere infantile di attraversare l’evento per la prima volta, in uno di quei grandi granai del paese di Du Bellay, La Beauce, il granaio di Francia. Una luce improvvisa trasfigura cose senza importanza, una banderuola, un mulino a vento, un setaccio per vagliare il grano, la polvere sulla porta del granaio. Un attimo, e le cose sono svanite, perché era puro effetto; ma lasciano un’attrattiva dietro di sé, il desiderio che l’evento possa avvenire ancora.
(W.H. Pater, Il Rinascimento, 1872)
(*) Con ogni probabilità Pater allude alla notissima Ode à Cassandre («Mignonne, allons voir si la rose») (Nota mia)
(2) A voi , turba leggera,
Che d’ala passeggera
Trasvolate il mondo,
E d’un murmure soffio
L’ombreggiante verzura
Muovete dolcemente.
Io offro queste viole
Quei gigli e fior di campo,
E queste rose,
Queste vermiglie rose
Sì frescamente schiuse
E garofani insieme.
Col vostro dolce fiato
Trascorrete la piana
Ventilate questo nostro stare;
Nel mentre che m’affanno
A trebbiare il mio grano
Sotto il calor del giorno.
(Le note e le traduzioni della Odelette e del brano di Pater sono mie)