
Riprendo un post dell’amica Alessandra Sciacca Banti (originariamente qui) che ho trovato interessante, in cui in maniera sintetica e originale (un parallelo anche cronologico) mette a confronto due maniere, quella di Walser e quella di Montale, di vedere il rapporto dell’uomo con la natura, e di utilizzarlo poeticamente. Credo che possa essere un buon spunto di riflessione.
Walser e Montale
La passeggiata di Robert Walser è stata pubblicata in Italia nel 1976 da Adelphi. La traduzione è di Emilio Castellani che scrive anche una post-fazione al racconto da lui tradotto. Walser scrisse una prima versione del racconto nel 1916 che fu pubblicata l’anno successivo. Nello stesso anno 1917 ne scrisse un’altra versione più sorvegliata stilisticamente per un libro intitolato Seeland che comprendeva altre cinque prose scritte nel biennio precedente. Il volume apparve tra il 1919 e il 1920 in un’edizione numerata di 600 esemplari illustrata dal fratello Karl, scenografo. La versione tradotta da Castellani è quella del 1919.
Walser racconta una sua passeggiata con gli incontri che dice di aver fatto, con le osservazioni del reale e della natura in particolare che sono alla base del suo lavoro di scrittore.
La passeggiata è in prosa, ma è una prosa che ha un suo andamento musicale. Nella post-fazione, il traduttore la definisce poesia. L’autore la chiama “fantasia”.
Metto a confronto due passi dal racconto La passeggiata con due di Montale tratti da Ossi di seppia. Ossi di seppia è del 1920 e comprende una poesia intitolata Quasi una fantasia.
Da La passeggiata:
“La mia passeggiata si faceva sempre più bella, più grande. Qui, al passaggio a livello- pensai fra me- forse si trova in certo modo il culmine, il punto centrale, dal quale tutto poi andrà declinando. Già percepivo qualcosa di simile al tenero inizio del calar della sera. Un che di voluttuoso e insieme di malinconico alitava intorno, come un dio taciturno ed eccelso. « Qui, in questo momento, è divinamente bello » pensai di nuovo.
Il dolce paese, con la gentile modestia dei suoi prati, case, giardini, mi appariva come un soave canto d’addio. Da ogni parte echeggiavano a ondate lamenti antichissimi di misera gente sofferente. Spiriti emergevano in mirabili panneggi, grandi, morbidi, plastici. La bella, dolce strada maestra splendeva d’azzurro, di bianco, d’oro. Sopra le case dei poveri, dipinte di giallo e soffuse di color rosa, abbracciate con infantile tenerezza dal sole, commozione e incanto volavano simili a immagini d’angeli cadenti dal cielo; tenendosi per mano, amore e povertà si libravano nell’aria profumata”.
Da Ossi di seppia, Movimenti, I Limoni :
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il susurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.
Ancora da La passeggiata:
“La terra si fece sogno; io stesso ero divenuto interiorità e procedevo come dentro di essa. Ogni forma esteriore si dissolse, il finora compreso divenne incomprensibile. Rimanendo alla superficie precipitai nel profondo, che immediatamente riconobbi come il bene. Quello che noi comprendiamo e amiamo comprende e ama noi pure. Io non ero più io, ma ero un altro, ma appunto perciò più che mai me stesso. Nella soave luce d’amore credetti di poter capire, o di dover sentire, che colui che veramente esiste è solo l’uomo interiore”.
Ancora da Ossi di seppia:
Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me. Con un terrore di ubriaco.
Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.